Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 16
Imbarcati sul brigantino _Speranza_, il di cui noleggiamento potemmo effetuare, grazie all'economie nostre, al generoso patriotismo di alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero — G. Batta, Capurro, Gianello, Dellazoppa, Massera, G.ppe Avegno, e sopratutti l'eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pesò la maggior parte del nolo, e le provviste tutte, necessarie al viaggio —
Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta la vita — quell'armi, gloriosamente brandite, alla difesa d'oppressi d'altre contrade, noi, volavamo ad offrirle alla veneranda patria nostra!
Oh! quell'idea, era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti — che incontrar si potevano sulla via, d'una vita intiera di tribolazioni.
I nostri cuori battevano di sublime palpito — E se la destra incallita alle pugne di lontane contrade, fu forte in difesa altrui, che non sarà per l'Italia!
Davanti a noi schiudevasi l'Eden della nostra immaginazione — E se l'idea di quanto rimaneva dietro a noi, non l'avesse offuscata alquanto — completta sarebbe stata la felicità nostra —
Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto — poichè un ben caro popolo è l'Orientale! — E noi avevamo diviso per tanto tempo — le poche sue gioie ed i molti dolori — Ed ora, lo lasciavamo non vinto, non abbatutto nel sublime coraggio — ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani — alla diplomazia Francese!
Noi lasciavamo i nostri fratelli d'armi — senza aver combattutto l'ultima battaglia! Ed è ben doloroso, qualunque ne sia la cagione!
Quel popolo festante all'aspetto nostro — fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi — dava in ogni occasione, segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine — E quella terra, che noi amavamo da figli, racchiudeva l'ossa di tanti nostri Italiani, generosamente caduti per redimerla!.....
Il 15 Aprile 1848, era la partenza — Usciti dal porto di Montevideo, con favorevole brezza — abbenchè minaccioso il tempo — erimo verso sera, tra la costa di Maldonado e l'isola di Lobos — Alla mattina del seguente giorno, appena le sommità della _Sierra de las animas_, si distinguevano — poi si sommersero e solo gli spazi dell'Atlantico — si offrivano alla vista nostra — e davanti a noi, la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria —
Sessantatre, tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia — Egri due: Anzani affralita oltremodo, la salute, nelle sante crociate della causa dei popoli languiva sotto il peso di dolorosa consunzione — Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare — ma la fede, e le cure fraterne, valsero a depositarlo non sano, ma salvo sul lido Italiano — Anzani non doveva trovare in Italia, che una sepoltura, accanto a quella de' suoi parenti —
Fu il nostro viaggio, felicissimo e breve — Gli ozi della navigazione, si passavano per lo più in trattenimenti proficui — Gli illiterati erano insegnati da chi sapeva — e non pochi, erano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli — era la preghiera di tutte le sere — Noi, lo cantavamo in crocchio sulla tolda della _Speranza_ — Intuonato da Coccelli, era accompagnato — e ripetuto il coro, da sessanta voci, con entusiasmo sommo —
Varcammo così l'Oceano, incerti, sulle sorti d'Italia, altro non sapendo, oltre alle riforme promesse da Pio IX — Il punto indicato da approdare in Italia era la Toscana — ove si doveva sbarcare, comunque ne fosse stata la situazione politica — incontrando amici, o dovendo combattere nemici — Un aprodo in Santa Pola, nella costa di Spagna — modificò le nostre risoluzioni — e fissò la metà nostra: Nizza —
La malattia d'Anzani aggravavasi — I pochi viveri, adeguati alla sua situazione, erano esausti — bisognava aprodare la costa per provvedersene — Giungemmo in Santa Pola — Andato in terra il Capitano Gazzolo, comandante la _Speranza_ — ritornò celeremente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi.
Palermo, Milano, Venezia, e le cento città sorelle — avevano operato la portentosa rivoluzione — l'esercito Piemontese perseguiva l'Austriaco sbaragliato — e l'Italia tutta rispondeva all'appello all'armi come un sol uomo, e mandava i suoi contingenti di prodi alla guerra Santa —
Lascio pensare all'effetto prodotto su noi tutti — a tali notizie: era un correre sulla tolda della _Speranza_ — abbracciandoci l'uno l'altro — fantasticando — piangendo di gioia!
Anzani balzava in piedi superando l'orrendo suo stato di distruzione — Sacchi, volea ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio — ed esser trasportato su coperta —
Alla vela! Alla vela! era il grido di tutti — e certamente, se non si fosse eseguito subito tal'atto, ne sarebbero risultati dei disordini — In un lampo fu salpata l'ancora — ed era il brigantino alla vela — Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all'impazienza nostra — In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia, e giungemmo alla vista dell'Italia — della terra promessa! non più proscritti — non più obligati di pugnare per scendere sul lido della patria nostra — E perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana — Nizza primo porto Italiano[68] fu scelto, e vi sbarcammo verso il 23 di Giugno 1848.
Nelle sventure, per cui avevo passato nelle mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza v'era un complesso di felicità per me, come a nessun uomo è concesso di pretender maggiore — Troppa felicità veramente! ed ebbi un quasi pressentimento di sciagure non lontane —
Anita mia, ed i miei bimbi, partiti d'America, alcuni mesi prima, erano lì, riuniti alla vecchia mia genitrice ch'io idolatravo, e che non vedevo da quattordici anni —
Parenti cari, e preziosi amici dell'infanzia — io, riabbraciavo giubilanti di vedermi, ed in un'epoca così fortunata!
Quella popolazione di concittadini miei, sì buona sì esaltata dalla sorte sublime, che brillava sull'orizzonte dell'avvenire Italiano — e fiera del poco da me operato nel nuovo mondo!
Oh! certo — era la posizione mia invidiabile! Intenerito... io rammento quelle tante dolci emozioni! Che sì presto..... e sì dolorosamente dovean terminare! —
Non giunti ancora all'entrata del porto — già la cara mia consorte apparivami in una barchetta, tripudiando d'allegrezza — Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti — accorrendo al ricevimento del pugno di prodi, che disprezzando lontananza e pericoli — traversavano l'Oceano, per venir offrire il sangue loro alla patria —
Buoni, e valorosi compagni miei! Quanti di voi, dovean cadere sulla terra natale — coll'amara disperazione di non vederla redenta!
Eran pur belli, di virtù, di bravura, di gloria..... quei giovani miei compagni!..... E se degni della loro missione, lo provarono sui campi delle patrie battaglie!..... Ove le loro ossa biancheggiano, forse insepolte, e senza un sasso che ricordi a codeste nuove generazioni, che fecero indipendenti dallo straniero — tanto valore e tanto sacrificio!
Montaldi, Ramorino, Peralta, Minuto, Carbone — sullo stesso sito ove cadeste, coi vostri fratelli di gloria — il prete ha innalzato un monumento agli sgherri del Bonaparte che fuggirono davanti a voi — e che soverchianti di numero poi, vi sgozzarono sotto le benedizioni dei traditori d'Italia!
In Nizza dovevansi attendere alcune formalità di quarantina ecc. ma tutto fu ovviato dalla voce del popolo, coscienzioso allora della propria onnipotenza — E per farsi un'idea dello stato, in cui si trovavano le nostre finanze — basta dire: che non potemmo pagare il pratico — un tal Cevasco — che ci pilotò nel porto —
Ormeggiato il brigantino — provvisto allo sbarco d'Anzani, e di Sacchi — scese tutta la gente nostra anelante di passeggiare sulla terra Italiana —
Io corsi ad abbracciare i miei bimbi — e colei, ch'io avevo afflitto tanto, coll'avventurosa mia vita — Povera madre! La più calda delle mie brame fu certamente quella d'abbellire, e consolare i vostri ultimi giorni — La più calda delle vostre — era, naturalmente di vedermi tranquillo accanto a voi — Ma come, si può sperare in un periodo di quiete — e goder del bene di consolarvi nella cadente, e dolorosa vecchiaja, in questa terra di preti e di ladri!
Fu festa continua, i pochi giorni passati a Nizza — ma si combatteva sul Mincio — e l'ozio era per noi delitto quando i fratelli nostri pugnavano contro lo straniero —
Partimmo per Genova — ove, non men desioso di farci amorevole accoglienza, era quel bravo popolo — Un vapore spedito di là, doveva accelerare il nostro arrivo — Non trovandoci a Nizza, detto vapore, ci cercò invano sulle coste della Liguria — Noi erimo stati spinti verso la Corsica, dalle correnti, e piccoli venti contrari.
Giunsimo infine, e con noi alcuni giovani Nizzesi, che avean voluto accompagnarci, coll'entusiasmo proprio della loro età — e della fiamma di vita che bruciava allora tutte le animose popolazioni della penisola —
Il popolo di Genova, ci accolse, palpitante di gioia e di affetto; le autorità colla freddezza di coscienza mal sicura; e preludiarono in quella serie di smorfie, e temporeggiamenti — che ci accompagnarono nel nostro paese — ovunque ritrovavansi i patteggianti addetti alle idee di mezzo — trascinati al libero reggimento, più dalla paura del popolo che dalla fede e dall'indole dell'anima per il miglioramento umano.
Anzani ch'io avevo lasciato presso mia madre — impaziente, e spinto dal proprio genio di fuoco — ci aveva preceduti in Genova, imbarcandosi col vapore; ad onta della spossatezza, e debilità, a cui lo avea ridotto la mortale sua malattia —
Qui comincia l'ostracismo, a cui mi condannarono gli amici di Mazzini (1848) — e che dura oggi — (1872), più ostinato che mai — il di cui motivo o pretesto, fu senza dubbio — per voler io marciare coi miei compagni, sul campo di battaglia, allora sul Mincio e nel Tirolo; e ciò perchè era un esercito reggio, quello che stava alle mani cogli Austriaci —
E si osservi: che i capi allora, che tormentavano il povero moribondo Anzani, chiedendoli mi ammonisse — sono gli stessi che formano oggi la falange dei servi più fedeli alla monarchia!
Quando io intesi il mio amato fratello d'armi, di tante gloriose pugne — raccomandarmi: «di non abbandonare la causa del popolo»! io confesso: ne fui profondamente amareggiato — forse più che non lo fui in questi giorni, nell'udirmi chiedere: «di dichiararmi apertamente Republicano»!
In pochi giorni cessò di vivere quel veramente Grande Italiano, in casa dell'amico Gaetano Gallino — per cui l'Italia tutta avrebbe dovuto vestirsi a lutto — e s'egli, per fortuna nostra — fosse stato alla testa del nostro esercito — certo da molto, la penisola sarebbe sgombra da qualunque dominatore straniero — Io certo, non ho conosciuto un uomo più compito, più onesto, e più altamente militare d'Anzani —
La salma dell'illustre guerriero, traversava modestamente la Liguria e la Lombardia, per esser sepolta nella tomba dei suoi padri in Alzate, luogo della sua nascita —
2º Periodo
CAPITOLO II.
A Milano.
Il proposito nostro: dalla partenza d'America, era stato di servire l'Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori politici, che guidassero i nostri alla guerra d'emancipazione —
La maggioranza dei concittadini, manifestava lo stesso voto — ed io dovevo riunire il piccolo nostro contingente a chi combatteva la guerra Santa — Era Carlo Alberto il condottiero di chi pugnava per l'Italia — ed io mi dirigevo a Roverbella — quartier generale principale allora — ad offrire senza rancori il mio braccio, e quello de' compagni, a colui che mi condannava a morte nel 34 —
Lo vidi, conobbi diffidenza nell'accogliermi, e deplorai nelle titubanze ed incertezze di quell'uomo — il destino male affidato della nostra povera patria.
Io avrei servito l'Italia agli ordini di quel re — collo stesso fervore, come se Republicana fosse; ed avrei trascinato sullo stesso sentiero di abnegazione quella gioventù, che mi concedeva fiducia —
Far l'Italia una e libera dalle pestilenze straniere era la meta mia — e credo lo fosse dei più in quell'epoca — L'Italia non avrebbe pagato d'ingratitudine, chi la liberava —
Io non solleverò la lapide di quel defunto — per pronunziarmi sul suo contegno — ne lascio alla storia il giudizio — dirò soltanto; che chiamato dalla posizione, dalle circostanze, e dalla generalità degli Italiani, a guida, nella guerra di redenzione — ei non corrispose alla concepita fiducia e non solo, non seppe adoperare gli elementi immensi, di cui poteva disporre — ma ne fu l'oggetto principale di ruina.
Da Genova marciavano i miei compagni verso Milano, sotto l'infausta impressione generalmente prevalsa, e senza dubbio suscitata da nemici — dell'inutilità, e perniciosa influenza dei corpi volontari —
Mentre io correvo da codesta città a Roverbella, da Roverbella a Torino — e quindi a Milano, senza poter ottenere di servire il mio paese, sotto nessun titolo —
Casati, del governo provvisorio di Lombardia, fu l'unico, che credete potersi valere dell'opera nostra, agregandoci all'esercito Lombardo — Collo stabilirmi in Milano, terminai dunque le mie scorrerie da vagabondo —
In Milano, il governo provvisorio, incaricavami dell'organizzazione di vari frammenti di corpi includendovi i pochi miei compagni d'America — e le cose non sarebbero andate male, senza l'ingerenza malefica d'un ministro reggio, Sobrero — le di cui mene, ed indefinibili procedimenti mi racapricciano tuttora —
I membri del governo provvisorio collocati dalle circostanze, in quella posizione — eran dabbene io credo, ad onta di manifestate opinioni politiche contrarie alle mie — ma certamente mancavano d'esperienza, e non erano gli uomini adeguati a quei tempi d'urgenza e di convulsioni —
Sobrero aprofittavasi della loro debolezza, e li trascinava a sua voglia — e padroneggiata da Sobrero quella buona gente senza esperienza, camminava verso il precipizio senza accorgersene —
La febbre acquistata nel mio viaggio a Roverbella, e le conferenze con Sobrero — che fra le altre antipatie avea quella della camicia rossa — che diceva: troppo apparente alle fucilate nemiche — mi resero il soggiorno della bella e patriotica città delle cinque giornate — insoportabile — e respirai giubilante, il giorno in cui sortivo dalla capitale della Lombardia, diretto su Bergamo con un pugno di gente nuda, e mal'armata — un'altra volta per organizzare — destino niente adeguato all'indole mia — ed alle scarse mie cognizioni di teorie militari —
Si osservi: che tale mia gente, componevansi per la maggior parte di depositi, o di scarti, dei corpi volontari che militavano nel Tirolo — viziati da lunga dimora nella capitale —
Fu brevissimo il nostro soggiorno in Bergamo —
Mentre si erano prese alcune misure, ed osservazioni di difesa — mentre si trattava — con ogni mezzo possibile di chiamare alle armi quelle brave popolazioni — e si spedivano agenti nelle valli, e montagne a riunirne i robusti abitatori — per mezzo principalmente, dei nostri incomparabili Davide e Camuzzi, la di cui influenza era somma — e le di cui opere faticose, finirono per riuscire intieramente nulle dalla precipitata partenza — ordine perentorio da Milano ci richiamava, ove ragiungere l'esercito nostro in ritirata davanti agli Austriaci — e per prender parte alla gran battaglia, che doveva aver luogo presso quella città Sotto buoni o cattivi auspici — si trattava finalmente di combattere — e non vi fu tempo perduto —
Vari depositi di battaglioni Piemontesi — ed altri che si stavano formando sotto la direzione del prode Gabriele Camuzzi — con due piccoli pezzi d'artiglieria, ben disposti appartenenti allo stesso — e la piccola collonna, formata con il nome di Legione Italiana, e guidata dai veterani di Montevideo — in tutto più di tre milla uomini, marciavano ardentemente per cooperare alla decisione delle sorti della patria —
In Trecate, si lasciarono bagagli e sacchi, per poter marciare più celeremente — Vicini a Monza, si ebbe l'ordine di operare sulla destra del nemico — e già si pigliavano le disposizioni all'uopo mandando esploratori a cavallo per saperne i movimenti e le disposizioni — Ma giunti a Monza, vi giungeva contemporaneamente la notizia della capitolazione e dell'armistizio; e torrenti di fuggitivi non tardarono ad ingombrar le strade —
Io avevo veduto poco tempo prima l'esercito piemontese sul Mincio — e l'anima mia avea palpitato d'orgogliosa fiducia, alla vista di quella bella gioventù impaziente di trovare il nemico — Io convissi tra vari ufficiali di quell'esercito alcuni giorni — già fatti alle fatiche del campo — coll'ilarità del guerriero sospirando battaglie — Oh! certo, io avrei speso la mia vita con giubilo al lato di codesti prodi — se un conflitto vi fosse accaduto, co' nemici dell'Italia —
Oggi, si diceva quell'esercito in rotta, senza sconfitte, morendo di fame nella pingue Lombardia, col Piemonte e la Liguria alle spalle; e senza munizioni, con Torino, Milano, Alessandria, Genova intatte, ed una nazione intiera, volenterosa e pronta ad ogni chiesto sacrificio —
Eppure ricadeva nel servaggio, l'Italia! Disfatta a brani — e non apparì la mano capace di raccoglierli, e spingerli in fascio contro i nemici ed i traditori! Essi riuniti e ben guidati, erano bastanti per traditori e nemici!
Armistizio, capitolazione, fuga, furon notizie che ci colpiron come fulmine l'una dopo l'altra — e con esse la paura e la demoralizzazione — tra popolo, nelle fila e dovunque —
Certi codardi, che sventuratamente trovavansi tra la mia gente, abbandonarono i fucili sulla stessa piazza di Monza — e cominciarono a fuggire in tutte le direzioni — i buoni adirati, e scandalizzati a tanta vergogna, puntavan le armi per fucilarli; e per fortuna io e gli ufficiali, potemmo prevenire l'eccidio, ed impedire un completto scompiglio — Castigaronsi alcuni dei fuggenti — altri furono degradati e cacciati —
Tale stato di cose mi decise ad allontanarmi da quel teatro di sciagure — e dirigermi verso Como, coll'intenzione di trattenermi in quell'alpestre paese, aspettando il risultato degli eventi — e deciso a far la guerra di bande se altro non si poteva —
Da Monza a Como, mi comparì Mazzini[69] colla sua bandiera «Dio e popolo» — Egli si riunì a noi in marcia, e seguì a noi riunito sino a Como — Da Como passò in Svizzera — mentre io mi disponevo di tener la campagna nei monti Comaschi — Molti dei suoi aderenti, o supposti, lo accompagnarono e lo seguirono sulla terra straniera — Ciò naturalmente servì di stimolo ad altri, per abbandonarci — e si diradarono quindi le nostre fila —
A Milano io avevo commesso l'errore, che Mazzini mai mi ha perdonato, di suggerirli: non esser bene il trattenere una quantità di giovani — colla promessa di poter proclamare la Repubblica — mentre esercito e volontari combattevano gli Austriaci —
Giunti in Como vi trovammo meno disordine — però non meno lo sgomento cagionato dai successi funesti di Milano e dell'esercito —
2º periodo.
CAPITOLO III.
A Como, Sesto Calende, Castelletto.
Giunti in Como fummo bene accolti da quella buona popolazione — che anteriormente già aveva manifestato per noi molta simpatia — essendo, la loro brama, stata manifestata sino dal nostro primo arrivo in Milano — cioè: che noi fossimo destinati a Como piutosto che in altro luogo per organizzarci —
Le autorità municipali pure — ci accolsero bene, e ci provviddero di quanto potevano — massime di vestimenta di cui mancava molto la mia gente —
Circa a metter la città in istato di difesa, e tenere contro gli Austriaci; — non fu del loro assentimento — e realmente codesta città abbisognerebbe di molte opere di fortificazioni esterne — e di molta gente per difendersi da un nemico superiore — Essa ha molte eminenze che la dominano — e trovassi nel basso, edificata sulla sponda del lago —
Nel secondo giorno del nostro arrivo in Como — vi giunse il generale Zucchi in vettura — tragittando per la Svizzera — Quando la popolazione conobbe il suo arrivo — e la di lui intenzione di abbandonare l'Italia — si accese di sdegno — corse all'albergo ove aveva smontato — ed affollatta, manifestava l'intenzione di trarlo fuori, e malmenarlo.
Io fui avvisato a tempo, mi recai sul luogo, e pervenni a calmare il popolo — osservando l'età, e le glorie passate del vecchio generale —
Nella sera dello stesso giorno, sgombrammo Como — e dopo breve marcia, campammo a ponente della città sulla strada di S. Fermo.
In Como disertarono molti dei nostri — passando nella vicina Svizzera — e credo molti altri non fecero lo stesso, per vergogna di quel bravo popolo — caldo sempre per la causa patria — ma aspettarono di esser fuori della città per abbandonar le fila dei prodi che si disponevano a difender l'ultimo lembo della terra Italiana —
Nella prima notte di accampamento all'aria aperta la diserzione fu molta — e mucchi di fucili abandonati comparivano all'alba nel campo — Abbenchè in onore del vero — ed acciò i miei concittadini, coll'esempio del passato, imparino a non abbandonare sì leggermente il bellissimo lor paese al vorace straniero — io racconto come furono le nostre vergogne — In onore del vero, però, devo pur dire: che trovavansi i miei militi — massime un battaglione Vicentino — per la maggior parte vestiti di tela, e senza capoti — ad onta della generosità dei Comaschi — che fecero per noi quanto poterono — I commissari regi, che in Milano trovavano la camicia rossa troppo apparente alla vista del nemico — non curaronsi però di fornirci di un capotto — destino dei miei volontari in tante circostanze. La vicinanza della Svizzera, acresceva poi, la voglia di defezione — e certo la maggior parte preferivano di andare raccontando i loro fasti gloriosi, nei cafè, e negli alberghi di Lugano — che di rimanere ai disagi ed ai pericoli del campo —
Pochi giorni vagammo per quelle montagne — raccogliendo le armi dei nostri disertori — caricandole su carri requisiti, che marciavano colla collonna — Ma tale soverchiante impedimenta cresceva ogni giorno, e somigliavamo piutosto ad una caravana di beduini — che a gente disposta a combattere per la sua terra — mi determinai quindi ad abbandonare provvisoriamente la Lombardia e passare in Piemonte — Ci dirigemmo per Varese, e di là a Sesto Calende — ove passammo il Ticino — avendo già sulle nostre traccia, un corpo di Austriaci —
A Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, io divisai di fermarmi — e consultai le autorità di quel piccolo paese, ma eccellente: se concorrerebbero alla difesa in caso fossimo lì attacati dal nemico —
Assentirono volenterosamente tutti — autorità civili e popolo — e si principiò un lavoro di fortificazioni volanti, che non avrebbero mancato di attuare valida resistenza — essendo il sito assai difendibile —
Il morale della gente erasi pure rinfrancato —
Il Capitano Ramorino, mandato sulla sponda opposta del fiume, ov'eran comparsi i nemici, aveva fugato un loro posto avanzato, feriti alcuni, e portato come trofei nel campo nostro, alcune lancie ed attrezzi di cavalleria —
Passammo alcuni giorni in Castelletto; il nemico mi significò la sospensione d'armi — ch'io feci osservare — ma non convenni sulla scambievolezza propostami, di visite reciproche dall'uno all'altro campo —
Giunse l'armistizio Salasco, e tutti fummo sdegnati dalle degradanti condizioni — Si suggellava il servaggio, della, povera Lombardia — e noi eravamo venuti per difenderla — acclamati campioni di quel popolo infelice — e nemmen sguainammo le nostre sciabole per esso! Vi era da morire dalla vergogna!
2º periodo.
CAPITOLO IV.
Ritorno in Lombardia.
Un proclama di reprobazione all'infame patto, era emesso immediatamente, e non ad altro si pensò più, che a ripassare sulla terra Lombarda — per combattere i suoi oppressori — comunque fosse —