Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

Part 17

Chapter 173,570 wordsPublic domain

Su monsignor PIETRO MARINI, qui accennato, si veda la nota al cap. LXXV.--Nella Rocca d'Imola, dove fu condotto a scontare la pena convertita in semplice detenzione, l'UCCELLINI trovò ed ebbe compagni alcuni dei condannati dal Rivarola: il conte EDUARDO FABBRI di Cesena, notissimo scrittore di tragedie e insigne tra i liberali di Romagna, e l'avvocato BATTISTA FRANCESCHELLI CARROZZA di Castel Bolognese: del GAMBERINI, pur carcerato in Imola, non ho piú precise notizie.--Del tempo della prigionia imolese restano le seguenti lettere dell'UCCELLINI a Giulio Fanti: 1. Lo esorta a credere nella sua amicizia inalterabile e gli rende buona testimonianza di fedele amicizia: «...... Il tuo carattere sempre integro e leale abbia ora quel risalto, che gli si conviene, e col rendere ad altri ostensibile questa mia resti garantito l'onor tuo. Io non esito a dichiarare che era in tuo arbitrio l'accrescere il mio sagrificio, e tu n'avevi opportuni mezzi, ma l'interesse, funesta e principale sorgente di tutti i mali, non ha potuto tralignare nell'animo tuo, dotato di quelle prerogative, che ben distinguono il buono dal falso amico»; e seguita dicendo di aver ben conosciuto tutti i suoi avversari e di esser «la vittima dell'interesse e dell'infamia» (17 settembre 1828).--2. «Dietro a quanto t'annunziai nell'ultima mia, è d'uopo che ti risponda per un titolo che non può fare a meno di non interessare ogni uomo, cui stia a cuore il bene del suo simile. Tu m'annunziasti che la patria trovasi in discordia per sospetti e diffidenze a segno che ne temi tristissime conseguenze. Ma come può esser questo? Non riflettesi che il malumore e la dissensione sono l'intera rovina dei popoli? Non sono forse state sufficienti le passate vessazioni per opprimerci, che noi stessi ne vorremo delle nuove e piú funeste suscitare? ah! no, miei cari ed amati cittadini. Sbandite gli odi, ritorni in voi la pace e l'amore. Contro coloro, che spronati dall'interesse osarono indegnissime azioni, provvederà la giustizia divina, che non mai lascia impuniti peccati snaturati. Non li vedete voi già in preda ai rimorsi di coscienza, illanguidir tutto giorno, e venir meno come cera al fuoco? I sentimenti di natura sono fortissimi sí che uomo alcuno invano tenta di superarli. Qual maggior persecuzione di questa? Ben suppongo che all'aspetto di tanti mali la vostra immaginazione sarà alterata ed il vostro cuore disacerbato. Ma ricorrete voi stessi alla ragione, adattatevi ai di lei giusti consigli e voi troverete nel vostro turbamento un pronto ed efficace rimedio. Non tutti meritano disprezzo. Fa d'uopo riflettere alle circostanze prima di decidere sull'altrui carattere, né può riputarsi indegno chi si è attenuto a' mezzi prudenti, e chi strascinato dalla forza ha saputo accudire agli atti che questa ha voluto disporre. Siate in questo punto ragionevoli. Assicuratevi pure che pochi sono stati veramente i perfidi, che si sono lasciati accecare dall'ambizione e dall'interesse. E nel frangente in cui attualmente siamo v'è però una regola sicura che serve a conoscere l'uomo, come l'oro la pietra di paragone. Chi non sa vincere le proprie passioni, emanciparsi dai vizi è sempre un soggetto pericoloso, cattivo, capace d'ogni nequizia. Questa verità, convalidata dagli esempi, vi sia sempre dinanzi agli occhi, e vi serva di guida nel stringer vincoli d'amicizia: ché dagli ignoranti e viziosi non può esser mai l'amicizia rispettata. Non sempre il male suol esser danneggevole. Se la trista catastrofe non ha guari successa vi sarà d'esperienza per l'avvenire, riflettendo sulle cause che l'hanno originata, ne risulterà un bene maggiore del passato. Non disperatevi adunque; ripacificatevi, o miei cari: tra voi piú non regni quella ingiuriosa diffidenza, che contrasta i bei principi del ben sociale. È forse il tempo questo di rivolger contro voi stessi l'ingiurie ed il disprezzo? L'ammalato si sostiene piú colla propria energia che coi rimedi dell'arte, e se viene che s'intorbidisca l'animo la perdita è quasi irreparabile. Gettate uno sguardo di compassione sulla misera Romagna, nostra comune madre, e spero che di subito vi si accenderà desiderio di soccorrerla, obbliando le private dispiacenze e facendo argine al danno, che sembra soprastarvi. Queste e non altre sono ora le prove di tenerezza filiale, che compartir possiamo verso ad una madre che non fida che nelle nostre affettuose sollecitudini. E che deggio di piú dirvi? La vostra saviezza e prudenza non permetteranno sicuramente che intervengano tristi effetti da una diffidenza, che deve essere ammorzata o almeno ridotta a quel semplice dubitare proprio d'ogni uomo probo ed assennato, e voi saprete ben ponderare le circostanze a seconda di quell'amore di cui dovete sempre essere inspirati a vantaggio comune. Deve pertanto il tuo zelo animarti presso gli amici a far sí che dimentichino gli odi e si risguardino invece come quell'amore che è il perno principale dell'umano consorzio. E chi non sa che dove manca la concordia ogni cosa è in pericolo ed in rovina? Questo sentimento deve esser proprio d'ogni cittadino, anche del piú neutrale, perché a tutti preme il bene della Società in cui si vive e con orrore da tutti si risguardino le guerre intestine. Però tu non farai che adempiere ad un sacro dovere civile, adoperandoti in modo e per quanto ti sia possibile che non intervengano dei danni fra i tuoi ed i miei concittadini, che io amo piú della mia vita. Se mi sono dilungato in questa materia, imputane la cagione alle premure che prendo al mio loco nativo; io di tutto farei per vederlo tranquillo, né potevo rimanermi in silenzio sopra un punto cosí importante: nessuno potrà darmene disprezzo, perché è di obbligo civile e naturale il procurare il bene del suo simile e specialmente dei propri concittadini. Ti assicuro che la trista notizia, che riguardo ad essi tu mi dasti, mi fece un'impressione terribile e bastò ad affliggere ed alterare l'animo mio, già da lungo tempo assuefatto alle disgrazie con esemplare imperturbabilità.» (19 settembre 1828).--3. «Che bella temerità: ma sono in prigione; e tutto possono azzardare... Leggi quanto il Mercuriali ha ardito di scrivermi: ma le sue ciarle son vane: il fatto è quello che conta. Io credo che sia per impazzire; il costituto che mi ha apposto in garantimento è curioso, e tutto fantastico..... Pondera bene la nota del l'art. 1º; essa ti risguarda; e quella colpa per quanto vedo, che ha egli, vorrebbe a te addossarla. Puoi ben credere che io già non gli rispondo; e a te dirigo la lettera, onde ne facci quelle riflessioni di fatto e di circostanze, che io non posso conoscere, e me le affacci....» (senza data, ma della fine di maggio 1829).--4. Lunga lettera a proposito di un dissidio tra il Fanti e la sorella dell'Uccellini «per causa di amore» (19 marzo 1830).--5. «Ieri ebbi un assalto febbrile che mi tenne in camera......»; per divagarsi rilesse piú volte il canto XII della _Gerusalemme liberata_ e dai casi di Clorinda trasse ispirazione a comporre un sonetto _In morte di Orsola Montanari giovane pregevole per beltà e per onesti costumi, rapita ai viventi nel fior degli anni_ (12 maggio 1830). Ecco, per dare anche un saggio delle rime dell'UCCELLINI, il sonetto pietoso:

Qual fulge in cielo la diurna stella Allor ch'è nunzia di ridente giorno; Tal viddi in sogno oltre l'usato bella Donna, che divo amor spirava intorno.

Tu del mio lido, ti ravviso, quella Sei che lo festi di tue grazie adorno. Oh! quanto 'l casto spirto tuo si abbella Al lume del beato almo soggiorno.

Lieta sorrise, e con benigno ciglio, Vedi, mi disse, come ingiusto è il pianto, Che scorre ancor su'l mio terrestre esiglio.

Morta non son io già: vita migliore D'eterni beni ho nell'empireo santo. E in grembo ascese all'infinito Amore.

La terza lettera merita uno schiarimento. L'UCCELLINI, durante il processo, aveva saputo che a suo carico avesse deposto come testimonio il suo concittadino e amico ANGELO MERCURIALI, e dopo la condanna se ne dolse fortemente. Il Mercuriali gli scrisse allora una lunga lettera, del 23 maggio 1829, protestandosi innocente, riferendo l'interrogatorio subito innanzi al giudice Mazzoni e descrivendogli nebulosamente chi fossero i veri denunziatori: e in codesta sua difesa, riferendo da uno scritto di Santo Rossi (scrittore politicante dei tempi della Cisalpina) alcuni tratti sui falsi amici, alle parole _La lingua sa affettare la sincerità, ma l'anima è bugiarda e sleale_, vi appose questa nota: «Fra questi è uno appunto che tu gli scrivi; basta.....» L'UCCELLINI intese che si alludesse al Fanti, e sicuro della fedeltà e amicizia sua, mandò a lui stesso la lettera del Mercuriali, dichiarandosi convinto che da costui fosse venuto il sospetto per cui era stato condannato (cfr. ciò che ne dice nella lettera sul processo, riferita nella nota al cap. XVI).

XXVI. In questo e nei seguenti capitoli sulla rivoluzione del 1831 e sulle sue conseguenze l'UCCELLINI, oltre che ai ricordi personali, molto attinse all'operetta di ANTONIO VESI, _Rivoluzione di Romagna del 1831, narrazione storica corredata di tutti i relativi documenti_, Firenze, tip. Italiana, 1851: a illustrazione di questi capitoli è da vedere anche il libro di GIOACCHINO VICINI, _La rivoluzione dell'anno 1831 nello Stato romano, memorie storiche e documenti inediti_, Imola, Galeati, 1889.

Sulla liberazione dell'UCCELLINI abbiamo due lettere di lui al Fanti: nell'una, dell'11 luglio 1830 da Imola, gli annunzia di essere libero e in casa dell'amico Mondini e che tornerà a Ravenna la sera del 13 accompagnato dagli amici Zotti, Mondini e Daiana, e desidera sia preparata una buona cena in casa sua «ove concorrino i piú buoni e cari amici, che io tengo come una parte di me stesso, come Venturi, Guerrini, Ortolani, Roncuzzi»; nell'altra, del 12 luglio, scritta «dalla casa dell'amico dott. Mongardi», conferma ciò che ha scritto nella precedente.

Sulla morte di FERDINANDO ROSSI si veda G. MAZZATINTI nella _Rivista storica del Risorg. ital._, vol. II, pag. 240.

XXVII. Prolegato in Ravenna al momento della rivoluzione del '31 era monsignor GIUSEPPE ANTONIO ZACCHIA, che da tre deputati del popolo, APOLLINARE SANTUCCI, GIOVANNI MONTANARI e AGOSTINO BCCCACCINI fu invitato il 6 febbraio a cedere il governo a una commissione provvisoria di sette cittadini: questi furono i sei ricordati dall'UCCELLINI e il prof. PIETRO GHISELLI da lui dimenticato.

Gli accenni che l'UCCELLINI fa qui e altrove all'onorando patriota ODOARDO FABBRI saranno piú pienamente chiariti quando pubblicheremo in questa _Biblioteca_ un volume di Ricordi e lettere di lui, e specialmente dai _Sei anni e due mesi della mia vita passati in prigione_, narrazione dettata dal FABBRI «con intendimento di lasciarla per ricordanza dei delitti dei papi»; per ora si può vedere ciò che ne dice G. MESTICA, _Manuale della letter. ital. nel secolo decimonono_, vol. II, pp. 404 e segg.

Di GASPARE DELLA SCALA trovasi il nome sotto la protesta Gamba Ghiselli, cosí: _Gaspare Della Scala, che giurò di viver libero e di osservare la Costituzione, domanda l'esterminio dei persecutori della medesima_; e però nelle liste di proscrizione del 1799 era detto di lui: «Costui è stato uno dei piú scelerati e sanguinari di Ravenna; sempre meditava arresti di povere persone innocenti; ambiva di poter sottoscrivere sentenze di morte, essendo uffiziale ne' Granatieri: insomma perfido al maggior segno». Durante il Regno italico chiese il 23 ottobre 1808 l'ufficio di commissario di polizia di Ravenna, che tenne per piú anni, e riebbe nel '31 quando molti furono richiamati agli stessi uffici che avevano avuti sotto il governo napoleonico.

XXVIII. RUGGERO GAMBA GHISELLI, figlio del conte Paolo e di Marianna Cavalli, nacque in Ravenna nel 1770; di undici anni fu posto agli studi nel Collegio dei nobili, ma nell'85 si dovette levarlo «per riformarlo dall'indole troppo focosa», dicono i registri dell'istituto: fu allora mandato al Collegio di Parma, e vi si segnalò per ingegno facile e vivo. Alla venuta dei Francesi in Romagna nel febbraio 1797 si mostrò ardentissimo giacobino e fu fatto comandante della Guardia Nazionale di Ravenna; promotore indefesso di dimostrazioni democratiche e di feste repubblicane, recitò e pubblicò parecchie allocuzioni e discorsi pieni di fremiti e di frasi altosonanti (p. es. vedasi il suo tra i _Discorsi pronunciati in Ravenna nel giorno della festa patriottica prescritta dalla legge 22 Pratile anno VI Repubbl. in occasione di solennizzare l'alleanza della Repubb. Cisalpina con la Gran Nazione_, Ravenna 1798, p. 8-11): tra gli altri, notabile l'indirizzo di protesta al Corpo legislativo Cisalpino quando si sospettavano alterazioni nella Costituzione per opera dell'ambasciatore Trouvé (fu letto nella seduta del 21 luglio 1798 ed è stampato, con altri consimili indirizzi di patrioti d'altre città di Romagna, nel _Redattore del Gran Consiglio della Repubb. Cisalpina_, bimestre 5º, pag. 1311-16), scritto dal Gamba Ghiselli e firmato da molti altri cittadini, con le piú esaltate e strambe dichiarazioni. Nei tempi piú quieti del Regno italico il Gamba Ghiselli si tenne in disparte; ma restaurato il Governo pontificio, si mescolò alle trame della Carboneria sí che il Rivarola lo condannò a venti anni di detenzione: fu liberato nel 1829. Dopo breve esilio nel '31, ritornò in patria, e morí poi nel 1846. È nota l'amicizia sua con lord Byron che amò la Teresa Guiccioli e trasse seco a morire in Grecia Pietro Gamba, l'una e l'altro figli di Ruggero.

L'ordine del giorno del Gamba Ghiselli, accennato dall'UCCELLINI, è in data del 13 febbraio 1831 e indirizzato alla Colonna mobile della Guardia nazionale comandata da Giovanni Montanari, che «vi sarà fida scorta in ogni evento», diceva il Gamba, come «vi fu capo nella difficile giornata della Rigenerazione»: un altro ordine del giorno del 23 febbraio riguarda l'ordinamento della Guardia sedentaria.

XXX. La narrazione del FABBRI, qui accennata dall'UCCELLINI, dei fatti cui partecipò nel 1831 la Colonna mobile dei Ravennati si può leggere nel _Diario ravennate per l'anno bisestile 1864_, già cit., alle pag. 18-23.

Vescovo di Rieti era sino dal 1827 GABRIELE FERRETTI (nato in Ancona nel 1795, morto in Roma nel 1860), non ancora cardinale, alla qual dignità fu riservato in petto nel 1838 e pubblicato nel '39: sulla difesa da lui organizzata in Rieti nel '31 si veda A. VITALI, _Gabriele de' conti Ferretti card. di S. R. C. e vescovo di Sabina_, Roma, tip. Aureli, 1867, pag. 22-24.

XXXI. TOMMASO FRACASSI POGGI cesenate fu chiamato a far parte del Comitato di governo nella sua patria il 6 febbraio 1831, poi con Vincenzo Fattiboni fu deputato all'Assemblea di Bologna, e il 16 marzo fu nominato prefetto di Ravenna, ove tenne breve governo: ritiratosi a Cesena, vi morí poi il 21 gennaio 1836.

LUIGI BONAPARTE, terzo fratello di Napoleone I, nacque nel 1778, fu re d'Olanda dal 1806 al 1810; caduto l'impero, visse prima a Roma, poi a Firenze occupato negli studi di storia e letteratura; morí a Livorno nel 1846. Dalla moglie Ortensia Beauharnais ebbe tre figli: NAPOLEONE CARLO (n. 1802, m. 1807), NAPOLEONE LUIGI (n. 1804, m. 17 marzo a Forlí) e CARLO LUIGI NAPOLEONE (n. 1808, m. 1873) che fu imperatore dei Francesi col nome di Napoleone III. Questi ultimi, educati in Italia e ascritti a società segrete, si gettarono per legami di sètta nei moti romagnoli del '31, contro il volere del padre, ma il Governo provvisorio cercò di allontanarli mentre essi si erano uniti al corpo dei volontari che assediava Civita Castellana: se non che il primo cadde malato a Forlí, e morí dopo breve malattia; mentre l'altro, con l'aiuto della madre, sfuggiva agli Austriaci riparando in Francia. Si veda, in proposito, G. MAZZATINTI nella citata _Riv. storica_, vol. II, pag. 248.

XXXII. Dei due ravennati caduti nel fatto di Rimini sappiamo solamente che ANTONIO BACCARINI era volontario e DOMENICO ZOTTI, figlio di Giuseppe, era caporale nella Colonna mobile.

XXXIII. Sulla questione della firma del MAMIANI nella capitolazione di Ancona si può vedere il mio scritto, _La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani_, 2ª ed., Firenze, Sansoni, 1896, pag. 32, 52, 92-94.

XXXVII. Per i nomi e le notizie dei 38 eccettuati dall'amnistia gregoriana si veda pure _La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani_, pag. 40-47. Fra essi il medico SEBASTIANO FUSCONI potè tornar presto in patria, donde, essendo rimasto fedele ai principi liberali, dovette riprendere poco dopo la via dell'esilio, ritraendosi a vivere con la famiglia a Santa Maura nelle Isole Jonie. Rimpatriò solo allorché, instaurato il governo costituzionale di Pio IX, fu eletto rappresentante di Ravenna alla Camera dei deputati, della quale fu vicepresidente; si trovò il 15 novembre 1848 tra i pochi accorsi in aiuto di Pellegrino Rossi, già colpito dal pugnale omicida, e tentò inutilmente i rimedi della scienza a salvarne la vita preziosa; piú tardi andò a Gaeta presso Pio IX, per eccitarlo in nome della parte piú moderata al mantenimento delle franchigie costituzionali, ma non n'ebbe che vane parole; dopo il 1859, fu deputato al Parlamento, fece parte dei Consigli comunale e provinciale di Ravenna, e fu amministratore giudiziario della Pineta; morí nel 1888 (cfr. P. D. PASOLINI, _Giuseppe Pasolini, memorie_, Torino, Bocca, 1887, pag. 145 e segg.).

XXXVIII. Si veda il _Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831_ nel _Diario ravennate per l'anno 1879_, pag. 34-40: il fatto fu il 16 dicembre 1831.

XXXIX. Sui fatti del gennaio-febbraio 1832 si vedano le notizie date sotto il titolo: _20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832, L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne_ nel _Diario di Ravenna per l'a. 1863_ (Ravenna, tip. Angeletti, 1862), pp. 14-18, e quelle tratte dalla _Storia della città di Forlí_ di GIUSEPPE CALLETTI e messe in luce da G. MAZZATINTI in un elegante opuscolo senza titolo, pubblicato per le _Nozze Fortis-Saffi_ (Forlí, tip. Bordandini, 1892). Inoltre a illustrazione di questo capitolo è opportuno citare la _Narrazione esatta e sincera degli avvenimenti i quali ebbero luogo in Ravenna nei giorni 7 ed 8 febbraro dell'anno 1832_, distesa nel 1841 dal capitano SANTE PAGANELLI, indirizzata da lui al Gonfaloniere di Ravenna e quasi per giustificare sé stesso dall'accusa di essersi diportato male in quelle tumultuose e dolorose giornate (conservasi nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, Mss. Risorgimento 75).

XL. Il Canosa qui ricordato è il napoletano ANTONIO CAPECE MINUTOLO, principe di Canosa, feroce tipo di reazionario, che presto sarà fatto conoscere nei suoi scritti e nei suoi atti ai lettori della nostra _Biblioteca_: il «colonnello austriaco», come dice l'UCCELLINI, deve essere il barone FRANCESCO MARSCHALL VON BIEBERSTEIN, brigadiere d'artiglieria nell'esercito austriaco.

XLIV. La vittima qui ricordata degli odi settari è DOMENICO ANTONIO FARINI, che morí colpito dal pugnale dei Sanfedisti il 31 dicembre 1834: di lui parlerà degnamente LUIGI RAVA, pubblicando in questa _Biblioteca_ il suo scritto inedito sulla Romagna dal 1796 in poi; per ora, il meglio sopra Domenico Antonio Farini si ha nei cenni dettati da Luigi Carlo Farini e pubblicati nella _Biografia Universale_ del Passigli.

XLVI. Di questi arresti ravennati del dicembre 1832 fu data notizia nella _Giovine Italia_ (n. V, pag. 215-216) con queste parole di corrispondenza da Forlí: «17 dicembre. Eccovi i nomi de' sei individui ultimamente arrestati a Ravenna la notte del dí 15 al 16 corrente, e poi tradotti a Bologna. _Scala_, professore di liceo, già direttore di polizia in altri tempi.--_Ghiselli_, professore, idem.--Due _Boccaccini_ fratelli, ricchi possidenti.--_Buraccina_, locandiere.--_Uccellini_, ex-segretario del colonnello della guardia civica.--Il _Boccaccini Agostino_ esciva da malattia mortale: era convalescente, ed aveva un vessicante al collo aperto: la carità pretina lo ha trascinato tra ceppi a Bologna.--24 dicembre. ..... Dopo essere stati tradotti a Bologna, i sei hanno avuta intimazione d'esiglio dallo Stato. Or non potevano averla in Ravenna? e perché dar tanto affanno alle loro famiglie?»--Non sarà inutile avvertire che erroneamente il Della Scala era qui indicato come professore del liceo, poiché non tenne mai questo ufficio, e che _Buraccina_ era il sopranome di Antonio Ghirardini (cfr. cap. XLVIII).

XLVII. Di GASPARE DELLA SCALA già si è parlato nelle note al cap. XXVII.--PIETRO GHISELLI fu professore di fisica e chimica nel collegio o liceo di Ravenna dal 1819 in poi; e dopo la breve interruzione per questo arresto, ritornò alla sua cattedra, che tenne fino al 1840.--I due fratelli BOCCACCINI, dopo breve esilio, rimpatriarono: AGOSTINO morí in Ravenna il 24 gennaio 1875; Gregorio fu dopo il 1860 capitano della Guardia nazionale e morí circa nel 1864.

XLVIII. Della dimora dei profughi Ravennati nel territorio lucchese abbiamo piú precise notizie da una lettera che l'UCCELLINI scrisse dalla villa di Tofari il 13 febbraio 1833 a Giulio Fanti; vi si ricorda come presente in quel luogo il DELLA SCALA, e tra l'altre cose vi si legge: «... Io non so qual destino m'attenda. Io mi voglio recare direttamente a Parigi, e presentarmi di persona al Ministro degli affari interni coll'appoggio delle persone a cui sono raccomandato; una pensione almeno, anche maggiore dell'ordinario, sembra che non mi dovesse mancare.... Saluta caramente la mia famiglia, insinuale disinvoltura; _io sto bene, non sono in mani dei satelliti della Commissione, e ciò non è poco_.»--Una breve biografia di _Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina_ pubblicò l'UCCELLINI nel _Diario ravennate per l'a. bisestile 1864_, p. 23-25, e da questa e dall'_Elogio di Antonio Ghirardini_ scritto da A. FRIGNANI (Parigi, tip. Delaforest, 1835, in-8º; pp. 20) si raccoglie che il Ghirardini, oste nel sobborgo di Porta Sisi, aveva formato una società composta di lavoranti nei molini e nella pineta, che egli veniva disciplinando a servigio di eventuali disegni politici in senso liberale; perciò nel 1821 fu arrestato e dopo quattro anni condannato alla detenzione (perpetua, secondo l'UCCELLINI, per dieci anni secondo il FRIGNANI; ma fu invece di 20 anni, cfr. p. 149). Liberato intorno al 1830, ritornò in patria e partecipò ai fatti dell'anno di poi, colla Colonna mobile ravennate, poi al principio del 1832 accorse con altri ravennati contro le milizie pontificie entrate in Romagna. Fallito quel tentativo di resistenza, il Ghirardini fu, il 7 febbraio, alla testa dei cittadini che costrinsero i papalini a fuggir di Ravenna; e piú tardi, designato come uno dei capi liberali in uno degli opuscoli del principe di Canosa, fu arrestato, come sappiamo dall'UCCELLINI; e con lui esulò in Francia, dove fu assegnato al deposito di Mende con il sussidio governativo di lire 23 il mese: ivi morí il 16 dicembre 1834, compianto da tutta l'emigrazione romagnola.