Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

Part 8

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In attesa ebbi la visita di monsignor Matteucci, Direttore generale di polizia, il quale mi chiese se aveva conoscenze in Roma valevoli a procurarmi una diminuzione di pena. Io gli feci intendere che non avrei mai chiesta grazia di sorta alcuna, perché non aveva colpa, e mi se ne attribuiva a solo fine di punire in me il principio politico, mentre a niuno era dato di aggravarmi di addebito criminale; che conosceva il cardinale Marini, perché un tempo fu amico di mio padre e protettore della mia famiglia in triste evenienze; e che conosceva pur anche il principe de Merode, che era stato mio discepolo nel Belgio nell'insegnamento della lingua italiana. Alla parola Merode da me pronunziata, il Matteucci mi fece un urlo terribile, gridando: «Ma non sa che il Merode è l'anima del Pontefice? a lui si rivolga, e vedrà subito i buoni effetti del suo ricorso».--«Monsignore, le ripeto che non mi umilio a chicchessia, perché non ho peccati.» Ma dopo alcune settimane venne ordine che la pena si riducesse a sei mesi di carcere in casa; e nell'istante che fui presentato al cancelliere della Sacra Consulta per comunicarmi la disposizione emessa a mio favore, trovavasi nell'ufficio del medesimo il Rambelli, il quale mi si accostò e mi fece intendere che lo volevano ad ogni costo sagrificare, ma che avrebbe seguito l'esempio di suo padre; poi in pegno d'amicizia mi diede un bocchino da zigari che conservo tuttora. Nel punto che mi pregava di abbracciare sua madre, il Monco si accorse che egli meco parlava. Costui divenne una furia; voleva pormi alla catena, ma il cancelliere seppe calmarlo; ed io fui condotto dapprima alle carceri di Monte Citorio, o della piazza, in seguito in quelle di Termini per la seconda volta: cosí assaggiai non solo tutte le prigioni di Roma, ma ben anche tutte quelle che da Roma si estendono sino in Alessandria, come vedremo in appresso.

[LXXVI.] A Termini non venni piú rinchiuso nel corridoio dei ragazzi discoli, bensí in un salone di uomini adulti, aggravati d'ogni sorta di delitti; io ne contai piú di sessanta. Entrando dentro col mio sacco sulle spalle, che è quanto a dire col sacco che doveva servirmi da letto, su cui poneva lo stramazzo, inviatomi da casa, il capo stanza mi si fece incontro, prese egli il sacco e lo pose nel miglior posto del luogo, cioè lontano dalla latrina, mi disse di conoscermi, di sapere che io era un galantuomo, e mi pregò di comandarlo in tutto ciò che mi occorreva: io lo ringraziai molto delle sue cortesie. Non fu cosí di un altro venuto poco dopo il mio arrivo, il quale fu posto presso la latrina, e siccome io l'aveva conosciuto a San Michele, osai di raccomandarlo al capo stanza: «Signore, non s'interessi di lui, egli è un boia»; nome generico che si attribuisce a tutti coloro che non sono di aggradimento ai detenuti, e corre grave rischio il detenuto che entra in un salone con siffatto nome: soffre insulti, dileggi ed alle volte anche peggio; onde il malcapitato si fece presto cambiar di prigione. Non molto dopo venne un tale abbigliato signorilmente, esso pure col suo sacco sulle spalle, e la prima parola che pronunziò entrando fu il mio nome: «Dalle carceri di Monte Citorio, soggiunse, da cui or vengo mi hanno consigliato di rivolgermi a lei, onde mi assista».--«Ma, signore, io sono nella condizione in cui ella si trova; tuttavia farò tutto quello che può esserle di giovamento»; e lo feci mettere presso il mio letto. Egli era al servizio di una famiglia francese, né so per qual titolo fosse arrestato: io lo consigliai di volgersi all'ufficio dell'ambasciatore francese per essere messo in libertà, mentre mi sembrò che si trattasse di oggetto politico.

In questo camerone il vizio del giuoco delle carte, chiamato zecchinetta, dominava piú che altrove, e il capo stanza faceva buoni affari col tributo che i giocatori erano tenuti di corrispondergli. Chi non aveva denari da applicarsi al giuoco occupavasi di fabbricare utensili di perlette di vetro, che facevano vendere in città, o a costruire figure di raschiatura di mattoni, manipolate con mollica di pane, che sembravano di gesso, e vi era chi in tali oggetti lavorava con una maestria sorprendente: mi ricordo di un Cristo in croce spirante che fu venduto ad uno straniero per non pochi scudi. Vi era chi si divertiva a fare i bussolotti con un garbo che incantava: chi aveva tale abilità apparteneva al rango dei borsaiuoli; infine vi erano vari che dilettavansi di rappresentare le azioni che avevan commesse, come assalti alle persone, assalti alle case, i raggiri usati per riuscire nei loro intenti che erano quelli di far suo quello che ad altri apparteneva: e potete ben credere che le scene erano eseguite con una naturalezza che nessun comico sarebbe in grado di superare, cosí che essi vi porgevano diversi modi di passare senza molta noia la giornata.

[LXXVII.] Finalmente monsignor Matteucci in persona venne ad annunziarmi il giorno della mia partenza per Ravenna [4 marzo 1852], ove doveva scontare, come dissi, sei mesi di carcere in casa. Il viaggio in vettura, accompagnato da un gendarme travestito, era a mie spese. La mia guida era buonissimo giovane; arrivato nella città, mi lasciava piena libertà, e noi ci trovavamo insieme solamente all'ora dei pasti che il vetturino era in obbligo di darci due al giorno. Il nostro viaggio non presentò alcun incidente, e arrivai a casa sano e salvo, in cui mi rinchiusi e rimasi sei mesi come se fossi di convalescenza.

Rassegnato alla mia sorte pensava piú a procurarmi mezzi di esistenza che alla politica, quando in capo a pochi giorni dal mio rimpatrio, fui ammesso nel Comitato del nuovo consorzio repubblicano, che erasi creato durante il tempo che io fui in carcere, onde dissi a chi mi comunicò l'ammissione: «Volete pormi nel caso di esclamare: _appena vidi il sol che ne fui privo_, perché se il Governo viene in qualche sospetto, col precetto di cui sono aggravato, mi rimettono in carcere senza perder tempo. Ma non importa, io sono sempre pronto a sostenere i principi che professo, succeda quel che sa succedere». Il nostro nuovo Comitato ebbe una triste crisi a soffrire. Fu d'uopo tenere un congresso a Cesena, in cui intervenne un membro di ogni Comitato di Romagna, e Ravenna vi fu rappresentata dal degno patriota Augusto Branzanti: il convegno fu scoperto dal Comando austriaco per viltà e ribalderia di uno che vi apparteneva, ed il Branzanti con altri venne catturato e chiuso nelle carceri di Bologna. Gli Austriaci, come il solito, volevano che palesasse quale fu l'oggetto del convegno; lo sottomisero a mille rigori e torture, e finalmente a quella esecranda delle battiture sul deretano: ma egli non si arrese, e mostrò quel coraggio che è proprio di chi è convinto della fede politica che adotta; onde meritò una stima ed un affetto imperituro presso i suoi cittadini. Il Comitato rimase in piedi malgrado i pericoli in cui vedevasi esposto, e specialmente dopo l'insuccesso della insurrezione di Milano. Solamente nel 1859 aderí di fondersi con quello della Società nazionale italiana, nell'intento di costituire l'Italia libera ed indipendente coll'appoggio del Piemonte e della Francia. Ma io che non partecipava a siffatta fusione rimasi escluso dal movimento che si operò all'indicato fine nel 13 giugno 1859, nel quale Ravenna fu sgombra dalle autorità e dalle milizie pontificie ed il Governo affidato provvisoriamente ad una Commissione. I miei colleghi del Comitato repubblicano, mercé l'avvenuta fusione, ebbero onori e cariche; si può dire che signoreggiavano il paese. Di ciò punto mi curava, né io moveva lagnanze sulla mia trista posizione, essendo senza alcun mezzo di sussistenza e senza modo di rinvenirne; ma quello che m'indispettí fu l'intolleranza dei nuovi reggitori del paese, che a causa della tenacità de' miei principî repubblicani mi fecero una guerra a morte. Dapprima appiccarono sulle pareti esteriori di mia casa cartelloni in lettere cubitali in cui erano scritte queste parole: _Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia_, e il carattere era di qualità nero e rosso, significanti che i repubblicani erano in lega coi preti; poi mi fecero avvertire che tralasciassi di sostenere i principî repubblicani, altrimenti mi sarei esposto a gravissimi pericoli, infine mi si minacciò la carcere, ed ecco in che modo. Un impiegato della provincia, uomo estraneo ad ogni partito, mi fece avere un giornale in cui parlavasi di Mazzini e del movimento politico operatosi: io lo resi ostensibile a qualche amico. Allora il nuovo direttore di polizia Gueltrini, mio collega nel Comitato mazziniano, m'intimò di presentarmi al suo ufficio, e in modo burbero e dispotico mi disse di avere ordine di farmi arrestare: io risposi che mi teneva a sua disposizione. E poi cambiando discorso mi fece intendere che con dodici scudi al mese, stipendio assegnatoli dal cassiere camerale presso il quale era impiegato, non poteva sostenere la sua famiglia e che aveva accettato quel posto per migliorare di condizione. Al che io risposi: «Ognuno deve cercare il proprio interesse, né io voglio esser giudice dell'altrui azioni, ma dico bensí che pretendo si rispetti e si tolleri la mia opinione, sebbene non sia piú omogenea a chi conduce oggi le cose del paese: io sono repubblicano, non mi fondo come i metalli». Dopo scambiate alcune altre parole alquanto risentite da ambo le parti, mi lasciò libero. Privo di ogni mezzo di sussistenza, perché coll'ultima condanna aveva perduto l'impiego di protocollista datomi nel 1848, ricorsi al Municipio per quel tenue tributo vitalizio che mi poteva spettare, e l'ottenni; indi venni ammesso nell'archivio per dare assetto alle posizioni ivi raccolte, e quando si aperse il concorso del posto vacante di vicebibliotecario nella Classense, feci inchiesta per esservi compreso, e i miei vóti ebbero un pieno successo coll'accordarmelo, non per favoritismo, ma per requisiti che aveva prodotti; impiego però meschinissimo, non condegno alle funzioni che si esercitano, essendone lo stipendio inferiore di quello che si accorda ad un semplice scrivano; ma non ho mai usato pratiche perché mi si aumenti, né ho mai affacciato in appoggio i sagrifici sostenuti per la causa della patria, mentre ero in dovere di fare ciò che per essa feci. Dopo la guerra ingiusta che mi si fece per essere rimasto fermo nei principi repubblicani, cioè in quei principi che adottai nel 1832 entrando nella Giovane Italia, insieme, come dissi, col conte Francesco Lovatelli, Giovanni Montanari ed Antonio Ghirardini, ebbi la consolazione di vederli risplendere piú vivi di prima, colla erezione successiva delle società del Progresso, promosse da Nicotera nell'incontro del meeting a favore della Polonia, della Unione democratica e del Circolo Carlo Cattaneo, nel quale il nome di Mazzini, iniquamente respinto nel '59, brillò di una nuova luce, e il gran Maestro divenne caro a tutti i buoni patrioti, il di cui numero superò quello dei moderati fusionisti: anzi molti di essi ripresero ad onorarlo ascrivendosi alle indicate società; ed io, vilipeso ed oltraggiato, ebbi il conforto di essere elevato alle prime cariche delle medesime. Cosí la mia devozione al grande Apostolo italiano ebbe un pieno trionfo, ed oggi pure in età di 73 anni, coi malanni che son propri di un'età tanto avanzata, appartengo alla società repubblicana in essere col titolo Pensiero ed Azione, né devierò mai dalla strada da sí lungo tempo tracciatami. Nacqui repubblicano, e tale voglio morire.

30 giugno 1877.

APPENDICE.

CINQUE MESI DI CARCERE NEL FORTE DI BORMIDA

I padroni d'Italia, come quelli di Francia sulla Bastiglia, eressero sulla Bormida un baluardo alla libertà, e sotto alle sue fondamenta scavarono fosse profonde, e nell'angolo piú oscuro di esse scrissero a caratteri di fango «Pei seguaci della Libertà».

_Amico del Popolo_, N. 180.

_Sicut erat in principio et nunc...._

Era la notte del 5 giugno 1868, quando confortato lo stomaco con una sufficiente cena, mi avviai, secondo il mio solito, al caffè dell'Ancora d'Oro, situato, come a tutti è noto, nella strada di San Vittore, ove giunto ordinai una semata fresca. Il brigadiere S..... che frequentava pure quel luogo si fece vicino al banco, ove assorbiva, stando ritto, la mia bibita--prese un caffè, e mi diresse alcune parole, a cui seccamente risposi per convenienza, e me n'andai, determinato di fare un giro per la città a fine di godere sino a mezza notte la dolcezza dell'aria che spirava sotto un cielo oltre l'usato luminoso e sereno.

Ma l'uomo propone ed il destino dispone--quindi l'Arcangelo Gabriele che aveva presso di me libato il nettare arabico, scortato da non so quanti Serafini, mi tenne dietro sino alla metà del vicolo di San Crispino--là mi fece intendere una voce imponente, chiamandomi per nome, come se avesse avuto alcun che d'interessante da comunicarmi. Subito mi fermai, a lui mi rivolsi--già mi era alle calcagna--e gli dissi:

--In che posso favorirla?

--Abbia la compiacenza di venir meco.

--Sono ai suoi ordini.

Allora scartò da sé i Serafini che aveva di aiuto, e gli rimasi solo al fianco--e di buon passo, senza far piú motto, giungemmo al cancello della prigione.

Nell'attendere il carceriere, avvertito dell'arrivo di un nuovo ospite da una solenne scampanellata, egli mi chiese se conosceva il motivo del mio arresto.

Io poteva rispondergli che una tal conoscenza deve essere piú in chi lo opera che in chi lo soffre: ma a risparmio di parole gli dissi, che io non sapeva concepirlo--come difatti non mi riuscí d'indovinarlo tal quale il Fisco lo aveva ideato, anche quando potei a mio bell'agio applicare la mente ai casi miei. Intanto la porta si schiuse, e senza perder tempo ascesi svelto pel primo la scala, già a me ben nota, perché l'aveva piú volte percorsa.

Qui è inutile l'esporre ciò che il custode di guardia eseguisce sul carcerato, essendo ad ognuno palese che lo sottopone ad una visita accuratissima in ogni parte anche riservata del corpo--che guarda ed esamina attentamente gli oggetti che tiene--che li sequestra, e li consegna al capo, il quale se ne rende il depositario.

Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi sul tavolo d'ufficio--poi stesi le braccia in alto per agevolare al carceriere l'adempimento del suo incarico.

Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole--al numero otto--Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino--tirò fuori le chiavi del numero indicato--e datomi sulle spalle il sacco di paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo--e fatti alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio assegnatomi.

Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè angusto, basso, umido--gettai il sacco lungo il muro di facciata alla porta--diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci, il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio--e da ciò compresi che erano _cavalli vecchi_--è questo il nome che i carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo, spinsi il sacco contro il muro--lo schiacciai colle ginocchie per togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo--e mi vi distesi sopra cosí abbigliato com'era.

Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente--quello dei congiunti piú di ogni altro turbavami--ma seppi presto quietarlo, persuadendomi che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, _se conosceva il motivo del mio arresto_--e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco--e sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio sforzo--sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio»--e m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:

--Oh! un nuovo cavallo.

Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi sensitivi dell'odorato--e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non tardai a chiudere gli occhi al sonno.

Suonavano le quattro quando mi destai--e il giorno era abbastanza avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro camerati--essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto--e potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida tempra.

Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar spazio--indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto--da ultimo infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del cappello--e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta. Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero--e nel vedermi installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi--forse a causa dei panni che mi coprivano--forse anche perché i modi e i lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro--e qui bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel giudicare dalle fisonomie.

Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si rinnova di tre in tre ore--si opera sempre in presenza del capo o del sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e netto--poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.

Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in due pagnotte--l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga--l'altra metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che per la sua pessima qualità ha il nome di _sbobla_. La seconda serve di cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di far tanto d'occhi per ingoiarla.

Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi--ecco un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.

Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di occuparmene io pure--poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che si recò la _sbobla_, la quale valse a distrarci alquanto--poi giunse il mio pranzo che in gran parte si divisero--e poco dopo fui trasferito nel numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può esimersi dall'osservare.

La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna sempre un perfetto comunismo.

La nuova camera era un paradiso in confronto della prima--grande, ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le quali trovai alcuno di mia conoscenza--perciò lo spirito, sbarazzatosi dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi mangiando soavemente a cena coi camerati--poi fumato uno zigaretto mi stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque del mattino:

--Si alzi--a momenti si parte.

--Per dove?

Niuno rispose.

Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna--e dovei chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.

Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:

--Scusate--mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.

--Non s'inganna punto--io sono addetto dappoi vari anni al loro consorzio.

--Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.

Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto--invece mi s'imbrogliarono maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla politica.

Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.

Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia--io me ne stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata--in ogni angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti--saggia precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si concentra--e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto, caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo sportello aperto.

A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del convoglio, nel passaggio della sala della stazione--e guardati a vista dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi dei curiosi--ed intesi queste parole: