Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 17

Chapter 173,598 wordsPublic domain

Da Lugano, alla notizia dell'armistizio, ci giunse Daverio, inviato da Mazzini, con promesse d'assisterci in uomini e mezzi, per ritentar la prova — e fu formaggio sui maccheroni —

Eranvi, sul lago Maggiore, due vapori — impiegati per commercio e passeggieri, tra l'Italia e la Svizzera — e la prima idea fu naturalmente d'impossessarsi di quei vapori per agevolarci il traslato — Ad Arona aprodavano periodicamente, ed era il punto più prossimo a noi; in una marcia di notte fummo in Arona — e padroni d'uno di quei piroscafi, l'altro giunse nella giornata ed ebbe la stessa sorte — Un numero proporzionato di barche, ricevette cavalli, materiali, e parte della fanteria; i due piccoli cannoni furono collocati a bordo dei vapori — Diede la municipalità d'Arona, il richiesto, in fondi e viveri — e presimo la direzione per Luino, trascinando coi piroscafi tutte le barche cariche —

Fu pure commovente spettacolo la marcia nostra, lunghesso la costa occidentale del magnifico lago —: Una gran parte delle famiglie Lombarde, emigrate dalle loro case, avevano scelto la loro residenza su cotesta pittoresca sponda, una delle più belle del mondo — Conscie del nostro proposito, ci salutavano dovunque, con bandiere, fazzoletti, panni, ed evviva di giubilo —

Scorgevansi quelle bellissime nostre donne — sporgenti dai balconi delle case — con quei volti graziosissimi — così animate — come se avessero voluto volare per ragiungere i prodi che non disperavano di strappare all'oppressore i focolari loro —

Noi rispondevamo agli evviva degli amati concittadini ed erimo orgogliosi certamente del loro plauso — e della risoluzione nostra.

Traversammo il lago, e giunsimo a Luino — ove sbarcammo in numero di ottocento uomini circa, pochi cavalli, e lasciando a bordo dei vapori comandati da Tommaso Risso i due cannoni.

All'altro giorno, mentre eravamo in disposizione di moversi dalla Becaccia (Albergo in Luino), per internarsi nel Varesotto — seppi che una collonna Austriaca si avanzava verso di noi, per la strada maggiore da mezzogiorno.

Essendo già, la collonna nostra, internata in un sentiero che conduce pure a Varese per scorciatoja, feci retrocedere immediatamente la coda della collonna, ed ordinai ad una compagnia di retroguardia, che riprendesse la suddetta posizione della Becaccia — co' circuiti per impedirne la possessione al nemico — Ma fu tardi; già giunti in forze a quel punto — se ne impadronirono, e facilmente respinsero i pochi nostri — Divisa in tre corpi era la piccola nostra collonna — e ristretta nell'angosto sentiero — nell'impossibilità di spiegarsi, ed aver altra ordinanza, senonchè quella di fianco; per esser lo stesso incassato tra alte rupi — ma ritornando verso la Becaccia, eravi più spazio — e vi si potevano schierare in collonna per sezioni, il terzo ed il secondo corpo —

Io consideravo l'Albergo, qual chiave della posizione, e quindi obbiettivo del campo di battaglia — di cui bisognava impadronirsi — o se no, abbandonare il campo coll'apparenza d'una sconfitta —

La Becaccia aveva una forte casa, vari recinti, ed attorniata da una quantità di siepi, e pile di legna tuttociò in potere del nemico, e che bisognava conquistare. Era d'uopo quindi caricar la posizione risolutamente ed il terzo corpo assaltò per scaglioni — che ad onta degli sforzi del maggiore Marrocchetti che lo comandava, e dei suoi ufficiali — fu respinto —

Il secondo corpo, de' bersaglieri Pavesi, comandato del Maggiore Angelo Pegurini, ebbe ordine di caricare — e fratanto il Capitano Coccelli, arrampicandosi colla sua compagnia, sopra un muro alla sinistra nostra — appariva sul fianco destro del nemico —

I Pavesi, caricavano coll'intrepidezza di vecchi soldati — era il primo combattimento a cui assistevano — e ad onta di cadere vari di loro — pervennero a bajonettare gli Austriaci — che stupiti da tanto valore, e dall'apparizione di Coccelli sulla loro destra volsero in completta fuga —

Con cinquanta cavalieri per perseguirli — pochi o nessuno si sarebbero salvati, di quei nemici d'Italia — I pochi uomini a cavallo ch'io avevo — tra loro gli ufficiali Bueno e Giacomo Minuto d'alto valore — erano occupati come esploratori o vedette —

Morirono alquanti Austriaci, e 37 rimasero prigionieri, con un medico[70]

Il risultato di quella vittoria, ci lasciò padroni del Varesotto, che percorremmo in ogni senso senza ostacoli — Le popolazioni di quei paesi, rialzaronsi dall'abattimento loro. ed entrammo in Varese, alle acclamazioni entusiastiche di quella buona gente —

In tale occasione, rinatami era la speranza, nutrita da tant'anni, di portare i concittadini nostri, a quella guerra di bande, che a difetto d'esercito organizzato — potrebbe preludiare all'emancipazione della patria — promovendo l'armamento generale della nazione — quando questa, avesse avuto veramente l'intima e risoluta volontà di redimersi — Distaccai perciò la compagnia del capitano Medici, composta di gioventù scelta, e varie altre, ad operare separatamente.

Ma in Luino dovevan terminarsi i successi della campagna — La capitolazione di Milano, la ritirata dell'esercito Piemontese — e l'abbandono del territorio Lombardo, dei numerosi corpi di volontari di Durando, Griffini, ecc. — avevano scoraggito le popolazioni, vi era stato bensì un barlume d'entusiasmo al nostro riaparire e colla pugna felice di Luino — ma lo sconforto ripigliava alla vista del piccolo nostro numero — ed alla diserzione dei nostri militi, fomentata da coloro stessi che da Lugano ci avean promesso sussidi e gente!

Medici dopo d'aver fatto il possibile, e battuttossi coraggiosamente con un corpo superiore di nemici, era stato obligato di passare in Svizzera — Degli altri distaccamenti non merita far menzione —

Fratanto ingrossavano gli Austriaci in ogni direzione — e non vergognavansi di mandar forze imponenti, contro un pugno di volontari Italiani — Stettimo poco in Varese, e vari giorni nelle vicinanze — gambettando per non incontrare i nemici, sempre a noi superiori — e giornalmente aumentando —

Nei dintorni di Sesto Calende, ci si riunirono un Capitano Napoletano della collonna di Durando, con alcuni uomini, e due pezzi d'artiglieria di grosso calibro, che in altra circostanza, ci sarebbero stati preziosi — ma nella presente ci riuscirono di vero imbarazzo — non potendo noi misurarsi a campo aperto con sì numerosi nemici —

Feci riprender la via del Ticino al Capitano coi pezzi, e rimasero con noi, i militi pochi ma buona gente — Era necessario moversi, e cambiar di posizione, quasi ogni notte, per ingannare i nemici — che per sventura d'Italia — massime in quei tempi — trovavan sempre una massa di traditori, disposti a far loro la spia — mentre per noi, anche con pugni d'oro, era difficile sapere esattamente del nemico — Qui facevo le prime esperienze — del poco affetto della gente della campagna, per la causa nazionale. Sia per esser essa creatura e pasto di preti — sia per esser generalmente nemica dei propri padroni — che coll'invasione straniera, eran, per la maggior parte obligati ad emigrare — lasciando così i contadini ad ingrassare a loro spese —

Quindi altre fermate non si facevano — che per lasciar riposare i militi — e per raccogliere i viveri sufficienti —

Si passò, in tal guisa, alcun tempo — aspettando i nemici di giorno, in forte posizione — ove non ardivano attaccarci — E quando ingrossando, cercavano di attorniarci — si marciava di notte per altre tali posizioni — ove ordinariamente succedeva lo stesso —

In quei movimenti, che certamente richiedevano non poca pratica del paese — mi valeva immensamente il nostro Daverio — altro Anzani — nativo di quelle contrade — amato generalmente da tutte le classi — e con un'anima imperturbabile — e valorosissimo — egli qualunque cosa trovava facile, ed agevolava — Anche nel fisico, Daverio somigliava a quell'incomparabile mio fratello d'armi di Montevideo — ed avea di più, salute ferrea —

L'imponenza delle numerose truppe Austriache atterrava le popolazioni — Un abitante solo, di qualunque classe, non si riuniva a noi — e difficilmente incontravansi guide — Dalla Svizzera — da dove si sperava corressero i giovani emigrati ad incorporarsi a noi — e ci venissero somministrati dei mezzi, da chi poteva — non solo nessuno si moveva ad ingrossar la piccola nostra collonna — ma di là stesso, ci giungevano voci d'alte imprese — preparate nel quartier generale di Mazzini — che cagionavano la diserzione tra i nostri militi — quindi scoramento tra i pochi che rimanevano —

Verso Ternate, fummo rinchiusi talmente tra le collonne nemiche — che ben difficile riuscì lo scansarle — ed impossibile sarebbe stato in un terreno piano — ma la montuosità del paese ci favorì ancora, e ci salvò da certa perdita — Qui valse ancora sommamente Daverio, con alcune guide da lui trovate —

Noi marciammo verso quella collonna nemica, che più vicina ci sembrava — e risolutamente — Tra noi, e la stessa, era una valle profonda — giunta la nostra testa al basso — mentre il nemico credeva d'esser attaccato dall'altra parte — si converse a sinistra — ed un po' precipitosamente, bisogna confessarlo — ci dirigemmo verso Morazzone — lasciando il nemico alcune miglia dietro di noi — Cammin facendo si riuniva il pane, ch'era possibile trovare nei paesi circonvicini, e sul [dorso] di fachini, in gerle seguiva la collonna.

Giunti a Morazzone verso le cinque pomeridiane, si schierò la gente nella strada principale — ove doveva star di fianco per la strettezza di quella, e vi si divisero i viveri, e la paga competente, con ordine di non moversi dalle fila, e di non lasciar i fucili —

Era terminata la distribuzione — e già si era data la disposizione di marcia — Io avevo preso un pezzo di pane ed un bicchier di vino, sullo stesso banco ove si faceva la distribuzione — quando alcuni de' miei ufficiali che avevano fatto preparare del brodo vennero ad invitarmi di condividere la loro mensa — Eravamo presso porta Varese nel pianterreno d'una casa, quando repentemente si odono grida al di fuori — e precisamente nella porta suddetta — Erano gli Austriaci che entravano frammisti alle guardie nostre — che per fame o per stanchezza s'erano lasciate sorprendere — Io non so tuttora di chi fosse il tradimento o la colpa, ma certo — se non fu tradimento — fu colpa di chi doveva vigilare — Comunque, erano i nemici dentro e non distavano cinquanta passi dal sito, ove mi trovavo con una mano d'ufficiali, gli stessi che mi avevano invitato.

Cadeva la notte, e lascio pensare qual confusione nacque nella gente nostra — milizia di pochi giorni — e non troppo superiore in morale — Metter mano alla sciabola, ed uscire alla riscossa, fu mestieri, farlo in un punto e senza più riflessioni — coi pochi ma prodi ufficiali che mi accompagnavano — Tra quelli Daverio, Fabrizi, Bueno, Cogliolo, un Giusti, giovane Milanese ajutante mio, mortalmente ferito nel conflitto e poi morto — Giovane d'un valore incomparabile, e la di cui memoria, io raccomando ai miei conterranei —

Alla voce nostra fermaronsi i fuggenti — e si rivolsero a chi li perseguiva cozzandosi corpo a corpo — Vi furono alcuni momenti di mischia, di flusso e di riflusso; ma finalmente il valore Italiano la vinse — e fu respinto il nemico fuori di Morazzone — Si presero delle misure di difesa, barricando le avvenute — ed impossessandosi d'alcune case sul limitare del villaggio atte all'offesa —

Io devo menzionare un Capitano Pollaco, che con noi trovavasi con pochi suoi concittadini — e che fecero prodigi di valore — Duolmi non ricordare i nomi di quei bravi compagni — che sì brillantemente sostennero la riputazione di bravura della loro nazione —

I nemici messi fuori di Morazzone, eseguivano intanto le atroci pratiche da loro usate sempre — e particolarmente in Italia, la terra delle espiazioni, e del martirio — cioè: l'incendio — ed incendiarono senza misericordia, tutte le case intorno al paese — mentre cannonegiavano indistintamente nell'interno — l'incendio comunicavasi dall'una all'altra casa, con spaventoso frastuono e progresso — mentre le fucilate d'ambe le parti ne aumentavano il rumore —

Respinti una volta gli Austriaci — non tentarono più d'assaltarci — A noi, era impossibile d'attaccarli nelle loro posizioni; ma considerando ogni circostanza altro da fare non rimaneva che ritirarsi e tentarlo ad ogni costo — certi d'esser acerchiati da forze preponderanti nella mattina —

Il nemico già numeroso riceveva gradatamente rinforzi — Noi, pochi, — col morale scosso[71], e soperchiati da un incendio che guadagnava mano mano, l'interno del villagio — eravamo ridotti come la salamandra — e non rimaneva per salvezza: che una ritirata — e la effetuammo verso le 11 della notte —

Dopo d'aver ordinato la gente — medicati — come si poteva, i feriti, e posti alcuni di loro a cavallo, s'incominciò a difilare, per una delle stradelle non osservate dal nemico — e che già era stata barricata da noi — Guide non se ne poteva trovare — e fummo obligati di far marciare un curato, che ci accompagnò colla maggior renitenza — Ed era naturale quella classe di vampiri stanno in Italia per far i mezzani allo straniero — Codesto prete — consegnato a due dei nostri che lo conducevano in mezzo — ci servì poco — e potè fuggire a poca distanza ad onta della possibile vigilanza —

Era oscura la notte, ed illuminata solo dall'incendio — La marcia si cominciò in ordine, e durò così per un pezzo; si chiedeva sempre e si raccomandava di far passare la voce: «se giungeva la coda della collonna» — Sì risposero alcune volte: «giunge, giunge» — Una volta poi, si rispose: «non giunge» e ad onta di fare una lunga fermata — far tornare quanti ajutanti si trovavano ancora vicini a me — tra i quali Aroldi e Cogliuolo — e quindi tornare io stesso sino vicino a Morazzone — non mi fu più possibile di riunire la gente — Erimo rimasti circa una sessantina —

Tale avvenimento mi cagionò molto rammarico — tanto più, che tra i separati, v'erano i nostri poveri feriti — Coccelli, un bravo milite Polacco — Demaestri, ch'ebbe poi il braccio destro amputato — ed altri di cui non rammento i nomi —

La mutilazione del prode Demaestri, non lo impedì poscia di combattere da valoroso qual'era stato sempre, alla difesa di Roma, a Palestrina, a Vellettri — e lasciar tra gli ultimi la nobile contesa Italiana verso S. Marino — ove congedato, lo arrestarono gli Austriaci, e lo malmenarono con atroce bastonatura — Chiedasi se tale trattamento fu mai operato ai nostri Austriaci prigionieri — e lo ricordino bene i nostri Italiani — quanto fecero a danno ed a vergogna nostra — cotesta peste, che per tanto tempo afflisse la bella penisola e che tuttora ne insudicia le frontiere —

Dopo alquanto dimora, fu d'uopo seguire, ed allontanarsi dal grosso de' nemici durante la notte —

In quella faticosa marcia di notte — per sentieri quasi impraticabili — circa una metà de' compagni si divise ancora — e si raggiunse la frontiera svizzera all'altra sera, in numero di circa una trentina — Frazionati a piccoli gruppi — guadagnarono la Svizzera tutti gli altri —

2º Periodo.

CAPITOLO V.

Inazione, e tedio.

Le febbri acquistate a Roverbella mi continuavano — io avevo fatto tutta la campagna tormentato da esse — e giunsi quindi in Svizzera spossato —

Comunque, io non disperavo: si potesse ritentare alcuna impresa sul territorio Lombardo — La gioventù era molta in Svizzera — la quale dopo d'aver tastato le primizie dell'esiglio — era volonterosa di ripigliare la campagna a qualunque costo. Il governo Svizzero non era disposto certamente a cimentarsi coll'Austria, proteggendo l'insurrezione Italiana — La popolazione Italiana però del Canton Ticino — simpatizzava naturalmente con noi, e si potevano sperare dei sussidï — dai singoli individui di cotesta parte della Svizzera — ove s'era raccolta la massa dell'emigrazione —

Io ero obligato a letto in Lugano — quando un colonnello federale mi propose — che se fossimo disposti a ritentar la sorte — egli — non come appartenente al governo Svizzero — ma come Luini — (era il suo nome) coi suoi amici, ci avrebbero favoriti ed ajutati in qualunque modo possibile — Feci parte di tale proposta a Medici — allora il più influente nello stato maggiore di Mazzini — e Medici mi rispose: «Noi faremo meglio» — Dalla risposta di Medici — che capivo venire dall'alto — mi persuasi: esser la mia presenza in Lugano — inutile — e dalla Svizzera passai con tre compagni — per la Francia — per recarmi a Nizza, ove curarmi, a casa mia, delle febbri che continuavano ad assalirmi —

Giunsi a Nizza, e vi passai alcuni giorni colla famiglia procurando di curarmi — Essendo però più ammalato ancora, d'anima che di corpo — il tranquillo soggiorno della mia casa — non mi convenne e passai a Genova — ove più romoreggiava l'insofferenza publica, per la patria umiliazione — ed ivi terminai di curarmi.

La marcia degli avvenimenti in Italia, non minacciava ruina ancora — ma ispirava diffidenze fondate — La Lombardia era ricaduta sotto il tiranno — L'esercito piemontese che ne avea impugnato la difesa, era scomparso; non distrutto ma colla coscienza in cui stavano i suoi capi — della sua impotenza —

Quell'esercito, con gloriose tradizioni, e composto di personale brillante — era sotto l'influenza d'un incubo; d'una fatalità inesplicabile — ma desolante ma terribile! Sia, chi si fosse: il genio della frodde, del mercimonio — della maledizione! delle nostre sciagure! ne presiedeva il destino, e ne incatenava l'azione — Esso non avea perduto battaglie — ma chi sa perchè? s'era ritirato davanti al nemico disfatto! Sotto il pretesto di premunirsi dalle trame degli esaltati — che fecondavano in Italia, naturalmente, per la fredezza e duplicità dei principi — s'infievoliva l'entusiasmo Italico nelle milizie — e si paralizzavano —

Codesto esercito — che sostenuto dall'intiera nazione com'era — avrebbe fatto miracoli, sotto la direzione d'un uomo che avesse calpestato le paure e le differenze — marciando diritto alla meta — era all'incontro ridotto al nulla —

Dalla Lombardia si ritirava l'esercito — sbandato, non vinto — Dall'Adriatico la squadra, men vinta ancora — Alla mercede del barbaro dominatore giacevano i popoli — che scossero con tanta gagliardia ed eroismo, il giogo infame — senza l'ajuto di nessuno! Che cacciarono, quando soli, in cinque memorabili giornate — gli aguerriti mercenari dell'Austria, come gregge —!

Nei ducati — in potere ancora del nostro esercito, fermentava la reazione — ed in Toscana, retta da un dittattore che giudicherà la storia — In ambi i paesi, si armavano i contadini — che si armeranno sempre contro libero reggimento, fomentati da preti, spie e fautori dello straniero —

Negli Stati Romani — eran chiamati Rossi e Zucchi alla direzione delle cose politiche e dell'esercito — per coprire sotto quelle vecchie reputazioni, i progetti retrogradi, che già dominavano —

Le popolazioni ingannate, dopo d'aver contemplato l'aurora del risorgimento — infuriavano — Bologna nell'immortale 8 Agosto — riceveva il primo regalo d'Austriaci, chiamati da' preti, a fucilate, e li fugava spaventati fino al di là del Po —

Il popolo di Napoli, faceva pure di magnanimi sforzi, contro il suo carnefice — ma era meno felice —

La Sicilia che si presentava quale baluardo, e sostegno della libertà Italiana — dopo eroïci sforzi fluttuava nella scelta d'istituzioni politiche, per difetto d'un uomo che ne dirigesse i destini —

Infine l'Italia tutta, piena d'entusiasmo, e d'elementi d'azione — capaci non solo di resistere, ma d'assalire il nemico sul suo terreno — era ridotta alla prostrazione ed all'inerzia, per l'imbecillità e la perfidia de' reggitori: — re, dottori, e preti —

Giungeva, mentre io mi trovavo in Genova, Paolo Fabrizi, e m'invitava per parte del governo di Sicilia a passare in quell'isola — Io acconsentiva contento — e con 72 de' vecchi e nuovi compagni, la maggior parte buoni ufficiali — c'imbarcammo a bordo d'un vapore Francese a quella via —

Toccammo Livorno — io contavo non sbarcare; ma saputo il nostro arrivo da quel popolo generoso ed esaltato — fu forza cambiare di proposito —

Sbarcammo: io piegai forse indebitamente alle sollecitudini di quella popolazione, — che frenetica pensò: noi allontanarsi forse troppo dal campo d'azione principale — Mi si promise, che dalla Toscana si formerebbe una forte collonna, e che accresciuta di volontari sul transito, si poteva, per terra, marciare sullo stato Napoletano, e coadjuvare così, più eficacemente alla causa Italiana, ed alla Sicilia —

Mi conformai a tali proposte — ma mi avvidi ben presto dello sbaglio — Si telegrafò a Firenze, e le risposte, circa ai progetti menzionati, erano evasive.

Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo Livornese, perchè se ne avea timore — ma da chi capiva qualche cosa, si poteva dedurne il dispiacimento del governo — Comunque fosse era la fermata decisa, e partito il vapore —

Il nostro soggiorno in Livorno fu breve; si ricevettero alcuni fucili — ottenuti più dalla buona volontà di Petracchi, capo popolano e dagli altri amici, che da quella del Governo — L'aumento del numerico della nostra forza era insignificante — Si disse di marciare a Firenze, ove si farebbe di più; ma peggio —

In Firenze, accoglienza magnifica del popolo — ma indifferenza, e fame per parte del governo — e fui obligato d'impegnare alcuni amici per alimentare la gente —

Era il duca nella capitale della Toscana — Si diceva però, la somma delle cose — nelle mani di Guerrazzi — Io scrivo la storia — e spero non offendere il grande Italiano, se dico il vero —

Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai quale me l'ero immaginato: leale, franco, modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire — ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e poco valse perciò, la breve permanenza al potere del milite prode e virtuoso di Cortatone —

Da Firenze, ove stimai, inutile e tedioso il nostro soggiorno, divisai passare in Romagna, ove si sperava far meglio — e da dove, all'ultimo, sarebbe stato più facile di recarci a Venezia per la via di Ravenna. Però, nuovi guai, e più aspri, ci aspettavano sull'Apennino.

Sulla strada, ove dovevimo avere i necessari sussidi, per provvedimento del governo Toscano — altro non trovammo, che la benevolenza degli abitanti — volonterosi ma insufficienti ai bisogni nostri — Una lettera del governo suddetto ad un sindaco della frontiera — limitava la sussistenza, ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri —

In tale situazione, giunsimo alle Filigari, e vi trovammo il divieto per parte del governo pontificio, di varcar la frontiera — Almeno i preti eran conseguenti — trattavano da nemici!

Zucchi, lo stesso da noi salvato a Como — allora ministro della guerra, accorreva da Roma, per far eseguire gli ordini — E da Bologna marciavan un corpo di Svizzeri papalini, e due pezzi d'artiglieria, per opporsi all'ingresso nostro nello Stato.

Intanto, imperversava la stagione in quelle montagne, e la neve giungeva al ginocchio sulle strade. Erimo in Novembre — Valeva veramente la pena: venire dall'America meridionale, per combattere le nevi dell'Apennino — I Governi Italiani, che avevo avuto l'onore di servire — ed i di cui territori avevo percorso — non erano stati capaci di dare un capotto ai poveri, e prodi miei compagni — Era lamentevole cosa, il vedere quei bravi giovani — in quella rigorosa stagione, nei monti, vestiti la maggior parte di tela, alcuni di cenci — e mancando del necessario alimento — sulla loro terra, consueta a nutrire grassamente tutti i ladri, e mascalzoni del mondo.

Riunironsi tutti i mezzi pecuniari, posseduti per la maggior parte dagli ufficiali — se ne formò una cassa comune, ed ajutati dal buon albergatore delle Filigari, passaronsi miseramente alcuni giorni.