Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

Part 23

Chapter 233,711 wordsPublic domain

LII. La lettera 62ª, da Bruxelles 18 ottobre 1840 alla sorella Reparata, contiene piú minuti ragguagli del viaggio dell'Uccellini e dell'incidente di frontiera: egli vi racconta che prima di lasciare Parigi visitò Aristide Rasi, il quale si disponeva ad abbandonare la professione di orologiaio per seguire quella del cantante, seguendo i consigli della signora di St. Edme, che avendolo udito cantare trovò in lui una bella voce di basso, lo accolse in casa sua ove viveva allora e lo istruí si ch'egli avrebbe potuto salir presto le scene del teatro italiano. Non trovò invece il Gatti («figlio bastardo di Cappi») marito della signora de Gomont di Bruxelles, «donna bruttissima ma rinomata nelle lettere.» Partí da Parigi il 20 settembre e il 21 giunse alla frontiera, a Quievrain. «Là si visitano i baulli de' viaggiatori e si visano loro i passaporti; in questo mentre si fa colazione: io aveva finito prima degli altri e fumava tranquillamente un zigaro e di Avana, quando il gendarme del posto mi chiama e mi fa passare nella stanza dell'agente politico.--Signore, ei mi dice, bisogna che retrocediate, voi non potete entrare nel Belgio.--E perché? gli rispondo, tutto attonito.--Perché siete rifuggito, soggiunse egli. Invano gli faccio vedere e toccar con mano che non sono scacciato dalla Francia, invano gli espongo che vado nel Belgio per occupare un impiego, invano gli metto sott'occhio i certificati di cui era munito. Sostiene che ha degli ordini positivi in proposito e bisogna ubbidire. Lascio il mio baulletto in custodia all'albergatore di Quievrain; scrivo subito una lettera agli amici di Bruxelles che avevano preso tanto interesse per me; lor conto l'incidente arrivatomi; li prego di far pervenire l'ordine di passare e prendendo sul braccio sinistro il mio mantello, dall'altro l'ombrello ed un pacchetto di librucci, m'incammino verso Valenciennes, prima città di Francia, distante da Quievrain tre leghe, sei miglia. Scorsa una lega, incontro i gendarmi francesi, m'arrestano e mi chiedono il passaporto, mi domandano perché non entri nel Belgio, dico loro la pura verità, ma non mi credono: infine mostro loro i miei certificati, e si decidono di lasciarmi il cammin libero. Già molti contadini s'erano riuniti attorno a me per vedere l'esito di tale incidente, e vedendomi sortirne vittorioso, alcuni mi dissero in un linguaggio mezzo fiammingo e mezzo francese che facevo un cattivo girare in tale momento a causa del tentativo di Luigi Bonaparte. Infine giungo a Valenciennes, dopo tre ore di cammino: come aveva poco danaro, avendo pagato anticipatamente la diligenza sino a Mons, mi ritiro in un alberguccio, mangio una frittata e mi vado in letto. Malgrado tante traversie dormii profondamente sino alle nove del mattino del giorno seguente, 22. Che diavolo farò?, diceva io fra me stesso, in un paese ove non conosco persona; se avessi pensato un tal caso, mi sarei procurato a Parigi delle raccomandazioni: poi tutto ad un tratto mi viene l'idea di andare alla polizia per informarmi se vi erano a Valenciennes degli italiani; detto fatto, vengo a sapere che v'era Andrea Piani di Faenza, ottengo il suo indirizzo, corro da lui senza ritardo, e lo trovo ancora a letto. Ei vedendomi si mette a sedere sul letto domandandomi piú volte con un sentimento di gioia e di sorpresa incredibile, s'ero veramente Uccellini: quando n'è assicurato, m'abbraccia e mi fa subito portare il café al latte, che bevo attendendo si vesta. Insomma m'installo in casa sua, come se fossi stato in casa mia. Allora tornato in me stesso, scrivo un'altra lettera a Bruxelles e un biglietto a Quievrain, al proposto dei passaporti che m'aveva respinto, pregandolo d'avvertirmi quando avrebbe ricevuto l'ordine di lasciarmi entrare. In meno di tre giorni ricevei 20 franchi da Bruxelles per far fronte alle spese del momento e fui assicurato che quanto prima avrei ricevuto l'ordine che desiderava. Infatti due giorni dopo ricevei una lettera del proposto che mi annunziava avere l'amministratore della sicurezza pubblica permesso il mio ingresso nel Belgio e nello stesso tempo ordinato che mi fossero dati 25 franchi nel mio passaggio da «Quievrain.» Partí il 27, lasciando desolato il Piani, della cui gentilezza si loda grandemente: «voi dovete averlo conosciuto; dimorava in casa della Sambi, antica casa di Beltrami.» Il proposto si scusò, gli diede i 25 franchi e di piú da colazione. «Notate bene che il Belgio mi dava 25 fr. per fare 20 leghe di strada e che la Francia me ne aveva dati 32 per sostenere il viaggio di 130 leghe.» Alla sera del 27 era a Namur presso Spada: «Niun rifuggito è cosí ben visto come Spada a Namur; è l'idolo del paese, ei frequenta la piú alta società, è membro onorario di tutti i casini che ivi esistono, e certamente nulla ha da desiderare. Ei mi ha presentato nelle case più cospicue ed ho potuto vedere coi miei occhi l'influenza che vi esercita: ha imparato la musica, ed è invitato in tutte le conversazioni. La Reggenza, o Comune, gli ha accordato per eccezione una cattedra di lingua italiana nell'Ateneo con un emolumento di 600 franchi all'anno, che spera ancora d'aumentare; ha varie lezioni particolari ed il sussidio: il tutto insieme monta a 200 franchi il mese.» L'Uccellini confessa di dover molto allo Spada: fino al 2 ottobre rimase con lui a Namur, poi il giorno dopo, anniversario del suo arresto (cfr. p. 19) giunse a Bruxelles in casa di Nicola Fantini di Faenza, «sempre accolto dai rifuggiti con segni della piú leale amicizia.» Si è presentato al Lebeau, ministro degli esteri e presidente del consiglio, che esaminati i suoi certificati ha promesso di parlare al ministro della guerra per fargli avere la pensione, e all'Haumann «capo della società letteraria belgica» per ottenere l'impiego promessogli. Bruxelles gli piace e lo descrive, toccando delle cose che piú lo hanno colpito, e fra esse le ferrovie, delle quali non aveva che un'idea imperfetta: «Qui vi sono moltissimi rifuggiti, in gran parte piemontesi; di Romagna non vi sono che io, Spada, Fantini, Bendandi, che io non ho ancora visto perché allontanato da tutti: io frequento la casa di un Conte, Colonnello, il signor Bianco, ove intervengono i migliori rifuggiti.»

Il colonnello accennato dall'UCCELLINI è Carlo Angelo Bianco, morto suicida il 9 maggio 1843; cfr. su lui il VANNUCCI, op. cit., vol. I, p. 323-327. Il ministro belga era GIUSEPPE LEBEAU (n. a Huy 1794, m. 1865) avvocato e giornalista, membro del Congresso nazionale, che fu uno dei creatori della Costituzione belga del '30, e fatto ministro degli esteri ebbe una parte notevolissima negli avvenimenti posteriori fino a che nel 1840 fu chiamato a costituire il primo gabinetto liberale, che ebbe corta durata.

LIII. Lett. 63ª, da Mons, 31 dicembre 1840: Malgrado la protezione del ministro Lebeau, del deputato Garcia e di altri, non ha avuto il sussidio perché i fondi per i rifugiati sono esauriti: anche l'impiego a lui promesso dall'Haumann è sparito: perciò non trovando a Bruxelles occupazione, è venuto a Mons, dove non vi è alcuno che dia lezioni di italiano e spera di far la fortuna di Spada. Ha già due lezioni in casa Hennekinne e spera trovarne presto altre. Ha fatto domanda al Borgomastro per essere autorizzato a dar lezione nell'Ateneo, e poiché molti l'appoggiano spera di riuscire; ciò che sarà un gran passo. A Mons è solo, non vi sono divertimenti, non italiani fuor che un lombardo, mercante di incisioni che vi dimora da 18 anni, uomo duro e piú belgio che italiano, e un chincagliere Cavalli che ancora non ha conosciuto. Nonostante egli sta bene ed è contento.

LIV. Delle persone nominate in questo capitolo, notissimo è il DE MERODE, pel quale è da vedere al cap. LIX; meno noti Franciade Fleurus DUVIVIER di Rouen, n. 1794, ufficiale d'artiglieria nel 1814, segnalatosi nelle spedizioni d'Algeria del 1828 e di Costantina del 1859, nominato comandante superiore del campo di Guelma nel 1839 e generale di divisione nel 1848, anno della sua morte avvenuta per le ferite toccategli reprimendo l'insurrezione di luglio; e il barone Carlo Emanuele CHAZAL, generale belga, n. a Tarbes 1808, che prese parte attiva alla rivoluzione belga del '30 e contribuí a salvare Anversa dal bombardamento, entrò nel '31 nell'esercito col grado di colonnello, poi fu fatto generale e aiutante di campo di re Leopoldo e nel 1844 naturalizzato belga: egli fu ministro della guerra in piú gabinetti e oratore parlamentare di prim'ordine; pensionato nel 1873, viveva ancora nel 1890.

L'ultima lettera che ci resti dell'Uccellini esule è la 64ª, dell'8 settembre 1843 da Mons alla sorella Vigilia; lettera per piú rispetti singolare: «Che dire dei movimenti politici di cui mi date conto? noi ne parliamo con una meraviglia inesprimibile, perché non comprendiamo un'acca. Da qual fonte scaturiscono? qual ne è la base? quai sono i mezzi d'azione? Niuno di noi, esaminando lo stato attuale d'Europa e pesando il partito radicale esistente, trova modo di sciogliere tali quesiti. La Gazzetta di Cologna li fa dipendere da un complotto creato dai membri della Giovine Italia: ma noi non potiamo supporre che gl'Italiani dopo le molte e triste lezioni ricevute dalle sette, abbiano ancora fiducia in esse: converrebbe comporle di semidei, onde sperare di tenerle occulte sino al momento opportuno dell'azione, e poi, ammettendo anche che si abbia potuto sormontare tale difficoltà, si domanda: Codesto complotto agisce isolatamente o con l'accordo del partito radicale d'Europa? Se agisce da sé, quanto progetta è una vera utopia; se agisce coll'intelligenza di tutto il partito che gli è omogeneo, s'arroga un privilegio funesto e si dà la mannaia sui piedi. Supponendo che il radicalismo si senta abbastanza forte per insorgere, sta forse all'Italia il dar fuoco alla macchina? no, senza dubbio. Non havvi in tutto il mondo che un paese, a cui tale iniziativa convenga, e questo paese è Parigi. Un'altra Gazzetta ci fa sapere che il movimento è nato in seguito ad una voce sparsasi dell'arrivo in Ancona di truppe francesi. Il prestar fede ad una tal voce è dichiararsi insensato. E poi qual magia ha in sé il nome francese per entusiasmare tanto gli italiani? Credesi forse che la Francia sia in grado di soddisfare i vóti de' liberali? vana credenza; il partito su cui questi possono contare è estenuato dalle lotte sostenute col sistema vigente; ha d'uopo di lungo riposo, e non vuole certamente far nuovi sforzi col pericolo inevitabile di rovinar sé stesso senza poter giovare agli altri. Non parlo dei radicali degli altri Stati, perché oltre che sono in peggior situazione di quelli di Francia, non possono avere alcuna influenza diretta su l'Italia. Una Gazzetta che ho sotto gli occhi annunzia che piú di 600 uomini, organizzati in bande ed armati da capo a piedi, hanno avuto uno scontro con un corpo di carabinieri, il di cui capitano è stato ucciso, alcuni dei suoi presi e fucilati: ma qual sarà la sorte di codesti disperati, quando si troveranno a fronte di corpi piú numerosi, disciplinati e sostenuti da cannoni? Chi verrà in loro aiuto? insomma non si trova modo di disbrigare un tal fatto; perciò nella prima che mi scriverete indicatemi quanto si vocifera sull'origine, sullo scopo e sull'appoggio «di esso». Dopo ciò, parla del Dizionario portatile da lui compilato e stampato in sei mesi, e ceduto all'editore Lenglumé, «un'arpia che vuol tutto per niente»; accenna alle critiche del suo Dizionario fatte in Ravenna dal Roatti; ha pronta una grammatica francese per gli italiani, per la quale vorrebbe che gli trovassero in patria un editore. Si rallegra che il Fanti sia stato fatto proposto del Registro. Bendandi è maritato da un mese e si è stabilito a Namur, non crede che adesso possa aiutar la famiglia perché non ha cicatrizzate ancora le piaghe di tanti anni di miseria sofferta dal 1834 al 1842, epoca in cui ebbe l'impiego di conduttore delle mercanzie nella Ferrovia del sud. Spada è stato a Mons otto giorni: «abbiamo parlato a lungo degli sconvolgimenti successi senza poter nulla intendere; è grasso, grosso, e in buon arnese; è curioso: non sa piú dire una sola parola ravegnana e mi ha di continuo parlato francese». Quanto al proprio stato, l'Uccellini non ha ancora ottenuto il sussidio piú volte richiesto; Spada gli ha dato speranza di ottenergli un posto nell'uffizio di uno spedizioniere a Charleroi. «Compiango tanti buoni amici che il torrente politico strascina in un abisso di disgrazie».

LVII. Al card. FRANCESCO SAVERIO MASSIMO succedette, come ministro dei lavori pubblici, il 16 gennaio 1848 monsignor GIOVANNI RUSCONI; il 12 febbraio questi rinunziò e in suo luogo fu chiamato l'avv. FRANCESCO STURBINETTI; il quale passò il 10 marzo al ministero di grazia e giustizia ed ebbe per successore ai lavori pubblici MARCO MINGHETTI.

LVIII. Intorno ai fatti accennati in questo capitolo, oltre gli storici in generale e i giornali del tempo, è da vedere il libro, pienissimo di notizie, di R. GIOVAGNOLI, _Ciceruacchio e Don Pirlone_, vol. I, Roma 1895.

LX. L. C. FARINI, _Lo Stato romano_, lib. III, cap. XIV parla della propria commissione a Bologna nell'agosto 1848 per sedare l'anarchia; il suo biografo G. BADIALI (_L. C. Farini_, Ravenna, 1878, pag. 103) è il solo che accenni al complotto ordito a Roma per assassinarlo: gliene parlò l'UCCELLINI, il quale non si vantò mai, dopo il 1860, quando sarebbe stato cosí proficuo!, di avere stornato dal capo del Farini un sí grave pericolo.

Gli onori funebri al conte Tullo Rasponi furono il 9 ottobre 1847 e li diresse Giovanni Montanari; come si rileva da alcune Note mss. dell'Uccellini.

LXI. Il Consiglio Comunale di Ravenna, con deliberazione del 5 ottobre 1848 «in seguito ad opportuno avviso di concorso e sopra 9 concorrenti.... a maggiorità di voti elesse e nominò Protocolista ed Indicista Comunale il sig. Primo Uccellini cogli obblighi e collo stipendio di scudi 12 mensili, come all'anzidetto avviso di concorso» (comunicazione di Francesco Miserocchi). Il fratello, accennato in questo cap., è TERZO UCCELLINI, del quale resta vivente la sig. INES UCCELLINI, che per la memoria dello zio patriota ha un culto vivissimo: a lei dobbiamo il ritratto che adorna questo volume, ove auguriamo ch'ella possa rileggere per molti anni ancora i ricordi cari al suo cuore.

FRANCESCO LOVATELLI meriterebbe un biografo, che ne mettesse in luce le benemerenze e la condotta politica: morí assassinato nel 1856; cfr. P. D. PASOLINI, _Gius. Pasolini_, p. 520.

ANTONIO MONGHINI ravennate, deputato all'Assemblea costituente nel 1849, fu dopo il '60 direttore della Banca nazionale in patria e console di Turchia; nel 1865 si attentò alla sua vita, non si sa se per vendetta privata o settaria; morí in Firenze nel 1875 e fu portato a seppellire nella sua villa di Gambellara.--Sulla parte dei ravennati in «quella camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa» contro la Repubblica sono preziose informazioni nel cit. libro del PASOLINI, cap. VIII.

LXII. Poco si sa di questa fuga dell'arcivescovo FALCONIERI (cfr. la nota a pag. 191) a Venezia: nelle cit. Note mss. l'autore registra sotto la data dell'11 aprile 1849 un indirizzo del Capitolo a Falconieri profugo a Venezia».

LXIII. La festa patriottica celebrata in Ravenna il 15 febbraio 1849 e quella del 19 nel sobborgo di Porta Sisi sono descritte nel _Diario ravennate per l'a. 1871_, Ravenna, tip. Angeletti 1870, p. 21-24; ma ivi non si accenna alla donna che coronò il fusto dell'albero: è facile però riconoscere in lei la vedova di Gaetano Rambelli giustiziato nel 1828 (cfr. pp. 24, 188) e madre di Epaminonda giustiziato nel 1854 (cfr. p. 246): essa era Antonia Mazzotti e morí in Ravenna nel 1880 di 73 anni.

LXVI. Della gloriosa ritirata di Garibaldi da Roma nel 1849, ha scritto la storia, seguendolo di luogo in luogo, giorno per giorno, sino a San Marino e al Cesenatico, il prof. RAFFAELE BELLUZZI; e il suo lavoro sarà prossimamente pubblicato in questa _Biblioteca_. Nella quale ci proponiamo di dare anche la storia documentata dello scampo di Garibaldi per opera dei patrioti comacchiesi e ravennati, dallo sbarco a Magnavacca sino al suo arrivo in Forlí: intanto, chi voglia conoscere questi fatti, oltre il libretto dell'Uccellini citato nella prefazione, può vedere: GIOACCHINO BONNET, _Lo sbarco di Garibaldi a Magnavacca, episodio storico del 1849_, Bologna, Società tipografica Azzoguidi, 1887; PIETRO GRILLI, _Narrazione genuina e veritiera sullo sbarco di Garibaldi, Anita, Ugo Bassi e Livraghi alla Pialazza, comune di Comacchio_, Ravenna, tip. nazionale, 1891; PRIMO GIRONI, _Note illustrative alla carta grafica del percorso da Garibaldi da Cesenatico a Forlí, profugo nell'agosto 1849 dopo la ritirata di Roma_, Ravenna, tip. Calderini, 1888; ID., _Appunti storici_ (con l'_Elenco cronologico dei salvatori di Garibaldi_) nel _Diario ravennate per l'a. 1885_, Ravenna, tip. Alighieri, 1884, p. 27-29; SATURNINO MALAGOLA, _Epigrafi_, Ravenna, tip. nazionale, 1883, sono sei epigrafi per i luoghi di fermata di Garibaldi; ANONIMO, _Giuseppe Garibaldi profugo a Ravenna nell'agosto 1849_, Ravenna, tip. Calderini, 1884; PRIMO GIRONI, _Anita Garibaldi_ (_3ª ediz. riveduta_). _Cippo ad Anita e XXX anniversario della Società operaia in Sant'Alberto di Ravenna_, Ravenna, tip. Ravegnana, 1896.

LXXI. Ecco il testo della sentenza qui ricordata:

SACRA CONSULTA.

_Nel dí 28 gennaro 1851._

Il secondo turno del Supremo Tribunale adunato nelle solite stanze per giudicare la causa Ravennate di piú titoli antipolitici contro GASPARE SAPORETTI, e PRIMO UCCELLINI maggiori di età, adempite tutte le formole di procedura, intese le conclusioni fiscali, e le ragioni del difensore, ha dichiarato, e dichiara che consta in genere d'ingiurie e minaccie fatte al Magistrato anche letali in odio di officio, e che in ispecie ne furono, e ne sono colpevoli per ispirito di parte i suddetti GASPARE SAPORETTI, e PRIMO UCCELLINI, a perciò in applicazione degli art. 139 e 103 dell'Editto penale, li ha condannati, e condanna a _cinque anni di opera pubblica_. Inoltre passando al titolo secondo ha dichiarato, e dichiara che consta in genere di ritenzione di carte antipolitiche, e che in ispecie ne fu ed è colpevole PRIMO UCCELLINI, senza licenza alcuna del governo, e perciò lo ha condannato, e condanna alla pena di detenzione a forma e per gli effetti dell'art. 97 del sudd. Editto penale, ultima parte. Ha pure dichiarato che le enunciate pene decorrino a forma di legge. Ed in ultimo ha condannato, e condanna SAPORETTI, ed UCCELLINI alla rifazione delle spese del Pubblico Erario.

Stefano Rossi Presid.

L. Colombo--P. Paolini--A. Negroni--A. Sibilia--L. Fiorani.

Per Copia conforme

Il Cancelliere--M. Evangelisti.

La presente Copia conforme al suo originale è stata notificata al sud.o sig.r Primo Uccellini consegnandola a lui stesso in persona detenuto in queste carceri.

Ravenna 5 febbraio 1851. P. Traversari cursore.

(Seguono gli art. 139 del titolo VIII e 103 e 97 del titolo II dell'Editto 20 settembre 1832).

LXXIII. Il maresciallo preposto alle carceri di San Michele era ANGELO RENZETTI, detto dapprima il _Monco dei Monti_, poi il _Bronco_: di lui parlano a lungo A. LUCATELLI e L. MICUCCI, _Carità di patria, ai fratelli dimenticati ricordo_, Roma, stamperia reale D. Ripamonti, 1889, p. 135-136; nel qual libro sono molte altre informazioni sulle carceri politiche romane dopo il 1849.

LXXIV. Di EPAMINONDA RAMBELLI trovo nelle carte dell'Uccellini, in un frammento della biografia del padre di lui, queste notizie: «Suo figlio Epaminonda corse nel 1849 a Roma per cooperare alla caduta di quel dominio perverso, che gli aveva rapito il padre, e fece perciò parte della colonna dei finanzieri che tanto si distinse, sotto il comando di Zambianchi, contro gli stranieri che venivano a sostenerlo; il povero Epaminonda fu arrestato, e decapitato in Roma nel 1854.»

LXXV. Della supposta traslazione dell'Uccellini al carcere di Paliano è cenno in una minuta di supplica che la sua famiglia inviò al card. Marini, perché ottenesse una diminuzione della pena, tanto piú che «il caso di grazia per condanne emanate dalla S. Consulta non è né nuovo né infrequente, e valga l'esempio di Eugenio della Valle e di Giovanni Polidori, ai quali è stata rimessa interamente la pena.»

Il Marini, qui e altrove ricordato come benevolo agli Uccellini, è PIETRO MARINI, nato in Roma nel 1794, il quale dopo esser stato in Ravenna assessore del Legato Malvasia, tornò in patria, intraprese la carriera ecclesiastica, e in essa salí ai piú alti gradi; fu fatto cardinale da Pio IX il 21 dicembre 1846. Di lui parla D. A. FARINI nell'op. cit. nelle note al cap. XLIV.

LXXVII. La data della partenza da Roma si è ricavata da una lettera scritta da questa città a Giulio Fanti, il 4 marzo '52, da A. Donati, il quale gli annunzia di aver contrattata «la vettura per Primo» e che «esso parte oggi istesso»: esiste anche il contratto, in data 3 marzo, col proprietario di vetture Luigi Chitarroni, per il viaggio da Roma a Ravenna del «signor Primo Uccellini e suo compagno» per scudi 17 e mezzo (vitto e alloggio compreso), fissandone la partenza alle 6 antimeridiane del 4 marzo.

INDICE DELLE PERSONE E DELLE COSE NOTEVOLI

ABBATI Biagio di Savignano, precettato, 162.

_Accademia del Magnismo_ istituita dall'A., 177-179.

ACQUACALDA Antonio, di Ravenna, compagno di carcere all'A., 124.

ACQUISTI Antonio, di Forlí, precettato, 160;--Francesco, id., id., 160;--Giuseppe, id., ascritto alla Carboneria, condannato a 15 anni di galera, 156.

_Adelfi_ (degli), società segreta, 143.

A. F., ravennate, soccorre a Castel Bolognese l'A. e i suoi compagni di prigionia, 122.

AGUCCINI Giuseppe, di Bologna, ricordato nella sentenza Rivarola, 158.

ALBERIGHI Alberigo, di Faenza, precettato, 162.

ALBANESI Tommaso, id., ricordato nella sentenza Rivarola, 158.

ALBANI Giuseppe, card., commissario straordinario nelle legazioni, 54; suoi atti, 56.

ALEOTTI Pietro, di Forlí, precettato, 160.

_Almanacco del Dipartimento del Rubicone_, VIII;--_della provincia di Ravenna_, X;--_di Romagna_, VIII.

AMADUCCI Antonio, di Cesena, precettato, 157;--Giovanni, di Meldola, id., 164.--Luigi, di Forlí, id., 160.

_Americani_ (degli), società segreta, 143, esistente in Ravenna, 149, 155, 156.

Ancona: assediata e presa dalle milizie nazionali nel '31, 39; sede del governo nel '31, 43; capitolazione fatta in Ancona tra il governo ed il card. Benvenuti, 45, 203; occupazione francese del '32, 57-59.

ANDERLINI Paolo, dottore, ricordato nel libro di Angelo Frignani, 225.

ANDREATI Luigi, di Ferrara, precettato, 162.

_Annali della propagazione della fede_, 237.

ANTOLINI Tommaso, di Faenza, complice nell'assassinio di Antonio Bellini, condannato, 193-194.

ANTONIOLI Michele, di Cesena, appartenente alla Carboneria, condannato alla galera perpetua, 153.

_Apostolato_ (_L'_), giornale mazziniano, 62.

_Appuntatore_ (_l'_), sopranome di Francesco Mantellini (vedi).

ARDOIN, negoziante di Auray, benevolo agli esuli, 71.

ARMARI Carlo, capitano, muore nel combattimento di Rimini, 43;--Domenico, di Ferrara, ufficiale, di guarnigione in Ravenna, 173, precettato, 162.

ARMUZZI Luigi, di Faenza, precettato ed espulso dal corpo dei soldati provinciali, 162.

ARRIGHI Giuseppe, di Faenza, precettato, 161.

ARRIGONI Carlo, gonfaloniere di Ravenna, 46, 231, prolegato, 47, 57.

ARRIGOTTI Vittorio, piemontese, dimorante in Forlí, appartenente alla Carboneria, esiliato, 157.

ARTOSINI Carlo, di Forlí, precettato, 162;--Giuseppe, id., id., 162.

_Assassinio_ di Angelo Bandi; Sante Bertazzoli; Antonio Bellini; Alessandro Cappa; Luigi Del Pinto; Mosé Forti; Francesco Gamberini; Giuseppe Lausdei; Lolli; Domenico Manzoni; Domenico Matteucci; don Domenico Montevecchi; Mariano Pierini; Pellegrino Rossi; Filippo Torricelli (vedi ai nomi rispettivi).