Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 21

Chapter 213,668 wordsPublic domain

La fortuna in cui non ho mancato d'aver sempre qualche fede, m'inviò un individuo che mi servì moltissimo in tale ardua circostanza — Galapini, giovane coraggioso di Forlì, mi si presentò in un biroccio — e mi servì di guida, e d'esploratore, correndo colla velocità del lampo, dalla parte ove si trovavano gli Austriaci — raccogliendo informazioni dagli abitanti e raguagliandomi d'ogni cosa — Dalle sue esplorazioni, io mi decisi a prender la via di Cesenatico — e Galapini mi trovò delle guide che mi accompagnarono a quella volta — Noi giunsimo a Cesenatico verso mezzanote — all'entrata del paese trovammo una guardia Austriaca — rimasero gli uomini di quella guardia stupiti dall'improvviso nostro apparire — e profitando di quel momento di esitazione, dissi ad alcuni circostanti de' miei a cavallo: «Scendete e disarmateli» — Fu l'affare d'un momento — ed entrammo quindi nel paese del quale rimasimo padroni — avendo pure arrestati alcuni gendarmi, che certo non ci aspettavano in quella notte —

Una delle prime misure — fu quella d'intimare alle autorità municipali di dar ordine: fossero messe a mia disposizione, quel numero di barche che mi abbisognavano per il trasporto della gente —

La fortuna, però, avea cessato di favorirmi in quella notte — Una burrasca innalzatasi dalla parte del mare, lo aveva agitato in modo — ed i frangenti — erano così forti nella bocca del porto — che la sortita era diventata quasi impossibile —

Qui mi valse assai l'arte mia marinaresca — Era necessario, indispensabile uscire dal porto — il giorno si avvicinava, i nemici erano vicini — e per ritirata, non restava altro che il mare —

Io andai a bordo dei _bragozzi_ — barche peschereccie — feci giuntare alcune alzane a due ferri impennellati[76] e provai di uscire fuori del porto con una barchetta, dar fondo ai ferri, per tonneggiare i bragozzi[77] —

I primi tentativi furono infruttuosi — Invano si saltò in mare per spingere la barcata contro i frangenti — Invano si animavano, colla voce, e con molte promesse i rematori — Solo dopo ripetute e faticosissime prove, si pervenne a portare i ferri, alla distanza dovuta, e si diedero fondo —

Tornando in porto di _rebuffo_ — cioè: mollando le alzane, dopo d'aver dato fondo ai ferri — e giunti all'ultima alzana — questa, per esser sottile e non buona — si ruppe e tutto il lavoro perduto, si dovè ricominciarlo —

Era affare da impazzire simile contrarietà — Infine fui obligato di tornare a bordo ai bragozzi — cercare altre alzane, altri ferri — con gente sonnolenta e di mala voglia — che si doveva spingere a piatonate, per farla movere, ed ottenerne il necessario — Si ritentò finalmente la prova — e questa volta fummo più felici — e potemmo stendere i ferri quanto abbisognava —

S'imbarcò la gente divisa in tredici bragozzi[78] — Il colonnello Forbes s'imbarcò per l'ultimo — essendo rimasto tutto il tempo che durarono i preparativi, all'entrata esterna del paese, facendo barricate, per respingere i nemici, se si fossero presentati —

Messi fuori tutti i bragozzi, tonneggiandoli uno dopo l'altro — con tutta la gente a bordo — Si distribuì a ciascun di loro, una parte dei viveri ch'erano stati requisiti dalle autorità municipali — Si diedero alcune istruzioni verbali a tutti, raccomandando di navigare più uniti che possibile — e si salpò alla via di Venezia —

Il giorno era già avanzato quando salpammo da Cesenatico — il tempo s'era abbellito e il vento favorevole — S'io non fossi stato addolorato dalla situazione della mia Anita, che trovavasi in uno stato deplorabile — soffrendo immensamente — io, avrei potuto dire; che superate tante difficoltà, e sulla via di salvazione — la condizione nostra — poteva chiamarsi fortunata; ma, i patimenti della cara mia compagna — erano troppo forti — e più forte era tuttora il mio rammarico di non poter sollevarla —

Colla strettezza del tempo e le difficoltà incontrate per uscire da Cesenatico — io non m'ero potuto occupare di viveri — Ne avevo incaricato un ufficiale — e quegli avea raccolto il possibile — Con tutto ciò, di notte, in un paesetto sconosciuto — assalito di sorpresa — solo poche provviste aveva potuto procurarsi — quelle stesse che erano state divise fra i bragozzi —

Delle mancanze, la principale era l'acqua — e la mia soffrente donna, aveva una sete divorante — indizio non dubbio dell'interno suo male! Avevo sete, io pure, affannato dalle fatiche, e l'acqua da bere era pochissima!

Noi seguimmo tutto quel resto della giornata, la costa Italiana dell'Adriatico — ad una certa distanza, con vento favorevole — La notte pure, si presentò bellissima — Era plenilunio — ed io vidi alzare con un senso dispiacevole, la compagna dei naviganti, ch'io avevo contemplato tante volte col culto d'un adoratore! Bella come non l'avevo veduta mai — ma per noi sventuratamente troppo bella! E la luna ci fu fatale in quella notte!

A levante della punta di Goro — trovavasi la squadra Austriaca — che i patriotici governi, sardo e borbonico — avevano lasciata intatta e padrona dell'Adriatico — Dai raguagli avuti da pescatori — io sapevo dell'esistenza di detta squadra — forse ancorata dietro cotesta punta — ma incerte erano le mie informazioni —

Seguendo la nostra via per Venezia, il primo legno che scoprimmo, fu un brigantino — credo l'_Oreste_ — e questo scoprì noi al tramonto — Scoperti che fummo, il brigantino manovrò in modo da avvicinarci — Io procurai di far intendere ai bragozzi compagni, di obliquare alquanto a sinistra verso la costa — ed uscire quindi, quanto possibile, dalla linea della luna — nel chiarore della quale, era più facile al nemico di scoprire i nostri piccoli legni — Non valse tale precauzione essendo la notte chiara, come non l'avevo mai veduta — ed il nemico non solo ci tenne alla vista — ma cominciò da lontano con cannonate e razzi — per dar segno alla squadra di noi, e del nostro avvicinare —

Io tentai di passare tra i bastimenti nemici, e la costa facendo il sordo alle cannonate a noi dirette — Ma i compagni bragozzi — intimoriti dal fracasso dei tiri, e dal numero crescente dei nemici — retrocessero, ed io con loro, non volendo abbandonarli —

Spuntò il giorno, e ci trovammo nell'insenata della punta di Goro, acerchiati da legni nemici — essi continuavano a cannonegiarci — e m'accorsi con dolore che già alcuni bragozzi s'erano arresi — Retrocedere od avanzare era divenuto impossibile, essendo i legni nemici, più assai velieri, dei nostri — e non vi fu altro rimedio, che di dirigersi alla costa, ove giungemmo perseguiti dalle lancie — palischermi — e cannoneggiati — in numero di quattro soli bragozzi — Tutti gli altri erano in potere del nemico —

Io lascio pensare: qual'era la mia posizione in quei sciagurati momenti: La donna mia infelice — moribonda! — Il nemico perseguendo dal mare, con quella alacrità che da una vittoria facile — Aprodando ad una costa, ove tutte le probabilità di trovarvi altri, e numerosi nemici — non solamente Austriaci — ma papalini — allora in fiera reazione — Comunque fosse — noi aprodammo — Io presi la mia preziosa compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda — Dissi ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocchè dovevano fare: d'incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove potrebbero trovarlo — In ogni modo d'allontanarsi dal punto ove ci trovavamo, essendo imminente l'arrivo dei palischermi nemici — Per esser impossibile seguitar oltre — non potendo abbandonare mia moglie moribonda —

Gli uomini a cui mi dirigevo, mi erano pure molto cari: Ugo Bassi, e Ciceroacchio coi due figli!

Bassi mi disse: io vado cercando qualche casolare, ove trovarvi un pantalone da cambiarmi questo, certamente troppo sospetto — Egli vestiva un pantalone rosso — credo tolto al cadavere d'un soldato Francese a Roma da uno dei nostri, e regalato alcuni giorni prima ad Ugo Bassi dallo stesso — per sostituirlo ad uno cencioso — Ciceroacchio mi diede un addio affetuoso, e si allontanò coi figli —

Ci dividemmo con quei virtuosissimi Italiani per non più rivederci — La ferocia Austriaca e pretina satollava la sua sete di sangue, colla fucilazione di quei generosi — e si vendicava così — dopo pochi giorni delle passate paure —

Con Ciceroacchio eran nove compreso lui e i due figli — un capitano Parodi — de' miei prodi compagni di Montevideo — e un Ramorino sacerdote Genovese — degli Altri non ricordo —

«Cavate nove fosse» ordinò un Capitano Austriaco agli ordini d'un principe Austriaco — che comandava in quella parte d'Italia — e che avea arrestato i nove miei commilitoni — «Cavate nove fosse» diceva imperiosamente quel capitano austriaco ad una folla di contadini — che grazie ai preti — avean paura dei liberali Italiani — dipinti a loro come tanti assassini — e non dei soldati Austriaci — E le fosse furon cavate in pochi minuti, in quel terreno sabbioso e leggiero!

Povero vecchio! Ciceroacchio! Il vero tipo dell'onesto popolano! Lì, con davanti a lui le fosse cavate che dovean racchiudere lui, i suoi compagni, ed i suoi figli! Un figlio di 13 anni!.....

Pronte le fosse — furon tutti moschettatti — e sepolti da mani Italiane s'intende — Il soldato straniero era padrone — comandava ai servi — e l'ubbidienza doveva esser immediata — senò verghe! Ugo Bassi fu arrestato pure — e fucilato con Levrè — uno pure dei miei di Montevideo — prode e simpatico Milanese —

Ugo Bassi fu torturato dai preti prima di fucilarlo — essendo stato prete — maggiore era la loro rabbia! Io rimasi nella vicinanza del mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero — indivisibile mio compagno — che mi era rimasto pure in Svizzera, l'anno antecedente, dopo il fatto di Morazzone — Le ultime parole della donna del mio cuore erano state per i suoi figli! ch'essa pressentì di non più rivedere!

Stettimo un pezzo i tre in quel campo di melica alquanto indecisi sul da farsi — Finalmente io dissi a Leggiero d'avanzarsi un po' nell'interno per scoprire qualche cosa nelle vicinanze — Egli da quell'ardito ch'era stato sempre — si mosse subito — Io rimasi un pezzo in aspettativa — ma tra non molto udii gente che si avvicinava — mi spinsi fuori del ricovero, e vidi Leggiero accompagnato da un'individuo, che riconobbi subito, e la di cui vista mi fu molto consolante —

Era il collonnello Nino Bonnet, uno dei miei più distinti ufficiali — ferito a Roma nell'assedio — ed ove egli avea perduto un valoroso fratello — S'era ritirato a casa per curarsi — Nulla di più fortunato poteva accadermi che l'incontro di cotesto mio fratello d'armi — Domiciliato e possidente in quei dintorni — egli avea inteso le cannonate, e pressentito quindi il nostro aprodo — S'era avvicinato alla sponda del mare per trovarci e soccorerci —

Coraggioso ed intelligente, Bonnet con gran pericolo di se stesso, cercò e trovò chi cercava — Ed una volta trovato tale ausiliario — io mi rimisi intieramente all'arbitrio suo — e ciò fu naturalmente, la salvezza nostra — Egli propose subito di avvicinare una casipola, che si trovava nelle vicinanze, per trovarvi qualche ristoro all'infelice mia compagna —

Ci avvicinammo sostenendo Anita in due — ed a stento giungemmo a quella casa di povera gente — ove trovammo acqua, necessità prima della soffrente — e non so che altro —

Passammo da questa ad una casa della sorella di Bonnet, che fu gentilissima — Di lì traversammo parte delle valli di Comacchio — ed avvicinammo la Mandriola, ove si dovea trovare un medico —

Giunsimo alla Mandriola — e stava Anita coricata su d'un materazzo, nel biroccio che l'avea condotta — Dissi allora, al dottor Zannini — giunto pure in quel momento: «guardate di salvare questa donna!» Il D.re a me: «procuriamo di trasportarla in letto» — Noi allora presimo, in quattro, ognuno un'angolo del materazzo, e la trasportammo in letto d'una stanza della casa, che si trovava a capo di una scaletta della stessa —

Nel posare la mia donna in letto — mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte — Le presi il polzo... più non batteva! Avevo davanti a me la madre de' miei figli — ch'io tanto amava! cadavere!..... Essi mi chiederanno della loro genitrice — al primo incontro!...

Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! di colei che mi fu compagna inseparabile — nelle più avventurose circostanze della mia vita!

Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dar sepoltura a quel cadavere! E m'allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa, ch'io compromettevo rimanendo più tempo —

M'avviai brancolando per S. Alberto, con una guida che mi condusse, in casa d'un sarto — povero — ma onesto e generoso —

Con Bonnet, a cui confesso di dover la vita, cominciò la serie de' miei protettori — senza di cui, non avrei potuto peregrinare per trenta e sette giorni — dalle Foci del Po, al golfo di Sterlino, ove m'imbarcai per la Liguria —

Dalla finestra della casa, ov'io mi trovavo in S. Alberto — vedevo passeggiare i soldati Austriaci — padroni ed insolenti come sempre! Abitai due case, in codesto piccolo ma eccellente paese — ed in ambe fui custodito, salvo, e trattatto con una generosità superiore alla condizione economica di tale buona gente — Da S. Alberto i miei amici trovarono bene di trasportarmi nella vicina Pineta — ove soggiornai qualche tempo — cambiando di luogo per maggior sicurezza — Eran vari i confidenti del segreto, che mi occultava come in magica nube alle ricerche de' miei persecutori — non solamente Austriaci, ma papalini peggiori ancora — E giovani la maggior parte, erano cotesti coraggiosi Romagnoli — Bisognava veder con che cura, essi attendevano alla mia salvazione — quando mi credevano in pericolo, in un punto — li vedevo giungere di notte con un biroccio..... e generalmente per imbarcarmi — e trasportarmi a molte miglia di distanza — in altre situazioni più sicure

Gli Austriaci da parte loro, ed i preti, non mancavano di far le indagini possibili per scoprirmi — I primi avevano diviso un battaglione in sezioni, che percorrevano la Pineta in tutte le direzioni — I preti poi, dal pergamo e dal confessionale suscitavano le contadine ignoranti, a far la spia, per la maggior gloria di Dio —

I miei giovani protettori, avevano combinato i loro segnali di notte, con una maestria ammirabile — per movermi da un punto all'altro — e per dar l'allarme quando si conosceva un pericolo — quando si sapeva esistere qualche pericolo, iscorgendo un fuoco in un sito determinato — si passava oltre — all'incontro, non si scorgeva fuoco, in quell'assegnato sito — si tornava indietro, o si prendeva un'altra direzione — qualche volta temendo di equivoci — il conduttore fermava il barroccio — scendeva, e si avanzava lui stesso per riconoscere — oppure senza scendere trovava subito chi lo informava d'ogni cosa —

Tali misure, eran così esattamente prese, da eccittare l'ammirazione — Si osservi: che qualunque cosa fosse traspirato — qualunque cenno avessero avuto di quanto accadeva, i miei persecutori — essi avrebbero — senza processo, e senza misericordia — fucilato sino ai bambini della gente che mi favoriva — con tanta devozione —

Quanto mi duole: non poter consacrare alla storia, i nomi di quei generosi Romagnoli, a cui certamente io devo la vita — S'io non fossi deditto alla santa causa del mio paese — quella sola circostanza certamente — me n'imporrebbe l'obligo —

Così passai vari giorni nella bella Pineta di Ravenna — Un po' alla capanna d'un caro, onesto, e generoso popolano nominato Savini — Altre volte coperti dai cespugli di cui non difetta il bosco —

In coteste ultime situazioni, succedette una volta, che mentre sdrajati, col mio compagno Leggiero, da una parte d'un cespuglio — passavano dall'altra gli Austriaci, e le loro voci, certo poco piacevoli, disturbarono alquanto la quiete della foresta, e le pacate nostre riflessioni — Essi passavano a poca distanza da noi — e l'oggetto della loro conversazione, un po' animata erimo noi certamente —

Dalla Pineta, fummo trasportati a Ravenna, in una casa, fuori di Porta (di cui non ricordo il nome) ed ove fummo accolti, colla stessa cura, e la medesima amorevolezza, come sempre —

Da Ravenna fummo trasportati verso Cervia, nello stabilimento agricolo d'un altro caro individuo, di cui ricordo perfettamente la benevola fisionomia, ma non il nome — Stettimo lì un pajo di giorni, e presimo quindi la direzione di Forlì —

Da Forlì, ove passammo una notte, ospitati in casa di brava gente — seguimmo poi per l'Apennino con guide —

Giova osservare, passando, che niuno tra quelle popolazioni generose, è capace di scendere alla delazione; e che raccogliendo un proscritto — essi lo custodiscono come cosa sacra — Lo salvano, lo mantengono, lo guidano con una benevolenza incomparabile — La lunga dominazione del più perverso, del più coruttore dei governi, non è stato capace di ammolire, e depravare il carattere di quelle maschie e generose popolazioni —

Il governo di ladri (1872) succeduto al pessimo governo dei preti, non la conosce cotesta gente, per sventura caduta sotto la sua amministrazione — e la martoria senza considerazioni — Se ne accorgerà egli nel giorno in cui dalla terra dei Vespri, e dalle Romagne alle Alpi — si chiederà conto della sua gestione —

Passammo la frontiera delle Romagne, ed entrammo in Toscana — lo stesso interesse, la stessa amorevolezza incontrammo in questa colta parte d'Italia — divisa dai preti e da lunghe sciagure, ma destinata per formare un popolo solo —

Un Anastasio, tra gli altri, ci accolse, e ci custodì in una sua casa dei monti —

Poi, un prete! Vero angelo custode del proscritto — ci cercò, ci trovò, e ci condusse in casa sua, in Modigliana —

Rammenterò qui — a chi ha la pazienza di leggere queste memorie — ch'io dissi già molte volte: odiare il falso, perverso carattere del prete — ma tolto l'individuo alla sua qualità d'impostore — e tornando uomo — io lo considero come un altro —

Il padre Giovanni Verità di Modigliana — vero sacerto del Cristo — E qui per Cristo m'intendo l'uomo virtuoso e legislatore — non quel Cristo fatto Dio dai preti, e che se ne servano per coprire l'oscenità e la fallacia della loro esistenza —

Il padre Giovanni Verità — dacchè un perseguito dai preti per amore d'Italia, si avvicinava a coteste contrade — era il fatto suo: di proteggerlo, di nutrirlo, e farlo condurre, o condurlo lui stesso al sicuro dalle persecuzioni —

Egli avea salvato, così, a centinaja, i Romagnoli proscritti, che si rifuggivano sul territorio Toscano — Condannati dall'inesorabile rabbia del clero — essi procuravano di passare in Toscana, ove se non buono, il governo — era almeno men scellerato di quello dei preti — Le proscrizioni poi, fra quelle sventurate — e coraggiose popolazioni, erano frequenti — ed ovunque nelle mie peregrinazioni, ne avevo incontrato molti dei Romagnoli proscritti — e da tutti avevo inteso benedire il nome del veramente pio sacerdote —

Stettimo un par di giorni in casa di D.n Giovanni, nel proprio suo paese di Modigliana — ove la stima e l'affetto di cui godeva generalmente servivan di palladio all'ospitale suo domicilio — Fummo condotti poi dallo stesso a traverso l'Apennino — col divisamente di seguirne le vette, per passare negli Stati Sardi —

Giunti nelle vicinanze delle Filigari, una sera — il nostro generoso conduttore — ci lasciò in luogo apartato — e si spinse verso coteste abitazioni per cercare una guida — Nacque un equivoco in questa circostanza, che ci deviò dalla cara compagnia del nostro prottettore — Una guida mandata da lui — presa forse dal sonno, essendo la notte avanzata — si smarrì e giunse da noi tardi — Entrammo nel paesello; e D.n Giovanni n'era uscito per ragiungerci — impaziente per il ritardo, non nostro, ma della guida — ed avea preso strada diversa —

Faceva l'alba — ci trovavamo sullo stradale che conduce da Bologna a Firenze — e non potevamo più rimanere in una posizione sì esposta —

Presimo la determinazione allora di cercare un biroccio, ed incamminarci per lo stradale verso Firenze — stacandoci, con grandissimo rincrescimento dall'uomo generoso che ci avea guidati e protetti sino allora —

Seguimmo dunque lo stradale, verso la capitale della Toscana — e già era gran giorno — Noi c'intoppammo in un corpo d'Austriaci — che da Firenze marciava su Bologna — Fecimo buon contegno — per forza, e continuammo così un pezzo avanti verso la china Occidentale dell'Apennino —

Pervenuti ad una osteria, a sinistra della strada che si percorreva — il condottore si fermò — e fu conveniente rimanere in quel punto — Entrammo nell'osteria, congedammo il vetturale, e chiesimo una tazza di cafè dall'oste —

Mentre s'aspettava il cafè, io m'ero seduto a sinistra entrando, sopra una panca, accanto ad una lunga tavola — solita a trovarsi in tali stabilimenti — Seduto, ed un po' stanco, io m'apogiai sonnacchiando, sulle braccia distese sulla tavola — Leggiero toccandomi nella spalla con un dito — mi destò, e m'incontrai collo sguardo, nel volto poco piacevole di certi Croati che avevano invaso l'osteria — Era un altro, o forse parte dello stesso corpo nemico, che già avevamo incontrato più sopra —

Riabassai il capo sulle braccia e feci conto di non aver veduto nessuno — Sgombra che fu l'osteria, e preso il nostro — dopo che furon serviti i padroni — noi traversammo lo stradale — e sulla parte destra dello stesso, noi cercammo, e trovammo asilo in una casa di contadini —

Dopo aver riposato alquanto, e prese le necessarie informazioni — noi ci avviammo verso Prato, coll'intendimento di guadagnare la frontiera Ligure — Dopo d'aver marciato la maggior parte della giornata, si arrivò in una valle — ove trovammo una specie d'albergo di campagna — ed ove chiedemmo allogio per la notte —

Trovavasi nello stesso albergo — un giovane cacciatore di Prato — che sembrava famigliare del luogo — e nell'intimità colla gente di casa — L'aspetto del giovane era decente, liberi i suoi modi — e con una di quelle fisionomie di onesta franchezza, che difficilmente ingannano — Io stetti ad osservarlo per qualche tempo, con significato esprimente il desiderio di conferire con lui — e lo avvicinai — Dopo poche interlocuzioni, diedi il mio nome — e vidi subito che non m'ero ingannato —

Il giovane Pratese si commosse al mio nome — e vidi brillare negli occhi suoi la gentil voluttà di far bene — Egli mi disse: vado a Prato, che dista poche miglia — parlerò co' miei amici, e tornerò da voi in breve —

Fu molto esatto l'eccellente Pratese — Tornò presto, e noi lo seguimmo a Prato, ove gli amici con a capo l'Avvocato Martini, avevano fatto preparare un legno, che doveva condurci per la strada d'Empoli, Colle ecc. — verso le maremme Toscane, ove raccomandati ad altri buoni Italiani — noi avressimo con molta probabilità trovato barche — per esser condotti in qualche punto del territorio Ligure —

La determinazione, presa dai bravi patrioti Pratesi, di avviarci verso le Maremme, era motivata dalle molte e rigorose osservazioni, tenute dal governo del Duca sulla frontiera Sarda — per impedire il transito dei compromessi politici — allora numerosi, che cercavano salvezza al di là del limite occidentale — su quella terra Italiana — ove la prepotenza Austriaca giammai dovea trovar campo alle sue libidini di depredazioni e di assassinï.

L'avvocato Martini di Prato — tra tutti i nostri benefattori e liberatori — meritò illimitata la vostra gratitudine — Egli non solamente si adoprò per facilitare il nostro viaggio — ma ci raccomandò caldamente ai suoi amici, e congiunti delle Maremme — che ci valsero sommamente — Mi duole assai, non ricordare il nome del bravo giovine — che primo, e tanto contribuì alla nostra salvazione — ed al quale, io lasciai un piccolo anello — di poco valore — per ricordo e per segno d'affetto —