Memorie: Edizione diplomatica dall'autografo definitivo

Part 14

Chapter 143,623 wordsPublic domain

In sostanza, in poche ore, sono in potere nostro, cento e tanti buoni cavalli, senza avere un sol'uomo ferito —

Fu curioso avvenimento quello per la sua singolarità e perchè operato su d'un campo d'azione, in piena perspettiva della città del Salto — I cavalli d'Entre-rios poi, sono universalmente stimati, e con ragione — Tale preda di cavalli, fece nascere, naturalmente, il desiderio di tastare un po' i nostri assediatori —

Vergara, colla sua divisione, ci serrava da vicino — Noi, mandammo alcuni pratici del paese a _bombearlo_ (spiarlo), e seppimo da loro la posizione che occupava — Di giorno, sarebbe stato impossibile di sorprenderlo — bisognava attaccarlo di notte —

Io avevo incaricato del comando della nostra cavalleria il collonnello Baez — Anzani comandava la fanteria — e così uscimmo dal Salto al principio della notte, e ci dirigemmo verso il campo nemico, situato a circa otto miglia di distanza — Per silenziosa, e diligente che fosse la marcia, fummo sentiti dalle sentinelle avanzate — e perciò ebbe tempo Vergara di far montar a cavallo, e mettersi in ritirata.

Assalimmo comunque senza ritardo — e la sola cavalleria nostra pugnò essendo impossibile alla fanteria di seguirne il movimento, per quanti sforzi essa facesse per ragiungere la pugna —

Il nemico combattè accanitamente — ma alla voce di: «avanza la fanteria» che si esclamava a proposito, cedeva terreno — e finì per sbandarsi e mettersi in fuga — Tale era il prestigio acquistato da cotesti pochi ma valorosissimi fanti —

Si perseguì il nemico per alcune miglia — ma a cagione della notte, poco vantaggio ci recò il trionfo —

Fecimo alcuni prigionieri, e presimo alquanti cavalli — pochi [morti] e feriti vi furono d'ambe le parti —

Al giorno chiaro, apena si conosceva campo di battaglia erasi pugnato marciando — e dei nemici, soli alcuni gruppi si scorgevano in lontananza — Il collonnello Baez, rimase colla cavalleria per perseguirli, e riunire una truppa di vaccine — Noi tornammo al Salto —

CAPITOLO XLV.

S. Antonio.

Verso quel tempo (principio del 1846) ebbimo notizie, che il generale Medina — nominato generale in capo dal governo — delle truppe della campagna, in assenza del generale Rivera — che il generale Medina dico: con alcuni emigrati orientali, dal Brasile e da Corrientes, ove stavano dopo la sconfitta dell'_India muerta_ dovevano riunirsi a noi nel Salto —

La sconfitta di Vergara, ci aveva bensì vantaggiato, ma non dato quei risultati che se ne potevano aspettare se l'avessimo sorpreso — Lamas non molto distante occupato a far domare puledri, accorse alla notizia del rovescio, ed agevolò al collega, la riunione della gente — Ambi stabilirono il campo, ad alcune miglia dal Salto — e ricominciarono l'assedio — che consisteva per lo più ad allontanarci il bestiame ciocchè potevan fare agevolmente in considerazione della loro superiorità in cavalleria —

Nominato il generale Medina a capo dell'esercito — conveniva proteggere la sua entrata nel Salto — Il collonnello Baez, come già dissi: avea assunto il comando della cavalleria nostra, e l'aveva regolarmente organizzata, perito com'era in quell'arma — d'un attività non comune — egli aumentò il numero dei cavalli, e provvedeva la città e milizia di bestiame. Mundell, e Juan de la Cruz, trovavansi ai di lui ordini — ed in quei giorni trovavansi distaccati ambi, in commissione di domar puledri.

Il colonnello Baez, più noto al generale Medina, era in diretta relazione con quel generale — seppi da Baez dunque, che Medina, colla sua piccola truppa, doveva comparire alla vista del Salto, nel giorno 8 Febbraio — combinammo dunque, che lo accompagnerei colla fanteria —

All'alba del giorno 8 febbraio 1846, uscimmo dal Salto, dirigendoci verso il fiumicello di S. Antonio — sulla sponda sinistra del quale, dovevimo aspettare l'apparizione del generale Medina, e del suo seguito — Anzani, per fortuna nostra, rimase nel Salto, un po' indisposto —

Il nemico, come soleva farlo, quando si usciva a tale direzione — mostrò sulle alture di destra, alcuni gruppi di cavalleria, che si approssimavano a vicenda, come per osservare, se si raccoglieva bestiame, e disturbarci — contro tali osservatori staccò il collonnello Baez, una catena di tiratori di cavalleria, e si stette per alcune ore _guerrigliando_ (fuochi da volteggiatori) colla catena nemica —

La fanteria avea fatto alto, e formato i fasci, nelle vicinanze del fiumicello, su d'una eminenza chiamata: tapera de D.o Venanzio — ove rimanevano pochi avanzi d'un posto di estancia o di saladero —

Io mi ero staccato dalla fanteria, e contemplavo le guerriglie — Assuefati a quel genere di guerra — ove la perizia, l'agilità ed il valore del milite Americano risplendano brillantemente — ciò era per noi, un divertimento — Ma il nemico, con tali finte nascondeva l'avvicinamento del Vespajo — dietro il suo trastullo di guerriglieri — che spingeva d'un modo debole e non curante, per meglio ingannarci — e dar tempo alle formidabili forze che venivano indietro, di avvicinarvi.

Il terreno, in tutto il dipartimento del Salto, è formato di colline, e tali sono i campi di S. Antonio. — Cosicchè l'imponente forza che marciava contro di noi, potè approssimarsi, dietro la cortina, formata dalla cavalleria di Lamas e Vergara, sino a piccola distanza. Mentre giunto alla descrita posizione, io stavo gettando la vista dall'altra parte di S. Antonio — io scorgo, con stupore, comparire sul vertice della prima collina, a noi dirimpetto — ove pochi nemici s'eran veduti sino a quel momento — una foresta di lancie — fitti squadroni di cavalleria con bandiera spiegata, ed un corpo di fanteria, doppia della nostra in numero; che venuta a cavallo sino a due tratti di fucile; mise piede a terra, si ordinò in battaglia ed a passo di carica, suonata da un tamburo, marciò sulla nostra alla bajonetta —

Baez fu sconvolto — e mi disse «ritiriamoci» — Io, vedendone l'impossibilità, dissi: «non è più tempo e bisogna combattere». Così ai legionari, per distruggere o mitigare l'impressione — che loro farebbe l'apparizione d'un nemico sì formidabile, dissi loro: «noi pugneremo» (era voce grata, a quei valorosi Italiani) — «la cavalleria siamo assuefati a vincerla — oggi, vi abbiamo anche un po' di fanteria» —

Si poteva fuggire, farsi maccellare, sino all'ultimo — ma non ritirarsi — Con 180 fanti non è possibile una ritirata di sei miglia, con 300 di buona fanteria nemica colle bajonette nelle reni, e circondati da 900 a 1200 de' primi cavalieri del mondo — La voce di ritirata in tale impegno, è condannabile — è codarda! Bisognava combattere, e si combattè come uomini che preferivano morte onorata — alla vergogna!

La tapera, in cui ci trovavamo, conservava vari travicelli, che avevano servito alla parete d'antico edifizio di legno — Ad ogni travicello in piede, dunque si pose un legionario — Il restante, formando tre piccole sezioni, fu collocato in collonna, dietro l'edifizio, e coperto dalle mura in mattoni, della testa settentrionale dello stesso edifizio, a guisa di stanza, capace di contenere una trentina d'individui — e coprendo quasi intieramente, la testa della piccola nostra collonna —

Alla destra della fanteria, si collocò Baez, colla cavalleria — mettendo a piedi gli armati di carabina — e rimanendo a cavallo i lancieri — Avevimo circa cent'uomini di cavalleria, e cento ottanta sei legionari — Il nemico aveva novecento uomini di cavalleria (vi fu chi assicurava: esser la cavalleria nemica, in numero di 1200), e trecento di fanteria —

Uno scampo solo v'era per noi: respingere, e debellare la fanteria nemica, — Io me ne persuasi, ed a tale intento volsi ogni sforzo nostro —

Se quella fanteria nemica, invece di caricare in linea di battaglia, formando una linea estesa — carica in collonna d'attacco con una linea di tiratori avanti — e senza far un tiro — io credo: irresistibile sarebbe riuscito il suo assalto — Noi ci saressimo battutti corpo a corpo giacchè quartiere non v'era da sperare da tale nemico — ma una volta mischiati, l'enorme massa di cavalleria che veniva dietro — ci avrebbe calpestati sotto le ugne dei cavalli —

I campi di S. Antonio, oggi ancora biancheggierebbero, d'ossa Italiane — e la patria nostra avrebbe plorato l'eccidio d'un pugno di prodi suoi figli — senza che un solo di loro, fosse sortito a contarlo —

La fanteria nemica, avanzò invece bravamente, battendo la carica, su d'una sola linea — senza sparare, sino a pochi metri di distanza — in cui si fermarono e fecero una generale scarica — Ciò fu la salvazione nostra!

I legionari avevan ordine d'aspettare il nemico a bruciapelo — e così fecero. Tale scarica nostra fa decisiva, — Caddero molti dei nostri bensì — alla scarica del nemico, ma pochi dei nostri tiri furono perduti — E quando il prode Marrocchetti, che comandava le tre sezioni in riserva, uscì da dietro il riparo, e caricò in massa, la già decimata fanteria nemica — che volse le spalle e si pose in fuga bajonettata dai nostri — Anche tra noi, vi fu un momento di titubanza, e di disordine alla vista di tanti nemici — Vi erano alcuni neri con noi, prigionieri del Tapebì — e forse altri, che non credendo alla possibilità di difendersi — cercavano coll'occhio una vana via di scampo — Ma, quei prodi, che si lanciarono sul nemico — come leoni — Oh! quelli, furon belli di valore e di gloria!

Dal momento in cui fissai tutta la mia attenzione alla fanteria nemica — io non avevo più osservato, nè veduto il collonnello Baez e la cavalleria nostra — Eran fuggiti! Ed anche quella circostanza avea sconcertato non poco i deboli — Cinque o sei cavalieri eran rimasti con noi — ed io ne incaricai un valoroso ufficiale orientale — Josè Maria —

Colla sconfitta della fanteria nemica, io mi confortai nella speranza di salvezza — Profitammo del momento di calma, che ci lasciava la stupefazione del nemico, per alquanto riordinarci — Egli avea contato giustamente di annientarci sino all'ultimo uomo — e si trovò ben deluso —

Sui cadaveri nemici rimasti tra noi — e massime sulla linea, ove s'era fermato per far fuoco — trovammo abondante provvista di cartuccie — Molti fucili migliori dei nostri lasciati dai morti o dai morenti servirono ad armare i mancanti militi ed ufficiali — Non essendo riuscito nel primo tentativo — reiterò ripetutamente il nemico, le sue cariche — Mise a piedi, molti de' suoi dragoni — con quelli, coi pochi avanzi de' suoi fanti, e con masse di cavalleria, da far tremar il terreno — ci assaliva, procurando in ogni modo di farci perdere contenenza — Ma, non le fu più possibile — I nostri s'eran penetrati del santo dovere di combattere per l'onore del nome — e s'eran persuasi, che con coraggio, e sangue freddo, si può combattere un nemico, senza contarne il numero — A misura che il nemico ci caricava — io tenevo sempre pronti, alcuni scelti legionari — ed i pochi cavalieri che ci rimanevano — e con quelli, facevo io pure caricare il nemico ogni volta —

Tentò pure, di far avvicinare a noi, per varie volte, un parlamentare con bandiera bianca — a provare naturalmente, s'erimo disposti alla resa — Io allora, sceglievo tra i nostri i migliori tiratori, e facevo sparare sino a fugare il messo —

Sin verso le 9 della sera durammo in quel modo — e verso un'ora p.m. era cominciata la pugna — Noi stavamo in mezzo ad una barricata di cadaveri — Verso le 9 si fecero i preparativi per la ritirata — Molti erano i feriti nostri, e più dei sani — quasi tutti gli ufficiali feriti — Marrocchetti, Casana, Sacchi, Ramorino, Rodi, Berutti, Zaccarello, Amero, ecc. — Carone, e Traverso soli rimanevano illesi —

Fu ardua e dolorosa impresa, il rimore [rimovere] quei giacenti — collocandoli parte sugli abandonati cavalli, o feriti — altri, che potevano trascinarsi, a piedi sostenuti da compagni — Terminato l'accomodamento dei feriti — si dispose il rimanente in quattro sezioni; ed a misura che si ordinavano in rango, si facevan coricare, per meno esporli al continuo fulminare dei tiri del nemico — Alcune ammonizioni sul modo di condursi — e s'imprese la ritirata —

Fu pur bella, la ritirata di quel pugno d'uomini! in collonna serrata, tra una nube densa, de' primi cavalieri del mondo — l'ordine era di non scaricare un solo fucile, seno a bruciapelo, sino a ragiungere il limitar del bosco che guarnisce la sponda del fiume Uruguay — Avevo ordinato pure prendessero i feriti la vanguardia — certo, che le cariche del nemico, sarebbero sulla nostra retroguardia, e sui fianchi — Ma come regolare i poveri soffrenti — Essi si disordinarono alquanto, ed alcuni ne furon vittime: uno o due io credo — Il resto fu salvo — ed eran molti —

La piccolla collonna!..... oh! lo ricordo con orgoglio!..... fu ammirabile! Essa armò le bajonette al moversi e serrata, siccome era partita, giunse al determinato punto! — Invano fece il nemico tutti li sforzi possibili, per sconvolgerci, caricando in ogni direzione, con tutta possa — Invano! Giungevano i lancieri nemici, a ferire i nostri nei ranghi — Non vi si rispondeva senonchè colle bajonette — e più compatti si procedeva —

Alto! e dietro fronte, si fece qualche volta, quando troppo incalzati dal nemico che si respingeva con pochi tiri — Giunti poi al limitare del bosco — potemmo più agiatamente, tempestarlo di fucilate ed allontanarlo —

Uno dei patimenti maggiori della giornata, era stata la sete — massime per i feriti, che avevano bevuto la propria urina — Giunti sulla sponda del fiume, lascio pensare con che brama, si corse all'acqua — Parte bevevano, e gli altri tenevano il nemico lontano —

Il successo brillante del nostro primo movimento in ritirata — ci valse: esser meno molestati in seguito — Formammo una catena di bersaglieri, a coprire il nostro fianco sinistro, sempre minacciato dal nemico, sin dentro la città del Salto — e costegiammo così la sponda del fiume —

Alle cariche del nemico, che non le cessò indispettitto com'era di vedersi fuggir una preda ch'ei credeva sicura — si faceva alto! poi rinfrancati i nostri intieramente, e boriosi dell'ottenuto successo — gridavano in spagnuolo, all'indirizzo di quello: «Ah che no!» (cioè: a che non venite!) — e mettendolo in fuga a fucilate — lo burlavano —

Anzani ci aspettava, all'entrata della città — e volle abbracciarci tutti, commosso sino al pianto — Il modesto ed incomparabile guerriero — non avea disperato! Egli stesso me lo assicurava — Ma sì ardua, era stata la pugna! e sì sproporzionato il numero dei nemici! Egli avea riunito nella fortezza i pochi rimasti — la maggior parte feriti in convalescenza — ed aveva risposto alle intimazioni di resa — come Pietro Micca all'assedio di Torino — e come Pietro Micca, egli avrebbe mandato in aria il mondo, piutosto che arrendersi!

Durante il conflitto — contando sull'imponenza delle sue forze, avea il nemico, intimato la resa a noi, ed a Anzani nel Salto — Già vedemmo la risposta ch'ebbe da noi nel campo — Ma più importante ancora fu la risposta d'Anzani: colla miccia alla mano — Chiunque più debole di lui — alle assicurazioni del nemico non solo — ma a quelle di Baez stesso, e della di lui gente: che tutto era perduto al di fuori — e che mi avean veduto cadere (ciò era vero ma soltanto ebbi il cavallo morto) —

Ma Anzani non disperava! Ed io lo accenno..... lo grido a quelli de' miei concittadini, che disperarono qualche volta per la salvezza d'Italia!..... È vero, che sono pochi gli Anzani!..... Ma chi dispera è un codardo! Ed abbiam provato abbastanza: che mai disperiamo della completta redenzione della patria nostra — a dispetto dei neri traditori, sempre disposti a venderla — e dei boriosi vicini tante volte assuefatti a comprarla!

Anzano col suo atto eroico, avea salvato tutto, e noi potemmo, grazie a lui, rientrare nel Salto in trionfo.

A mezzanotte circa, entrammo nella città — Del presidio o della popolazione, certo, nessuno dormiva in quell'ora — ed i generosi abitanti si affollavano, per richiedere dei feriti, soccorrerli, e condurli nelle loro case, ov'ebbero ogni gentile assistenza —

Povero popolo! Che tanto hai sofferto nelle varie vicende della guerra! Io ti rammenterò sempre con un senso di profonda gratitudine —

Noi ebbimo delle sensibili perdite in quel fatto d'armi — e sensibilissime le toccò il nemico — Il generale Servando Gomez, capo supremo delle forze nemiche, che sì maestrevolmente ci avea sorpresi — e quasi annientati — sparì nel 9, trascinando la sconquassata divisione, verso Paysandù da dove era partito —

Egli condusse gran numero di feriti, e lasciò il campo di S. Antonio coperto di cadaveri —

Il giorno 9, s'impiegò totalmente all'accomodamento e cura dei feriti nostri, o nemici ch'erano rimasti —

Due chirurghi Francesi, ci valsero sommamente nella pietosa cura — Il medico dell'_Eclair_ giovine zelante e di capacità (non ricordo il nome) e Desroseaux altro giovane facoltativo della stessa nazione — addetto da qualche tempo alla legione, e che avea combattutto in quel giorno da milite — prestarono validamente l'opera loro presso gl'infermi —

Più d'ogni cosa poi, valse ai nostri sofferenti, la delicata assistenza delle gentilissime _Saltegne_ —

I giorni seguenti furono impiegati alla raccolta e sepoltura dei morti —

Siccome straordinario era stato il combattimento, solenne, mi sembrò dover essere l'inumazione dei cadaveri — Mi ricordai allora d'aver veduto i tumuli dei campi di battaglia nell'Oriente — e sulla collina che domina il Salto, e già era stato teatro di pugne gloriose, si scavò una fossa per tutte le salme indistintamente — quindi una cestella di terra per ogni individuo, coperse le reliquie degli amici e nemici — ed innalzò il tumulo che ognor si scerne — signoreggiato da una croce, sulla quale legonsi le seguenti parole:

«Legione Italiana, Marina, e cavalleria orientale» dall'altra parte: «8 Febbraio 1846»

I nomi dei valorosi, morti o feriti, nel conflitto glorioso, esistono nel giornale della legione tenuto da Anzani.

Il generale Medina, potè liberamente entrare nel Salto col suo seguito — e vi mantenne il comando superiore, sino alla rivoluzione eseguita dai Riverista in Montevideo — In tutto quel periodo nulla d'importante successe —

CAPITOLO XLVI.

Rivoluzione a Montevideo e Corrientes — Combattimento del Dayman (20 Maggio 1846).

La rivoluzione a Montevideo in favore di Rivera, diede un crollo tremendo agli affari della Republica — La guerra cessò d'esser nazionale, e si tornò alle meschine fazioni, capitanate da un uomo qualunque, generalmente senza merito, perchè un uomo di merito per interesse individuale, non trascina il suo paese in guerre intestine, le più durevoli, e più micidiali —

Circa nello stesso tempo accadeva la rivoluzione di Corrientes, fatta dai fratelli Madariaga, contro il venerando, e virtuoso generale Paz — Quei giovani capi, che s'erano illustrati, con fatti sorprendenti, strappando la loro patria all'esoso dominio di Rosas; per gelosia, e sete di comando, imbrattaronsi colla più sozza delle congiure, e precipitarono, così, la causa del loro paese —

Il generale Paz, fu obligato di abbandonare l'esercito Correntino, e ritirarsi nel Brasile — Il Paraguay richiamò il suo esercito dopo la partenza del generale in cui aveva fiducia — ed i Madariaga ridotti alle proprie risorse — furono battutti complettamente da Urquiza — e ricaduta quindi Corrientes, in potere del feroce Dittattore di Buenos Ayres —

Le cose di Montevideo andavan niente meglio — Rivera riposto al potere dai partitanti suoi — ne allontanò chiunque, per lui non parteggiava — In bando, andarono la maggior parte di coloro che con tanto valore avevano assunto la bella difesa — e con disinteressato amore di patria — altri staccati dagli impieghi, che onorevolmente avevan coperto — eran sostituiti da inetti devoti —

Egli trovava a Montevideo, città dei miracoli — i nuovi elementi d'un esercito — dopo d'averne perduto due — e li trasportava a _las Vaccas_, sulla sponda sinistra dell'Uruguay — I soldati di Montevideo erano assuefatti a vincere — e lo provarono nei primi incontri col nemico, nella campagna — A Mercedes particolarmente facevan prodigi di valore — Ma il cattivo genio che trascinava Rivera all'Arroyo-grande, e all'India muerta — lo condusse a Paysandù — ove dopo d'una vittoria — egli ebbe il suo esercito disfatto intieramente — A Maldonado, egli imbarcavasi nuovamente per l'esiglio, alla volta del Brasile — non so se più disgraziato che colpevole —

Caduto il governo di Montevideo in potere di Rivera — io ne rimasi dolente prevedendo sciagure —

Il vecchio general Medina — nominato dal governo generale in capo, nell'assenza di Rivera — non solo si piegò agli eventi — ma per maggiormente rimettersi nelle grazie del nuovo padrone, tramava contro il mio povero individuo — forse per il poco da noi compito — favoriti dalla fortuna — e ci preparava nel campo nostro stesso una rivoluzione contro _los gringos_ (gl'italiani) coll'intento di distruggerci sino all'ultimo — Ma ingannossi —

Italiani ed Orientali, lo dico con orgoglio: mi amavano — ed io avrei potuto senza tema di nessuno erigermi indipendente, dal nuovo ed illegale potere — ma, troppo santa, mi era la causa di quel popolo sventurato — ma buono — ma generoso! perchè io lo affligessi ancora con interni dissidi.

A Montevideo per l'ascensione di Rivera al potere, s'erano insanguinate le piazze — Al Salto s'ideò la stessa farsa — ma invano — Io mi contentai in rapresaglia di assumere come prima, il comando delle forze —

Ebbe luogo allora il bel combattimento contro le divisioni[66] di Lamas e Vergara — i nostri perenni assediatori da lontano —

Il 20 Maggio 1846 — noi sorprendemmo — al solito con una marcia di notte — quelle forze, sulla sponda del Dayman, uno dei confluenti dell'Uruguay — Esse dopo l'affare di S. Antonio, ove avean combattutto agli ordini di Servando Gomez — s'eran rifate — riforzate in uomini e cavalli — e riocuparono le posizioni antiche, circonvicine al Salto — variando gli accampamenti — ma mantenendoli sempre, ad una marcia di distanza, circa, per la fanteria — che sola quasi incuteva loro timore — essendo la cavalleria troppo poca, e mal montata —

I nemici non mancavano di molestarci, tutte le volte che lo potevano — massime quando si usciva per riunire del bestiame — che cercavano d'allontanare quanto loro era possibile —

Un maggiore Dominguez mandato dal generale Medina per riunire una truppa di vaccine, era stato intieramente sconfitto, perdendo tutti i cavalli, alcuna gente, ed obligato il resto di salvarsi nei boschi — della sponda sinistra del fiume.

Io feci spiare la posizione del campo nemico, e nella notte del 19 Maggio, marciammo per combatterlo — Avevo cerca trecento uomini di cavalleria, e circa cento legionari (Il battaglione sacro, poveri giovani, erano stati ben decimati!) —

L'oggetto mio, era di sorprendere il campo nemico all'albeggiare — e vi riuscimmo questa volta perfettamente — Il mio _bagueano_ (pratico) era un capitano Paolo, Americano indigeno — cioè di quella razza infelice — donna del nuovo mondo, pria dell'invasione dei predoni Europei — gente che conserva sempre una peculiare pratica dei suoi campi nativi — La fanteria nostra marciò a cavallo — Marciammo tutta la notte, per venti e più miglia, e pria dell'alba, si giunse alla vista dei fuochi del campo nemico, sulla sponda destra del Dayman — Piede a terra alla fanteria, e si attaccò risolutamente in collonna senza fare un tiro —

Fu facilissima la vittoria — e la gente di Vergara nel di cui campo avevimo dato, fu precipitata nel fiume, lasciando armi, cavalli, ed alcuni prigionieri — Era però lungi dall'esser compiuto il trionfo — e me ne accorsi col chiaror del giorno —