Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 7
La guida assegnatami mi prese gentilmente pel braccio, e colla scorta di non so quanti croati che riempirono il veicolo ci avviammo verso Bologna. Giunti a Lugo, mi accorsi che io era preceduto e seguito da un legno; supposi che contenesse altri detenuti, ma erano pieni di militi: cosí vociferavasi per dove passava che io fossi un arrestato di alta conseguenza. In Bologna si fece alto fuori di Porta Saragozza nella villa Spada, ove risiedeva il generale Gorzkowsky. Io venni chiuso in un camerino, in cui vedevasi un tavolaccio, che doveva servir da letto, e uno stracantone sormontato da un quadro rappresentante san Giuseppe, dinanzi a cui splendeva una lampada. Due militi armati vegliavano nel camerotto il detenuto. Quando mi accorgeva che erano croati, non osava d'indirizzar loro la parola; ma se dimostravano di essere ungheresi, cercavo di aver notizie del luogo e di quanto altro poteva giovarmi. Essi stessi facevano al detenuto esibite ed esprimevano il vivo dispiacere di non essere in grado di soddisfare i loro patriotici desideri. Chi conosceva il latino, era facile di capire il loro linguaggio. Io chiesi a uno di loro che luogo era quello in cui eravamo: mi disse che era la conforteria per quelli condannati a morte; ed ecco come spiegavasi l'altarino ivi eretto a san Giuseppe, a cui i moribondi sogliono ricorrere. Sotto al tavolaccio vidi diversi oggetti di vestiario, e mi fu detto che appartenevano a coloro che mancarono alla legge stataria e che subirono la pena da essa prescritta. Mi si disse che in quel camerotto aveva dimorato Ugo Bassi. La relazione era affliggente, e sebbene mi servissero un pranzo signorile, non fui buono di assaggiarne la minima parte. Cercando di ridurmi a mente gli oggetti che contenevano le carte sequestrate, fui terribilmente addolorato quando mi sovvenne che in Roma nel 1848, quando successero gli sconvolgimenti di Vienna, io d'accordo con Vincenzo Caldesi raccogliemmo un buon numero di Romagnoli e Romani e con essi uniti ci recammo al palazzo di Venezia, residenza dell'ambasciatore austriaco. A memoria di un tal fatto, da un falegname che era accorso cogli utensili di bottega per darne dei pezzi a chi ne voleva, mi feci segare una delle teste delle aquile, e ben ridotta colle pialle vi aveva notato l'anno, il mese, il giorno e l'ora dell'atterramento [21 marzo '48] e con espressioni di odio all'abbattuto Governo: l'iscrizione era rimasta in un vecchio portafoglio che aveva sopra il camino e che cadde fra gli oggetti sequestrati. Questa iscrizione era una spina acuta, temendo che potesse comprendersi nelle disposizioni della legge stataria, e quindi nella fucilazione; ma alla fine mi feci una ragione e quietai l'animo. Già non era piú solo, venne a raggiungermi l'amico Gaspare Saporetti; indi furono ivi rinchiusi due giovani di Castel Bolognese ed un altro che non ricordo chi fosse: cosí eravamo una sufficiente compagnia, ma divieto assoluto di fiatare fra noi; divieto che era osservato solamente quando ci vegliavano i croati; gli ungheresi entravano in conversazione con noi. Chi mi divertiva era il contegno di uno di quei detenuti di Castel Bolognese. Egli bestemmiava sempre come un turco, ma nella sera l'idea di essere in conforteria, in pericolo di essere fucilato da un istante all'altro, lo faceva ravvedere: si accostava a san Giuseppe, si raccomandava alla sua divina grazia, ma in modo che i compagni non s'avvedessero per non comparire bigotto. In capo a cinque giorni si ebbe l'avviso che si cambiava d'alloggio, e l'ufficiale incaricato di eseguire l'ordine ci condusse in mezzo al cortile della caserma in mezzo ad un drappello armato di croati, e questo fu il complimento che ci fece: «Chi tenta di scappare, gli sarà fatto fuoco addosso.»
[LXIX.] Il nuovo luogo assegnatoci furono le carceri di San Francesco. Noi ci arrivammo di sera avanzata, e fummo posti in una vera bolgia infernale, di dove emanava un puzzo micidiale a causa delle latrine contigue: era un corridoio contenente detenuti ungheresi; a causa del caldo si tenevano nudi sul loro paglione, e quando si alzavano in piedi sembravano tante anime dannate. Verso l'ora di notte s'intese in tutto il locale un rumore insolito: «All'erta, ci si disse, in quest'ora il profosso è sempre ubbriaco, ed è un vero demonio; mettetevi in rango.» Appena entrato in carcere fece ricerca dei nuovi arrivati, ma non giovò essere in rango ed in atto della piú perfetta sommissione. Al primo del rango toccarono pugni con non so quante contumelie, e cosí agli altri di seguito; la belva però si ammansava nel passarci in rivista; cosí il mio amico Saporetti che stavami appresso non ebbe che una tirata di cravatta che gli fece quasi uscir gli occhi dalla testa. Eccomelo infine dinanzi colla mano alzata, ma prima che mi facesse alcuna interrogazione, gli dissi: «Sono il segretario del comune di Ravenna.» Fu una parola magica, che da tigre valse a farlo diventare un agnello. «Mi dispiace, tosto mi disse, che io non abbia un miglior sito da collocarlo, ma domattina all'alba lo condurrò nelle camere di sopra: le notti in luglio spariscon presto, il sacrificio sarà breve; intanto lo ringrazio vivamente delle sue cortesie.»
Partito il profosso, non azzardai di coricarmi su quei luridi giacigli per timore di una irruzione formidabile di ogni sorta d'insetti; mi posi a sedere sulla cima d'una banca e appoggiai la testa al muro tanto da non istare in disagio. Allo spuntare del dí il mio profosso fu pronto a mantenere la promessa datami, e mi trasse in un magnifico loggiato in cui erano stanze signorili; venne meco il Saporetti, mi sembrò di rinascere, e riparai al sonno sofferto nella notte antecedente. Verso alle dieci ritornò il profosso con lettere e denari inviatimi da casa, e mi assicurò che nella sera stessa sarei rimesso in libertà. «Oh! allora questa mattina da pranzo mangio i cappelletti». Egli aveva messo a servizio una delle sue ordinanze. Il profosso sapeva bene che il Comando austriaco non trovò alcun titolo da applicarmi una pena in base alla legge stataria, che era quella con cui si regolava; ma forse ignorava che era in obbligo di consegnarmi alle autorità pontificie, da cui la mia piena libertà dipendeva e che attesi tre anni.
Nella sera verso l'ora di notte il profosso mi condusse cogli altri quattro detenuti del giorno antecedente nell'ufficio di polizia; ma avendolo trovato chiuso, ci depositò nelle carceri della piazza. Quivi pure la qualità di segretario produsse un altro beneficio, e fu quello di far ottenere ai detenuti della stanza ove fui rinchiuso il benefizio di fumare e di tenere il lume la sera. Ogni mattina aspettava il rilascio o l'ordine di essere rimesso in libertà, ma dopo cinque giorni venne invece quello di essere trasferito in Forte Urbano, ove esistevano già vari detenuti politici.
[LXX.] Ebbi una dolce sorpresa in quel luogo vedendo che era sotto l'ispezione d'un vecchio amico carbonaro, di Baroncelli di Faenza: egli mi escluse dalle solite noiose visite personali, e mi condusse nel suo appartamento, ove mi espose che avrebbe fatto pei detenuti politici quanto le sue funzioni lo comportassero: «Mi servirete da segretario», e m'installò nel suo ufficio d'ispettore. Poi mi condusse in una stanza, ove teneva rinchiusi i detenuti politici di riguardo, e mi lasciò con loro, dandomi un buon letto con istramazzo. Ristauravasi nel Forte un altro corridoio che guardava la piazza d'armi, chiamato le Colonnette, e quando fu accomodato mi lasciò scegliere le camere che meglio mi convenivano; cosicché fui in grado di favorire gli amici di Lugo, fra i quali l'avvocato Masi, Morandi e Bedeschi, che a me si unirono quando ivi ci rinchiusero. Si poté conseguire dalla fornitura il vitto di segretura in natura, cioè la carne e la minestra crude, ed il pane dell'infermeria che era bianco e buono: a queste provvigioni aggiungevamo una tangente ciascuno e si riusciva ad avere un secondo piatto. Il Bedeschi, esperto in affari di cucina, ci preparava sempre un buon pranzo: il vino, a spese comuni.
[LXXI.] Erano scorsi piú di sei mesi senza che venisse iniziato alcun processo, quindi ignorava sempre il vero titolo della mia prigionia; ma di ciò non prendeva alcun pensiero, né feci alcuna pratica in proposito: uscito dalle grinfie del Comando austriaco e della legge stataria nulla aveva piú che mi conturbasse. Finalmente venni traslocato nelle carceri di Ravenna: cosí ebbi modo di vedere spesso i miei congiunti e di essere servito da essi di tutto ciò che mi occorreva. La camera che mi venne assegnata era la migliore dello stabilimento, e guernita di una gran finestra con vetri senza l'impedimento del tamburo, in modo che si poteva vedere ed essere visto da chi transitava pel cortile del palazzo governativo. Essa era occupata da gente che non aveva accusa criminale. Il numero dei detenuti ristringevasi ad otto; ognuno aveva da casa pranzo e cena, riunivansi tutti i pasti e formavasi un convito variato e squisito. Poco dopo il mio arrivo nelle carceri di Ravenna, s'iniziò il processo che dappoi sí gran tempo attendeva. Io non intendo di porgere ragguagli su tale soggetto. Il secondo turno del Supremo tribunale della Sacra Consulta, tribunale istituito sulle norme di quello della Inquisizione, mi giudicò [28 gennaio 1851] colpevole di «minacce fatte al Magistrato anche letali in odio di officio», senza indicare quale Magistrato, e perciò mi condannò «a cinque anni di opera pubblica», ed alla pena di detenzione per «ritenzione di carte antipolitiche». Ma ecco il fatto genuino che mosse questa sentenza. La nostra Magistratura si dimise per non eseguire le operazioni elettorali, necessarie per la nomina dei membri alla Costituente romana del 1849; il Prolegato rinunciò pure alla sua carica per non assumerle; cosí vi era il pericolo che Ravenna rimanesse senza rappresentanti alla Costituente: vociferavasi che tutto ciò fosse l'effetto degli intrighi del segretario di legazione Garzía, uomo di principî clericali esaltati ed affezionato al cessato Governo. Quindi io come segretario del Circolo, che rappresentava l'opinione del paese, mi recai dal Garzía e lo consigliai ad allontanarsi dal posto che occupava per evitare un eccesso, mentre il popolo era contro di lui irritatissimo, ritenendo che impedisse la nomina dei membri della Costituente. Il Garzía mi ringraziò del consiglio datogli; ma Gaspare Saporetti, che era un vero energumeno, aggiunse minacce ed improperi che io disapprovai interamente.
Comunicataci la sentenza [5 febbraio '51], fummo traslocati a Roma con mezzo straordinario, cioè con vettura a due cavalli. Da Ravenna a Pesaro il nostro conduttore, che fu un brigadiere, ci usò la cortesia di non ammanettarci; ed a un detenuto che entra in una carcere senza un tale arnese gli si usano sempre molti riguardi: perciò il maresciallo che da Pesaro ci fu di guida sino ad Ancona non ci lasciò liberi nel viaggio, ma solamente quando ponemmo il piede nelle carceri; però ci fu concesso di essere ammessi in una stanza che conteneva giovani instruiti e di merito e che ci favorirono una buona cena. In seguito non ci fu modo di scansare le manette, sebbene io cercassi d'interessare la vecchia guida a raccomandarci alla nuova per tale oggetto. In Spoleto fummo rinchiusi in un orrido sotterraneo, e ciò mi doleva perché ci conveniva di rimanervi 24 ore a causa di una festa che interrompeva la corrispondenza. In Otricoli ci occorse un curioso aneddoto: il paese era in movimento pel passaggio del re di Baviera che recavasi a Roma a visitare il papa. Il custode di quel piccolo paesetto cercava di trar profitto dai vari detenuti di qualche conto che capitavano al suo albergo, ed era in ciò d'accordo colla moglie, donna giovane e di belle fattezze. Appena giunti, ella fece uscire dalla miglior camera che avesse una vecchietta, ivi pure detenuta, e ce l'assegnò rinnovando i sacconi della paglia, che dovevano servirci da letto; poi ci chiese se nulla ci occorreva: il Saporetti, che dal sorriso e dai modi sciolti con cui ci trattava concepí buone speranze alle soddisfazione dei venerei appetiti, ordinò un pranzo da tre, comprendendovi la ninfa; e il pranzo fu buono e lauto, ed aveva oltremodo avvivato lo spirito dell'amico, divenuto rosso come un gambero: i cibi furono gustati, ringraziò chi li aveva forniti, il Saporetti insisté per quanto formava l'intento dei suoi desiderî, e per risposta ebbe: «A mezzanotte». Io mi ero già gettato addosso alla vecchietta, che non mancò di visitarci specialmente al momento del pranzo, e all'ora di notte io era sul mio paglione in braccio al sonno. I sorci mi svegliarono piú volte, e vidi che l'amico stava in un'angosciosa aspettativa; al tocco della mezzanotte il carcere si aperse, ma invece della carceriera apparve il carceriere che venne a prendere un saccone; né piú si vide alcuno, e l'amico restò colla piva fuori del sacco. Nel mattino apparve la cara, linda e cortese, chiedendo se volevasi la colazione; l'amico rinacque a nuova speme e le rinnovò l'invito del giorno innanzi, che accolse: «Questa notte non ho potuto; ma fra poche ore, quando tutti attendono al passaggio del re, io sarò qui;» ed intanto ingoiò e non fu di ritorno che quando i carabinieri vennero a prenderci per proseguire il nostro viaggio, e profittò di un comodo posto che era nella vettura da posta per fare una passeggiata insieme coi carabinieri sino a Civita Castellana.
[LXXII.] Arrivati a Roma, fummo internati nelle segrete delle Carceri Nuove in via Giulia: ognuna è dedicata ad un santo, ma sarebbe bene che fosse consacrata ad un diavolo: tutte le segrete hanno una o due finestre nelle pareti laterali, quelle di via Giulia ne hanno una nel mezzo del soffitto, in modo che il povero detenuto che è esposto a quel largo pertugio riceve tutta l'umidità e l'acqua che da esso emana, essendo senza scuro. E qui bisogna far conoscere a chi non è pratico di carcere, che ognuno ha un capo eletto dal direttore, il quale è padrone di fare ciò che piú gli aggrada. Se il detenuto è in grado di pagare al capo una buona dose di vino con una pietanza, può avere da lui la grazia di collocare il suo paglione in un angolo della stanza, fuori dagli effluvi del finestrone; se no, è certo d'esservi messo sotto. Il capo della camera in cui fummo rinchiusi era un militare condannato a morte; il canone del vino era quotidiano, ma per buona sorte dopo pochi giorni fummo traslocati nelle carceri di Termini, luogo di deposito dove si agglomerano ogni sorta di delinquenti. Lo stabilimento è diretto da un capitano, che ha sotto di sé una quantità di aguzzini, perché trattasi di vegliare centinaia di persone. Io pregai il capitano di porci nel miglior luogo che vi fosse, e ci assegnò il corridoio dei discoli, ripieno di giovani dai sedici ai venti anni. Quel disgraziato, che come capo stanza doveva vegliarli, era in un imbarazzo dei piú scabrosi: essi pervenivano sempre ad aver carte da giuoco e passavano l'intera giornata nel farne uso esponendo per premio del vincitore della partita la pagnotta e la minestra che nel giorno dopo era ad ognuno somministrata, e quando facevasi la distribuzione del vitto, il perdente che aveva una fame maledetta non voleva arrendersi a soddisfare il suo obbligo; onde nascevano liti e lotte a cui il capo stanza non aveva modo di metter riparo. Il vizio del giuoco delle carte è proibitissimo nelle carceri; e pure non havvi luogo in cui sia piú avvivato che in essa. I mazzi di carte che servono all'intento vi abbondano: quando i detenuti hanno perduto quei pochi danari che posseggono, mettono in giuoco gli oggetti di vestiario, ciò che dà causa a varie dispute ben peggiori di quelle che sorgono fra i discoli; perché, se alcuno osa di fare il prepotente, può incorrere il caso che nel mattino si trovi soffocato senza che si abbia alcuna traccia del delitto. È il capo stanza che trae il maggior profitto dal giuoco, perché ad ogni taglio deve avere un determinato tributo. Cosí pure è vietato di provvedersi di carta, penna e calamaio, e in quelle di Termini esistevano oggetti di cancelleria di ogni genere che si compravano occultamente dal capo stanza al prezzo che gli piaceva. Da ciò si vede che le sue funzioni sono molto lucrative, in modo da procurargli non pochi denari; credo che goda anche altri beneficî dalla fornitura del vitto: ha di certo razione doppia che vende a chi non ha sufficiente nutrimento, il quale consiste in tutte le carceri di larga in una pagnotta e in una minestra al lardo. Le carceri di Termini, come tutte le altre, sono soggette a sei visite, tre di giorno e tre di notte. Quando il capo guardiano entra nella camera dei detenuti è seguito da vari aguzzini armati di randello che cadono pesanti sul dosso di colui che al momento della visita fosse fuori dal suo posto, cioè fuori dal sacco di paglia assegnatogli. Stanco di rimanere nel corridoio dei discoli, a causa degli schifosi insetti che ivi si annidavano, dei litigi e querele che insorgevano di continuo, pregai con lettera il cardinale Marini, col quale mio padre aveva avute intrinseche relazioni quando era governatore laico in Ravenna, sotto il governo del cardinale Malvasia, di cui ritenevasi fosse figlio; e nel mentre che aspettava l'ordine di un cambiamento, una sera fu condotto a noi un nostro amico di cuore, un nostro concittadino, qualche tempo prima di noi arrestato, Epaminonda Rambelli, il figlio di quel Gaetano che fu impiccato per ordine della Commissione Invernizzi, di cui abbiamo già parlato. È indicibile la gioia che da noi si provò, specialmente quando ci disse che era rimesso in libertà e che era tradotto per corrispondenza ordinaria sino a Ravenna, ove avrebbe ottenuto l'opportuno rilascio. Egli rimase due notti e un giorno con noi, atteso l'intromissione di una festa che interruppe il corso della corrispondenza. Egli ci espose che avendo militato nelle truppe doganali, comandate dal colonnello Zambianchi e che cotanto si distinsero contro gli attacchi dei Francesi al tempo della Repubblica Romana, era stato incolpato di aver preso parte agli eccidî di San Calisto, ove vari frati vennero uccisi: ma non essendo risultato nel processo alcuna prova, mettevasi fuor di causa. Essendo stato improvviso l'ordine della sua istradazione e non avendo avuto tempo di farsi spedire da casa fondi necessari al viaggio, venne da noi provveduto di quanto gli occorreva.
[LXXIII.] Nel giorno dopo alla partenza dell'amico Epaminonda, venne l'ordine di essere trasferiti alle carceri di San Michele in Ripa Grande, magnifico locale, ampio, arioso e comodo. II luogo in cui fummo collocati formava un corridoio, illuminato da un larghissimo finestrone, e ai fianchi del medesimo s'innalzavano due ranghi di camerini pei detenuti, ove ognuno rimaneva libero: essi si aprivano nel mattino e si chiudevano due ore prima di sera, e durante la giornata il detenuto passeggiava in compagnia de' suoi camerati, sempre però sotto la sorveglianza di due gendarmi, che si cambiavano in ogni 24 ore. Il direttore del luogo era un maresciallo della stessa arma, conosciuto sotto il nome del Monco dei Monti, uomo di una severità indicibile. Verso di me mostravasi mansuetissimo, e mi trattava con cordialità; quando la notte recavasi alla visita dei camerini, e che mi trovava ancora alzato a leggere, mi salutava e soleva dirmi: «Eh! che non vi stancate di leggere?» senza toccare il polso ai catenacci ed alle ferriate secondo l'uso. Fra i gendarmi vi era sempre qualche benevolo, che ci teneva in relazione col di fuori e coll'altro corridoio dello stabilimento, ed io n'era il corrispondente. In ogni modo, siccome ci era permesso di far venire il pranzo dal di fuori, cosí si trovava modo di essere in corrente delle notizie le piú importanti coi biglietti che si nascondevano nelle pietanze o dentro il turacciolo dei fiaschi del vino. Tutti i detenuti di San Michele dipendevano dal Tribunale della Sacra Consulta, che è quanto dire addebitati di titolo politico; ivi feci conoscenza di Calandrelli e di molti altri personaggi di merito che si erano distinti in Roma nel '49.
[LXXIV.] Un giorno stando a conversare coi miei camerati venni a sapere che Epaminonda Rambelli, noto col nome di Moretto, era stato ricondotto nelle carceri. A persuadermi di un fatto sí opposto a quanto egli stesso mi aveva asserito nel reclusorio del Termini, cioè della sua riacquistata libertà, diedi incarico ad uno dei detenuti che stava presso il primo camerone dello stabilimento, in cui si diceva il Rambelli essere stato rinchiuso, a verificare la voce prevalsa; e pur troppo la mattina seguente seppi che era stato ricondotto a Forlí per un confronto e che gli aggravi processuali erano accresciuti a suo danno, e di ciò fummo tutti afflittissimi; e una prova di quanto asseriva nasceva dai modi rigorosi con cui era trattato dal Monco, il quale entrava sempre nel suo tugurio colle pistole montate alla mano, senza mai accondiscendere a quanto di piú giusto sapeva chiedere. Dal secondo camerone venne trasferito nel primo, in quello in cui era, e non so come potesse ottenere la grazia di passeggiare un'ora del giorno quando tutti gli altri prigionieri erano rinchiusi. Ma questa grazia ci pose tutti in un grave imbroglio. Un vecchio capitano dei carabinieri, che si era compromesso negli affari politici del '49, era nel novero dei carcerati di San Michele e godeva il beneficio di avere di continuo l'accesso nel corridoio. Costui aveva militato nelle Romagne al tempo del dominio della Commissione Invernizzi e raccontava limpidamente gli arresti che vi aveva eseguiti, fra i quali quello di Gaetano Rambelli, padre di Epaminonda, il quale venne, come abbiam detto, impiccato. Si ritenne che costui avrebbe raccontato le sue prodezze, come le rendeva note a tutti, anche ad Epaminonda; di certo sarebbe nato uno sconcerto pericoloso, perché egli, giovane ardente che sentiva la sciagura del padre nel piú intimo dell'animo, avrebbe rampognato il capitano con insulti e copertolo di vituperi. Per evitare ciò si riuscí a far credere ad Epaminonda che colui che vedeva nel corridoio nell'ora che gli era concessa di passeggio, era una spia del Governo tenuta fra noi appositamente per rilevare i detti, i motti di ciascuno, e lo consigliammo a tenerselo lontano e a non rispondere a qualunque interrogazione gli dirigesse, e gli facemmo le piú vive premure perché si attenesse al nostro precetto suggerito dall'affetto che noi tutti gli portavamo; cosí si poté evitare il danno da noi previsto, mentre Epaminonda si attenne strettamente ai nostri suggerimenti.
[LXXV.] Erano scorsi vari mesi da che la mia sentenza era emanata, né si risolveva di assegnarmi il luogo dove doveva scontare la pena inflittami: si parlava di Paliano, vecchio castello ridotto a carcere, e dove era stato trasferito già il degno patriota.....