Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 4
Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannodò le sue falangi in Rimini.
Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria.
E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento; non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22 aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a Ravenna.
[XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 [marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava «illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.
Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio. Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni.
[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti, Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi--noi vivremo insieme--voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati _in aeternum_»; e con altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a tali esortazioni?
[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».
[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?» Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia sciolta nella carriera del dispotismo.
[XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono in un solenne _memorandum_ le norme che il Governo pontificio doveva adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].
Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto in consultivo, come gli si proponeva nel _memorandum_, e da ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il _memorandum_ svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E i ministri delle potenze estere? i fautori del _memorandum_? si mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.
[XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei vóti del Governo.
[XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto.
Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano.
I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20 gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.
[XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono.
[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.
[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].