Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 22
Si è accennato sopra, a proposito delle lett. 36ª, 38ª e 39ª, ad una controversia tra l'UCCELLINI e il FRIGNANI, la quale, sebbene entrambi non ne facciano parola nelle loro Memorie, va raccontata, come testimonianza dei dissidi, cosí poco e mal conosciuti, tra i nostri proscritti politici. Il primo accenno è nella lettera del 4 novembre 1836: «Una voce, non so da che mossa, sorge ora a dilaniare la mia fama ed a sottopormi all'accusa di esser stato in patria un capo di scellerati, un traditore, un venale al segno d'aver venduto per la vil somma di 30 paoli l'amicizia e l'onore. Quanto pesi al cuore una simile taccia, quanto dolore arrechi, ognuno che pregia l'onoratezza lo può da sé arguire. A che mi hanno servito tante pene e tanti sacrifizi? Se il giudizio della mia coscienza non mi sostenesse, assicurati che l'accusatore avrebbe su di me ottenuto il trionfo che si è prefisso. La testimonianza vostra può sola guarirmi da queste funeste ferite, che mettono in pericolo la mia vita morale; e voi non saprete negarmi quanto la verità mi dà diritto di reclamare. Piú tardi vi farò conoscere il fatto. Amo che la testimonianza che da voi sollecito sia concepita in questi termini:--che io ho sempre goduto in patria la stima de' miei cittadini; che l'amicizia non ha a rimproverarmi mancanze di fede che discreditino l'uomo e lo rendano indegno dell'altrui benevolenza; che niun allettativo m'ha sottratto da' miei doveri; e che per tale condotta mi furono confidati impieghi delicati...». La testimonianza fu subito formulata, amplissima e solenne: il 25 novembre '36 avanti il notaio ravennate Gaetano Achille Santucci si costituirono i signori il conte Francesco di Giovanni Lovatelli, avv. Gabriele del fu Giulio Guerrini, avv. Antonio del fu Giovanni Garzolini, dott. Giacomo di Domenico Montanari, dott. Scipione del fu Vincenzo Urbini, dott. Giuseppe del fu Sebastiano Valentini, dott. Domenico del fu altro dott. Domenico Guarini, Carlo del fu Luigi De Rosa, Alessandro del fu Giuseppe Bagnara, Giuseppe del fu Felice Taffi, Angelo del fu Lodovico Gavina, Antonio di Lorenzo Morigi tutti possidenti, Pietro del fu Melchiorre Runcaldier, Gaetano del fu Giuseppe Testoni, Giuseppe del fu Francesco Orioli, Mariano del fu Francesco Meldolesi, possidenti e negozianti, Romualdo del fu Paolo Miccoli contabile e Domenico del fu Giovanni Buranti cursore anziano presso il tribunale, tutti maggiorenni e salvo il conte Locatelli superiori agli anni quaranta; i quali, dichiarando di aver conosciuto «assai da vicino il giovane Primo Uccellini... di questa nostra Patria,... con tutta asseveranza» fecero fede «essersi egli sempre contenuto in quei doveri che sono dell'uomo onesto e dell'educato cittadino: esso ha dimostrato in ogni incontro di essere buon figlio ai suoi genitori, leale amico agli amici, ingenuo di carattere, onesto di costumi, di buona morale e di non comune ingegno; cosicché per siffatte sue qualità meritamente godeva e gode tuttora in patria fama di onest'uomo, a carico del quale non si è mai sentito a dir cosa, che offender potesse la sua riputazione: esso ha coperto in patria piú d'un impiego ed anche in questi incontri ha saputo dar prove di sua onestà, di probità e di saggezza, maggiore fors'anche di quella, che dalla non matura sua età era da ripromettersi; per le quali cose, a lode del vero, che esponiamo, ci troviamo in obbligo di commendare a larghe parole la morigeratezza de' suoi costumi e quella sua ingenuità, che lo resero caro a tutti que' molti che o per affari o per amicizia ebbero occasione di avvicinarlo». L'atto, scritto e firmato nelle forme legali, registrato dall'ufficio del Registro, ratificato dal Gonfaloniere di Ravenna Carlo Arrigoni e dal viceconsole di Francia dott. Giovanni Valli, fu spedito in Dijon all'Uccellini, il quale se ne valse per ismentire le accuse sparse contro di lui. Da chi e come queste accuse procedessero dice l'Uccellini stesso nella lettera, che in parte qui si riassume, del 21 gennaio 1837 al cognato Giulio Fanti: accennata la lunga amicizia che fin dall'infanzia lo aveva legato al Frignani, descritta la florida condizione di lui in esilio (perché aveva preso moglie e si era stabilito presso la famiglia di lei in Mâcon, fruendo dell'alloggio e del vitto gratuito, aveva guadagnato con la pubblicazione dell'_Esule_ e col dar lezioni di lingua italiana, e risparmiava una buona parte del sussidio governativo) al confronto della miseria propria (che spiega raccontando di nuovo le sue vicende già a noi note, nei vari depositi, in Bretagna e a Dijon), narra come il Frignani non volesse prestargli aiuto traducendo o rivedendo la traduzione dei fascicoli delle note sue pubblicazioni (cfr. le lettere 25ª e seguenti), anzi intralciasse in ogni modo l'impresa e giungesse persino a richiedergli «continuamente d'inviargli dieci franchi» dei quali esso Uccellini gli era debitore. «Tutto ciò, egli dice, mi mise di malumore, e gli scrissi una lettera non offensiva, ma espressa in stile ironico, dichiarando che se proseguiva a seccarmi in tal guisa, a ricusarmi la sua cooperazione diretta, io avrei gettato tutto al fuoco. Quella lettera dovette essere per lui peggio che un colpo di cannone, perché la risposta fu _di disdirmi la sua amicizia e a rinnegarmi per cittadino_. Non contento di ciò, ebbe la perfidia di scrivere agli emigrati di qui, accusandomi _di essere stato in patria un traditore, un scellerato, un infame, un caporione dei perversi, e di essermi venduto per denari_. Potete imaginare qual effetto produsse fra gl'Italiani una tale accusa, e come io rimasi oppresso da una sí nera taccia. I miei antecedenti erano noti, io li misi allora vieppiú in chiaro; e gli emigrati amici della giustizia e della ragione mi accordarono un tempo opportuno per far constare con documenti autentici le mie assertive. Scrissi a tutti i proscritti italiani che ben mi conoscono, e n'ebbi risposte favorevoli; scrissi a voi, e il documento che m'inviaste finí per far svanire l'accusa di Frignani. Il Deposito gli scrisse risentitamente: allora cominciò a dire che non aveva inteso di toccare la mia qualità politica in riguardo al paese, ma rapporto a lui solamente. Vive dispute sono nate tra il Deposito di Mâcon e di Dijon; e riflettete bene che Frignani dalle lettere successive scritte agli emigrati di qui ha cosí indebolito la sua causa, che si era ridotto a chiamarmi semplicemente un sleale; e questa sua incongruenza è stata per me la migliore giustificazione del mondo. Come, direte voi, Frignani ha potuto per delle personalità commettere una perfidia tale? La paura di perdere la mercede assegnatagli per la traduzione del mio giornale, l'acciecò, lo sconvolse tutto, e per uccidermi, trovò l'espediente di toccare il punto delicatissimo della politica. Che sarebbe stato di me, se qui vi fossero stati dei fanatici? Frignani nascondeva nella sua accusa altri fini che or bene appariscono e che lo caratterizzano per qual egli è veramente. L'altro giorno venne qui per accomodare alcuni suoi affari col Tipografo che gli ha stampato un certo suo libercolo [dovrebbe essere quello delle _Profezie sopra l'Italia_, stampato a Dijon 1836, nella tipografia Brugnot]. Io mi prevalsi di questa occasione per avere con lui un colloquio alla presenza di altri Italiani: la disputa fu viva ed animata; e lo ridussi al punto che dichiarò non esser stata la sua accusa che un'_induzione_. Ciò non mi basta: il mio onore non è abbastanza soddisfatto; bisogna che metta in iscritto quanto ha proferito nel mio ultimo colloquio e che ritiri dalle mani degl'Italiani la lettera d'accusa: pare disposto a far tutto ciò, per quanto mi vien riferito da chi si è intromesso in questo affare. Non crediate però che possi riavere la mia amicizia. Oh no, certamente: un uomo tale n'è indegno. Il tempo farà vedere chi ha piú buon cuore, se io o lui. Egli mi ha fatto de' piaceri, non lo nego, tutto il mondo lo sa; ma ne ha perduto il merito dall'istante che me li ha sí pubblicamente rinfacciati: io ho tenuta nota di tutto ciò che gli devo, e sarà mia premura di soddisfarlo. Eccoti una risposta categorica, precisa e genuina alla tua del 2 corrente. La storia è tale quale te l'ho riportata con quel linguaggio naturale e franco che si richiede: tutti i documenti dell'accaduto esistono presso gl'Italiani, e temo che l'affare avrà delle conseguenze ben triste per Frignani». Se cosí terminasse la faccenda, come l'Uccellini s'imaginava, noi non sappiamo; ma ben conosciamo, della incresciosa controversia, alcuni altri particolari che rappresentano, per dir cosí, l'altra campana. Poiché tra gli altri, ai quali l'Uccellini mandò in Mâcon le sue giustificazioni e documenti, fu un esule modenese, il dottore Gavioli (forse quel dott. Emilio che è accennato dal Vannucci, _I martiri_, ediz. cit., vol. II, p. 85), il quale il 12 dicembre '36 gli rispose una lettera lunga e violenta, che è tutta un'apologia della persona del Frignani e una censura della condotta dell'Uccellini. Racconta che il Frignani da lui interrogato dichiarò _verissime tutte le cose dette in onore di Uccellini_ dalle persone _tutte onoratissime e stimatissime_ sottoscritte nel documento ravennate, ma che verso di lui l'Uccellini era colpevole di molti _atti d'ingratitudine_; che anche il capitano Ravaioli s'era doluto di lui; e che maggiori spiegazioni avrebbe date in una riunione da tenersi tra gli esuli. Questi si riunirono una sera presso il Gavioli: «Frignani letta la prima lettera ch'egli diresse agl'Italiani suoi amici a Dijon, soggiunse: Intendete voi che io per questa lettera abbia accusato Uccellini qual traditor della patria? No, dicemmo ad una voce; questo non apparisce; ma sibbene che ha tradito la tua amicizia e la tua causa che difendevi nella Speranza contro un Piavi, il quale ha dovuto poi essere un traditore. Cosí è, rispose il Frignani». Dopo altri discorsi inconcludenti si venne poi alla lettura della risposta dei sei e cioè di sei esuli italiani dimoranti in Dijon; i quali erano due a lui ignoti, uno da lui veduto solo una volta e per caso, due modenesi poco favorevolmente giudicati dai lor concittadini (uno di questi il Tavani, l'altro non è nominato) e finalmente il Gentilini, «del quale Frignani non dice altro se non che lo ama e lo stimerà sempre, amico ovvero nemico che gli sia» e che già gli aveva per mezzo del Ravaioli fatte le sue scuse per aver firmato quella risposta. Alla lettera dei sei replicò il Frignani con un'altra (è sempre il Gavioli che scrive tutto questo all'Uccellini) «tanto chiara, vera, giustificativa e dichiarativa,... per la quale si vede ad evidenza palmare ch'egli non ha mai detto, e non ha mai voluto dir altro, se non che voi siete uno sleale uomo e che avete sempre risposto con ingratitudini nere e con perfidie ai generosi attestati di sua amicizia. Il _traditor della patria_ è dunque una parola che avete inventato voi per far chiasso con gli sciocchi per muoverli a compassione di voi e per aizzarli contro Frignani». E qui segue una gran lavata di capo, una sfuriata mista d'improperi e di consigli, all'Uccellini, al quale ricorda: Frignani «vi perdonò una grave ingiuria che gli faceste nella Speranza, e vi ridonò la sua amicizia e la sua stima.... perché, essendovene voi pentito, vi dimostraste poi onorato giovane in tutte le azioni vostre di parecchi anni in Italia». Lo ammonisce poi che sarebbe vano qualsiasi tentativo di attaccare il Frignani in Italia per _l'onorato nome e l'autorità_ di cui vi gode; vano di attaccarlo in Francia, dove egli è in tanta estimazione: «Cresce sempre di giorno in giorno la fama sua; e meritamente, perché dice cose utili, vere e degne: e le dice con tanta bontà di stile e di lingua, che non pochi sono quelli, pure scrittori lodati, che gli hanno nobile invidia. Lasciatelo ancora scrivere cinque o sei anni (poiché egli è scrittor giovanissimo), e vedrete che non solamente Ravenna si loderà di un tanto suo onorato figliuolo, ma Italia pure vorrà compiacersene. Queste cose veggono e sanno tutti; e se voi non le sapete, domandatene ai Tommaseo, ai Mamiani, ai Pepoli e a tanti altri chiarissimi scrittori nostri che sono in Francia: domandate loro qual'è l'opinione che hanno del Frignani, come giovane scrittore. Ovvero, se di mala voglia vi faceste ad ascoltare quello che diranno, ma voleste sapere quello che s'è detto, pigliatevi il _Reformateur_, e leggete quello che di lui ha stampato il Lamennais d'Italia, voglio dire Tommaseo; poi vergognatevi della vostra bassa e ignorante invidia.... Vergognatevi ancora in pensare, che quando costí erano buoni italiani, non avevano sciocca invidia a Frignani, ma amore e stima. Leggete il giornale che si pubblica a Dijon, e vi troverete articoli in lode della Vita di Dante, scritta dal Frignani; e sappiate che chi lo lodava era l'ottimo e dotto Corsi. Tacerò le lodi che di lui hanno piú volte pubblicate i Francesi, gli Svizzeri e i Belgi; e fra questi la chiarissima signora de Gomont, oggi moglie di Gatti ravennate, la cui antica e adorata amicizia con Frignani voi avete pure tentato sturbare. Ripensate a tutte queste cose, e vergognatevi; ma sopratutto vergognatevi delle vostre nerissime ingratitudini.....» La sfuriata del medico modenese mi ha tutta l'aria di un'auto-apologia del Frignani, dal quale forse fu dettata al compiacente amico. Certo, se il Frignani non la dettò, molto se ne teneva perché, trascrittala di suo pugno e fattala firmare al Gavioli e autenticare al Maire di Mâcon, la mandò a Ravenna ai firmatari della testimonianza in favore dell'Uccellini, del quale in una lettera, del 15 dicembre indirizzata al notaio Scipione Urbini per lui e per tutti gli altri che avevano firmato, denunziava _le opere indegne e le ingratitudini, le bassezze e le slealtà_! E a questo proposito ricordava come «davanti un popolo di proscritti, che, pochi mesi fa, ascoltavano una sua orazione funebre, letta sopra una tomba», avesse detto: «L'esilio è castigo piú pericoloso e sotto il quale è piú lubrico il fallire che non sotto gli stessi martori e la carcere. Infiniti esempi, e funesti, ne abbiamo davanti i nostri occhi: giovani presuntuosi, incauti, mal fermi nella prudenza e nella virtú, i quali avresti alle case loro reputati santissimi, imperversati insaniscono, a sé non meno che all'Italia innocente, apportando vitupero e rossore»; e concludeva che «cosí appunto incontra ad Uccellini».
Fra i molti che lessero a Ravenna le scritture del Frignani e del Gavioli fu Giulio Fanti, il quale mandò al suo concittadino una bella e onesta lettera, che è anche una meritata lezione: «...Voi potevate (ne cito i passi piú salienti) prendere da quella carta [il documento ravennate del 21 nov. '36], se cosí vi piaceva, argomento a tessere, siccome faceste, il vostro elogio, senza dilaniare la fama di colui col quale aveste comune la Patria ed aveste comuni le disgrazie. Io non saprei ben dire, se a vergar quelle righe v'abbia mosso piú presto la manía di screditare Uccellini, oppure il desiderio che qui si conosca aver voi nome di eccellente scrittore, e di oratore che le gesta del trapassati sulle lor tombe encomia. Le quali cose come sarebbero belle dette di voi da altri, altrettanto si deturpano leggendole scritte di vostra mano...»; seguita poi esprimendogli il comune dispiacere dei parenti e degli amici per la questione sorta fra i due concittadini, gli dimostra la scorrettezza dell'aver reso pubblico, e in qual modo!, un privato dissidio, gli dice d'aver scritto anche al Gavioli il quale avrebbe dovuto comporlo anziché acuirlo, lo invita a «cessare di bersagliare un infelice» che nelle sue lettere aveva sempre fatti i piú grandi elogi di lui e persino richiedendo il certificato non aveva detto il nome dell'accusatore, e conclude esortandolo a pacificarsi con l'Uccellini secondo il desiderio di «tutti i buoni che di siffatta inimicizia vanno assai dolenti.» Il silenzio dei ravennati e le lettere del Fanti dovettero sapere di forte agrume ai due amici di Mâcon; i quali si misero d'accordo e gli risposero entrambi, con lettere separate, il 23 gennaio '37. Il Frignani con tono dapprima burbanzoso giustifica come effetto di sincerità la diffusione delle proprie lodi e si lamenta che l'Uccellini avesse scritto contro di lui anche a Bruxelles, a Giovanni Gatti («e il tenore mi fu manifesto per le acerbissime parole che esso Gatti mi scrisse e le quali turbarono la nostra antica amicizia, fino a che gli ebbi palesate le ragioni mie»); ma poi abbassando la voce si dice disposto a perdonare il passato e a tacere purché non sia provocato; da ultimo fa un grande elogio del Gavioli (generoso con gli amici, medico insigne, «lui, che, italiano, fu segretario della principale accademia medica di Francia, e la cui parola è tanto autorevole, eziandio presso a deputati ed a ministri, che moltissimi tra quelli, i quali, per aver fatto parte della sventurata spedizione di Savoia, perderono la pensione, a lui non hanno ricorso invano per riaverla») dolendosi che il Fanti gli abbia scritto in modo poco conveniente: ed il Gavioli, anch'egli cominciando col fare altezzoso dell'uomo «molto piú avvezzo a dare che a ricevere consigli», afferma cattiva la condotta dell'Uccellini non solo per il «procedere suo verso il Frignani, ma ancora per testimonio del procedere suo verso degli italiani che sono in Dijon», ma poi a un tratto abbassando pur esso il tono si dice disposto alla riconciliazione, come v'è disposto il Frignani, e a fare presso «questo onorando giovane» le opportune insistenze: «chi onora la patria in esilio è mio amico; chi la vitupera, mio nemico; di tal natura è il mio _attaccamento al nome italiano_.» La tempesta finiva cosí in un bicchier d'acqua; né alcun'altra traccia ho trovata se non una lettera del Frignani al proprio zio Cesare, dello stesso giorno 23 gennaio, nella quale gli trascrive la risposta mandata al Fanti, facendola precedere da parecchie chiacchiere inconcludenti; se ne ritrae per altro che a Ravenna non si fosse dato un gran peso alle accuse del Frignani, che finisce montando sul cavallo d'Orlando: «Se Uccellini fosse cosí sprezzato in Ravenna, come è sprezzato in Francia da tutti que' pochi che lo conoscono, io mi vergognerei di farmegli incontro per combatterlo... Ma a Ravenna non posso cosí sprezzare quest'uomo, come fo qua, s'egli è vero ch'egli sia cosí stimato come attesta il certificato. Per la qual cosa potrei essere forzato di combatterlo costí, come combattei un tempo Mazzoni e Piavi, dichiarandoli infami, quando tutti pensavano fossero degni liberaloni: e non avevano di liberale che la corteccia di fuori, e nel di dentro erano pieni di iniquità; la quale fu poi manifesta per le circostanze in che si trovarono due anni dopo».
Da un riavvicinamento malizioso tra l'Uccellini e il Piavi (cfr. p. 174) era sorta la contesa tra quello e il Frignani; con un ricordo analogo finisce questo triste episodio, che rispecchiava del resto la lotta di due tendenze opposte: il Frignani, posto dalla fortuna in condizioni d'agiatezza e innebbriato dei sogni di gloria letteraria, aveva temperati i propri ardori d'un tempo e s'era volto a quella parte moderata dell'emigrazione che seguiva il Mamiani, il Gioberti, il Tommaseo; l'Uccellini, duramente provato dalla miseria e letterato soltanto per procacciarsi il pane salatissimo, era rimasto fedele alle vecchie idee carbonaresche ringiovanite dal Mazzini. L'uno restò sempre in Francia e vi morí ricco di guadagni fatti traducendo gli _Annali della propagazione della fede_; l'altro tornò povero in patria ad affrontare nuove persecuzioni, decorosamente sostenute, per mantener fede alle idee che lo avevano sospinto ancor giovine alle carceri e nell'esilio. Entrambi ebbero la virtú di tacere, nei molti anni che vissero ancora, l'episodio della loro turbata amicizia; che ora non sembrerà inopportuno l'aver rivelato, perché è pur esso un elemento per conoscer meglio uno dei capitoli piú oscuri della storia del nostro Risorgimento: la vita dell'emigrazione politica italiana.