Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo
Part 15
Il campo di Lamas era diviso da quello di Vergara da un fiumicello, che avea foce nello stesso Dayman — e sentito l'attacco nel campo di questo, Lamas avea ordinato la sua gente, e preso posizione su d'una collina, che dominava i campi — Vergara colla maggior parte della gente, per il fiume avea potuto riunirsi a Lamas — Erano gente aguerrita, brava — e perciò fatta alle vicende della guerra, buone o cattive —
Dopo d'aver raccolto negli accampamenti abbandonati, tutti i cavalli servibili, perseguimmo i nemici; ma vano riuscì il proseguimento nostro — La maggior parte dei nostri cavalieri erano montati su _Rodomons_ cavalli domati di fresco — Assai meglio montati erano i nemici, e più numerosi — Non volevo quindi arrischiare la mia giovane cavalleria — senza il sostegno dei superbi militi della legione —
Bisognò quindi desistere dal correre inutilmente dietro al nemico — e limitandosi ai vantaggi avuti, ripigliare la via del Salto — La fortuna però, volle in quel giorno favorirci maggiormente —
Noi marciavamo verso il Salto, ordinati nel seguente modo:
Uno squadrone di cavalleria, per plottoni alla testa, l'infanteria in quattro sezioni, in collonna nel centro — il resto della cavalleria alla retroguardia nella stessa guisa.
La vanguardia era comandata dal Collonnello Centurion, il centro dal maggiore Carone, e la retroguardia dal collonnello Garcia —
Due forti catene di cavalleria, comandate dai maggiori Carvallo, e N. Fausto, coprivano il nostro fianco destro — su cui si trovava il nemico — La cavallada, ed i cavalli della fanteria, marciavano alla sinistra —
Il nemico, — riordinatosi, come già dissi, e riconcentrati tutti i distaccamenti, assai numerosi, considerando che cogli stessi ci assediava, benchè lontani — ammontava in numero, a circa cinquecento uomini di cavalleria. Egli riconosciuta la forza nostra, ci fiancheggiava alla destra, non lontano, tenendo una direzione parallella alla nostra — e dal suo contegno — sembrava aver l'intenzione di vendicarsi dall'insulto ricevuto di notte —
Avevo io incaricato del comando della cavalleria, il collonnello Centurione, pieno di bravura —
Comandava la fanteria il nostro Carone — a cui avevo raccomandato di tenerla intiera a qualunque costo, e sempre in collonna serrata nel conflitto — Che i movimenti, giammai fossero per conversione — ma di fianco: con un'a destra, a sinistra, o dietro fronte. A Centurion, servisse la fanteria di punto d'apogio non solo, ma di riparo, onde rifarsi a qualunque evento. Il nemico imbaldanziva — a misura che ingrossava coll'arrivo dei distaccamenti —
Noi percorrevamo amenissime colline, circa a due miglia dalle sponde del Dayman — Eravi l'erba sporgente appena, verdissima, dalla superficie del terreno, ondulato come l'Oceano, in tutta la pacifica maestà, quando non sconvolto dalle tempeste. Una sola pianta, un arbusto solo non presentava ostacolo in quei bellissimi campi — Sarebbe stato un sito ameno per un banchetto — ma in quel giorno lo fu di strage —
Giunti al limitar d'un ruscello — ove la _maciega_ (erba indurita) era all'altezza d'uomo — non mi piacque passarlo — poichè era forza disordinarsi la piccola collonna nel passarlo uno ad uno — poi, la collina di destra copriva il grosso del nemico, e non si vedeva sul suo vertice altrochè la sua catena di volteggiatori —
Pensai giustamente, esser attaccato in quel punto, e feci fare alto — Ordinai ai maggiori Carvallo, e Fausto — ambi valorosi ufficiali — di caricare la catena nemica, respingerla oltre la collina — ed avvisarmi delle disposizioni del nemico —
E realmente — caricata bravamente la catena nemica sino al di là dell'eminenza — si fermarono i nostri — e da un ajutante al galoppo, fui avvisato che il nemico convergeva a sinistra, e marciava su di noi con tutte le sue forze al trotto, ed in disposizione di battaglia —
Non v'era tempo da perdere — I plottoni della cavalleria nostra delle ale, eseguirono la loro conversione a destra — e furono riforzati subito dalle catene nostre riconcentrate —
L'infanteria fece per il fianco destro — ed in buon [ordine] si marciò sul nemico —
Quando la linea nostra di battaglia, si presentò sul vertice dell'eminenza — la linea del nemico spuntò a tiro di pistola, marciando su di noi —
Qui devo confessare: io vidi far al nemico un movimento dal centro alle ali, di cui la sola cavalleria Americana credo capace — e che prova con qual gente aguerrita noi avevimo da fare — Egli non volendo cozzare contro la fanteria che temeva — si aprì dal centro, e convergendo i suoi plottoni: quei di destra a destra — di sinistra a sinistra, eseguendo così un semicircolo; piombarono sulle nostre due ali, sempre a galopo — e le avrebbero distrutte — senza il convergere, e la carica simultanea dei plottoni nostri —
Subito ch'io avevo scoperto il nemico — per profitar dell'impeto, ordinai la carica di fronte — Ma dai movimenti suddetti, risultò il primo cozzo di sola cavalleria, e com'era da prevedersi con la peggio dei nostri inferiori di numero e di bontà dei cavalli —
La fanteria rimase per un pezzo inutile ed isolata — Comunque restata nel centro del conflitto — or ferma e compatta com'un fortino — ed ora movente a tutta possibile celerità ove la mischia più ferveva — servì molte volte a riordinar al coperto del suo palladio — i dispersi nostri cavalieri — che benchè rotti dal nemico, pugnavan come leoni e si riformavan poi dietro di noi.
Una piccola riserva di cavalleria nostra — rimasta alla custodia della cavallada — concentrandosi sulla fanteria, servì pure molto al riordinamento dei rotti nostri plottoni.
Varie furon le cariche di cavalleria d'ambe le parti — e varia la fortuna — Era un oscillare di plottoni, or compatti, or disfatti — Non so da che parte vi era più valore —
Il nemico superiore in numero, ed in bontà di cavalli — cacciava i nostri sulla fanteria — e spesso misurava le sue lancie colle bajonette — I nostri rifatti coll'apogio dei fanti — rintuzzavano quello lontano — combattendo corpo a corpo —
I giovani Italiani poi — com'eran belli in quel giorno! compatti com'un baluardo, ed agilissimi accorrevano ovunque li richiedeva il bisogno — naturalmente, sempre al più folto della mischia — fugando sempre i persecutori dei compagni cavalieri — Pochissime le fucilate, ma misurate e certe — diradavano e sconvolgevano i nemici —
Infine dalla moltiplicità delle cariche — perdendo il nemico l'ordinanza, non era più che una massa informe — Al contrario sostenuti dalla fanteria — potevano sempre i nostri facilmente riordinarsi.
Circa una mezz'ora avea durato il conflitto in quella guisa — quando non più acozzati da forze ordinate — rifacendosi i nostri in alcuni plottoni compatti — si lanciarono ad una carica decisiva — Piegò il nemico, si sbandò del tutto — e principiò a fuggire — Una nube di bollas[67] solcò l'aria allora, e formava curioso spettacolo — se oggetto di curiosità possa esser la strage sotto qualunque forma —
Io conto il soldato Americano di cavalleria, non secondo a nessuno, in ogni specie di combattimento — In una sconfitta poi, credo non vi sia l'uguale, per perseguire un nemico e catturarlo — Vero centauro, nessun'ostacolo del campo ferma la sua corsa — Un albero non permette di passare diritto, esso si piega sul dorso del destriero — e scomparisce confuso colla sua schiena — Se un fiume — l'Americano vi si precipita coll'arma ai denti, e va a ferire il nemico nel bel mezzo dell'onde — Oltre alle bollas poi, il terribile ed indivisibile coltello — istromento compagno di tutta la vita — che maneggiano con destrezza unica — e forse un po' troppo —
Sventurato quel nemico, il di cui cavallo stanco e _bolleado_ — non può sottrarsi al coltello del persecutore — Scendere da cavallo — passare il coltello alla gola d'un caduto — e rimontare per ragiungerne altri — io impiego più tempo a descriverlo — Il costume costante di solo alimento carnivoro — e l'abitudine di spargere sangue vaccino ogni giorno — è probabilmente causa di tale facilità all'omicidio —
Tali consuetudini e con gente coraggiosa senza esagerazione — fa sì — che s'impegnano alcune volte anche dopo la vittoria — pugne singolari da inorridire — Una di quelle risse, erasi impegnata, non lontano da me tra un nemico a cui era stato ammazzato il cavallo ed i nostri — Caduto egli combattè a piedi contro chi lo avea rovesciato — e mal governo ne faceva — quando giunse un altro dei vincitori — poi un altro — finalmente contro sei pugnava quel prode — ed in ginocchio, perchè ferito in una coscia quando io giunsi — e tardi giunsi per salvare la vita d'un tanto uomo —
Il trionfo fu completto, e rotto intieramente il nemico — si perseguì per varie miglie — Il risultato immediato di quella vittoria, non fu quale doveva essere — per non aver noi migliori cavalli — e perciò molti de' nemici si salvarono — Ciononostante, per tutto il tempo che rimasimo nel Salto, ebbimo la soddisfazione di veder quel bel dipartimento libero da' nemici —
Mi sono disteso alquanto nella narrazione del fatto d'armi del 20 Maggio — per esser stato quello veramente un bel fatto ed onorevole — combattutto in magnifico terreno e sgombro da ogni ostacolo — in un clima e sotto un cielo, che ci ricordava la bella patria nostra — Qualunque mossa — qualunque gesta era all'evidenza — Contro un nemico aguerrito, e superiore in numero, e nella qualità de' suoi cavalli — principale elemento di quel genere di guerra — Varie, e singolari pugne a cavallo, con pari valore —
La cavalleria nostra, per le condizioni d'inferiorità suddette — fece veramente miracoli in quel giorno — Circa alla fanteria, io rapporterò il detto del maggiore Carvallo — il quale compagno nostro in S. Antonio, e nel Dayman, — in ambi conflitti avea pugnato da prode qual era — ed in ambi avea toccato una palla nel volto — sotto gli occhi, alla distanza di due ditta, e nella prominenza della guancia — una a destra — a sinistra l'altra — formando perfetta simmetria —
Egli fu ferito al principio della pugna — e non volle abbandonare il campo di battaglia — Mi chiese poi, al termine della stessa — di recarsi al Salto, onde potersi far medicare.
Passando sotto la batteria della città — le fu chiesto dell'esito della giornata — Egli rispose: (e poteva parlar poco) «La fanteria Italiana è più solida della vostra batteria» —
Io bramo: ciò resti ben impresso nella mente dei nostri giovani Italiani — cui, credo: toccherà sventuratamente ancora — misurarsi coi boriosi nostri vicini — e che comunque sia — e comunque si voglia presumere — per colpo di governo, e di preti, noi siamo ben lontani dal possedere i requisiti morali e materiali — necessari per combattere dovutamente i prepotenti invasori —
«Cavalleria! Cavalleria!» io ho udito gridare dai nostri ragazzi — e vergogna a dirlo — gettar le armi e fuggire — sovente davanti ad un immaginario pericolo — Cavalleria!... ma gl'italiani di S. Antonio e del Dayman ridevano della prima cavalleria del mondo — E ciò in tempi — ove possedevano cattivi fucili a pietra — Che sarà oggi — con armi cotanto perfette!
Noi siamo inferiori in cavalleria a tutte le nazioni vicine, solite a calpestare i nostri diritti e che potrebbero ancora usare contro di noi delle prepotenti velleità — Senza disprezzare la cavalleria utilissima in certe circostanze di guerra — conviene assuefare i nostri giovani militi, e famigliarizzarli all'idea: che la fanteria deve non mai temere la cavalleria —
Io suppongo una compagnia di cento uomini — come si trovava al Dayman — serrata in massa — occupando uno spazio di dieci metri quadrati — Per numerosa che sia la cavalleria nemica — appena cinque cavalieri di fronte potranno caricare uno dei lati della massa, che potrà far fuoco su due ranghi — cioè venti militi — Lascio pensare: se, ove la fanteria non si sgomenti, i cinque o dieci cavalieri caricanti giungeranno mai ad incrociare i loro ferri colle bajonette — al punto di perfezione in cui sono giunte le odierne armi della fanteria —
CAPITOLO XLVII.
Alcuni morti e feriti della Legione.
Io già dissi: trovarsi nel giornale della legione Italiana in Montevideo — tenuto da Anzani — i nomi de' morti, feriti, e distinti, nei diversi fatti d'armi, sostenuti dalla stessa — nonostante non crederò superfluo nominare alcuno di quei miei prodi fratelli d'armi ch'io posso ricordare —
Morti in diversi combattimenti della legione Italiana nella campagna dell'Uruguay.
Badano (sargente Ligure) il più bello, il più prode tra i militi della legione. Nessuno più di lui, si distinse nei vari fatti d'armi massime in S. Antonio — Al nostro ritorno in Montevideo, egli chiese di tornare al Salto temporaneamente — e trovossi ad un nuovo attacco di quella città — da Servando Gomez, generale d'Ourives —
Non era Badano da rimanersi inerte, quando si pugnava — Dopo d'aver combattutto dall'uomo ch'era — cadeva vendendo caramente la vita.
Santo N. caporale piemontese — prode come Badano — Nel principio del combattimento di S. Antonio fu colpito da tre palle, ebbe le due gambe rotte — ed una nel volto che lo sfigurava — Lo ajutai a metter a cavallo nella ritirata, con un custode; ma non giunse al Salto — Il suo cadavere fu ritrovato nel giorno seguente nell'Uruguay.
Alessandro — Veneto — buon soldato e marino, morto in S. Antonio.
Rebella — Ligure — prode milite, morto in S. Antonio —
Azzalino — Ligure prode sargente — morto nel Salto, in conseguenza di ferite ricevute in S. Antonio —
Beruti — Ligure prode sargente — morto nella Salto, in conseguenza di ferite ricevute in S. Antonio —
Luigi Vicente — Ligure — (tutti eran prodi) Moriva nel Salto per ferita ricevuta in S. Antonio —
Antonio — detto _trentuno_ — ligure — avea pugnato in S. Antonio — toccate alcune ferite, di cui era sanato, morì di palla, fuori delle mura di Montevideo —
Tortarello — Ligure — tromba — era al mio lato in S. Antonio — e nel 20 Maggio nel Dayman — Le pugne eran per lui una festa — Avendo ricevuto una ferita nel braccio destro per cui soffrì l'amputazione — egli passò la tromba alla sinistra e continuò a suonar la carica — Morì pure a Montevideo —
Feriti gravemente
Vittorio Richieri — di Nizza — sargento — Una tremenda ferita di palla in un ginocchio — per cui vi si doveva amputare la gamba — ed una non men lieve sciabolata in una mano — Valse alla guarigione, l'imperturbabile suo coraggio —
Callegari — Bergamasco — sargento — La ferita la più straordinaria ch'io m'abbia veduto — egli toccò nel ventre — Ebbe gl'intestini forati — ed operò le funzioni naturali, per quattordici giorni, dagli orifizi delle ferite non dai naturali — Il di lui straordinario stoïcismo — certamente — influì moltissimo la miracolosa sua guarigione —
Marrocchetti Giuseppe — Capitano — ferito di palla in una coscia al principio della pugna — in S. Antonio —
Casanna — Ligure — Capitano — ferito di palla in una coscia al principio della pugna — in S. Antonio —
Sacchi — pavese — 1º Tenente, oggi generale — ferito di palla nel principio della pugna in S. Antonio —
Ramorino — piemontese — 2º Tenente — ferito di palla in S. Antonio —
Rodi — Piemontese — 2º Tenente ferito di palla nella testa, in S. Antonio —
Amero, detto Graffigna, da Costigliuole d'Asti, 2º Tenente, ferito di palla in S. Antonio —
Zaccarello, il minor fratello — Ligure — ferito di palla in S. Antonio.
Beruti G. Batt. — Ligure Capitano — ferito di palla in S. Antonio —
Paggi Natale — Ufficiale Ligure — ferito di palla in un combattimento nel fiume Uruguay —
Pateta — Ligure, ferito di palla e di sciabolate in S. Antonio —
Gismondi — Ligure — ferito da sciabolate, e lanciate in S. Antonio —
Ferrandin — Ligure — giovinotto di quattordici anni ebbe, traversato il petto da una palla sotto Montevideo —
Juancito Otero — Gallego — ajutante in S. Antonio — moriva nel Rio della plata — da prode — in combattimento di mare —
Josè Maria Villega — comandava la poca cavalleria che ci rimase, dopo la fuga di Baez in S. Antonio — e combattè da prode —
Avrei tenuto come dovere sacro: il ricordare i nomi tutti, di quei valorosi Italiani — che tanto bella, e venerata resero la nostra patria in quelle lontane contrade — e per cui l'Italiano che approda oggi in quella importantissima parte del nuovo mondo — è considerato quasi cittadino dai buoni — e rispettatto da coloro, che sogliono veder un nemico in ogni straniero —
Nel giornale della Legione Italiana, tenuto da Anzani, e che non saprei ritrovare oggi — vi sono certamente i nomi, e le gesta di quei prodi — Io, consultando la povera mia memoria — ho potuto rammentare alcuni — ma il maggior numero certamente — mi è impossibile ricordarlo —
CAPITOLO XLVIII.
Ritorno a Montevideo.
Dopo il combattimento del 20 Maggio 1846 nel Dayman — non occorse più cosa d'importanza nella nostra campagna dell'Uruguay.
Ebbi ordine dal governo di ritornare in Montevideo, con i legni della flottiglia, ed il distaccamento della Legione Italiana — Rimasero nel Salto, alcuni barchi minori dei nostri — La piazza rimase agli ordini del Comandante Artigas — bravo ufficiale distintosi nel fatto del 20 Maggio —
A pochi giorni dalla mia partenza del Salto — vi giunse il collonnello Blanco — e prese per ordine del generale Rivera il comando della piazza —
Cogli errori commessi in Corrientes, ed a Montevideo, la causa di Rosas risorgeva potentissima — e quella dei popoli del Plata, ricadeva in ben misera condizione — Corrientes vide il suo esercito annientato da Urquiza, in una battaglia — e quel povero popolo dopo d'aver nuotato in un mare di sangue languiva sotto il despotismo più esecrato.
Rivera non profitando delle lezioni della sventura — finiva, siccome aveva cominciato — allontanando dagli impieghi, gli uomini, che onestamente li avevano disimpegnati — e sostituendovi i suoi adetti — Distruggendo i materiali d'un esercito d'operazione — che il coraggio e la costanza del popolo avevano creato — e mantenuto con incomparabile eroïsmo — terminando col sacrifizio delle reliquie dello stesso — e finalmente spinto all'espatriazione dallo sdegno e maledizione di tutti.
Avvenga tal fine, ed avverrà, a chiunque considera le nazioni come un apannaggio venuto al mondo soltanto per soddisfare alle libidini di lussuria, di richezze, e di potere che signoreggiano quell'infima classe d'uomini chiamati Monarchi — e certi Presidenti di Republica — peggiori ancora di quelli.
L'Intervenzione Anglo-Francese, svogliata dalle nostre sciagure, e sfiduciata da sì deplorevole contegno ci abbandonava: intieramente l'Inghilterra — la Francia, tratenuta per un filo dalla responsabilità della perdita di numerosi suoi nazionali — più che dall'interesse d'una causa precipitante.
Le posizioni nostre nell'interno cadevano quindi, una ad una in potere del nemico — Il Salto sì gloriosamente acquistato, e mantenuto da noi — soggiaceva all'assalto di Servando Gomez — e vi perivano nella difesa il collonnello Blanco — vecchio e prode soldato con non pochi de' suoi difensori, tra cui contava quel tenente Gallegos da me accennato — bravo, ma sanguinario, e che perciò, caduto nelle mani del nemico fu massacrato. Infine a Montevideo solo, ultimo baluardo del generoso popolo Orientale, si riduceva ancora la difesa —
A Montevideo, si rannodavano ancora tutti quegli uomini affratellati da sei anni di disagi, di pericoli, di glorie, di sventure! E ricominciavano impavidi a rialzare un'edifizio, che la malvagia avea distrutto, sin quasi alle fondamenta —
Il collonnello Villagram — veterano di quarant'anni di guerra — il più prode, il più virtuoso — ringiovinito nelle pugne — ed i Collonnelli Diaz, Tajes — valorosissimi capi — villanamente allontanati da Rivera — perchè non lui servivano ma la loro patria — Altri molti giovani capi destituiti da quello, ripigliavano il loro posto colla coscienza e la rassegnazione del giusto — e con loro ritornavano nelle fila dei difensori, la risoluzione e la fiducia —
Orientali, Francesi, Italiani, ricominciavano, sotto lo stimolo della salute pubblica — a marciare colla passata alacrità alla difesa della patria comune — giacchè quale patria era considerata da noi, la città ospitale che ci avea generosamente dato un asilo — Infine, da nessuno più si udiva una parola di scoraggimento — l'assedio di Montevideo, quando meglio conosciuto ne' suoi dettagli — non ultimo, conterà — per le belle difese sostenute da un popolo che combatte per l'indipendenza — per coraggio, costanza, e sacrifizi d'ogni specie — Proverà il potere d'una nazione che non vuol piegare il ginocchio davanti alle prepotenze d'un tiranno — e qualunque ne sia la sorte — essa, merita il plauso e l'ammirazione del mondo —
Dal nostro ritorno dall'Uruguay, alla partenza per l'Italia, media un periodo di pochi successi — La Legione Italiana giustamente stimata per le sue gloriose gesta, avea ripreso il consueto servizio di linea agli antiposti — alternando cogli altri corpi della capitale — Anzani usciva con essa — e benchè non accadessero più fatti d'armi importanti, essa non mancava in ogni scontro, d'esser degna della sua fama —
Io mi occupavo più della Marina — riponendo in istato alcuni dei legni che più ne abbisognavano, ed incrociando colla goletta _Maipù_ nel Plata —
In quel tempo fui chiamato all'onore di comandar l'esercito della Republica, e nulla d'importante successe durante il mio comando — che lasciai al vecchio e prode Villagram —
Intanto l'intervento Francese, affievoliva ogni giorno — non più mezzi di guerra, esso voleva impiegare per la soluzione del problema, ma diplomatici — e Rosas se ne beffava — Vari inviati a negoziare, non avevano ottenuto dal Dittatore, senonchè insignificanti armistizi — che non valevano ad altro, che a far consumare alla povera città assediata, gli scarzi mezzi, raccolti stentatamente —
Col cambiamento di politica, avea la Francia, cambiato i suoi agenti. Agli uomini, come Deffaudis, Ouseley — ambasciatori — Lainé, Inglefield — ammiragli — degni di sostenere una politica generosa; e cari alle popolazioni — eransi sostituiti uomini di transazioni, e d'una politica, che voleva finirla ad ogni costo.
Il governo Orientale, impotente per mancanza di mezzi doveva conformarsi al dettatto dall'Intervento.
Situazione deplorabile! Infelici i popoli, che aspettano il loro benessere dallo straniero! Ed ogni volta che si deve fare l'applicazione di queste desolanti verità...... il pensiero si rivolge malinconico alla nostra povera Italia!
In quei giorni, (credo: principio del 1848) la notizia delle riforme pontificie, era giunta sino a noi, e l'insofferenza delle popolazioni Italiane al dominio straniero — che fosse al colmo, già era manifesto, in tutte le corrispondenze che giungevano nel Plata —
L'idea del ritorno in patria — e la speranza di poter offrire il nostro braccio alla sua redenzione da molto tempo facevan palpitar l'anime nostre — Era doloroso abbandonare il paese d'asilo, la patria adottiva i fratelli d'armi — è vero; ma la quistione di Montevideo, era divenuta meramente una transazione diplomatica — e per noi, altro non rimaneva: che tedio, e mortificazioni — se non peggio — ciocchè ben si poteva congetturare: avendo da fare col governo Francese sempre ostile alla nazionalità nostra.
In tale stato di cose, si decise: di riunire un pugno dei nostri migliori, i mezzi di trasporto, e veleggiare per l'Italia.
SECONDO PERIODO
CAPITOLO I.
Viaggio in Italia.
Sessantrè lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra Italiana a combattere la guerra di redenzione — Giacchè non solamente v'eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola — ma, in caso contrario, si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di promoverli, sbarcando nelle coste boschive della Toscana, o dove la nostra presenza potesse essere più accetta, ed adeguata —