Memorie di Giuda, vol. II

Part 8

Chapter 83,899 wordsPublic domain

Acconciata la testa, toccò la volta alle mani.

Fabulla le lavò con del latte tepido. Lilla le sciacquò all'acqua di rose. Vetustilla le asciugò con una pasta di mandorle profumata, poi con un lino d'Egitto fino come una tela di ragno. Sabina, che aveva tolto il famoso anello di Tiberio, lo rimise all'annulare. Polla tagliò le unghie, e le lucidò con un cosmetico oleoso e profumato. In quel momento, mentre Chione, Clio, Calamide ed Eunoe si occupavano dei piedi di Claudia, d'una bianchezza abbagliante, — quei piedi che davano il batticuore alla gioventù d'Alcinous di Roma, quando ella passava per la Via Sacra, — mentre Glicera le calzava degli stivaletti rossi dai talloni dorati, e che Marcella li annodava con dei cordoni di seta ed oro a quelle caviglie ed a quelle gambe tanto cantate dai poeti, due adolescenti Galli, dai capelli castagni arricciati, e dalla schiappa corta e bianca, portarono lo asciolvere di Claudia.

Uno d'essi teneva sopra un bacino una coppa di murrina che aveva il valore d'una provincia, l'altro un vassoio d'oro con dei frutti. Nella coppa fumava quel brodo squisito di succo di selvaggiume, allungato con della crema, del mele e alcune goccie di vecchio Pollio di Siracusa, inventato da Eumolpe, cuoco, o meglio medico di Claudia. Cleopatra le presentò un pezzo di porpora per asciugarsi le mani, ma Claudia preferì tuffarle nei capelli dei due giovani schiavi.

In quell'istante, venne la volta delle ornatrici. Ma nell'istesso tempo Drusilla, la schiava della porta, annunziò Filottete, Curculio, ed il Rabbì di Nazareth.

Claudia rinviò Curculio, lo schiavo che ogni mattina le raccontava gli avvenimenti della città, ed ordinò di lasciar passare il Rabbì e Filottete.

Questi era il filosofo di Claudia, il cui mestiere consisteva nel recitarle dei versi greci e latini — i più liberi erano i meglio accolti. Filottete doveva altresì pigliar cura delle piccole cagne, insegnare a chiacchierare ai papagalli, ritrovare delle nuove pomate, lavare i cagnolini quando avevano caldo, pettinarli ed uccidere i loro insetti. Questo filosofo era calvo. Aveva una barba che gli scendeva fino alla cintura, un mantello spelato e sordido, una tunica di lana rozza che non gli copriva neppure le gambe nude e vellute, e dei sandali grossolani. Era ghiottone a dar dei punti ad una _preziosa_; e siccome Claudia nutriva le sue cagne in puerperio di fegati d'oca e di cialdelle di sesamo, il filosofo le faceva partorire sovente, troppo sovente, le condannava ad una dieta salutare, e ne divorava egli le leccornie. Filottete veniva a presentare a Claudia la sua favorita Febea, la cagnetta maltese che abbaiava a Pilato più delle altre, e che aveva dato alla luce sei piccoli cui egli recava in un lembo del suo mantello. Claudia accarezzò la cagna, e la rimandò col suo aio. Poi, volgendosi verso Gesù, gli chiese in greco:

— Rabbì, che lingua devo parlarti? io non so l'ebraico; conosci tu il greco od il latino?

— Parla il linguaggio che traduce meglio la voce del tuo cuore, rispose il Rabbì.

Claudia aveva tutto il busto ignudo. La candidezza, la bellezza, l'eleganza di quel corpo davano i brividi. Tiberio l'aveva temuto, e, per gelosia d'imperio, era stato contento di allontanare Claudia di cui temeva l'irresistibile influenza, ch'ella andava prendendo su di lui. Il Rabbì la guardò come se i suoi occhi fossero stati di cristallo. Marcia, la direttrice della guardaroba, venne a chiedere a Claudia che tunica volesse.

— Una tunica a frange azzurre, ordinò Claudia, la damascata.

Mentre Marcia traversava un'infilata di stanze piene di schiave: nella prima quelle che filavano e tessevano le stoffe; nella seconda le sarte; nella terza, le ricamatrici; nelle altre le piegatrici, le stiratrici, quelle che facevano gli ornamenti; mentre Marcia domandava alle schiave la tunica disegnata, Claudia diceva al Rabbì:

— È molto tempo che ho dato l'ordine di farti venire. Non sei dunque stato avvertito del mio desiderio? Non ti hanno trovato? Pure, se avessi chiesto a Roma che mi si conducesse l'istrione Pilade, l'avrebbero trovato all'istante.

— Sono arrivato a Gerusalemme soltanto avant'ieri sera, rispose Gesù.

Lo sguardo del Rabbì diveniva severo. Egli non sapeva che le dame romane, anche le più austere, non avevano la castità degli occhi. Esse si bagnavano nude nelle Terme miste cogli uomini. Claudia nondimeno osservò il pudore del Nazareno, e come se quello sguardo fisso, acuto come la lama d'un pugnale, la bruciasse o la pungesse, arrossì, e sollecitò Paula a metterle la camicia di cotone a maniche corte. Pyrallis le sostenne il seno, cura inutile, con una cintura.

— Che tempo fa, Rabbì? chiese Claudia per stornarne lo sguardo.

— Quando si vedono i tuoi occhi, o Claudia, rispose il Rabbì con semplicità, non si cura di sapere se il sole brilla, o se si nasconde.

Claudia sorrise. Ella ignorava che quest'uomo, un momento fa così duro, così brutale, così amaro contro i Farisei, si trasfigurava da che scorgeva un fiore, un fanciullo, od una donna. Gesù sprezzava l'uomo. L'uomo feriva la sua squisita sensibilità, il tatto voluttuoso dei suoi nervi. Per contro il fiore lo incantava, il fanciullo lo inteneriva, la donna riempiva la sua anima di ineffabile soavità. Il profeta si cangiava allora in poeta; la voce si mutava in un canto; l'uomo che brancolava sulla terra, navigava per i cieli. Il Rabbì colla forza della sua volontà, aveva infranto la sua ruvida corteccia di Ebreo, e pulendo la sua anima, le aveva dato uno splendore dolce e squisito.

— Sei tu ammogliato, Rabbì?

— No, rispose Gesù. La donna è troppo elevata per me, perchè io possa innalzarmi fino a lei.

— Rabbì, riprese Claudia, non allogarla però così alto che la si trovi relegata nella solitudine.

Marcia arrivò colla tunica e la porse a Polla. Questa prese quel vestito di lana di Mileto, tessuto di cotone, dalle maniche serrate nell'alto, aperte dal gomito ai polsi ove un braccialetto od un cordone di seta le serra, tutta ricamata in azzurro, al collo, al petto e nei lembi.

— Hai mai assistito alla toeletta d'una donna, Rabbì? chiese ridendo Claudia.

— Sovente?

— Sovente!

— Sì: a quella delle tigri nel deserto. E ti assicuro, bella signora, che desse non sono meno lente, meno ricercate, meno difficili, quantunque meno civettuole, che la moglie d'un procuratore della Giudea.

— Hanno esse specchi ed unguenti?

— Altro che! hanno il ruscello e la saliva, e quelle piote terribili come i vostri spilletti, che sono ad un tempo un oggetto di ornamento ed un'arma.

In quel punto Drosa presentava la _palla_ o mantello che finiva l'abbigliamento. Il panneggiamento di questo vestito è la parte più difficile della teletta d'una donna. L'è tutta una scienza, che esige la conoscenza dell'architettura, della pittura, del gioco delle ombre e della luce, che deve arrotondire, armonizzare, rilevare, rivelare tutte le membra della donna, non nascondere alcun movimento del corpo e fonderli tutti dolcemente. Claudia prese la _palla_ dalle mani della schiava, e presentandola al Rabbì, gli disse sorridendo:

— Poichè sei così esperto nella civetteria delle tigri, io, che sono pure civetta, sarei ben lieta vedere come desse t'hanno insegnato ad aggiustare questo arnese.

Il Rabbì, con una condiscendenza squisita e delicata, prese il mantello, lo posò sulla spalla dritta di Claudia, ne fece passare un lembo sotto il braccio sinistro, lasciando nuda la spalla ed il braccio, e mentre le due estremità scendevano fino ai garetti, diede per di dietro un tal giro di pieghe al corpo del mantello, che provocò un grido di sorpresa di Claudia, la quale si guardava negli specchi. La si sarebbe detta nuda, talmente il busto, il basso dei reni, le anche erano soavemente disegnate.

— Affè di Dio! Rabbì, disse Claudia ridendo, mi comprerai una tigre, per aggiustarmi la stola. Sono divenuta difficile.

E fece segno alle sue schiave, che la lasciarono sola col Rabbì.

Allora la scena cangiò. Nè Claudia, nè Gesù, non erano più gli stessi.

XXV.

Claudia indicò un seggio al Rabbì e principiò a passeggiare per la stanza d'un passo agitato.

— Sai perchè t'ho fatto chiamare? sclamò ella.

— Quando si domanda del medico, rispose tranquillamente il Rabbì, è segno che si è ammalati.

— Potresti forse aver ragione. Ma dov'è il mio male?

— Dove tutte le donne han male: al cuore.

— Quando c'è un cuore! Sì, tutte le donne sono prese di là, ora perchè non le si amano, ora perchè le si amano poco o troppo, talvolta perchè esse amano. È malattia d'amore la mia? in quale categoria mi poni tu?

— Quando si è bella come sei tu, giovane, ricca, possente come sei tu, di rado una donna si lagna dell'altrui amore. Che la si ami o no, ognuno s'affretta a circondarla d'un'atmosfera d'amore alla temperatura ch'ella desidera. Dunque, Claudia, tu ami.

— Io amo. Che vuoi tu che faccia una donna a ventiquattro anni se non ama?

— Ami, e sei gelosa.

Claudia s'arrestò, e prendendo le mani del Rabbì gridò:

— Sì, sono gelosa, gelosa da morirne.

Il Rabbì afferrò le mani che Claudia gli presentava e le serrò, quantunque ella a quel contatto ardente volesse ritirarle. In pari tempo, il Rabbì inchiodò su di lei le sue larghe, calde, penetranti pupille, simili a due raggi di fiamma, e Claudia accasciandosi sulla persona cadde sopra un seggio. Il Rabbì si avvicinò ancora alla sua fronte e chinandosi su di lei, la guardò con maggiore intensità ancora. Claudia chiuse gli occhi. Dopo un istante, il Rabbì si allontanò. Claudia si rialzò. Questa scena non durò che alcuni minuti.

— Che ho io dunque? disse Claudia, allungando le braccia, — sono affranta, ho creduto di morire.

— L'aria di questa stanza è troppo calda, osservò il Rabbì aprendo la finestra; la tua emozione ti ha dominata.

— Che ti diceva io or ora?... Ah! M'è stato parlato della tua potenza. Ti credono un Messia, e tu ti spacci per figlio di Dio.

— Tu non mi credi?

— Figlio di Dio? perchè no. Enea lo era, Alessandro, Cesare lo erano; non so quanti altri re, conquistatori, e maghi lo sono stati. Siilo tu pure. L'opera che vuoi compire lo esige. Ti è egli stato detto, che io vi do' aiuto?

— L'opera alla quale io lavoro, o Claudia, mi è stata ordinata da mio Padre.

— Io non mi occupo di colui che ordina, ma di colui che deve obbedire. Tu vieni per rovesciare Roma. In nome di chi vieni tu a tentare un'impresa nella quale Alessandro e Cesare soccomberebbero? Quali sono le tue forze? Con chi e con che vuoi tu surrogarle?

— Claudia, ti hanno male informata sul mio conto. Il mio regno non è di questo mondo. Io non vengo a rovesciar Roma. Io vengo a dare al mondo ed a Roma stessa ciò che alcuni Romani gli rifiutano: l'eguaglianza dinanzi Dio[13]. Alessandro, Cesare, Augusto, Tiberio fallirebbero in questa impresa, perchè vorrebbero imporla, mentre occorre indicarla, e lasciarla compiersi da sè sola. La mia forza, è la verità; è questo popolo, di cui si è fatto finora una cosa, e di cui io desidero fare un uomo. Io pongo Dio al posto di Roma.

[13] «Quale vita sarebbe sufficiente per narrare tutti i benefizii dell'eguaglianza?... Nell'universo, essa produce l'insieme; nelle città, la democrazia ben regolata, sì differente dall'oclocrazia ove la moltitudine ignorante ed appassionata vorrebbe comandare; nel corpo, è la salute; nelle anime, l'onestà e la virtù. L'ineguaglianza invece, è la causa prima del male che si fa quaggiù». FILONE. _Della creazione del principe_, ecc. Il precetto dell'eguaglianza non era quindi stato evocato e predicato da Gesù pel primo.

— Se questo è tutto ciò che tu proponi, puoi ritornartene in Galilea: Pilato non ha d'uopo di chiamare nuove legioni. Rabbì, sai che sei qui con una complice?

— Io non conosco complici; conosco dei messaggieri della mia parola, dei credenti nella mia missione.

— Rabbì, tu parli già da padrone. Ciò non basta. Che hai tu fatto, che puoi tu fare? M'è stato detto che hai guarito degli ammalati, e dato del pane a degli affamati. Rabbì, per sollevare il popolo ebreo come una marea spaventevole, e sommergere questo pugno di Romani che lo schiacciano, Esculapio stesso sarebbe impossente. Occorre un Gracco, un Cesare, un Mario, un Silla, od un Dio: perfino un Catilina.

— Donna, non affrettarti a giudicare l'operaio prima di veder l'opera. Tu non hai la fede.

— La fede si prova, Rabbì: giacchè io non conosco nulla di così incredulo, che la credulità. Manifesta il tuo potere, ed allora....

— Allora il figlio di Dio sarà disceso al livello di Simone, il mago di Sichem. Gli è per domandarmi dei miracoli, come la plebe, che m'hai chiamato?

— Non hai detto tu stesso che io era ammalata? Ebbene, tutte le azioni della mia vita non tendono che ad uno scopo. Se io ti domando dei miracoli, è che non ti considero come un mio schiavo, il filosofo Filottete.

— Claudia, tu hai d'uopo di una spiegazione e non d'un miracolo. Tu nascondi un segreto nel fondo della tua anima. Tu ami tuo marito, ma lo disprezzi; e ti fai violenza e ti torturi per non farti indovinare. Tu credi che Pilato t'abbia sposata per ambizione, e non per amore. Non puoi comprendere che egli abbia potuto amarti, conoscendo le tue costumanze alla corte di Tiberio, ma non sapendo che tu ti disonoravi per ottenere la libertà di tua madre.

— Rabbì, Rabbì, gridò Claudia, chi ti ha detto tutto ciò?

— Tu stessa.

— Mai, mai io non te n'ho confidato una parola.

— La parola non apprende nulla a coloro che leggono nel cuore.

— Se tu hai questo potere spaventevole, Rabbì, sei più di Dio.

— Mio Padre, che mi ha inviato, m'illumina. Tu sei dunque gelosa.

— Allora dimmelo, mio marito mi ama egli?

— Hai tu un amante, Claudia?

— No.

— Se tu avessi un amante, ameresti tuo marito?

— Certo che no.

— Ebbene...

— Ebbene?

— Pilato ha una ganza.

— Tu menti, gridò Claudia, balzando come una tigre sul Rabbì, scuotendolo pel braccio.

— Sai tu chi è la sua amante, Claudia?

— Lo saprò, e la ucciderò.

— Io te la denunzio: è mia sorella.

— Che!

— Pilato l'ha comperata da un miserabile parente la fece portar via, e la nascose agli occhi del mondo. Ella lo ha amato.

— Ah! Disgrazia su loro. È essa bella?

— Non so. Ma non vi sono donne belle, ove sei tu.

— Allora ella si è servita d'un filtro. Conosci tu i filtri, Rabbì?

— Ne conosco uno che è irresistibile: il candore.

— Rabbì, disse Claudia con ansietà, tu leggi nella mia anima; tu mi denunzii Pilato; mi denunzii tua sorella: chi sei tu? che cosa vuoi tu?

— Io sono l'inviato di mio Padre, quello che porta la luce. Voglio insegnarti a perdonare. Poichè, se tuo marito ti amasse, cosa farebbe? perdonerebbe le tue colpe. Ove eri tu? che facevi tu, quando tuo marito trovava il suo letto vedovo, e sognava di sua moglie riposante in un talamo adultero?

— È vero.

— Ebbene, ecco ciò che io vengo ad insegnare al mondo. Roma ti dice: Uccidi tuo marito, uccidi la sua amante: io dico: Perdona, come desideri di essere perdonata.

— Io non perdonerò mai.

— Ah! tu mi chiedevi qual'è la forza che sommergerà Roma? Eccola: il rifiuto del perdono. I popoli la misureranno come ella li ha misurati.

— Che importa a me di Roma? Non vieni tu dunque per dire a questo popolo vile: insorgi e schiaccia questi insolenti stranieri che ti schiacciano? Non te li do io forse in mano? Rinunzi tu già al mandato accettato di chiamare alle armi gli ebrei? Io non vedo che una cosa io, e non voglio che una cosa: quella donna. L'uomo, lo tengo.

— Io non rinunzio a nulla, rispose il Rabbì; attendo la mia ora.

— Rabbì, ov'è tua sorella? Voglio vederla.

— Claudia, io non ti ho svelato un delitto: ti ho indicato una sventura. Soffoca la tua sete di sangue. Se uccidi tuo marito, il tuo amore per lui si cangierà in una veste di fuoco che ti consumerà per tutta la vita. Se fai perire la povera vittima, l'amore di tuo marito per lei, diviene immortale. Vuoi tu punirli? Dimentica e perdona.

— Rabbì, sono Romana, io. Mi vendico delle ingiurie che mi vengono fatte. Questa religione del perdono è la religione degli schiavi, i quali non hanno diritto ad avere dell'onore. Rabbì, tu che leggi negli animi, devi leggere nella natura: indicami un filtro. Io voglio che egli mi ami. Fino ad ora, ho sofferto in silenzio, pensando ch'egli pure soffrirebbe del mio disprezzo, della sua solitudine, del vedovaggio al quale io lo condannava. Poichè io sperava, lavoravo a soddisfare la sua ambizione, e vederlo allora ai miei piedi. Tu hai posto un aspide nel mio cuore. Egli ama altrove. Egli si rifà altrove del mio disprezzo. La vittima dunque sono io. La condannata alla solitudine, sono io; egli mi deride forse. Si delizia nella braccia d'un'altra. Impossibile. Bisogna ch'egli m'ami: bisogna che quella donna sparisca dal mondo.

— Ne prenderà un'altra; ne ha di già forse un'altra.

— Taci; vuoi dunque rendermi pazza? Che vuol egli? Vuol essere prefetto della Siria, delle Gallie, della Spagna, imperatore forse, che so io? Ebbene Rabbì, all'opera. Poni fuoco ai quattro angoli di Gerusalemme; incendia la Giudea; sii re degli Ebrei.... e dammi di che comperargli Cesare, che vende perfino se stesso. Va, predica, tuona, fulmina; l'ora è propizia. Pilato è assente. Io ti do tutto in mano, comando, palazzi, torri, fortezze, legioni; consegnami tua sorella. Tu esiti?

— Ti compiango.

— Rifiuti? allora saprò ben trovarla da me. Cneus Priscus è riescito in cose più difficili di codesto. Indicami almeno un filtro per addormentare il mio cuore. Che Messia sei tu dunque? Canidia, la saga del monte Esquilino, m'avrebbe di già soddisfatta. Vuoi dell'oro?

— Claudia, la pace non è nel delitto, ma nella verità. Hai mai chiesto a tuo marito se egli ti amasse?

— Quel miserabile sarebbe capace di dirmi che mi adora. Non mi ha egli sposata, togliendomi dal bagno di Tiberio? Arrossirei di rivolgergli una domanda simile.

— Gli hai mai detto che lo amavi?

— Vorrei piuttosto mozzarmi la lingua coi denti.

— Come vuoi tu dunque conoscere il vero, se fai a te d'intorno le tenebre?

— Rabbì, va, tu sei un povero allocco! Io ti chiedo un filtro, e tu mi porgi dei consigli; ti domando una malìa, e tu mi dai delle parole; ti dico, solleva il tuo paese! e mi rispondi che attendi la tua ora; domando di veder tua sorella, e mi consigli di assicurarmi se Pilato mi ami.... Donde vieni tu dunque, vaneggiatore? Non basta di aver scoperto, Dio sa come, uno dei miei secreti. Non basta proclamarti figlio di Dio: bisogna provarlo.

— Claudia, Dio non fa i miracoli per soddisfare la curiosità degli oziosi, come il tuo cuoco fa delle leccornie per solleticare il tuo palato, ma per manifestare i suoi eletti, ed indicare ai popoli la giustizia e la verità. Tu mi vorresti complice d'un'atrocità; io vorrei innalzarti alla luce della carità. Tu mi hai chiamato, io sono venuto: ma per consolarti per illuminarti, per ricordarti il tuo dovere di donna che solo può ricondurti il marito, e sottrarti all'infamia. Tu sei sorda, e domandi dei miracoli, e mi spingi alla ribellione. Io non opero pegli uni o pegli altri, Claudia; io mi voto e sacrifico per tutti. Nè il tuo aiuto, nè la tua opposizione, non possono influire sopra i passi del figlio dell'uomo: io sono l'eletto, io sono la volontà di mio Padre. Tu ardi dal desiderio di vedere Gerusalemme nel sangue. Ahimè! la vedrai.

— Rabbì, tu farnetichi. Un'ultima parola ancora, perchè, fin qui, abbiamo divagato. Ecco la situazione. Amo mio marito. Sono gelosa e dubito. Io cospiro contro il mio proprio paese per saziare l'ambizione di Pilato. Ti ho chiamato per conoscerti, dopo che hai accettato di divenire il capo dell'insurrezione della Giudea; per vedere colui che si addimanda figlio di Dio, e fa dei miracoli; per conoscere da te, se i miei dubbii e la mia gelosia sono fondati; per avere da te, uomo dei prodigi, un qualche cosa, onde farmi amare, o cessare di amare. Tu non m'hai soddisfatta in nulla.

— Me ne dispiace.

— Ciò m'importa poco. Sono stata maturata dalla disgrazia, in mezzo alle feste ed ai piaceri, alla corte dell'imperatore del mondo. Non mi pasco di frasi, che il mio _lorarium_[14] farebbe rientrare a colpi di verghe nella gola del mio filosofo, se per caso ei se ne permettesse di simili. Voglio delle risposte categoriche a domande precise. Pilato m'ama egli?

[14] Schiavo che infliggeva i castighi del padrone agli altri schiavi.

— Non gli ho mai parlato. Nol so.

— Perchè dunque m'hai svelato che tua sorella era la sua amante?

— Perchè, a quest'ora tutta Gerusalemme forse lo sa; perchè iersera, dinanzi un gran numero di persone, ho denunziato ciò; e perchè io non mentisco giammai.

— E perchè in questo caso, rifiuti tu la tua opera per soddisfare il mio amore?

— Perchè io insegno la parola di Dio, e non sono nè un'infame profumiera, nè una saga, nè un giuocoliere.

— Perchè mi nascondi tua sorella, poichè tutti la conoscono?

— Perchè uccideresti una vittima e non una colpevole, e perchè mio Padre mi ha ordinato di stigmatizzare il peccato e perdonare al peccatore.

— Sta bene. Ed ora, accetti tu la parte di messia che ti fu offerta?

— Io non accetto una parte come un istrione; io compio la volontà di mio Padre. Se gli altri cooperano meco, tanto meglio; io non sono strumento di alcun partito. Io sono ciò che voglio, ed ignoro ciò che altri vogliano.

— Basta così, replicò Claudia dopo alcuni istanti di silenzio. Io saprò ciò che ora tu mi taci. Tu poi saprai ciò che si vuole da te, e tu dirai ciò che io voglio. Ma rifletti bene a questo: in cima di tutto ciò havvi un abisso.

— L'ho compreso fin dal primo momento.

— Tu sai dunque che ti sei cacciato in una trama le cui braccia t'hanno serrato, le cui ruote t'hanno afferrato. Bisogna ora andar avanti, o essere stritolato. Tu sai troppe cose. Hai promesso. Hai principiato. Una parte della strada ti fu appianata; non t'appartieni più: sei nostro, o devi perire. Lascia lì codesto Padre la di cui missione affermi di compire, e la cui voce dici di ascoltare. La voce che tu devi ascoltare è la nostra: è la mia. Tu sei un porta-voce e non una voce. Hai principiato a spacciarti per messia, e per figlio di Dio, per tuo proprio conto; devi finire pel conto nostro. Se dei miracoli sono necessarii, te ne appresteremo dei belli e pronti, e tu li farai. Se si crede conveniente di dichiararti figlio di Davide o di Giove, troverai la tua genealogia tutta in ordine. Hannah ti farà discendere dal cielo sopra un carro di fulmini, se gli pare opportuno. Non inquietarti di nulla. Se hai del Messia, del tuo, usane; se no, te ne daremo del nostro. Ma sta in guardia contro le velleità intempestive. Resistere, gli è perire. Addio.

— Claudia, mio Padre ti perdonerà poichè tu non sai ciò che tu dici, nè ciò che insulti. Ma tu hai parlato di tutto, tranne del tuo secreto.

— Quale?

— Eccolo; tu tradisci i traditori.

— Cosa intendi tu di dire?

— Tu spingi alla rivolta, per ischiacciarla. Hai tutto preparato a questo scopo; e quando la sarà domata dirai a Cesare: Pilato ti ha salvato una grande provincia dell'impero, merita una ricompensa; dagli il governo della Siria. Sejano ti ha dato questo consiglio in prezzo di ciò ch'io non voglio dire, la vigilia della tua partenza da Roma.

— Tu sai tutto ciò? gridò Claudia impallidendo.

— Di più ancora, continuò il Rabbì. Tu desideri i tesori del Tempio e della tomba di Davide, di cui la sommossa t'offre l'occasione d'impadronirti, onde comperare l'assenso di Tiberio se egli resiste; corrompere le legioni, se lo puoi, e in qualità di nipote d'Augusto, rovesciare l'infame di Capri.