Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 18
Intanto gli Svizzeri pontifici prendevano posizioni militari sulla frontiera opposta — con tutte le misure di resistenza contro un tentato passaggio — ma umiliati dall'atto vergognoso del loro governo imbecille. La situazione nostra nelle Filigari, non era tenibile per molti giorni — non v'era altro rimedio che mutarla — Tornare indietro sulla Toscana, io avevo letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco — nella quale si raccomandava di liberarsi di noi, al più presto — e sarebbe stato d'uopo: umiliarsi, od ostilizzare. Proseguire sul territorio Romano, bisognava combattere chi era lì preparato per vietarcelo — A che scellerata perplessità ci tenevano i governanti su cui speravano gl'italiani la loro liberazione! Eppure — noi avevimo varcato l'Atlantico — poveri sì, perchè avevamo rifiutato le richezze —[72] — ma col solo oggetto di offrire la nostra vita all'Italia! — Scevri da qualunque interessato proposito — pronti a sacrificare al nostro paese, anche i principï politici — e servire, per servirlo, anche chi non meritava la fiducia nostra, per antecedenti infami!
I nomi di Guerrazzi, di Pio, erano venerati allora nell'anima nostra — eppure lì, nella neve — privi d'alimento — essi tenevano nell'angoscia, quel pugno di giovani veterani — le di cui ossa dovevano ben presto seminarsi, sulla terra delle sventure! alla difesa di Roma contro lo straniero — colla disperazione — morendo — di poterla redimere!
Il popolo di Bologna seppe di noi — e sdegnossi per i scellerati procedimenti — Bologna è città che non si sdegna invano — e ben lo sanno gli Austriaci e se ne spaventarono i papalini governanti — Mi fu quindi concesso di giungere in quella città per abboccarmi col generale Latour comandante delle forze Svizzere al servizio del papa — Ed al generale Latour — mentre stava al balcone del suo palazzo, i Bolognesi gridarono: «O i nostri fratelli qui — o voi giù da quel balcone»
Io giungeva a Bologna, tra le acclamazioni di quel generoso popolo — ch'ero obbligato a calmare perchè deciso di disfarsi da stranieri e retrogradi —
Si patteggiava con Latour in Bologna, il passaggio nostro per le Romagne verso Ravenna — ove dovevamo imbarcarci per Venezia —
Io raccomandavo a Latour di accelerare, e prestar sussidi ad una compagnia Mantovana partita da Genova coll'intenzione di riunirsi a noi. In un abboccamento con Zucchi, avevo ottenuto pure di aumentare la forza con volontari Romagnoli — e partirono alcuni comandati da un capitano Bazzani, Modenese, per ragiungerci a Ravenna —
In tale circostanza vidi a Bologna, per la prima volta, il valorosissimo Angelo Masina, il quale bisognava vedere una volta sola per amare ed apprezzarlo — Masina, dopo la ritirata della divisione Romana dalla Lombardia, ove aveva combattutto da prode, era rimasto a Bologna, o nelle vicinanze — Ora, egli trovavasi alla testa di quei popolani Bolognesi, che avevano liberata, eroïcamente la loro città dagli Austriaci, nel passato 8 Agosto — e ne temperava lo sdegno eccitatto dalla viltà e tradimento dei preti e retrogradi —
Egli, nello stesso tempo, dando sfogo all'ardentissimo genio, riuniva cavalli ed uomini — parte a proprie spese — ed organizzava una compagnia di lancieri — che potevano eccitar l'invidia di qualunque milizia, per la bellezza del personale, l'elegante uniforme, ed il valore.
Potente d'individuale prestigio, egli infiammava o conteneva il popolo — Certo, lui ed il padre Gavazzi avevano influito assai sui Bolognesi, ed avean contribuito alla nostra liberazione dalle Filigari — Masina, era, in quell'epoca, destinato lui pure per Venezia — stanco d'inerte esistenza — e spinto in parte da' fautori dello straniero, e dai preti — Ed in Comacchio, egli faceva i suoi preparativi di passaggio verso la regina dell'Adriatico.
Intanto colla gente, in numero di circa cento e cinquanta, io giungevo in Ravenna — e mi si riuniva Bazzani con cinquanta reclute —
In Ravenna ebbimo nuovamente da altercare col governo prete — Le convenzioni passate in Bologna con Zucchi, erano state di aspettare nella prima città l'arrivo de' Mantovani — per di lì imbarcarsi tutti per Venezia — ma la diffidenza e la paura ch'eccitavano i miei pochi compagni male armati, e peggio vestiti, era tale da ispirare l'ardente desiderio nei preti, di sbarazzarsi di noi al più presto.
Latour dopo alcune raggiri di parole, mi significò d'imbarcarmi immediatamente — Io risposi: che non m'imbarcherei senonchè, quando sarebbe arrivata la gente che aspettavo... Si fecero delle minaccie per parte dei papalini — e siccome i Ravennati come i Bolognesi — è certa gente — cui le minaccie impongono poco — quella coraggiosa popolazione preparò armi e munizioni, per riunirsi a noi, in caso di violenze.
«La paura reciproca governa il mondo» diceva un amico mio con molto buon senso: E comunque sia i popoli che hanno meno paura — sono generalmente i meno malmenati — Così successe a Ravenna — ed i prepotenti trascinatori di sciabole e di cannoni, non ardirono — con un migliajo di aguerriti soldati — misurarsi con pochi poveri e quasi inermi amatori d'Italia —
La situazione di Masina in Comacchio, era consimile — La forza del papa voleva obligarlo, ad imbarcarsi precipitosamente; e lui, per poterlo fare a suo agio — e combinare la sua marcia con noi, resisteva alle intimazioni violenti, e coll'ajuto della popolazione capitanata dal prode Nino Bonnet si poneva in istato di difesa imponente — E così anche a Comacchio trionfò la giustizia giusta[73] «Ajutati, che Dio ti ajuterà» Oggi, fo pompa di proverbi — me la perdoneranno, coloro che avranno la pazienza di leggermi. E qui per dovere storico mi tocca accennare ad uno di quegli uomini — cui l'Italia della monarchia e dei preti, innalza monumenti — Erano le cose, nello stato su descritto — quando una daga Romana, cambiava il nostro destino — da proscritti, ci faceva acquistare il diritto di cittadinanza, e ci apriva un asilo sul continente —
Discepolo di Beccaria io sono nemico della pena di morte — e biasimo quindi, la daga di Bruto — il patibolo, che in luogo di mostrare penzolone il Nano ministro di Luigi Filippo — che ben lo meriterebbe — ci presenta il modesto cadavere d'un figlio di Parigi — che anelava i suoi diritti — ed infine il terribile rogo — che per se solo basta a provare esser il prete emanazione dell'Inferno —
Comunque, gli Armodi, i Pelopidas, ed i Bruti che liberarono la loro patria da tiranni — non sono poi mostrati dalla storia antica, con colori sì sudici — come i moderni mangiatori di popoli — vorrebbero far comparire, chi tastò le coste al Duca di Parma — Borbone di Napoli, ecc.
Erano dunque le cose nostre deplorevoli — siccome le abbiamo anteriormente descritte — ed una daga Romana ci fece degni — non più di proscrizione — ma di appartenere all'esercito di Roma —
La vecchia metropoli del mondo — degna in quel giorno della gloria antica, si liberava d'un satellite della tirannide — il più temibile, e bagnava del suo sangue i marmorei gradini del Campidoglio — Un giovine Romano avea ritrovato il ferro di Marco Bruto!
Lo spavento della morte di Rossi[74] aveva annientato i nostri persecutori — e non si fece più parola della nostra partenza —
Roma, l'Italia non ottenevano lo stato politico desiderato colla morte del ministro del papa; ma si migliorava almeno la condizione di Roma — al punto di vista della libertà Italiana — di cui il papato, spogliato della sua maschera di riformatore — fu, è, e ne sarà sempre il mortale nemico — Per noi poi — oggetto spaventoso di repulsione alla corte Romana — comunque fosse — per paura di chi restava dopo la morte di Rossi — soffribile diventò la nostra presenza nella penisola —
Quel colpo di daga, annunziava ai patteggiatori collo straniero, che il popolo li conosceva — e che non voleva ritornare al servaggio — ove gli stessi tentavano di ricondurlo, con menzogne e con tradimenti —
CAPITOLO VI.
Nello Stato Romano, ed arrivo in Roma.
Colla morte di Rossi, capirono i governanti di Roma, che non impunemente, si calpesterebbero i diritti, e la volontà della nazione —
Chiamaronsi uomini meno impopolari al ministero — e fu concessa la permanenza nostra sul territorio Romano — Non cessò però la stessa diffidenza in cui eravamo tenuti — e quantunque annessi all'esercito Romano — tardamente si provvedeva al nostro sussidio, al destino nostro, e massime al nostro armamento, ed ai capoti, indispensabili nel forte dell'inverno già ben vicino —
In Ravenna erano giunti gli aspettatti Mantovani — Masina erasi riunito a noi, colla poca ma bella sua cavalleria — e formavano un personale di circa quattrocento uomini — non complettamente armati, la maggior parte senza uniformi — e malvestiti, o pochissimo —
Il municipio di Ravenna da cui eravamo mantenuti, mi fece sentire: che sarebbe meglio, dividere tale carico con altre città, e perciò cambiare alternativamente di soggiorno — Così successe — e lasciammo, dopo una permanenza di venti giorni circa, quella simpatica e generosa popolazione —
Io testimoniai in Ravenna, nel mio breve soggiorno, uno spettacolo unico e ben consolante — ciocchè non avea veduto in nessuna delle città nostre percorse antecedentemente — Vidi, nell'antica capitale dell'Esarcato, una concordia fra le classi diverse dei cittadini — veramente incantevole — La concordia perfetta fra i ceti diversi d'una città Italiana è la Fenice! è il perno della libertà e dell'indipendenza della patria, quando estesa generalmente — ed il suo difetto, non dubito: sia l'origine delle sventure e dell'abbassamento nostro —
Essa mi sembrava, per ventura di cotesti cittadini — annidata accanto al mausoleo di Dante — sotto l'egide del collosso dei nostri grandi! Là non v'era un circolo popolare, uno Italiano — nazionale l'altro — una società di qui, ed una società di là avendo tutte e tutti, la loro chiesetta — il loro stato maggiore — interessati tutti a primeggiare, ed a non intendersi cogli altri — No! vi era un circolo solo, di tutti i cittadini composto; un'opinione sola dal nobile al plebeo — dal ricco al povero — Anelavano tutti la redenzione della patria — dallo straniero, senza occuparsi momentaneamente della forma di governo — quistione che avrebbe potuto complicare in quei giorni la situazione e distogliere l'attenzione generale dalla meta principale —
Ho sperimentato i Ravennati — esser gente di poche parole — ma di fatti — e credo possibile il fatto seguente narratomi nella loro città:
Appariva una spia in Ravenna — in pien meriggio, in mezzo alla folla, lo colpiva una fucilata — il feritore ritiravasi tranquillamente — non fuggiva, poichè altra spia non si sarebbe trovata — ed il cadavere maledetto rimaneva d'esempio alle moltitudini —
Lasciammo Ravenna e soggiornammo in varie città delle Romagne ben accolti dal popolo e mantenuti dai municipï —
In Cesena lasciai la gente, e mi diressi a Roma per abboccarmi col ministro della guerra — onde sistemare l'esistenza nostra vagabonda ed importuna —
Seppi allora la fuga del papa — e col ministro Campello, si regolò: che la legione Italiana (questo fu il nome del corpo da me comandato in America, ed in Italia), apparterrebbe all'esercito Romano — che sarebbe perciò provveduto del necessario e diretto su Roma — onde complettarsi ed ultimare la sua organizzazione — Scrissi quindi al maggiore Marrocchetti, che avevo lasciato al comando del corpo, che procedesse verso Roma, ed io marciai al suo incontro —
Dalla mia separazione dal corpo in Cesena — era successa una catastrofe nello stesso: La morte di Tommaso Risso — sensibilissima perdita — tanto più, perchè cagionata dalla discordia tra valorosi Italiani, ed eseguita dalla mano d'un fratello!
In un alterco, Risso avea battutto Ramorino di frusta — ed un duello era divenuto inevitabile — Io, certo, avrei cacciato dalla legione, l'ufficiale che si fosse lasciato battere da chicchessia — e Ramorino, non era giovane da sopportare un insulto come quello ricevuto — Conosciuto il fatto, io rimasi freddo con ambi — ma col presentimento di sciagure — Avrei cancellato col mio sangue, la vergogna del compagno valoroso, ma non era fattibile!
Partivo da Cesena per Roma — e Tommaso Risso ch'io avevo freddamente tratatto contro il mio solito — si avvicinò alla vettura e mi strinse la mano... mi sembrò di stringere la mano d'un cadavere! Il pressentimento della morte del mio amico — non mi abbandonò durante il viaggio — e quella notizia inviatami, mi addolorò, ma non mi sorprese — Si erano battutti fuori di Cesena — e Ramorino aveva ucciso Risso.
Era Tommaso Risso una di quelle nature predilette, «Fiera natura» dicea una donna Italiana, innamorata di lui: — Nella infanzia avea abbracciato la carriera della marina, e giunto nel Rio della Plata — sbarcossi in Montevideo, prese la campagna — e vi trovò dell'occupazione, in uno stabilimento, di quelle contrade chiamato _Estancia_, assolutamente pastorizio — ed ove l'intiera vita si passa a cavallo — Egli s'era assuefatto intieramente agli usi di quel popolo cavalleresco — e di costituzione svelta e robusta — egli domava un puledro, a pari del _gauccio_, e si batteva con qualunque degli indigeni _coltello alla mano_ — come il primo di loro — ed il suo nome era pronunciato con rispetto tra i forti figli delle _Pampas_ —
Nelle guerre perenni tra i popoli del Plata, aveva Risso combattutto nelle fila dei Montevideani, e creato ufficiale per la di lui bravura — servì valorosamente nella legione Italiana — e tra i molti combattimenti sostenuti — in uno delli stessi ricevette tale ferita nel collo da ammazzare un rinoceronte — Sanò miracolosamente di quella ferita; ma dal risultato della stessa, e di tante altre di cui aveva il corpo solcato — era rimasto colle braccia, quasi paralizzate —
Poco o nulla era l'istruzione letteraria di Tommaso — ma supplivalo tale intelligenza naturale, da farlo capace di qualunque carica — Egli avea comandato i vapori sul Lago Maggiore, e disimpegnatosi a meraviglia della difficile incombenza — Gelosissimo dell'onore Italiano — egli si sarebbe battutto col diavolo, se questo lo avesse voluto macchiare — Era con tutte le qualità che fanno il capopopolo: forte, ben disposto, generoso, le moltitudini erano il suo elemento — ed era capace di quietarle — quando esaltate — o di suscitarle e condurle all'eroïsmo col gesto, ed il maschio suono della sua voce —
Fu la morte di Risso, un doloroso avvenimento per i suoi compagni, e dolorosissimo per lui, di non poter spargere il suo sangue sui campi di battaglia per l'Italia ch'egli avea idolatrato.
Serbi Cesena i resti del prode campione della libertà patria, e lo ricordino qualche volta i suoi cittadini, coll'affetto e la stima che meritava!
Giunsi a Fuligno, e vi trovai la legione — ma nello stesso tempo ricevetti ordine dal governo di marciare con essa al porto di Fermo onde guarnire quel punto — che nessuno minacciava — e ciò mi provò non cessate le diffidenze dei nuovi governanti — e la volontà di questi di tenerci lontani da Roma —
Le mie osservazioni: che la gente mancava di capotti indispensabili per ripassare gli Apennini coperti di neve — non valsero, e fu forza tornare indietro, ripassare il Colfierito, e recarsi verso Fermo.
Io mi capacitai, naturalmente dell'intenzione del governo — ed il motivo del nostro invio al punto suddetto, altro non era, che allontanarci dalla capitale, ove si temeva il contatto, di gente, tenuta per essenzialmente rivoluzionaria, colla popolazione Romana allora disposta di far valere i suoi diritti — Mi corroborava in tale opinione l'ingiunzione del ministro della guerra: di non oltrepassare nella legione, il numero di 500 —
In Roma dominava sempre lo stesso spirito, che avea retto Milano, e che reggeva Firenze — l'Italia non avea bisogno di militi, ma di oratori e patteggiatori — dei quali si poteva dire, ciocchè Alfieri diceva degli aristocrati: «Or superbi, or umili, infami sempre» — e di cotesti oratori massime — il nostro povero paese, non ne difetta in nessun tempo — Ed il despotismo avea cesso, per un momento, le redini della cosa publica, ai ciarloni per uccellare, ed addormentare il popolo colla quasi certezza che cotesti papagalli faciliterebbe la via alla tremenda reazione — che si preparava in tutta la penisola —
Rivalicavasi dunque l'Apennino per la terza volta, sprovvisti i miei poveri compagni d'un capotto nel forte dell'inverno — in dicembre — 1848 — e tra i mali che infierirono contro di noi — e che ci tormentavano nel nostro povero paese — non i minori furono le calunnie della parte prete — di cui il veleno nascosto come quello del rettile, come quello mortale — s'era propagato tra le popolazioni ignoranti — e ci avea dipinti coi colori i più orribili — Secondo i negromanti, noi erimo gente capaci d'ogni specie di violenze, sulle proprietà, sulle famiglie — scapestrati senza ombra di disciplina — e perciò temuto il nostro avvicinamento, come quello dei lupi — o degli assassini —
L'impressione però era sempre cambiata alla vista della bella gioventù educata che mi accompagnava — quasi tutto elemento cittadino e culto — poichè ben si conosce: che tra i corpo volontari ch'ebbi l'onore di comandare in Italia, l'elemento contadino è mancato sempre, per cura dei reverendi ministri della menzogna — I miei militi appartenevano quasi tutti a famiglie distinte delle diverse provincie Italiane.
È vero che non mancarono tra i miei volontari, alcuni malandrini in tutte le epoche, intrusi furtivamente, o tra noi mandati dalle polizie o dai preti — per suscitarvi dei disordini e delitti — e così screditare il corpo — ma, questi difficilmente duravano — e sfuggivano al castigo che li colpiva subito — Cotesti malfattori erano svelati dagli stessi volontari — gelosi dell'onore della legione —
Nel transito della legione dalle Romagne nell'Umbria, erasi saputo che i Maceratesi, temendo il nostro passagio per la loro città, avevano significato: che chiuderebbero le porte — ma nel ritorno — cioè nella marcia per porto di Fermo — meglio informati e pentiti della loro ingiusta risoluzione — mi fecero avvertito, che bramavano una nostra visita, per provarci l'inganno in cui furono trascinati la prima volta —
Fu rigorosissimo il tempo nel nostro passaggio sull'Apennino — e molto vi sofferse la gente — ma l'accoglienza ricevuta in Macerata, fu una festa che ci risarcì dalle pene sofferte —
I Maceratesi non solo ci accolsero come fratelli — ma ci supplicarono a rimanere nella loro città — sino a nuova disposizione del governo; e siccome il nostro destino a porto di Fermo — non avea altro oggetto, che lo allontanarci da Roma — Ora che ci trovavamo coll'Apennino tra noi e la metropoli — non fu difficile al popolo di Macerata, l'ottenere la permanenza nostra in quella città.
In Macerata si trattò di vestire la gente — e grazie alla buona volontà degli abitanti, ed alle somministrazioni del ministero — vi si pervenne quasi complettamente — In quello stesso tempo, si procedette alle elezioni dei deputati alla Costituente — ed i nostri militi furono chiamati al voto —
I deputati alla Costituente!..... E fu spettacolo imponente quello dei figli di Roma, chiamati nuovamente ai Comizi — dopo tanti secoli di servaggio e di prostrazione, sotto il giogo nefando dell'impero, e del più vergognoso ancora della teocrazia papale! Senza tumulti, senza passioni, fuori di quelle per la libertà — per la patria redenta! Senza venalità — senza prefetti o birri che violentassero la libera votazione delle genti — si eseguì la sacra funzione del plebiscito — e non vi fu l'esempio nello stato di un voto compro — di un cittadino che si prostituisse al padronaggio del potente —
I discendenti del gran popolo, mostrarono il discernimento degli avi, sulla scelta dei loro rappresentanti — ed elessero tali uomini da onorare l'umanità in qualunque parte del mondo! Uomini il coraggio dei quali non cedeva a quello del senato antico — o dei moderni dell'Elvezia, e della terra di Washington! Ma l'odio, la gelosia, la paura della moderna canaglia dei potentati e dei preti, non dormivano — e spaventati dal rinascimento della temibile, rossa dominatrice — essi si collegarono subito per recidere i ricomparsi germogli di lei — quando teneri ancora ed incapaci di seria resistenza —
Abbi speranza Italia! e nel periodo di afflizioni, ove codardamente t'han tenuto, e ti tengono tuffata — i prepotenti di fuori ed i ladri di dentro — non perderti di fiducia — non è tutta morta la bella gioventù che ti adornava sulle barricate di Brescia, Milano, Casale — al ponte del Mincio — sui baluardi di Venezia — di Bologna, d'Ancona, di Palermo — nelle strade di Napoli, di Messina, di Livorno — là sul Gianicolo, e nel Foro della vecchia capitale del mondo!
Essa è sparsa sulla superficie del globo — dall'uno all'altro emisfero — ma tutta palpitante d'un amore per te, che non ha uguale — e per la redenzione tua — che non capiscono, i freddi speculatori, e patteggiatori delle tue membra e del tuo sangue — e che non capiranno senonchè il giorno del lavacro delle sozzure con cui t'hanno contaminato!
Non perderti di fiducia! Essa incanutita oggi sotto il sole cocente delle battaglie — apparirà alla vanguardia della tua nuova generazione — cresciuta all'odio, ed alle fucilate del prete e dello straniero — ringagliardita dal ricordo di tanti oltraggi — e dalla vendetta dei tanti patimenti sofferti nel carcere e nell'esiglio —
L'Italiano non si alletta nel bel clima straniero — coi vezzi della gentile straniera — non si trapianta per sempre in altra terra, come i figli del Settentrione — Egli vegeta, passeggia, tetro meditabondo sulla terra altrui — ma giammai l'abbandona la brama di rivedere il suo paese bellissimo — e di combattere per redimerlo!
Nessuno sa la durata del periodo di degradazione in cui ti ravvolgi Italia! Ma tutti ben sanno: che non lontana è l'ora solenne del risorgimento!
1849.
CAPITOLO VII.
Proclamazione della Republica, e marcia su Roma.
Soggiornammo in Macerata, sin verso la fine di Gennajo — da dove partimmo per Rieti, con ordine di guarnire quella città; la legione marciò a quella volta per il Colfiorito; ed io per la via di Ascoli, e la valle del Tronto, con tre compagni per percorrere ed osservare, la frontiera Napoletana —
Valicammo gli Apennini, per le scoscese alture della Sibilla — la neve imperversava — e mi assalirono i dolori reumatici, che scemarono tutto il pittoresco del mio viaggio —
Vidi le robuste popolazioni della montagna, e fummo bene accolti, festeggiati dovunque — e scortati da loro con entusiasmo — Quei dirupi risuonavano dagli evviva alla libertà Italiana — e da lì a pochi giorni — quel forte ed energico popolo — corrotto, e messo su dai preti sollevavasi contro la Republica Romana — ed armavasi colle armi somministrate dai neri traditori per combatterla —
Giunsi in Rieti, ove si ultimò di vestire la legione; ma fu impossibile ottenere i fucili per complettare il suo armamento — ed io vedendo inutile qualunque richiesta — mi decisi a far fabbricare lancie, per provvederne i disarmati.
In Rieti si riunirono a noi, Daverio, Ugo Bassi, ed alcuni buoni militi, tra cui i due fratelli Molina, e Ruggiero, che tanto si distinsero poi, come ufficiali nei vari combattimenti sostenuti dalla legione —
Aumentava il corpo, mentre organizzavasi alla meglio; ma il ministero di Roma non voleva militi; e nella stessa guisa, con cui avea limitato il numero dei legionari a 500 — ora m'intimava di non oltrepassare i 1000 — dimodocchè, avendone già alcuni di più, fui obligato di menomare il misero soldo — compresi anche gli ufficiali — per mantenere tutti — Un solo lamento per ciò non s'intese nelle fila dei prodi miei fratelli d'armi.
Si approfittò della stazione in Rieti per l'istruzione dei legionari — e si presero alcune misure di difesa alla frontiera, per guardarla contro i tentativi del Borbone, già smascherato, ed in aperta reazione contro la libertà Italiana —