Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 9
--Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?
Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de' nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col latte--ed a me porse qualche denaro.
Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in Monte--poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra gente di galera e come essi trattati.
Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri nauseanti insetti.--Non si creda però che un sí tristo procedere ci sconcertasse--anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una coscienza senza macchia.
Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni, mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:
--Le allenti un poco se è possibile--vede bene che io sono vecchio....
Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.
--Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito--cosí va bene.
Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno imperativo d'imitarmi.
Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano, soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele--mai vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.
Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati--ed ecco come.
Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al numero dei carcerati.
--Che importa? disse il brigadiere--che una cella serva per due, ed anche per tre se occorre.
E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a chiave.
Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile--e dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni verso.
--È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati--ho provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene infliggere--mai ne ho provato uno eguale.
Poco dopo s'intese a gridare:
--Brigadiere! fate fermare la vettura--uno de' nostri è caduto in grave svenimento--non dà piú segno di vita--aiuto per carità.
Sapete qual fu la risposta del brigadiere?
--Che crepino quanti sono--una ciurma di malfattori di meno.
Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi. Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida.--Quando egli discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.
Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani con due piccole ali ai fianchi--ogni piano conta undici cameroni--nello spazio di uno di essi havvi l'ingresso--ogni camerone può contenere sedici letti--ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata nell'interno da' cristalli--i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a volta--lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per deporvi panni, vasi ed altro--nell'estate sono altrettanti covaccioli di cimici--sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che in queste le sbarre sono di ferro--cosicché il carcerato resta sempre in vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse al Fisco--ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune guardie subalterne--quella di servizio non abbandona mai il corridoio.--La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di linea, comandata da un ufficiale.
Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che modo.--L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa dormendo--ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio, o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o aprendo e chiudendo con fracasso le porte.--Un altro rompitesta ci veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le sentinelle ripetevansi a vicenda--e perché ci colpissero bene le orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora di mandarle fuori.
Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale a quello che si somministra ai galeotti--. Le pagnotte erano sempre fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio, non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi--una lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo--né valsero reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.
Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato, doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia, specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali--ed in quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.
Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo--uno solo di entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore--egli cadde in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio. Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera, non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare un poco d'aria fresca--ma chi osava aprire la finestra di notte, ben sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?
Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione, constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla filantropica professione che esercitava--e ciò fu un tristo preludio alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna--anzi siffatte asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo fine di accusarlo d'imperizia--e per indurlo ad una seconda visita piú accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo--cosí erasi tra l'incudine ed il martello.
Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione--fra i mezzi adottati all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi per non incorrere mai in disgrazie.
Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero rispettati i retti dettami della Giustizia.
Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.
Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi attribuire al fatto un colore meramente politico--e allora dissi fra me:
--Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista faccenda.
E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei cittadini che la compongono--quindi consideravasi come un nido di sediziosi e come un continuo fomite di disturbi--e posso dire che chiari mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.
In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice insisteva a dirmi:
--Che la nostra Unione democratica in apparenza mostrava rette tendenze, ma che occultava perversi disegni, e volle che gli precisassi il senso della parola _miglioramento sociale_, da me usata nel precedente esame--poi pretendeva che io gli porgessi il nome di tutti i soci.
A tutto ciò risposi che la Unione democratica ravennate erasi instituita per mettere in accordo i liberali del 59 con quelli del 49--che non aveva altri intenti che quelli determinati dal suo statuto, resi di pubblica ragione colla stampa--che la espressione _miglioramento sociale_ spiegavasi da sé, né potendo denotare _cambiamento_ non doveva essere di pregiudizio a chicchessia--e che la Società avendo sempre agito alla scoperta, senza alcun mistero, era pienamente nota alla polizia, a cui poteva rivolgersi per ottenere la lista di coloro che la costituivano.
In seguito il Giudice mi domandò se io conosceva il giovane Giulio Berghinzoni--se apparteneva alla Unione democratica--e quali relazioni io aveva con lui. Subito mi avvidi che il povero Giulio compariva nel processo con serii aggravi--anzi dallo spirito delle inchieste mi parve di ravvisare che si volesse ritenere come mandatario nell'omicidio accennato.--Io risposi senza esitare che conosceva il Berghinzoni--che era addetto alla ricordata Unione--che io non aveva con lui alcuna relazione, perché come giovane frequentava luoghi e persone a me vecchio interamente estranei. Aggiunsi che in Società non godeva alcun grado--che di rado interveniva alle adunanze--e che stava perciò per essere rimosso dalla medesima--la qual cosa giovava ad escludere quegli eccitamenti che ritenevansi venirgli dalla Società stessa.
Tutti gli esami subiti dagli altri detenuti furono modulati sul mio--perciò mi astengo di darne contezza.
Non posso però esimermi dal riferire quello sostenuto dal vecchio Berghinzoni, padre del ricordato Giulio. Dopo varie domande gli si chiese se apparteneva alla Società democratica del suo paese, la quale si onora di avere a preside, disse il Giudice con aria derisoria, l'apostolo Giuseppe Mazzini.
--Io non so nulla né di democratica, né di filodrammatica--né di Mazzini, né di Mazzoni--io appartengo ad una Società che ha dei nomi che meglio si capiscono.
--E quale è la Società a cui siete addetto? disse il Giudice con quella curiosità che è propria di chi crede di essere oramai sul punto di rinvenire qualche cosa che lo appaghi.
--È la Società, rispose Berghinzoni, o per meglio dire, la pia Unione della Mercede.
--E quale è il suo programma?
--Eccolo--e trasse fuori un lungo rosario, oggetto insequestrabile--perciò gli era rimasto in tasca--e per spiegarsi piú chiaramente aggiunse che era una istituzione santa creata nello scopo di procurare la salute eterna dell'anima.
Con due brevi interrogatori a ciascuno diedesi compimento al processo--e sebbene si fosse cominciato tardi, in capo a due mesi potevasi benissimo sbrigare la nostra causa. Ma ne erano scorsi piú di quattro senza risultato. Alla fine poco dopo la metà di ottobre con tre spedizioni successive si sgombrò il Forte--la prima di dodici detenuti, fra i quali io era compreso, venne diretta alle carceri di Ravenna--le altre due in quelle di Lugo e Faenza.
Nel ritorno fummo trattati come nell'andata, cioè incassati nelle celle, stretti dalle manette, e gettati negli stabiali che chiamansi camere della corrispondenza. Si fece però nel retrocedere una fermata di piú, la quale ebbe luogo nelle prigioni di Castel Bolognese, ove pernottammo. La benevolenza degli amici di quel paesetto, dimostrataci con atti i piú cortesi, ci confortò di tutte le angosce sino allora sofferte.
Altra splendida prova di amore ci porsero i nostri cittadini nel giungere tra loro--essi vennero in folla ad assistere alla nostra discesa nella stazione della ferrovia, esprimendoci i sensi della piú sincera esultanza nel rivederci, e stringendoci la mano con inesprimibile tenerezza--cosí energicamente protestavasi contro le ingiurie usateci--cosí dimostravasi col fatto «che le prigionie arbitrarie sono, come dice Lamartine, corone civiche per gli uomini dabbene.»
Dalla stazione fummo condotti in _omnibus_ alle carceri, ed ivi tenuti sino al 5 novembre, nel qual giorno ci fu concesso di rientrare nel seno delle nostre desolate famiglie.
Questa relazione scritta alla buona, senz'astio e senza offesa, è per coloro che decantano ancora le gioie del sistema che ci regge, affinché possano trarre dei fatti quelle verità che la passione loro occulta. Sappiano bene «che non v'è Nazione senza il rispetto alla libertà individuale--che essa è la base di tutte le libertà e di tutti i diritti--e se la base non è solida tutto si sfascia. E sventuratamente piú noi gridiamo, piú gli agenti dell'Autorità sembrano compiacersi nel calpestare questa libertà tanto necessaria.»
P. UCCELLINI.
ANNOTAZIONI.
I. La _Biografia_ dell'UCCELLINI, cit. nella prefazione, indica il 9 giugno come giorno della sua nascita; ma la vera data è il 9 gennaio 1804, come confermano i registri battesimali. Madre dell'autore fu CHIARA RASI.
II. LUIGI UCCELLINI, padre dell'autore, fu nel 1797-99 tra i piú ferventi giacobini di Ravenna e nella protesta di Ruggero Gamba Ghiselli presentata al Corpo legislativo Cisalpino (cfr. cap. XXVIII), si sottoscrisse con queste enfatiche parole: _Luigi Uccellini vuol vivere e morir libero, pria che i cospiratori atterrino la Costituzione_; onde poi nelle note di proscrizione formate dai reazionari al venire degli Austro-russi fu cosí descritto: «Costui è nel numero dei piú scelerati; è in quelli che atterrarono le Croci e vilipesero le sacre immagini; continuo bestemmiatore; ateista, o deista; nemico acerrimo de' Principi; avendo ancora commesse le ultime e somme oscenità avanti le monache di S. Caterina in Cesena; ha pure costui sovvertita molta gioventú, e specialmente tutta la famiglia del sig. Giovanni Fava, cioè tutti li suoi, maschi e femmine». In un suo memoriale del 1807 Luigi Uccellini scriveva di sé: «... All'apparire del nuovo ordine di cose in questo Dipartimento, io fui uno di quelli, che mi distinsi tra i primi per il sincero attaccamento, e fu tale la mia condotta, che passato il primo triennio, e non avendo avuto tempo di sottrarmi dalle sante zanne dei reggenti austriaci imperiali, fui nella stessa mia patria per il solo titolo di supposto giacobinismo condannato alli 9 giugno 1800 alli ferri per 10 anni, dopo sette mesi di orribile carcere. Liberato dai ceppi, ritornato il nuovo sistema, avvicinai sempre diverse Autorità; e siccome la mia professione di compositore tipografo mi somministrava scarsi mezzi di vivere, cercai impiego, ed ottenni quello di commesso protocollista nella sezione di polizia, con approvazione particolare di Governo, nel qual impiego rimasi sino a che le sezioni di polizia cessarono di appartenere alle municipalità... Per ben due volte sono stato ufficiale municipale ai registri civili, in tempo che vennero sospesi chi ne faceano le funzioni... Nella difficile impresa della coscrizione io venni scelto delegato in diverse ville, ed il Consiglio distrettuale encomiò in modo lusinghiero per me i miei portamenti, giacché ebbi la soddisfazione di persuadere con la voce non piccolo numero di gioventú contadina, che meco volontaria si prestò alla legge. L'amministrazione municipale mi onorò pure con eguale titolo per la formazione dei ruoli generali della città e borghi: operazione laboriosa, che di concerto coi signori parrochi fu da me compita; operazione che mi venne affidata, attese le locali mie cognizioni. L'amministrazione, da me pure lodevolmente tenuta, del Forno normale, interesse di qualche rilevanza, è degna pure di menzione, e ne presento il certificato dei conduttori pubblici. Non parlo del costante mio servizio nella Guardia nazionale fino dai primi momenti della sua istituzione; dirò solo che non dal voto di una Autorità, ma da quello d'un'intera scelta compagnia fui nominato primo tenente de' Cacciatori, e poscia per disposizione municipale, membro del Consiglio di disciplina. Della mia condotta politica niuna Autorità ha mai potuto dubitare, e sono sempre stato considerato per uno dei piú sostenitori, in patria, del presente sistema...». Questi servigi e queste benemerenze non valsero a persuadere la Direzione generale della polizia del Regno italico, la quale giudicando l'Uccellini _improprio a ben coprire le incombenze di una magistratura di polizia_ revocò l'incarico di Ispettore di polizia in Ravenna, conferitogli nel gennaio 1807 dal commissario d'alta polizia nel dipartimento del Rubicone, Antonio Mulazzani. Tornò quindi al piú modesto ufficio di commesso municipale, che tenne sino alla morte, dalla quale fu colto nell'età di 62 anni nel 1834--Il fatto dell'atterramento delle Croci, che commosse le anime pie dei buoni ravennati, non fu dopo la battaglia di Marengo, come credette l'autore, ma nel tempo della prima occupazione francese, e precisamente una notte del mese di aprile 1798: per quel fatto furono arrestati il municipalista Tommaso Lovatelli, gli ufficiali e graduati della Guardia nazionale Giuseppe Severi, Domenico Montanari, Andrea Garavini, Antonio Casoni e inoltre Luigi Uccellini, Battista Pio e Gaspare Collina; ma il 20 aprile giunse da Milano l'ordine di annullare il processo, e gli arrestati furono rimessi in libertà (P. RAISI, _Giorn. di Ravenna_, ms. nella Classense).
III. I maestri dell'autore qui ricordati dovevano essere insegnanti privati; certo i loro nomi non si trovano tra quelli delle scuole annesse al Collegio, delle quali sta tessendo la storia il prof. P. Amaducci.
IV. GIUSEPPE ZALAMELLA, eccellente avvocato romagnolo e buon patriota, fu fatto professore di giurisprudenza nelle scuole del Liceo-convitto, istituito in Ravenna per decreto del viceré Eugenio 21 marzo 1809, in luogo dell'antico Collegio dei Nobili; e tenne quell'insegnamento anche dopo la restaurazione del Governo pontificio sino al 1820.
Lasciati gli studi l'autore ebbe un modesto impiego di commesso nell'ufficio del Registro, sotto il proposto Filippo Spallazzi: in quest'ufficio ebbe compagno Giulio Fanti, che si legò all'Uccellini d'amicizia fraterna, ne sposò la sorella Reparata, e sovvenne lui e la famiglia nel tempo della prigionia e dell'esilio.
V. Questo e i seguenti capitoli sulla Carboneria meriterebbero una diffusa illustrazione; ma passo oltre per non ingrossar di troppo il volumetto. Solamente accennerò che a queste pagine sarebbero opportuno riscontro quelle che l'UCCELLINI pubblicò nel _Diario Ravennate per l'a. bisestile 1864_ (Ravenna, tip. Nazionale, 1863), pp. 7-17, col titolo di _Persecuzioni politiche 1821-1825_; e che se ne giovò opportunamente E. MASI per il suo studio sui _Cospiratori in Romagna dal 1815 al 1859_ (Bologna, Zanichelli, 1891).
VI. LUIGI GHETTI, qui ricordato, era un sensale che curava gli affari di una sorella, maritata in Dragoni, proprietaria di una pila da riso nel suburbio di Ravenna: favoreggiatore dei liberali, fu intorno al 1850 economo delle Accademie filodrammatica e filarmonica; e caduto in povertà, visse sussidiato dai signori ravennati fin verso il 1875.