Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 19

Chapter 193,638 wordsPublic domain

Eletto dai Maceratesi a deputato, fui chiamato a Roma, per far parte dell'assemblea costituente — ed il dì otto febbrajo 1849 — ebbi la fortuna, uno dei primi — alle 11 della sera, di proclamare colla quasi unanimità, quella Republica di sì gloriosa memoria, e che sì presto dovea essere schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'Autocrazia Europea —

Era l'8 febbrajo 1849 — ed io, addolorato dai reumatismi, ero trasportato sulle spalle del mio ajutante Bueno — nelle sale della assemblea Romana — l'8 di febbrajo 1846 quasi alla stess'ora, passavano sulle mie spalle, non pochi feriti, dei prodi nostri legionari, sul glorioso campo di battaglia di S. Antonio — e si adagiavano a cavallo per imprendere l'ardua, ma bella ritirata verso il Salto.

Ora assistevo alla rinascita del gigante delle Republiche! la Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni, quella folla d'idee, di vaticini, che avean fantasticato nella mia mente dall'infanzia — nella mia immaginazione di diciotto anni — quando per la prima volta, vagai tra le macerie dei superbi monumenti della Città eterna — quelle speranze di risorgimento patrio — che mi fecero palpitare nel folto delle foreste Americane e nelle tempeste degli Oceani — che mi guidarono al compimento de' miei doveri, verso i popoli oppressi — soffrenti!

Lì — liberamente, nell'aula stessa ove si adunavano i vecchi tribuni della Roma dei Grandi — eravamo adunati noi — non indegni forse degli antichi padri nostri — se presieduti dal genio — ch'essi ebbero la fortuna di conoscere, e di acclamare sommo! E la fatidica voce di Republica risuonava nell'augusto recinto — come nel dì che ne furono cacciati i re per sempre!

Domani dal Campidoglio — nel Foro — sarà acclamata la Republica, dal popolo soffrente per tanti secoli — ma che non dimenticò: esser egli il discendente del grandissimo popolo!

Fratanto i millantatori _Chauvins_ d'oltr'Alpe — aveano assicurato: che gl'italiani non si battono — che non meritano d'esser liberi — e marciavano guidati dai preti, ad ingannare e distruggere la Republica Romana —

L'unione Italiana spaventa l'Europa autocratica, e gesuita — massime i nostri occidentali vicini — i di cui dottrinari predicano come incontestabile, e leggitima dominazione, quella del Mediterraneo — non considerando: che tante sono le nazioni affluenti — che di loro vi hanno più diritto —

Per le sciagurate nostre discordie, toglier ci ponno dal seno delle nostre famiglie, e dilapidare le sostanze nostre — colla ipocrisia del gesuita a cui si sono legati — ma non ci torranno il diritto di scaraventar loro in faccia il fallace procedere — e di far loro confessare almeno: che han paura di vederci stringere l'antico e terribile fascio!

Oggi, essi sono, come noi, vassalli di quella parodia d'imperatore che li governa — che s'impone a tutti cotesti nostri Signorotti, e la di cui dominazione scellerata, sarà finalmente rovesciata nella polve dalla spada dell'eterna giustizia —

Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Republica Romana, e verso la fine di Marzo ebbi ordine di marciare per Anagni colla legione — In Aprile si seppe: esser i Francesi in Civitavecchia; e dopo aver occupato quella città marittima — che si poteva difendere senza l'inganno degli uni — e l'imbecillità degli altri — si conobbe la loro intenzione di marciar su Roma.

Verso quel tempo era giunto nella capitale il generale Avezzana, ed assunse il Ministero della guerra — Io non conoscevo personalmente Avezzana, ma dalle informazioni avute sul suo carattere, e la sua vita militare, in Spagna, ed in America, io ne avea concepito alta stima — e la sua comparsa alla direzione di quel dipartimento, mi colmò di speranze e non m'ero ingannato — La prima prova l'ebbi, nell'invio di cinquanta fucili nuovi — non avendo, sino a quel momento, potuto ottenerne un solo — ad onta di reiterate domande —

Non tardò a giungere l'ordine di marciare su Roma — minacciata dai soldati di Bonaparte —

Inutile dire: se si marciava volentieri, alla difesa della città a grandi memorie — La legione era di circa mille duegento uomini — noi eravamo partiti da Genova in sessanta — È vero che avevamo percorso un buon tratto d'Italia — ma se si osserva: che ovunque erimo stati rigettatti dai governi — calunniati, come solo sanno calunniare i preti — miseri..... sino agli estremi bisogni — e per la maggior parte del tempo senz'armi — tutte mancanze, che disgustano certo i volontari — e ne ritardavano l'organizzazione — Con tante contrarietà si poteva quindi esser soddisfatti del numero raggiunto — Giunsimo in Roma, ed ebbimo quartiere in S. Silvestro — convento abbandonato, da monache —

2º periodo 1849.

CAPITOLO VIII.

Difesa di Roma.

La permanenza della Legione in S. Silvestro — fu di breve durata — ed ebbimo, all'altro giorno, l'ordine di accampare sulla piazza del Vaticano — e quindi di guarnire le mura da Porta S. Pancrazio a porta Portese — Era imminente l'avvicinamento dei Francesi, e bisognava prepararsi a riceverli.

Il 30 Aprile doveva illuminare la gloria dei giovani ed inesperti difensori di Roma — e la fuga vergognosa dei soldati dei preti e della reazione —

Il sistema di difesa del generale Avezzana, era degno di quel veterano della libertà — Egli con attività instancabile, avea proveduto ad ogni cosa, e trovavasi su tutti i punti, che potevano abbisognare della di lui presenza —

Incaricato della difesa da S. Pancrazio e Portese — io avevo stabilito fuori di quelle porte — dei forti posti avanzati — aprofitando perciò dei dominanti palazzi di Villa Corsini (quattro venti), Vascello — ed altri punti adeguati alla difesa —

Osservando le imponenti posizioni di quei fabricati, era facile dedurne: che conveniva non permetterne il possesso al nemico — e che una volta perduti — difficile, ed impossibile sarebbe riuscita la difesa di Roma —

Nella notte che precedeva il 30 Aprile — io, non solo mandai esploratori sulle due strade, che conducevano alle porte da noi guardate — ma due piccoli distaccamenti ebbero ordine d'imboscarsi — sull'orlo della via — in distanza da poter cogliere almeno, alcuni esploratori nemici —

Al far del giorno, io avevo davanti a me, in ginocchio, un soldato nemico di cavalleria, chiedendomi la vita. Io confesso: che per insignificante che fosse, l'acquisto d'un prigioniero — me ne allegrai, ed augurai bene della giornata — Era la Francia inginocchiata, facendo ammenda onorevole per la vergognosa ed indegna condotta de' suoi governanti —

Il prigioniero era stato fatto dal distaccamento, agli ordini del giovane Nicese, Ricchieri — con molta bravura e sangue freddo — Una squadra di esploratori nemici, era stata posta in fuga dai nostri — ed i fuggenti, benchè superiori in numero — abbandonarono anche alcune armi —

Conoscendo l'avvicinamento d'un nemico, è sempre proficuo eseguire alcune imboscate sulle strade ch'egli deve percorrere per avvicinarsi — Vi sono due vantaggi quasi sicuri: il primo di conoscere ove ha raggiunto la testa di collonna nemica; il secondo, di acquistare alcuni prigionieri —

Intanto dalle dominanti alture di Roma, scoprivasi l'esercito nemico che si avvicinava con precauzioni e lentamente — Seguiva la via che viene da Civitavecchia a Porta Cavalleggieri — marciando in collonna — Giunto a tiro di cannoni, stabilì alcuni pezzi di artiglieria in punti dominanti — e spiegò alcuni corpi che marciarono risolutamente all'assa[l]to delle mura —

Era veramente disprezzante il modo d'attaccare del generale nemico: don Quisciotte all'assalto dei molini a vento — Egli attaccò non in altra guisa — che se non vi fossero stati baluardi — o se questi fossero stati guerniti con bimbi — Veramente per sbaragliare quattro _brigands d'Italiens_ — il generale Oudinot virgulto d'un maresciallo del primo impero — non avea creduto necessario: procurarsi una carta di Roma. Egli però, s'accorse ben presto ch'erano uomini che difendevano la loro città contro mercenari — che avevano il solo nome di Republicani — e cotesti prodi figli d'Italia, dopo d'aver lasciato, con molta calma, avvicinar il nemico — lo fulminarono con fuoco di moschetti, di cannoni — e ne distesero non pochi, di coloro che più s'erano avanzati —

Dall'alto dei Quattro venti, io avevo osservato l'attacco del nemico — ed il bel ricevimento fatto dai nostri di porta Cavalleggieri — e dalle mura attigue — Un attacco sul fianco destro nemico, mi sembrò cosa da non disprezzarsi — e vi spinsi due compagnie che lo posero in molta confusione — Sopraffatte però da un numero assai superiore di nemici — esse furono obligate di ripiegarsi sulle posizioni di sostegno — cioè dei casini esterni di quella parte di Roma —

In quel primo incontro, ebbimo a deplorare la perdita del prode Capitano Montaldi —

Chi ha conosciuto Goffredo Mameli, ed il Capitano De Cristoforis — si farà un'idea di Montaldi — Lo stesso fisico, e l'anima stessa — Montaldi assisteva ad un combattimento, comandando i suoi militi — collo stesso sangue freddo che al campo di manovra — od in una conversazione, con un crocchio di amici —

Egli non avea forse, tanta istruzione — quanto i due prodi campioni della libertà Italiana summentovati — ma la stessa intrepidezza, lo stesso valore — e lo stesso genio — Che stoffa da generale! Di cui l'Italia conserva sempre la stampa — ed a cui essa deve affidare i suoi figli — nel giorno del giudizio di alcuni prepotenti — o del lavacro d'alcun oltraggio.

Egli fece parte della legione Italiana di Montevideo — dal principio della sua formazione — essendo giovanissimo allora — ma partecipò ad innumerevoli combattimenti, colla consueta bravura — e fu dei primi ad iscriversi tra coloro che da Montevideo — varcavano l'Oceano per venir a servire la causa patria — Genova può con orgoglio incidere il nome di Montaldi, accanto a quello del suo vate guerriero: Mameli —

I Francesi giunti sotto le nostre posizioni dei Casini — furono ricevuti dai fuochi incrociati dei nostri posti — e si fermarono coprendosi dietro le accidentalità del terreno — e dietro ai muri delle numerose ville dei dintorni — e di là sparando a tutta possa —

In tale stato durò alquanto il combattimento; ma giunti, a noi rinforzi da dentro, si caricò il nemico con vigore, che perdette mano mano terreno — sinchè volto in precipitosa ritirata — Il cannone dalle mura ed una sortita dei nostri da porta Cavalleggieri, complottarono la vittoria — Il nemico lasciò alquanti morti — e varie centinaja di prigionieri — ritirandosi sconquassato, e senza fermarsi sino a Castel Guido —

Al prode generale Avezzana, che avea organizzata la difesa si deve il principale onore della giornata — Egli instancabile mostravasi durante la pugna — ovunque più ferveva — ed animava colla voce, e colla maschia sua presenza, i nostri giovani militi —

Il generale Bartolomeo Galletti, colla sua legione Romana — ci furon compagni durante l'azione — e contribuirono assai alla vittoria — così il generale Arcioni con un corpo da lui comandato — benchè giunti tardi, cooperarono alla sconfitta del nemico — e fecero pure buon numero di prigionieri —

Un battaglione di giovani Universitari, ed altre frazioni di corpi, agregati alla legione durante la pugna si comportarono pure egregiamente —

Un collonnello Haug Prussiano — lo stesso che fu generale con noi nel 66 — mi servì in tutta la fazione, da ajutante di campo, con molto valore, e sangue freddo — Marrocchetti, Ramorino, Franchi, Coccelli, Brusco (Minuto), Peralta — e tutti i miei compagni di Montevideo — sostennero la loro riputazione di bravura — sì giustamente acquistata —

I valorosi Masina, Daverio, Nino Bonnet — ed altri prodi, di cui vorrei ricordare i nomi — ebbero un contegno brillante —

Questo primo fatto d'armi, contro truppe aguerrite — rialzò molto il morale dei nostri legionari — e ben lo provarono nei susseguenti —

Il giorno che seguì l'attacco dei Francesi — io ebbi ordine di osservarli — e mossi colla legione, ed alcuna cavalleria verso Castel Guido — ove stettimo parte della giornata in vista del nemico —

Verso il pomeriggio giunse un medico Francese parlamentare — e lo inviai al governo —

Il generale Oudinot sentendosi debole per l'attacco di Roma, cercò di temporeggiare con trattative diplomatiche — aspettando intanto rinforzi dalla Francia — Noi avressimo potuto, profittando della sua debolezza e della sua paura, riccacciarlo in mare — e poi avressimo fatto i conti —

In Maggio ebbero luogo i due fatti d'armi di Palestrina, e di Velletri — In ambi la legione si coprì di gloria —

Giunti in Palestrina i soldati del Borbone di Napoli — che da tempo avevano invaso il territorio Romano — in combinazione con Francesi, Austriaci, e Spagnuoli — ci attaccarono, e furono complettamente respinti — Vi si distinsero Manara co' suoi prodi bersaglieri — Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli, ecc. — A Vellettri, ove comandava il generale in capo Roselli, fu alquanto più serio il combattimento, per trovarsi il re di Napoli in persona con tutte le forze del suo esercito — e noi con circa otto milla uomini d'ogni arma —

[Illustrazione: GARIBALDI NEL 1849.]

Partiti da Roma per porsi alle spalle dell'esercito Napoletano — seguimmo la via di Zaccarolo a Monte Fortino — Io ero destinato dal generale Roselli, al comando del corpo di battaglia — ma trovandosi di vanguardia il collonnello Marrocchetti, colla legione Italiana — a me specialmente attacata, sin dal principio della sua formazione — e composta per la maggior parte de' miei vecchi fratelli d'armi — e marciai quindi colla vanguardia — raccogliendo, dagli abitanti, notizie del nemico, che facevo pervenire al quartier generale principale —

Dalle notizie raccolte con cura, io potei dedurre: esser il nemico in via di ritirata, e non m'ingannai — Giunto colla vanguardia sulle alture che dominano Vellettri verso Monte Fortino, feci fare alto, e riconoscendo il terreno — feci spiegare la legione a destra e sinistra della strada che conduceva a Vellettri — Il terzo reggimento di linea appartenente anche alla vanguardia — rimase parte in collonna di riserva sulla strada, ed alcune compagnie scaglionate destra e sinistra nelle vigne laterali che dominavano la stessa strada incassata — Due pezzi d'artiglieria furon collocati in dietro del terzo reggimento, su d'una posizione dominante — e che infilava la strada — La cavalleria di Masina, parte in avanti come esploratori, e parte in riserva —

Il nemico avea fatto marciare verso Napoli, per la via Appia, i bagagli, e la grossa artiglieria — ma avendo ancora la maggior parte delle sue forze in Vellettri — e informato del piccolo numero delle nostre che le stavano a fronte — volle almeno tentare una riconoscenza — Fece avanzare quindi una collonna sulla strada, alla nostra direzione, sostenuta e coadjuvata da forti linee di tiratori sui fianchi nelle vigne — ed attaccò i nostri avamposti — che spinse con molta furia, e rovesciò sul grosso nostro —

Una vanguardia della sua cavalleria, aveva caricato, per la strada, i pochi cavalieri nostri che si trovavano sulla stessa in esploratori — e per sostenerli io feci caricare i cavalieri nemici dalla piccola nostra riserva di cavalleria — che bravamente li rispinsero — Ma giunta questa sul ciglione della collina, nella stessa strada, s'incontrò colla testa di collonna principale, che spuntava marciando contro di noi; e naturalmente retrocesse ricaricata dai cavalieri Borbonici — Siccome i nostri cavalli eran per la maggior parte giovani, e non aguerriti essi vennero in dietro in tutta furia; ciocchè sembrandomi poco decente, in presenza di tanti amici e nemici — io commisi l'imprudenza d'attraversar il mio cavallo per frenar la carriera dei nostri — e così fecero alcuni ajutanti miei ed il mio prode nero assistente Andrea Aguiar —

In un momento nel sito da me occupato — si vide un mucchio d'uomini e cavalli rovesciati — Incapaci di frenare i loro cavalli, i cavalieri nostri — diedero con tanta furia su di noi, che ci rovesciarono, e caddero loro stessi, formando così un monticino informe in quella strada incassata — ove sarebbe stato impossibile ad un solo fante di transitare — tanto era ingombra —

I cavalieri nemici giunsero a sciabolarci — e fummo salvati dalla confusione in cui ci trovavamo — Subito dopo poi, i legionari nostri schierati nelle vigne destra e sinistra della strada — alla voce dei loro ufficiali — caricarono energicamente il nemico, lo respinsero, e ci tolsero da quel desolante impiccio — Una compagnia di ragazzi che avevo alla mia destra — vedendomi caduto, si scagliarono sui nemici da furibondi — Io credo: dovetti, principalmente, la mia salvezza a quei valorosi giovani — poichè, essendomi passati, cavalieri e cavalli sul corpo, io n'ero rimasto contuso al punto di non potermi movere —

Rialzato finalmente con molta fatica, io mi tastavo le membra per sentire, se ve n'era alcuno rotto —

La carica dei nostri, sulla destra ch'era la dominante — e quindi la chiave della posizione — condotta dai prodi Masina e Daverio — fu spinta con tanto impeto, che poco mancò, non entrassero i nostri mischiati ai nemici dentro Vellettri —

Più vicini alla città, io potei assicurarmi vieppiù, che le disposizioni del nemico, erano per la ritirata — Oltre alle notizie ch'io avevo raccolto — della marcia del bagaglio e grossa artiglieria — vedevo chiaramente la cavalleria nemica, ordinata in scaglioni — al di là di Vellettri, lateralmente alla via Appia — cioè su di quella per cui doveva ritirarsi.

Fratanto io inviavo rapporto d'ogni cosa al generale in capo — ma sventuratamente trovavasi il corpo d'esercito nostro, trattenuto in dietro, verso Zaccarolo — aspettando i viveri che tardavano a giungere da Roma — Io all'incontro — avevo fatto mangiar la gente, cammin facendo — avendo fatto ammazzare dei bovi — che si trovavano in abbondanza, nelle ricche tenute contigue appartenenti a cardinali[75] —

Finalmente il generale in capo — e le prime teste di collonne nostre, giunsero verso le 4 p.m. — avendo noi combattutto nelle prime ore del giorno —

Molto durai a far credere alla ritirata del nemico — ma invano — Nonostante il generale Roselli — ordinò al suo arrivo un attacco di riconoscenza — e fece, dopo, prendere alla truppa, le disposizioni idonee per l'assalto nella mattina seguente — Ma il nemico trovò a proposito di non aspettare il nostro comodo — e sgombrò Vellettri nella notte — facendo scalzare i soldati — e fasciare le ruote dei cannoni — per poter ritirarsi con più silenzio —

All'alba si seppe: esser la città sgombra — e dalle alture di questa — scoprivasi il nemico ritirandosi velocemente per la via Appia verso Terracina e Napoli — Da Vellettri il corpo nostro principale si ritirò a Roma — col generale in capo — ed io ebbi ordine da questo d'invadere lo Stato Napoletano, per la via d'Anagni, Frosinone, Ceprano, e Rocca d'Arce, ove giunsi coi bersaglieri Manara che facevano la vanguardia — Il reggimento Masi, la legione Italiana, e poca cavalleria seguivano il movimento —

Il prode collonnello Manara, che faceva la vanguardia co' suoi bersaglieri, perseguì il generai Viale che comandava un corpo di nemici — e che non si fermò un sol momento, per riconoscere chi lo perseguiva. A Rocca d'Arce, ci giunsero varie deputazioni de' paesi circonvicini — che venivano a salutarci quali liberatori — ed a sollecitare l'entrata nostra nel regno, ove promettevano generale simpatia ed adesione.

Vi sono dei momenti decisivi nella vita de' popoli — come in quella degli individui — e codesta fu occasione solenne e decisiva — Vi voleva del genio —

Io opinavo, e mi preparavo a seguire per S. Germano, ove saressimo giunti con poca fatica, e nessun ostacolo — Là nel cuore degli Stati borbonici — alle spalle degli Abruzzi — le di cui forti popolazioni — erano dispostissime a pronunciarsi per noi —

La buona volontà delle popolazioni — la demoralizzazione dell'esercito nemico, battutto in due incontri — e che sapevo in disposizione di scioglimento — desiderando i soldati tornare alle loro case — l'ardore de' miei giovani militi, vittoriosi in tutte le pugne sin lì combattutte — e disposti perciò a battersi come leoni, senza contare il numero de' nemici — la Sicilia non doma ancora — incorata dalle sconfitte de' suoi oppressori — Tutto infine, presagiva molta probabilità di successo, nello spingersi audacemente avanti — Ebbene un ordine del governo Romano ci richiamava a Roma — minacciata nuovamente dai Francesi — Per palliare tale atto d'intempestiva debolezza — e tale errore — mi si lasciava l'arbitrio, tornando a Roma di costeggiare gli Abruzzi —!

Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino in 1848, dopo la capitolazione di Milano — e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera — ma me li faceva disertare, anche dopo la vittoria di Luino — facendomi dire da Medici: che loro avrebbero fatto meglio! Se colui che dietro il mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina — Se egli, poi, non so per qual motivo, mi facea marciare a Vellettri — agli ordine del generale in capo Roselli — Se Mazzini infine, il di cui voto era assolutamente incontestabile — nel Triumvirato — avesse voluto capire: che anch'io dovevo sapere qualche cosa di guerra — avrebbe potuto lasciarlo il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell'impresa seconda, come lo era stato della prima — e lasciarmi invadere il regno Napoletano il di cui esercito sconfitto trovavasi nell'impossibilità di rifarsi — e le di cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte — Che cambiamento di condizioni! Che avvenire — presentavansi davanti all'Italia, non ancora scoraggita dall'invasione straniera!

In vece di ciò, egli chiama le forze tutte dello stato, dalla frontiera borbonica a Bologna — e le riconcentra su Roma, per presentarle così in un solo boccone al tiranno della Senna — a cui se non bastavano i suoi quaranta milla uomini ne avrebbe mandato cento milla, per annientarci in una volta sola —

Chi conosce Roma, e le sue diciotto miglia di mura, sa molto bene: esser impossibile difenderla con poche forze, contro un esercito superiore in numero ed in ogni specie di materiale di guerra — com'erano i Francesi nel 1849 —

Non, tutte alla difesa della capitale — dovevano dunque impiegarsi le forze dell'esercito Romano — ma internarne la maggior parte nelle posizioni inespugnabili di cui abbonda lo stato — chiamare le popolazioni tutte alle armi — lasciarmi continuare la mia marcia vittoriosa nel cuore del regno — e finalmente dopo d'aver mandato fuori, quanto si poteva — i mezzi di difesa — uscire lo stesso governo, e stabilirsi in situazione centrale, e difendibile —

È vero: che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di salute publica contro l'elemento prete — che non si presero — e che si lasciò, per dei riguardi malintesi, onnipotente a congiurare, tramare, e finalmente contribuire alla caduta della Republica — ed alle sventure d'Italia —

¿Chi sa quali sarebbero stati i risultati delle misure salvatrici suddette? Cadendo, se cader si doveva — saressimo caduti almeno, dopo d'aver fatto il possibile, il dovere — e certamente dopo l'Ungheria e Venezia!

Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d'Arce, vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale — e prevedendo inevitabile rovina — io chiesi la dittattura — e chiesi la dittattura, come in certi casi della mia vita, avevo chiesto il timone d'una barca — che la tempesta spingeva contro i frangenti —

Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati! Però, il 3 giugno cioè pochi giorni dopo — quando il nemico che li aveva illusi — s'era impadronito delle posizioni dominanti la città — e che noi tentavamo — ma inutilmente — di riprendere, a costo di prezioso sangue — allora dico: il capo dei triumviri — mi scriveva: offrendomi il posto di generale in capo — Io ero impegnato al posto d'onore, e trovai bene di ringraziarlo — e continuare nella sanguinosa bisogna di quell'infausta giornata.