Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 15
Eccoci al quarto esame (13 marzo), in cui le cose presero un aspetto serio e veramente perduellionico. «Venni imputato di aver tentato una sommossa, da me concertata nel maggio 1826, e da succedere armata mano nel Teatro nel tempo dell'opera a danno della truppa de' carabinieri, dietro un segnale, che apparir doveva nel palco cosí detto la _Barcazza_, quando la forza fosse divenuta a degli arresti per un campanello che veniva nel Teatro senza sapersi da chi suonato.» Si aggiunse «che in tal epoca agiva per prima cantante la Dati; che già il concordato era deciso; i rivoluzionari pronti all'azione: ma che andò a vuoto, non già per essermi cambiato d'idea, ma perché si rese palese ad alcuni che impedirono l'eseguirlo.»
A far rilevare la falsità di questa imputazione, mi restrinsi a dire che io non era mai stato né rivoluzionario, né facinoroso, e la mia pacifica condotta n'era una bastante prova; che non aveva giammai avuti contrasti colla forza pubblica, sempre da me riguardata col dovuto rispetto.
E venendo alle discolpe di fatto, addussi che nel carnevale del 1827, e non nel maggio 1826, come mi si contestava s'era udito in Teatro il campanello in discorso, suonato, io credo, in sfregio dei soggetti tristissimi che agivano nell'opera buffa intitolata _La gioventú d'Enrico quinto_; né fra questi agiva la Dati, perché in Ravenna ottenne sempre applausi, e fu universalmente piaciuta; né sarebbe stata lo zimbello di un campanino che si può con fondamento credere un trastullo di una qualche signorina annoiata dall'opera. Né ad altri si potrebbe imputare simile frastuono; tanto piú che pochissima era la gente che frequentava il Teatro; e quasi tutti noi giovinotti preferivamo di stare piuttosto al caffè a fare un tresette.
Insussistente era pure la circostanza addotta del _segnale che apparir doveva per la sommossa imputatami, nel palco della Barcazza_, prima perché nel carnevale del 1827 l'_Accademia del Magnismo_, sciolta già fino dal dicembre 1826, non teneva piú in affitto detto palco, ed io, dopo questo tempo non sapevo, per cosí dire, se piú esistesse; secondo, perché in tutto il tempo che fu dagli accademici frequentato, non diede mai un'ombra di scandalo; tanto è vero che esister doveva tuttora presso Pascoli o Signorini un avviso, tenuto sempre affisso in detto palco, con cui si pregava a conservare scrupolosamente il contegno il piú civile ed educato, senza prender punto parte o in applausi o in dispregi, onde non essere segnati a dito. E questo cartello so che pervenne, a mia maggior giustificazione, nelle mani della Commissione. Feci riflettere, che oltre il suono del campanello, benché succedessero in teatro fortissime fischiate all'epoca indicata, la forza non si risolvé mai ad arrestare alcuno; motivo per cui è da supporsi che avesse essa altri ordini. Dunque la causa principale della sommossa addotta e dipendente dagli arresti, non appare che dubbia, e l'effetto sospeso e condizionato in modo che rende pressoché vani i preparativi contestatimi.
Aggiunsi: Colui che mi aggrava di tale calunnia, si può dire che neppur conoscemi di vista. Decida ella, signor giudice, se questa fisionomia, se questo mio debole fisico annunziano sentimenti rivoluzionari; anche i consulti della fisiologia non sono in questi casi vani. Ma poi, il ridurre rivoluzioni al punto contestatomi, sembrami richiedere, in chi le concerta e promuove, gran mezzi, cioè di grande influenza o per autorità o per ricchezze, senza le quali non s'induce uomo a seguire i propri capricci e ad azzardarsi di sagrificar la vita. E dov'è la preponderanza? dove le ricchezze? Pazzo veramente da sé stesso si manifesta il mio falso delatore, perché confonde un'epoca con un'altra, perché adduce circostanze che col fatto svaniscono, perché insomma delira.
Pretende, per render doloso l'attentato imputatomi, che non di mia volontà, ma pel fatto altrui soltanto ne fosse impedita l'esecuzione. Ed ecco che egli stesso prova la mia insufficienza, e mi priva ad un tratto fra mille contradizioni di quella prima autorità che mi arbitrava di rivoluzionari pronti all'esterminio; autorità che, arrivata a questo punto, o non poteva aver contraddittori, o in ogni caso, non obbligata a soffrirli, né ad arrendervisi. E con molte altre ragionevoli particolarità diedi io termine a questo mio interrogatorio.
Nel giorno 25 aprile, in cui accadde il mio quinto esame, fui richiesto «della conoscenza di Angelo Mercuriali e di scritti che io aveva al medesimo consegnati», e mi si contestava d'aver ciò esposto confidenzialmente ad alcuni miei amici; e d'aver spiegato gran timore d'esser io da lui sagrificato, vociferandosi che fosse una spia; e che quei scritti non d'altro genere erano che satirici». Di piú mi sentii imputato «d'essere l'autore di una satira intitolata: _Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale_, che all'opportunità mi sarebbe stata contestata in piú ampli termini.»
La mia conoscenza con Mercuriali, dissi io allora, è incontrastabile; piú volte, dietro sue preghiere, gli ho redatte minute di petizioni e di lettere, che ho sempre rilasciate in sue mani; né so che carte d'altro genere possano presso il medesimo esistere.
Il timore poi che il calunniatore m'appone, ad altro non serve che a porre in diffidenza della Giustizia le accuse che mi vengono date, perché delineando delle estremità del tutto opposte, a vicenda si elidono. Con quai differenti colori non vengo io dipinto? Allora coraggioso (vedi l'imputazione della rivoluzione da teatro) e adesso timido. In tutti i casi _timor pedibus addidit alas_, dice Virgilio; e di fatti se avessi avuto motivo di temere di Mercuriali, decantato ovunque per un delatore, potea facilmente sottrarmi a' suoi colpi e scampare ogni traversia.
In rapporto al _Dialogo di S. Apollinare e S. Vitale_, dissi non averlo nemmeno sentito mai a ricordare e che una calunnia tale era bene di esporre in chiaro, onde non ne rimanessi io innocentemente il bersaglio.
Nuove imputazioni perduellioniche (27 maggio). Consta al Fisco, cosí mi disse il giudice, «che voi progettaste un piano diretto a liberare dalle carceri di San Vitale i detenuti politici che vi erano stati rinchiusi, e ad impedire nuovi arresti; che già molti e molti si erano sottoscritti a questo piano dietro vostra istigazione, prevalendovi del termine, che _negli estremi mali richiedesi estremi rimedi_; e che voi vi obbligaste d'interessarvi presso la Protettrice, ossia la Carboneria, onde, adottato il vostro piano, dasse opportune disposizioni per ottenere rinforzi dalle città limitrofe ed azzardare un colpo decisivo.»
Un soffio solo bastò ad atterrare questa fragile trabacca dell'inganno e dell'iniquità.
Dal luglio in poi, esposi io, fui investito da sí fiera e pertinace malattia, che in ottobre, epoca del mio arresto, era ancora convalescente e sí estenuato, che non saprei esprimere quanti terribili sconcerti mi si rinnovarono nel fisico nei primi giorni di mia detenzione. Or io non so come si possa supporre che un uomo cosí mal ridotto, colla bocca, si può dire, sul sepolcro, quasi sempre obbligato al letto, tenda a progetti, che i piú robusti e piú sani appena oserebbero d'ideare. E certamente se mi fosse trascorso mai per la testa un piano di rivoluzione, se anche fossi stato sano, sarei subito andato a ripormi nel letto per timore d'una febbre frenetica. Non mai, come ho già detto, e ripeto, ebbi mire rivoluzionarie, assolutamente eterogenee e alla mia condotta e al mio carattere e al mio stato; tanto meno poi in un tempo il piú climaterico della mia vita. E sí che da vero questa calunnia è in sommo grado romantica: si può ben dire che ha del maraviglioso. Un quasi agonizzante formar piani di sommosse, ridurle quasi all'_in autem_; si può udir di peggio? Ma di grazia, qual era il concerto di questo piano, come combinato? Perché riescí anch'esso a vano? Quali furono gli ostacoli che si frapposero?
Anche un pazzo uscito allora dall'ospitale, non gli sarebbe saltato mai in capo una stoltezza simile a questa che or mi s'imputa. Leviamo l'intoppo della malattia (guardate mai quello che concedo), ma la diffidenza, che sorta subito dopo i primi arresti si diffuse fortemente per ogni dove e in ogni classe di persone, non era forse sempre un argine insormontabile anche alle piú leggiere e tenui imprese? Ma quali sottoscritti adunque si va mai immaginando? Bisogna per lo meno che sia un indigeno del Paraguay colui che ciò asserisce, dando a conoscere d'ignorare circostanze le piú comuni e palesi. Ma chi mai avrebbe accudito di sottoscriversi in fogli di congiure in momenti che sarebbe stato discoperto dai muri, dai sassi e dall'aria istessa? Chi mai avrebbe azzardato di presentarsi anche al piú confidente per disporlo ad una sommossa?
Fuor di proposito si adduce poi al caso la massima che ai mali estremi convengono estremi rimedi; l'estremo è sempre fatale, e chi tenta d'indurre altrui a scopi di tal sorta e d'infervorarlo per renderli compiti, mi sembra che affacciar debba tutt'altro fuorché pericoli.
Protesto infine che i nomi di Protettrice, ossia Carboneria, sono per me del tutto incomprensibili, né so chi il Fisco intenda sotto tale denominazione.
Non si restrinse soltanto all'esposta accusa l'esame di questo giorno. Venni pur anche incolpato d'aver io «redatta una satira contro le Sacre Missioni, che al tempo del governo di Rivarola agivano in questa città;» e di aver «alterata una terzina di un sonetto dell'abate Cottignola, affissa nella pubblica piazza, alludendogli il nome di spia.»
Non altro risposi a tutto ciò, che io era sempre stato ossequioso al culto divino e verso i suoi ministri, tanto è vero che mai non ebbi reclami contro la mia morale condotta; e se non si fossero addotte valide prove per dimostrare il contrario, il mio carattere rimaneva in questa parte ineccezionabile, né vane ciarle (non sapeva sopra che fondate) potevano abbattere la verità del fatto. Ho pure sempre rispettato il simile, ed è falsa l'incolpazione che risguarda il Cottignola.
Eccoci all'ultimo decisivo esame (28 maggio). Qui mi si rinnova alla mente un caos di articoli, che or tenterò alla meglio di restringere e riordinare in pochi. Sono già essi in parte il riassunto delle passate imputazioni, che si pretese annodarle al principal capo d'accusa, cioè al dialogo satirico, di cui in avanti si è fatto cenno, che qui mi venne nel modo che sono per esporre ampiamente contestato.
«Consta al Fisco, intuonò il giudice, che voi siete l'autore di un _libello_ intitolato _Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale principali protettori di Ravenna_ infamante l'_E.mo Card. Rivarola_ e la _Commissione Speciale politica_; e che concertaste i mezzi con il signor Eleonoro Soragni, per far pervenire da Modena alla Commissione il detto libello. Le prove si desumono da una _perizia di calligrafi_ rilevata col confronto di altri vostri scritti; dalla copia che venne strappata dalle colonne della piazza la notte precedente li 5 ottobre 1826, avendo essi asserito che ravvisavasi _conformità_ di carattere, sebbene fosse molto _stiracchiato_ ed _adulterato_; da una deposizione di un soggetto, noto alla Giustizia, che testificava riconoscere appieno in detta copia il vostro carattere.»
Rapporto alla seconda parte dell'accusa il Fisco adduceva: «Che Eleonoro Soragni all'epoca delli 5 ottobre detto anno non era in Ravenna, come rilevavasi dagli atti della Polizia, che gli rilasciò già qualche giorno prima il passaporto; che un soggetto, noto alla Giustizia, per fatto proprio depose avergli io consegnato una lettera per Soragni con entro la satira in discorso scritta di tutto mio pugno e carattere.»
Agli insussistenti punti, cui appoggiavasi il Fisco per sostenere la falsissima accusa della ricordata satira, innumerevoli discolpe potevansi addurre; io però mi limitai ad esporre soltanto quelle ragioni ch'erano piú che mai sufficienti ad abbatterla interamente ed a discoprire l'innocenza mia. Ma quando mai, dissi io allora, la calligrafia ha potuto desumere positivi rilievi da un carattere adulterato, stiracchiato, se appunto le adulterazioni e le stiracchiature svisano quasi i segni dell'originalità? Se calligrafi di buona coscienza stentano ben di sovente a profferir giudizi sopra confronti di un carattere non disuguale, non adulterato, ma semplicemente di diversa data, qual risultato potrà dare una tale perizia? Se un enorme abbaglio di ottica produsse tanta temerità, al lume della verità deve però svanire. Come poi è mai probabile che io volessi espormi ad una certa rovina, copiando scritti satirici? Non mi sarei io prevalso in ogni caso di mano incognita, piuttosto che avventurarmi a stiracchiature, su cui non poteva mai affidarmi per essere, atteso l'impiego che copriva, universalmente il mio carattere cognito? E che diremo di colui che pretende mia la copia in questione? Nient'altro se non che additi le prove su cui fonda la sua deposizione. Dirà egli, la copia. E che vale? Non potrebbe forse essere opera delle sue proprie mani? Ciò almeno sembra piú probabile, che l'imputazione datami. L'interesse, che può essere l'unico movente di costui, non l'invidia, perché non ho mai avuto di che attrarre gli altrui desideri, non la vendetta perché non fui mai di danno ad alcuno, tutto azzarda quando rinviene premi, guarentigie ed asili, e molto piú quando può coprire i suoi raggiri col manto stesso della Giustizia. E difatti è egli piú probabile (e le probabilità in mancanza di prove decise sono di molta rilevanza) che l'accusatore per dar un qualche peso alla sua assertiva calunniosa abbia tentato d'imitare possibilmente in quella copia il mio carattere o che io stesso l'abbia redatta stiracchiandolo? Io qui mi riporto ai riflessi di sopra accennati, che non senza ragionevolezza sottopongo al giudizio del Fisco; reclamando, onde avere maggiori appoggi di rendere rimarchevoli le mie considerazioni, che mi siano rese ostensibili e la perizia e la copia in discorso, né la Giustizia, che il trionfo dell'innocenza e la depressione della calunnia ricerca, può render vana questa mia istanza.
Passando all'altra parte della contestazione riguardante i mezzi imputatimi d'aver avuto con Eleonoro Soragni per far pervenire da Modena alla Commissione la satira in discorso, aggiunsi:
Può essere che il Soragni all'epoca dei 5 ottobre 1826 avesse ottenuto, come mi si contesta, dalla Polizia il passaporto, giacché mi ricordo che aveva in animo di portarsi a Bologna per vedere lo spettacolo teatrale; ma il fatto si è che partí ai primi di novembre soltanto, dopo la cena di turno dell'Accademia del Magnismo, a cui il Soragni era addetto, la quale venne protratta alla fine di ottobre; e l'assenza del ricordato Soragni all'epoca dei 5 ottobre è insussistente, perché posso all'occorrenza documentare che questo intermedio di tempo rimase in Ravenna; fatto questo che rende vano senza altre discussioni il primo articolo di questa imputazione.
Prima che divenghi probabile la consegna della lettera e della satira scritta, come mi si contesta, di tutto mio pugno e diretta al Soragni, che il Fisco m'appone d'aver io effettuato al soggetto noto alla Giustizia, bisogna premettere una prova di assoluta pazzia; che il mezzo imputato non può eseguirsi da un uomo a sé coerente. Chi mai sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle cautele del mezzo potevano intervenire?
Ma perché almeno non si è ricorso alle stiracchiature che sarebbero state piú supponibili, perché non esposte che alla confidenza di due soggetti, da cui in caso di perquisizioni personali trovar piú facilmente titolo di discolpe a mio e a loro garantimento? Chi mai sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle cautele del messo potevano intervenire?
Ma in ogni caso, né qui sono supponibili sviste ed errori, la lettera e la satira sarebbero state opera d'incognita mano, onde prevenire possibilmente sinistri risultati e dar titolo di discolpe al messo nell'ipotesi di una perquisizione personale. E poi, stando anche nei termini dell'imputazione, e qual bisogno v'era d'un terzo per spedire al Soragni la satira, quando che avrebbe potuto portarla seco? Infine; che il Fisco mi provi l'intrinsichezza, tanto necessaria a imprese di tal sorte, che avrebbe pur dovuto regnare tra me e l'anonimo. Ma ben chiara da sé stessa apparisce la calunnia, che tra vaneggiamenti i piú ridicoli non ha di che sostenersi.
Or vengo a specificare le deduzioni da cui si pretese trar motivo di convalidare l'emessa accusa.
Mi venne imputata la qualità di settario, addetto alla Società denominata della Speranza, rilevata in forza, come mi fu riferito, di molte deposizioni di altri settari e di un reo confesso in capo proprio, e lo spirito di odio e di livore nutrito da ogni settario contro il Governo e i suoi Ministri m'aveva incitato a formare il su ricordato libello.
Cosí risposi a questa imputazione: Io non appartengo né ho mai appartenuto a sètte, e quindi non so che significhi Società della Speranza. Sianvi pure deposizioni quante si vogliono che per settario mi accennino, ma posso giustamente escla[mare][19] _conscientia mihi testis_; [perché] se vera fosse la qualità [che mi si] imputa, i deponenti [non si] sarebbero limitati ad un se[mplice] detto, ma avrebbero conva[lidato] le loro testimonianze con [qualche] prova. Per quanto posso [sapere] di sètta, mi sembra, che [non sianvi] armi, libri, né documen[ti di mia ap]partenenza. E perché su [questi] punti non vengo io atta[ccato?] Perché l'accusa, è come [tutte] le altre falsa, e falsissim[....] giustizia del tutto inco[...] ché l'emettere sempliceme[nte una] deposizione senza [prove] se dal numero non prende forza equivale al non esporla [. Io non] so se esistono settari e [se ve] ne siano, come si contesta, [degli im]puniti, ma in questo caso n[on credo] della loro politica il comp[rendere] nel novero settario soggetti [estranei] onde ai compagni toglier[e qualche] particolare sospetto, e dare [....] i risultati di loro imput[azioni] provenienti da cause totalmente diverse. Questa massima fino dalle prime misure politiche sembra risultar vera ed adottata, che molti soggiacquero a pene per inquisizioni politiche senza esser settari come in appresso il fatto ha comprovato la pubblica opinione, che li favoriva. Dunque non nude, apparenti testimonianze, ma sode prove necessitano prima di por in calcolo un'accusa, onde la Giustizia non cada nella massima delle iniquità, che è l'oppressione dell'innocenza.
[19] Le lacune provengono dall'essere qui ritagliato il margine esterno di una carta; né a tutte ho saputo supplire per congettura.
La seconda deduzione si voleva desumere dalle satire, che mi furono imputate nel mio quinto esame a carico delle Missioni e dell'abate Cottignola.
Feci conoscere che una deduzione in buona logica affinché sia valida occorre che si diparta da un principio vero ed indubitato. Dunque siccome che rimaneva ancora da provarsi se quelle satire fossero opera mia, la deduzione non era di alcun valore e come se apposta non fosse. La attestazione che io richiesi di Angelo Mercuriali in riguardo al mio quinto esame, mi venne qui espressa ne' seguenti precisi termini: «Depone egli che voi gli avete date piú volte satire, ed anche da copiare».
Ma di quali satire, io dissi, intende egli parlare? Non d'altre certamente che di qualcheduna pervenutami a caso nelle mani, al tempo delle lanterne, che moltissime ne circolavano, e che egli stesso può avermi chiesto da copiare, e la sua deposizione a nulla ammonta perché non adduce prove di autografia. Onde però togliere alla Giustizia ogni qualunque sospetto, dimando che in mia presenza venghi a chiarir meglio la sua deposizione.
Il terzo riflesso ricavavasi da insussistenti per non dir ridicole testimonianze, «di settari, che asserivano d'aver io quasi per istinto il vizio di rimbrottare e satirizzare altrui, ciò che mi distingueva al pubblico».
Questo articolo, dissi io allora, pochi comenti richiede. È vero, verissimo, che mi piace in compagnia di dar qualche volta la baia agli amici, che prendendone piacere non mi hanno mai privato della loro accoglienza; segno evidente che le mie burle non erano offensive, né denigranti l'altrui carattere. Che se in me fosse lo spirito di satirizzare, come mi si imputa, un qualche tristo imbarazzo sarebbemi pure intervenuto, che d'indizio or servirebbe al Fisco.
La quarta desunzione riferivasi alla mia cattiva condotta, che volevasi vilipendere con le calunnie dei due attentati già ne' precedenti esami discussi.
Da ciò io subito rilevai che la Giustizia si era, come conveniva, persuasa della falsità di tali accuse, perché diversamente non come deduzioni, ma come capi principali di delitto mi sarebbero state apposte; in verun modo però potevansi sostenere, perché la falsità non ha mai titolo a cui si possa riferire. E però esclamai che non l'infamità di vili calunniatori, ma la pubblica voce, i documenti di tutti i dicasteri sí civili che spirituali dimostravano la mia condotta, non mai alterata per cattive azioni. E qui null'altro fuvvi da aggiungere.
Per ultima deduzione venni rimproverato di bugie sostenute nella perseveranza di negar tutto ciò che il Fisco mi aveva affacciato.
Risposi francamente che io ritenevo queste espressioni di formalità alla definizione di straordinari processi; che se a colui, che in ogni costituto reclama l'intervento personale de' suoi accusatori, gli viene conferito il nome di bugiardo, io non saprei qual titolo meriti l'uomo sincero; che sí mi arreca stupore come non si distinguesse la pura negativa dall'opposizione di fatto; che se il Fisco sapesse produrmi tante prove a suo sostegno quante ne ho emesse al mio, non tarderei a dichiararmi reo convinto.
Passiamo alle circostanze addotte relativamente alla detta imputazione.
«Risulta dagli atti, mi disse il giudice, che alcuni settari vi sgridarono, onde aveste tralasciato a divulgar satire».
Ma se il Fisco caratterizza i settari pieni di livore contro il Governo (vedi la prima deduzione di questa accusa) come può credere che avessero impedito ciò che era tanto conforme al loro spirito? La contraddizione è manifesta, ed a me basta il rilevarla.
Mi venne finalmente imputato che io redigeva le satire nel negozio di Francesco Gallina.
Quanto ciò sia assurdo ed improbabile ognuno da sé lo ravvisa. Ma perché non mi si contesta piuttosto che all'uso de' ciarlatani avessi io in pubblica piazza formate e dispensate satire come tanti cerotti? Niuna differenza rinvengo fra questa e l'addotta circostanza......--