Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano
Part 10
Piú nobile figura è quella di ANDREA GARAVINI, introduttore e capo in Ravenna della Carboneria: nato verso il 1775, esercitò l'arte del fabbro, e con la schiettezza dell'animo e la rettitudine della vita si rese familiare a molte persone di piú agiata condizione, tra le quali cominciavano a diffondersi idee liberali; prima ancora della prima venuta dei Francesi in Romagna nel 1796, ebbe a soffrire persecuzioni e fu costretto ad allontanarsi dalla patria, dove poi nel triennio della Cisalpina fu tra i piú caldi sostenitori delle idee democratiche: _Andrea Garavini chiede vendetta contro li cospiratori_; cosí è sottoscritto nella protesta del Gamba Ghiselli. Fuggí da Ravenna alla venuta degli Austriaci nel '99 e riparò in Ancona, donde il generale Monnier negli ultimi tempi della memorabile difesa (cfr. M. A. MANGOURIT, _Défense d'Ancone et des départemens romains, le Tronto, le Musone et le Metauro, par le général Monnier, aux années_ VII _et_ VIII, Paris, Pougens 1802) lo mandò nell'Italia centrale con una difficile commissione, quella di far giungere all'incaricato francese in Parma notizie certe della guarnigione franco-cisalpina assediata. Tornò quindi a Ravenna e fu arrestato e condannato a tre mesi di detenzione nel convento dei cappuccini; donde fuggí a Bologna. Dopo Marengo potè vivere tranquillo in patria e vi ottenne ed esercitò durante il Regno italico l'ufficio di usciere. Quando Murat alzò il grido d'indipendenza, il Garavini prese le armi e alla testa di cinquanta uomini scacciò da Sant'Alberto un distaccamento di Austriaci; ma fallito quel moto esulò in Francia, donde ritornò in patria alla fine del 1815, e vi campò lavorando come copista e contabile in aziende private. «Integerrimo sempre--cosí scrisse del Garavini chi lo conobbe (_Diario ravennate per l'a. 1867_, Ravenna, tipografia Angeletti, 1866, p. 39)--e fermo ne' suoi principi, e mal tollerando la tirannide clericale che rialzava la testa a danno comune, si associò alla sètta dei Carbonari che da Napoli erasi diffusa in tutta la penisola... Egli fu uno dei membri piú influenti della _vendita_ ravennate, la diresse piú volte come presidente, ed impedí per quanto potè gli eccessi che lo spirito di parte facilmente allora promoveva, specialmente a motivo delle sevizie della polizia, ben ravvisando quanto essi erano di nocumento al paese ed alla causa che propugnava. Quindi respinse la proposta di un alto personaggio della _vendita_ di Forlí, fattagli, sui primordi della restaurazione, sotto l'aspetto di atto patriottico, ma che tendeva, come bene egli s'accorse, a favorire l'interesse della propria città a danno della nostra per la preminenza della Romagna. Era una vittima che il Forlivese voleva pel proprio altare. Si sa che gli offerse un cartoccio di monete d'oro per la esecuzione della proposta; ma il Garavini lo rigettò con sdegno, nell'istante che aveva dato da vendere due cavalletti di ferro per sopperire ad alcune urgenti provviste di casa: ciò che mostra sempre piú la nobiltà del suo animo. Un'altra volta egli fu eccitato a prender parte ad una congiura diretta a far soccombere il Legato della provincia, mediante una macchina infernale da porsi sotto la di lui carrozza. Il momento ed il luogo erano già scelti con molto avvedimento, la macchina stava in pronto e doveva scoppiare quando la carrozza movevasi. Ma il Garavini impedí che si effettuasse il disegno, facendo conoscere a chi l'aveva concepito, che atterrando l'uomo si reca non utile, ma danno al principio che si vuol far prevalere...». Scoppiata la rivoluzione del '31, il Garavini, valido ancora di forze e fresco di spirito, riprese le armi e fece parte come quartiermastro della colonna mobile ravennate che partecipò ai fatti di S. Leo, di Ancona e di Rieti; e spento quel moto, fu compreso nell'amnistia, sebbene negli anni di poi la polizia non cessasse mai di molestarlo. Nel 1848 fu uno dei presidenti del Circolo popolare e nel periodo repubblicano del '49 fu il vero idolo del popolo ravennate, che vedeva personificate in lui le tradizioni democratiche di piú generazioni. Restaurato di nuovo il Governo pontificio, il Garavini, che frattanto era stato eletto primo massaro della Casa Matha, diè tutta l'operosità sua all'amministrazione di quell'antichissimo istituto e «con animo ardito e costante i diritti della Società difese e rivendicò»: cosí attesta l'epigrafe inscritta sotto il suo busto scolpito da Enrico Pazzi nella residenza sociale. Morí il Garavini nel 1855, durante l'epidemia colerica, e la sua morte fu lutto dell'intiera città.
VII. La dimostrazione politica, cui fu occasione la serata della celebre cantante ROSA MORANDI (morta nel 1824, cfr. REGLI, _Dizionario biografico dei piú celebri poeti ed artisti melodrammatici_, Torino, 1860, p. 345) nel Teatro comunale di Ravenna, fu l'11 luglio 1820; e c'è a stampa una _Raccolta delle composizioni poetiche pubblicate in occasione della sera di benefizio della celebre virtuosa di canto signora Rosa Morandi prima attrice nel Teatro di Ravenna l'estate MDCCCXX_ (Ravenna, Roveri), dove sono rime di Paolo Costa, F. Mordani, I. Montanari e di piú altri in lode della Morandi e un programma descrittivo dei festeggiamenti straordinari (globi aereostatici, carriera di barberi, pioggia aurea al teatro, discesa di amorini e colombi, illuminazione a giorno per le vie, fuochi artificiali, ecc.) onde fu onorata.
IX. Nelle cit. _Persecuzioni pol._, p. 11, l'UCCELLINI aveva scritto: «Ravenna sin dall'istante che i Carbonari fecero un ultimo sforzo fuor di tempo sulle rive della Dora, aveva per legato il cardinal Rusconi, vescovo d'Imola, chiamato per derisione il cardinal Coccardina. Costui fu l'esecutore degli ordini esosi, emanati dalla Corte romana contra i liberali della provincia a lui soggetta. Le vessazioni s'iniziarono la notte del 13 luglio 1821. Orde di fanatici carabinieri, divise in diversi drappelli, guidati da quegli stessi sgherri che nell'anno addietro avevano bevuto coi patrioti alla salute d'Italia, invasero di notte ad ora avanzata le case dei pacifici cittadini, di quelli notati nel libro dei reprobi o registro dei sospetti. Dove gli sgherri penetravano era un guasto, una ruina, una desolazione. I mobili che non si potevano di subito aprire per investigare ciò che racchiudevano, venivano messi in pezzi: gli stramazzi, i pagliacci, gli origlieri, squarciati colle sciabole e minutamente frugati. Ed intanto altri sgherri si gettavano sulle persone da arrestare, le ammanettavano strettamente alla presenza degli esseri i piú cari al suo cuore; e per accrescerne lo strazio le maltrattavano orribilmente, onde le urla, i gemiti, i pianti echeggiavano d'ogni intorno. La rabbia fu maggiore contro gl'individui di una compagnia di cacciatori, denominata degli Americani, fattasi invisa al Governo per una cavalcata eseguita nel carnevale antecedente con tuniche e berrette rosse. Che dire di tale avversione? che i preti, i quali distinguono col color rosso i piú alti dignitari del lor rango, non vogliono che si adotti in cosa profana; perché si riputarono rei di leso Papato quelli che alla cavalcata appartenevano, e quasi tutti furono colpiti di arresto. Gli arrestati vennero in parte trascinati in lontane carceri, rinchiusi o per meglio dire seppelliti in orride segrete, in parte scacciati dal suolo natío ed in perpetuo condannati all'esiglio. Molte famiglie furono cosí travolte nella miseria e negli affanni; e non pochi giovani bene avviati nelle arti o nelle utili discipline, si videro astretti, rimasti privi dell'aiuto de' congiunti, di ritirarsi dall'intrapresa carriera con sommo danno proprio, de' suoi e del paese. E chi può narrare in dettaglio tutti i mali che allora s'inflissero alle Romagne? L'odio contro la tirannide clericale non ebbe piú freno, s'infiltrò anche dove non era mai penetrato, ed estendendosi diede facil modo di riempire nella fila del Carbonarismo il vacuo avvenutovi per le sofferte persecuzioni. Allora nel rannodarle si presero migliori cautele, e si risolse di non dare piú ascolto alle insinuazioni dei moderati, che tanto nocquero alla causa dell'indipendenza, coll'aver impedito che si assalissero gli Austriaci nel loro passaggio per Napoli.--Non val meglio morire, esclamavasi, con un'arma in mano, che marcire in un fondo di carcere, o morire soffocato dal duro ed amaro pane dell'esiglio?»
ANTONIO RUSCONI, nato in Cento nel 1743, fatto cardinale e vescovo di Imola da Pio VII l'8 marzo 1816, fu Legato di Ravenna dal 1820 al 1822, poi tornò al governo spirituale della sua diocesi, dove morí nel 1825.
XI. AGOSTINO RIVAROLA, nato a Genova nel 1758 e morto in Roma nel 1842, governatore di Roma nel 1814 e prefetto della Congregazione del Buongoverno, promosso cardinale diacono di S. Agata alla Suburra da Pio VII il 1º ottobre 1817, fu fatto legato _a latere_ della città e provincia di Ravenna, con breve 4 maggio 1824, nel quale si legge: «... frattanto, per le circostanze delle cose della sopradetta provincia, e per un enorme delitto stato commesso da non molti giorni, .... sembrando del tutto necessario alla testa di detta provincia la presenza di qualche persona decorata di dignità cardinalizia, e dotata di destrezza, ingegno e prudenza nel governare, onde possa coll'aiuto delle facoltà che Noi Le accordiamo, provvedere alla sicurezza e alla tutela degli abitanti della provincia, adoperando validi mezzi...» Il Rivarola, giunto a Ravenna il giorno 11 maggio, emanò subito i provvedimenti piú restrittivi della libertà personale; i quali si possono leggere nella ormai rara _Raccolta di tutti gli editti, notificazioni, avvisi ed altro pubblicati dalla Legazione, Arcivescovato, Magistratura, ec. di Ravenna dalli 10 maggio a tutto dicembre 1824_ (Ravenna, stamp. Roveri, in-8º, pp. 132). Ivi si ha (pp. 10-15)) l'editto generale del Rivarola del 19 maggio 1824, che reca al § 9 la seguente prescrizione: «Le Città, Terre e Luoghi murati della Legazione sono tutti piú o meno illuminati, ma non quanto basta per la vigilanza ch'esigono: perciò ordiniamo e comandiamo che alla mezz'ora e di notte tutti individualmente, nessuno eccettuato, portino il lume, sotto pena di essere tenuti per sospetti, ed arrestati, e ritenuti a nostra disposizione.»--Il delitto cui accennava il papa nel breve di nomina, era l'assassinio accaduto il 5 aprile 1824 del conte Domenico Matteucci, direttore provinciale della polizia di Ravenna; su che si veda la nota al cap. XX. La chiusura delle bettole (non tutte, ma quelle sole «conosciute in Ravenna e Provincia sotto il nome di bettola a comodo, ch'è quanto dire a trattenimenti di scioperatezza ed intemperanza») fu ordinata con editto 12 luglio 1826 (_Raccolta_ cit., p. 43-45).
Riguardo alle missioni, accennate dall'UCCELLINI, esse furono annunziate per 10 giorni, a cominciare dal 24 luglio 1824, con una notificazione dell'arcivescovo Antonio Codronchi, che le definiva «apostoliche fatiche dei fervorosi operai, chiamati dall'ottimo e saggio Principe che ci governa» (_Racc._ cit., p. 51); e seguí il 22 luglio un'altra notificazione del legato Rivarola (_Racc._, p. 53-55), che per assicurare la felice riuscita delle missioni prescriveva la sospensione di ogni pubblico spettacolo, la vigilanza della pubblica forza, la chiusura delle botteghe di qualunque specie e il divieto di lasciar entrare in chiesa i cani! Del resto chi volesse saperne di piú veda il breve e succoso scritto dell'UCCELLINI, _I missionari del 1824 e l'Arcivescovo Codronchi_ nel _Diario Ravennate per l'a. 1879_ (Ravenna, tip. Alighieri, 1878, pp. 30-33), dove sono anche i Ricordi ironici che i missionari divulgarono a scherno dell'onorando prelato.
XII. Del modo onde furono condotti questi processi l'UCCELLINI scrisse anche nelle citate _Persecuzioni pol._, pagine 12-13, e con maggiori particolari che non siano quelli dati da L. C. FARINI, _Lo Stato romano dall'a. 1815 al 1850_, libro I, cap. II, da F. A. GUALTERIO, _Gli ultimi rivolgimenti italiani_, vol. I, capp. II e XVI e da C. TIVARONI, _L'Italia durante il dominio austriaco_, vol. II, pp. 153 e segg. È opportuno pertanto riferirne il tratto principale: «Intanto che la Carboneria riattivavasi, s'iniziavano i processi ai detenuti cogli elementi forniti dalle liste dei sospetti, compilate a capriccio dai devoti del Papato; dalle indicazioni raccolte dai birri sulla condotta degl'imputati; da alcune denunzie di malevoli, suggerite spesso da spirito di vendetta o da altro perverso intento; tutti elementi respinti dalle sane massime della giustizia, quando non sono avvalorati da prove; ma di prove il Governo non faceva mai incetta nelle pendenze politiche: accusa e pena, ecco i due estremi pei suoi giudizi. Ciò posto, il modo di regolare i processi si trasse interamente dalle norme del Santo Offizio, e furono queste: torturare l'imputato con cibi scarsi e cattivi, con ferri, con carceri strette ed insalubri; poi sottoporlo ad esame; fargli travedere un miglioramento se addiveniva a confessioni; dargli a credere che già altri ne avevano emesse, onde si distogliesse da una insistenza inutile; porre in opera il direttore di spirito, o cappellano di carcere, se il primo tentativo rimaneva sterile; creare col di lui mezzo lettere di congiunti i piú prossimi, nelle quali si annunziassero gravi disgrazie, reclamanti la presenza del detenuto in famiglia; dargli a sperare l'uscita di carcere ed altri benefici, se si arrendeva; mostrargli il danno degli anatemi, in cui era incorso, ed assicurarlo dell'assoluzione per la salute dell'anima; temperare i rigori, se dava segno di piegarsi; porgergli ogni sorta di conforto se cedeva, ma in guisa che ciò fosse visibile agli altri detenuti, onde perderlo nella stima dei pertinaci e farlo servire d'eccitamento agli incerti; accrescere la tortura, se non si riusciva a domarlo. Un altro raggiro praticavasi dal Giudice istruttore, quando l'imputato gli compariva innanzi pei debiti costituti. Dopo alcune interrogazioni egli usciva, come per soddisfare ad un bisogno corporale, e lasciava nel suo posto il sostituto. Costui alzavasi tosto con affettata premura; chiudeva con cautela l'uscio, ed accostatosi al prevenuto, si protestava liberalissimo; anzi dichiaravasi esso pure carbonaro; dava i segni e le parole di convenzione; asseriva di prestar servizio alla tirannide a solo scopo di giovare a quelli che colpiva; si offriva pronto a recare al di fuori lettere ed incarichi ed esibivasi di dar l'occorrente per iscrivere. In carcere pure s'introduceva presso l'inquisito un liberale del genere del sostituto, che con accortezza cercava di ricavare quanto al Governo premeva di sapere....»
Documento insigne di questi processi e preziosa fonte di notizie per la storia del patriotismo romagnolo, è la famosa sentenza del cardinale Rivarola, 31 agosto 1825, la quale, poiché ormai è piú agevole citarla che leggerla, riproduco qui dalla stampa originale: SENTENZA | PRONUNCIATA | _da Sua Eminenza Reverendissima_ | IL SIGNOR | CARDINALE AGOSTINO RIVAROLA | LEGATO A LATERE | DELLA CITTÀ E PROVINCIA DI RAVENNA | Il Giorno 31 Agosto 1825. | SUGLI AFFARI POLITICI (Ravenna, Antonio Roveri e figli, in-4º gr. di pp. 29); la riproduco fedelmente quanto alla dicitura, salvo che i molti nomi dei condannati (perché se ne sappia finalmente la cifra esatta) segno con numeri progressivi e dispongo testo e nomi e punteggiatura in modo da agevolare la retta intelligenza del documento:
SENTENZA
_Oggi 31. Agosto 1825._
Noi AGOSTINO di Sant'Agata alla Subburra, della S. R. Chiesa Diacono Cardinale RIVAROLA, della Città e Provincia di Ravenna Legato _a Latere_.
Nelle Cause che vertono tra il Fisco e gl'Individui qui sotto descritti, Carcerati, Contumaci o Assenti, Prevenuti di Congiura contro lo Stato e di altri delitti; proposte e discusse avanti di Noi nella qualità di Giudice per la definizione delle Cause stesse nelle quattro Legazioni e Delegazione d'Urbino e Pesaro, con special Breve straordinariamente delegato dalla Santità di Nostro Signore PAPA LEONE XII felicemente Regnante.
_Pro Tribunali sedendo_, Invocato il Santissimo Nome di Dio, ed avuta la sola Giustizia innanzi degli occhi, in virtú delle facoltà come sopra compartiteci, e sentito il parere dei quattro Signori Giudici da Noi scelti a comporre la Nostra Politico-Economico-Consultiva Congregazione,
Abbiamo emanato ed emaniamo il seguente Giudicato.
Letti e maturamente ponderati li Processi tutti della presente Causa, inclusivamente agli Atti contumaciali per vari dei Prevenuti prescritti ed eseguiti,
Letto il Ristretto di ciascheduno Imputato sui titoli di Delitto particolarmente a ciascuno di essi imputati,
Esaminate le eccezioni a propria discolpa da essi addotte, ed i documenti per loro parte fattici esibire,
Visti gli Editti di Segreteria di Stato 4 Gennaio 1739, 15 Agosto 1814, 11 detto mese 1815, 10 Agosto 1821 ed i Bandi Generali in osservanza nelle Provincie suddette, non che le Leggi _Julia Maiest._ e _Cornel., ff. de Sicar._,
Avuto riguardo alle Canoniche prescrizioni e consuetudini dei Tribunali dello Stato, nel giudizio di cui si tratta:
RITENUTO che costa pienamente dal Processo l'esistenza della Società Massonica nei Dominii Pontificii, infausto retaggio del cessato Regime, e che varie altre Unioni segrete dalle leggi egualmente proscritte, conosciute sotto la denominazione dei _Guelfi_, _Adelfi_, _Maestri-Perfetti_, _Latinisti_ sin dall'anno 1815 si aggiravano in diversi punti dei Domini medesimi, ma specialmente annidassero in piú città e luoghi delle Legazioni, associando ai vessilli della Rivoluzione alcuni incauti abitanti delle medesime; che a queste Unioni susseguisse poscia quella dei _Carbonari_, la quale erettasi in grado di Superiorità sulle altre, concentrò a sé i loro piani ed i loro proseliti, e dopo avere attentato nel 1817 alla pubblica tranquillità nelle Marche, dirigendo principalmente le sue operazioni dalle Romagne, attese con ogni studio a propagare le sue massime distruggitrici dell'Ordine, e ad accrescer partito e seguaci in altre città e terre dello Stato colla diramazione dell'altre ad essa subalterne Unioni denominate della _Turba_, della _Siberia_, dei _Fratelli-Artisti_, del _Dovere_, _Difensori della Patria_, _Figli di Marte_, _Ermolaisti_, _Massoni-Riformati_, _Bersaglieri_, _Americani_, _Illuminati_, le quali Unioni ebbero principalmente occulta sede nelle quattro città di Cesena, Forlí, Faenza e Ravenna ripartite in _Consigli_, in _Vendite_, in _Sezioni_, in _Squadre_;
RITENUTO che tutte le suddette Società miravano allo sconvolgimento dell'Ordine Sociale e d'ogni buona Istituzione per sagrificar tutto all'ambizione, alla vendetta, alla rapina, allo spoglio, all'immoralità d'ogni specie ed all'irreligione, e però a questo fine rivolte, e profittando esse dei sconvolgimenti per opera dei _Carbonari_ di Napoli e del Piemonte suscitati nel 1820 e 1821 in quelle due estreme parti d'Italia, impresero ad organizzare una Congiura contro lo Stato, per insorgere quindi all'opportunità in una generale rivolta, valendosi a tal uopo dei mezzi derivanti dalla Carboneria che solo intende al rovesciamento dei Legittimi Governi; che fu difatti questa _Congiura_ portata al conato piú prossimo, mediante gli accordi presi tra i principali Settari Romagnoli, i quali furono il risultamento di piú Congressi tenuti da loro sul declinare del 1820 con principiare dal 1821 a Cesena, a Faenza, a Forlí ed in un Casino di campagna del Conte Ruggero Gambi di Ravenna, e tutto avevano curato di predisporre allo scoppio di una rivolta: avevan essi a tale oggetto fatto ogni studio e diligenza onde aumentare in tutti i luoghi delle Legazioni il numero dei congiurati con frequenti associazioni alle Società d'individui di ogni classe e condizione, che in quelle provincie rapidamente l'una all'altra succedevansi; né si ommise d'imporre tasse pagabili da ciascun settario onde provvedere ai bisogni sociali, e furono designati appositi Cassieri a riscuoterle; erano già stati sedotti vari Impiegati addetti agli Officii del Governo, e piú individui nelle Milizie attive del medesimo avevan prevaricato; le nuove cariche civili, militari ed amministrative eransi assegnate; stampati proclami incendiari; pronunciato sul piano di rivolta; per ben due volte fissato il giorno agli orrori dell'anarchia; avvisati i Settari tutti onde fossero pronti allo scoppiare della Rivoluzione stoltamente progettata e preparata; distribuite loro armi e munizioni in antecedenza apprestate; decretato il rubamento e la manumissione delle pubbliche Casse, l'eccidio delle piú oneste persone, e approntato quant'altro agevolar potesse l'esecuzione dell'immaginata rivolta; e se queste disposizioni non sortirono il loro pieno effetto, ciò fu solo per circostanze del tutto estranee all'intenzioni dei Congiurati, che nello zelo e fedeltà dei buoni Sudditi ben dovettero scorgere un invincibile ostacolo ai pravi loro disegni;
RITENUTO che costa pure che come mezzi preparatorii all'esposto fine, onde alienare lo spirito pubblico dal suo legittimo Governo, piú fogli anonimi periodici insultanti la dignità e giustizia del medesimo, o de' suoi Rappresentanti, si fecero circolare per le Romagne e specialmente nella città di Forlí; che piú tumulti anche con resistenza alla pubblica forza, piú complotti e conventicole di faziosi, piú insulti e minaccie con scritti e fatti, vari ferimenti, omicidi o appensati o proditorii caduti a danno di onesti cittadini si riprodussero in quegli anni malaugurati in piú luoghi delle Legazioni, o in odio di parte o per fatto dei Settari, volti col loro criminoso procedere ad allontanare ogni ostacolo, tentando di sgomentare i buoni con misteriosi delitti nella quasi certezza di rimanere impuniti per lo spavento dei loro pugnali e per le _coartate_ artificiosamente preordinate o prima o dopo il fatto col favore dei loro aderenti; che tutte le cose _in fatto_, come sopra eseguite e dedotte, oltre i fatti notorii, la pubblica voce ed opinione, le deposizioni testimoniali, l'esistenza di piú corpi di delitto, gl'indizi e legali congetture, sono pure constatate in Processo da piú rivelamenti spontanei di Individui appartenenti alle stesse Segrete Unioni, dall'Impunità di altri di essi e dalle Confessioni in _caput prop._ d'irreflessibile numero di correi, e tra questi di vari Capi congiurati, giuridicamente negli atti ricevute in diversi luoghi e tempi, ma concordi tra loro e simultaneamente verificate;