Memorie di Giuda, vol. II

Part 7

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— È verissimo, Ida, fece Justus, interrogando dello sguardo Bar Abbas, onde comprendere ciò che significasse la domanda che gli dirigeva. È verissimo; ieri ancora, il Rabbì ha fatto uno scandalo al Tempio, ove non ha alcun diritto di levarsi a padrone, ed ha suscitato una gran collera nel capitano.

Ida non conosceva punto quell'intruso. Principiava a credere a Bar Abbas; ma l'attestato che egli chiedeva ad uno sconosciuto le fece l'effetto di una commedia tra compare e ciarlatano. Li sospettò ambedue. Gli era proprio ciò che voleva Bar Abbas onde deciderla a rivolgersi al sagan per sapere la verità. In fatti, Ida gli disse:

— Vi ringrazio dell'interesse che prendete per mio fratello. Io sono una povera donna isolata, e non posso nulla fare per lui. Dio lo proteggerà, se cammina nella sua strada. Addio.

Così dicendo Ida si alzò ed uscì. Noah indicò la porta a Justus ed a Bar Abbas che non se lo fecero ripetere due volte. Però, quando furono sulla strada, Justus si fermò, e guardando fisso negli occhi Bar Abbas gli chiese:

— Per chi lavori tu?

— E tu? rispose Bar Abbas.

— Io? pel meglio del mio amico Giuda.

— Nobile cuore! sclamò Bar Abbas; ed io per tuo zio Hannah.

Justus tacque, e lasciò Bar Abbas ammirare tranquillamente da solo le singolarità del paesaggio durante il cammino.

Ida, dal canto suo, appena rientrata nella sua stanza da letto, raggiunta da Noah, non si fermò a lungo a riflettere. S'avviluppò in ampia stola che la coprì da capo a piedi, e facendo segno a Noah di seguirla, uscì. Ma prima di partire, diede ordine a Thorix di riportarmi i regali che le avevo mandati la vigilia, poi di aspettarla sulla strada, ai piedi del monte degli Ulivi.

Precediamola.

XXIV.

Il Rabbì di Nazareth era venuto a Gerusalemme in una disposizione di spirito diametralmente opposta a quella in cui l'avevo lasciato a Cafarnaum. Il rapido giro ch'egli aveva fatto nelle Provincie non ebree, gli aveva aperto gli occhi su quell'orrore pei Romani, di cui io credeva animato il popolo Israelita. La sua missione perdeva dunque la base politica, sulla quale egli non avrebbe sdegnato di appoggiarla.

Egli riconosceva bene l'esistenza del sentimento ebreo che sospirava un liberatore, un messia, il quale lo francasse dallo straniero. Ma egli aveva riconosciuto altresì che questo sentimento non era abbastanza intenso da farsene una leva di sovversione politica, e di elevazione personale. Occorreva dunque rinunziare a quel mezzo di attrarre il popolo dietro a sè. Egli attribuiva la tiepidezza della plebe alla soddisfazione dei Sadducei, alla interessata rassegnazione dei Farisei. In realtà, per gli uni, il dominio romano era la pace; per gli altri, una tregua, durante la quale lavorerebbero a scalzare la supremazia dei loro rivali. Il Rabbì detestava gli uni e gli altri come traditori verso Dio, di cui egli si era proclamato figlio, e traditori verso il popolo di cui egli si faceva sgabello. La sua grande parola pronunciata, la sua missione dichiarata, esposte le sue dottrine, i suoi discepoli inquieti, ma all'erta, — che poteva ormai fare il Rabbì? Il cielo stesso della sua provincia rotolava tuoni contro di lui. Di tutte le mie insinuazioni, non aveva ascoltato che il consiglio, appoggiato dall'evidenza quotidiana, di cangiare il teatro delle sue prediche, e di venire a spiegare la sua attività a Gerusalemme. Colpito il capo, il corpo cadrebbe da sè. Era dunque arrivato a Bethania, la vigilia del Purim, con un piano stabilito di condotta: confondere i suoi nemici, trionfare o soccombere.

Il Rabbì non mi disse verbo pertanto nè del suo cangiamento interno, nè delle sue disposizioni aggressive. Non lo seppi che troppo tardi, ahimè! quando un seguito d'imprudenze aveva reso il male irreparabile, ed il rimedio impossibile. Poi, altre complicazioni vennero a precipitare la catastrofe.

Così, dall'indomani del suo arrivo, il giorno stesso del Purim, mentre Gerusalemme guazzava nelle orgie dei suoi saturnali, il Rabbì di Galilea principiava la sua gran battaglia sotto il portico di Salomone nel Tempio. Quando arrivai per vederlo ed invitarlo alle mie nozze, lo trovai circondato da popolo, da leviti, da scribi, sofisticando con un astuto rabbino che gli aveva chiesto:

— Cosa devo fare per avere una particella nell'eredità della vita eterna?

— Ciò che è scritto nella legge, rispose Gesù; l'hai tu letta?

— È il mio mestiere.

— E cosa vi hai letto?

— Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il tuo spirito, ed il tuo prossimo come te stesso.

— Ebbene, replicò il Rabbì, fa tutto ciò e vivrai.

— Facile a dire, e ad ordinare, riprese il rabbino; ma in pratica la cosa s'imbroglia. Chi è il mio prossimo?

— Ascolta, rispose il Rabbì. Un certo uomo, scendendo da Gerusalemme a Gerico, cadde in mezzo a dei ladri, che lo spogliarono di tutti i suoi vestiti, lo ferirono, e partendo, lo lasciarono mezzo morto.

— Ciò avviene sovente, interruppe il rabbino. La colpa è dei nostri padroni, che ci mettono delle taglie pesanti per difenderci, e ci lasciano in balia degli assassini.

— Ciò non mi riguarda, riprese il Rabbì. Ora avvenne che un prete per caso passasse per quella strada.

— Tanto meglio pel ferito, sclamò il rabbino.

— Credi? ebbene, t'inganni. Il prete guardò, vide l'uomo moribondo, e si tirò dall'altra parte della strada.

— Ebbe paura, osservò il rabbino.

— Sia, continuò il Rabbì, ma un levita passò pure per di là alcuni minuti dopo. Si fermò, guardò alla sua volta, si assicurò dello stato del ferito come aveva fatto il prete, poi alzò le spalle e proseguì la sua strada.

— Temette l'istessa sorte, disse il rabbino, o forse anco, d'esser preso per l'assassino.

— Forse fu così. Ma un altro non ebbe le stesse paure, e non si spaventò d'esser confuso con dei ladri. Sai tu, ora, chi era quest'altro?

— Uno scriba, un uomo della legge senza dubbio, esclamò il rabbino.

— T'inganni: un Samaritano, — uno di quegli uomini che voi disprezzate, considerandoli come impuri, e sui quali invocate tutti i malanni e tutte le maledizioni. Sì, un buon Samaritano viaggiava anch'egli da quella parte. Quando arrivò presso il ferito, e lo vide in quello stato, e' scese dal suo asino. Poi, tocco da compassione, s'avvicinò, fasciò le ferite del moribondo, vi versò dell'olio e del vino, lo accomodò sulla sua cavalcatura, lo condusse in un albergo vicino e gli prodigò le sue cure. All'indomani e' partì; ma prima, prese due monete, e dandole all'oste gli disse: Abbi cura di questo disgraziato, e quanto spenderai di più, te lo pagherò, ripassando per qui.

— Un Samaritano! esclamò il rabbino.

— Sì, affermò Gesù, un Samaritano. Io ti chiedo adesso, a te uomo della legge, quale dei tre viaggiatori fu il _prossimo_ della vittima dei ladri.

— Hum, brontolò il rabbino, quello che ne ebbe compassione.

— Allora, osservò il Rabbì, va e fa altrettanto[6].

[6] S. LUCA, Cap. X.

— Come il Samaritano, non come i ladri, gridò una voce fra gli spettatori. Manasse sarebbe capace d'ingannarsi.

Questo ripicco non diminuì punto l'impressione fatta da questa bella parabola, che offendeva mortalmente i signori del tempio.

Abbassare il prete ed il levita al disotto di quello scomunicato, di quel disprezzato Samaritano cui gli Ebrei detestavano peggio dei pagani, al punto di dire che il pane dei Samaritani era come la carne del maiale; glorificare quel lebbroso dell'anima a spese dei ministri di Dio, parve il colmo dell'audacia, dell'impertinenza e dell'insulto: una bestemmia, una violazione della legge. Ma Gesù non si fermò a mezza via; e poichè aveva un così bell'uditorio intorno a sè, sguainò tutta la sua collera contro i Farisei, chiamandoli: razza di vipere, ipocriti, sepolcri imbiancati, mentitori, impuri dell'anima, intelligenze limitate e false, vasi d'immondizia. Un sordo mormorio circolava nella folla, taluni applaudendo, altri corrucciandosi. Allora il Rabbì vide un mendicante cieco che entrava per la porta. Corse a quell'uomo e lo prese per le mani.

— Maestro, dissero allora i suoi discepoli, chi è che ha peccato, quest'uomo o i suoi parenti, perchè egli sia cieco?

— Nè lui, nè gli altri, rispose il Rabbì. Quest'uomo è in quello stato, perchè io possa manifestare il mio potere.

Allora egli sputò per terra e compose una specie di pasta, mescolando la sua saliva alla polvere. Lo vidi in seguito spalancare le palpebre del cieco, con una punta brillante d'acciajo, toccare l'occhio infermo, e cavarne come una pietruzza. L'uomo gettò un grido di dolore, che si cangiò in gioia, poichè esclamò:

— Dio mio, vedo la luce.

Il Rabbì toccò nell'istessa maniera l'altro occhio e ne fece pure spiccare una piccola rena. Il mendicante gittò un secondo grido:

— Dio mio; vedo le cose e gli uomini.

Il Rabbì applicò allora la sua belletta sopra i due occhi, impedendo loro di vedere, e disse al cieco:

— Va. Fra tre giorni o quattro, lavati alle sorgenti di Siloam e credi nell'inviato di Dio[7].

[7] SAN MARCO, Cap. VIII, S. GIO., Cap. IX.

Questa guarigione era stata operata dal Rabbì in modo così pronto, abile e rapido, che i suoi discepoli gridarono al miracolo! ed egualmente la plebe. Ma i farisei, gli Scribi, e le altre persone istrutte se ne spassarono come di una gherminella da cerretano.

I più coscienziosi fra loro lo chiamarono pazzo e demonio, e principiarono ad interrogare il mendicante cui sospettavano forte di essere un discepolo addestrato od un compare d'accordo.

Io vidi che la tempesta ingrossava, ed avvicinandomi al Rabbì lo condussi meco.

L'ora della nostra partenza per Berachah s'appressava.

Dopo aver lanciato la terribile apostrofe che abbattè e schiacciò sua sorella, Gesù scappò via da Berachah come da una fornace che l'avesse bruciato.

Passioni e pensieri d'ogni fatta lo turbavano. Gli avvenimenti lo mettevano da ogni parte alla prova; alle angoscie della vita pubblica si aggiungevano gli spasimi del cuore. Quando arrivò a Bethania, la notte era molto avanzata, il freddo intenso, il cielo puro e profondo. Sedette sopra un banco di pietra nella corte e s'immerse nell'abisso dei suoi pensieri. Tutti dormivano sotto quel tetto tranquillo, anche le due sorelle affettuose che vegliavano alla sorte del Rabbì con tale inquietudine di amore che cangiava in grazia la loro bruttezza. Il Rabbì non risvegliò nessuno, s'avvolse nel suo mantello, e spiò il giorno.

Appena spuntò l'alba e' si rimise in via per Gerusalemme, pel Tempio. Ormai ogni esitazione era cessata: il destino lo travolgeva nei suoi fiotti. Adescato dal successo del giorno precedente, più focoso e più incocciato all'opera che mai, entrò di buon'ora nel Tempio, e s'installò sotto il portico di Salomone.

Appena fu visto, gli oziosi che venivano in quel sito per veder gente e spigolar novelle, i devoti che ci venivano pel sacrifizio, le persone del culto, lo circondarono. Nessuno ignorava come l'insegnamento del Rabbì fosse originale, piccante, ed elevato. Quel giorno, il domani della mia catastrofe, il Rabbì si lasciò andare al suo umore mistico, cioè a quella parte della sua dottrina che urtava di più, a causa della sua oscurità, la quale le dava l'impronta dell'assurdo. In fatti il Rabbì assicurò ch'egli era la _porta del pecorile_, che egli era la _buona gregge_, il _buon pastore_, che egli entrava solo da padrone in quel sito, mentre gli altri vi si insinuavano come ladri per _uccidere_ e _distruggere_. Affermò che «suo Padre lo conosceva, e ch'egli conosceva suo Padre, ed era pronto a dare la vita pel suo gregge, ragione per cui suo Padre l'amava; che egli aveva il potere di dare e di riprendere la sua vita; che egli si era attribuita questa missione ma che suo Padre altresì gliela aveva imposta....» ed altre cose simili.

— È egli pazzo, od è osesso? chiedeva la folla. Ma altri che si annojavano di quel garbuglio di parole, misero la questione in termini chiari, dimandandogli:

— Per quanto tempo ancora ci lascerai brancolare nel dubbio? Se sei il Cristo, dichiaralo senza ambagi.

— Ve l'ho già detto, rispose il Rabbì con voce ferma, e non senza collera; ve l'ho detto e voi non avete voluto credermi. Le opere pertanto che fo io in nome di mio Padre non sono esse sufficienti per attestarvi il mio potere? Ma voi non credete, perchè voi non siete del mio ovile, a cui solo do la vita eterna, perchè mi è stato affidato da mio Padre, e mio Padre ed io non facciamo che uno[8].

[8] S. GIO., cap. X.

Un grido d'orrore scoppiò in mezzo alla folla. Alcuni vollero lapidarlo, altri l'accusarono di bestemmia. I Farisei, ingiuriati, fuggirono, verso il Lishcathha Gazith (camera selciata) ove il sanhedrin sedeva fino dal mattino, precisamente per giudicare il Rabbì.

Il Rabbì di Nazareth aveva dichiarato la guerra al dogma ebreo ed a tutti i partiti della Giudea, senza formulare ancora la sua dottrina, o ravvolgendola in una fraseologia che offendeva il gusto e non rischiarava le intelligenze. I Sadducei, i quali, se non potevano migliorare la loro situazione politica, preferivano conservare la pace al conservare le dottrine giudaiche, s'erano mostrati più tolleranti dinanzi gli attacchi del Rabbì. Gli Esseniani, che vedevano nel suo insegnamento un primo passo verso la effettuazione delle loro idee, si rassegnavano alle ferite che il Rabbì portava loro. Ma i Farisei non sapevano restar impassibili sotto quella doccia incessante di motteggi, di rimproveri, di censure, di villanie, di cui si sentivano sempre più caricati. Avrebbero accettato di transigere con lui, se il Rabbì avesse consentito a piantarsi a dirittura come un principe della loro casa reale maccabea, sostegno della polizia separatista, ammiratore della legge rivelata, ristauratore del regolamento indipendente, e dell'indipendenza; in una parola: re degli Ebrei. Il Rabbì me l'aveva fatto sperare. Io aveva portato a Gerusalemme tale speranza. Adesso, egli mi scattava fra le mani, insistendo, con una pertinacia piena di collera, sopra la necessità d'adottare una nuova legge, un nuovo comandamento, una nuova forma di preghiere, una nuova vita religiosa. Egli profanava il sabato. Faceva buon mercato di ciò che i Farisei credevano impuro. Aboliva i loro riti, ed attaccava la loro rettitudine. Il giorno prima aveva tocco il colmo delle sue invettive. I Farisei avevano portato contro di lui, dinanzi al sanhedrin, l'accusa di cui Bar Abbas aveva inteso parlare alla tavola del sagan, e che aveva raccontata ad Ida.

Il sanhedrin si era radunato alla mattina nella sua sala di discussione, detta Lishcath-ha-Gazith, sul grande bastione della parte occidentale, rimpetto Sion, presso l'entrata principale del Tempio, che dava sulla corte degli Israeliti e su quella dei pagani, per permettere l'entrata agli Ebrei ed ai Greci.

Il sanhedrin si componeva di settanta a settantadue membri, scelti a suffragio, fra gli Ebrei più considerevoli, più ricchi e più vecchi, non solo di Gerusalemme, ma anche dell'Egitto, della Grecia e di Babilonia. Prima di Erode, questo consiglio aveva un potere regio, temporale e spirituale, essendo nell'istesso tempo corte d'appello e corte giurisdizionale, civile e criminale, potendo nominare e deporre i re, nominare i consigli provinciali, decidere delle questioni di pace e di guerra, giudicare le tribù, il gran sacerdote, i falsi profeti, metter in movimento gli eserciti. In breve, questo consiglio aveva diritto assoluto sulle fortune, la vita, la morte, la coscienza dei cittadini, eleggeva i suoi membri, pubblicava sentenze di morte, interpretava la legge ed i libri sacri: Dio ed il sanhedrin non facevano che una cosa sola[9]. Erode condannò a morte tutti i membri di questo corpo — due eccettuati, Hillel e Shammai — e diminuì di molto i poteri del sanhedrin cui riunì intorno a questi due illustri membri. Pilato diminuì ancora i poteri che Erode aveva loro lasciati; ma ciò nondimeno, quelli che loro restavano erano ancora considerevoli. Il governo romano però, si riserbava la legalizzazione dei decreti del sanhedrin avanti la loro esecuzione, eccettuati quelli che riguardavano l'educazione, la liturgia, la fede ed il culto. Dopo gli errori di Gratus, Pilato aveva compreso che questo corpo poteva essere un eccellente alleato, o un nemico terribile.

[9] Un sanhedrin che pronunciava la pena di morte una volta in sette anni meritava di passare per sanguinario. Rabbì Eliezer aggiunge: «Egli meriterebbe questa qualificazione condannando una volta in 70 anni.» Rabbì Tarfon e Rabbì Akiba dicono: «Se noi fossimo stati membri del Senato non avremmo giammai condannato a morte nessuno.» Ma Simon figlio di Gamaliel, rispose: «Non sarebbe ciò un abuso, e non avreste voi temuto di moltiplicare i delitti in Israello?» MISCHNÀ, _Trattato delle pene_, cap. I.

Il sanhedrin era scelto fra i preti, i leviti e la classe laica degli Ebrei. L'elemento sacerdotale vi dominava. Il gran sacerdote lo presiedeva, o in sua vece, il rettore del gran Collegio, assistito da due segretarii.

Un atto d'accusa contro il Rabbì di Nazareth essendo stato portato il giorno prima, Caifas aveva radunato il sanhedrin, che sedeva in semicerchio intorno a lui. Dopo che l'atto fu letto, siccome occorreva l'unanimità dei membri presenti del consiglio per pronunziare la colpabilità e poi la pena, Caifas domandò se c'era nessuno che volesse presentare delle osservazioni. Nicodemus, un sacerdote della famiglia di Hillel, si alzò e disse:

— Padri della camera del giudizio, la nostra legge ci comanda di non condannare alcuno prima di averlo udito. Ora, ci vien fatta un'accusa contro questo Rabbì, ma le prove mancano. Possiamo noi procedere sopra questo quaderno d'imputazioni soltanto? Possiamo inviare dinanzi al giudice romano una sentenza senza base?

Gli altri membri del sanhedrin, preparati a lanciare un mandato d'arresto contro il Rabbì, tennero conto di questa osservazione, e l'assemblea era per isciogliersi, quando un gran numero di Scribi, leviti, e Farisei irruppero nella sala del consiglio gridando: allo scandalo, alla bestemmia! Raccontarono allora aver udito il Rabbì proclamarsi figlio di Dio, e che egli era lì ancora, sotto il portico di Salomone, per ripeterlo a chi volesse interrogarlo. Questa volta le testimonianze erano concludenti, irrefragabili. Il mandato di arrestare il Rabbì fu spedito all'istante. Gli ufficiali del Tempio ricevettero l'ordine di eseguirlo.

Gesù predicava ancora ed insisteva, colla sua ordinaria tenacità, sopra la sua asserzione.

— Voi dite che io bestemmio perchè ho annunziato che io sono il figlio di Dio? Se io non fo le opere di mio Padre, non mi credete. Ma se le fo, se non volete credere in me, credete in esse; giacchè allora voi potrete conoscere e convincervi che mio Padre è in me, ed io sono in lui[10].

[10] S. GIO., cap, X.

A queste parole gli ufficiali del Tempio si avanzarono per impadronirsi di lui; ma nel medesimo momento, Gneus Priscus entrò sotto il portico, e rivolgendosi a Gesù, gli domandò:

— Non sei tu il Rabbì di Nazareth?

— Sì, son io.

— Vieni con me allora; Claudia, la moglie del procuratore, t'invita alla sua presenza.

Gli ufficiali del Tempio si ritirarono, accompagnati da uno sguardo ironico del Rabbì, mentre Gneus Priscus lo afferrava senza troppe cerimonie pel braccio, e lo conduceva seco.

Era l'ora quinta.

Claudia s'era risvegliata all'ora quarta (dieci ore del mattino), il viso simile ad una maschera di creta, a causa della mollica di pane bagnata nel latte d'asina che vi applicava durante la notte onde conservarsi fresca e bianca la pelle, e che disseccava e si screpolava la notte. Battè ad un timballetto d'oro posto sul tavolo dinanzi il suo letto, e Nomas, che stava alla porta, coll'orecchia tesa, si presentò. Claudia ordinò che venissero ad alzarla; e Nomas avendo aperto le finestre, cinque o sei schiave si precipitarono nella stanza, per aiutare la loro padrona a scendere dal letto ed a venire nel vicino gabinetto, ove andava a principiare la grand'opera della teletta[11].

[11] Vedi BÖTTIGER, _La teletta di una dama romana_.

Il gabinetto ove Claudia entrava era quello stesso ch'Erode aveva fatto costruire per la regina Mariamne. Era un ottagono abbastanza grande per contenere quell'esercito di giovani e belle schiave, nude fino alla cintura, che dovevano compiere i sapienti misteri della trasformazione, della creazione qualche volta, del culto della bellezza. Dai muri di questo gabinetto pendevano delle stoffe di seta color di giacinto rilevate di porpora [12] e ricamate in oro e in perso. Due intermedii di finestre erano coverti di specchi dal su in giù. Il soffitto, di cedro d'Africa scolpito, sembrava un pergolato dalle foglie d'oro, e dai grappoli d'argento e di pietre preziose. Un magnifico tappeto di Smirne ricopriva il mosaico del suolo in lazulite, agate e smeraldi, poichè la stagione era fredda, benchè il sole entrasse a iosa dalle due finestre aperte sui giardini. Alcuni dipinti poco modesti ornavano gli assiti delle finestre, ed alcuni quadri, anche questi poco decenti, pendevano dalle pareti; finalmente alcuni seggi coperti di cuscini ricamati.

[12] Parietes tyriis et hyacintinis et illis regiis velis quæ vos operose resoluta transfiguratis, pro pictura abutuntur. TERTULL., _de Hab. mul._, cap. V.

La schiava che attendeva alla porta chiese a Claudia, chi doveva lasciar entrare durante la teletta.

— Il Rabbì di Nazareth soltanto, rispose Claudia, se si presenta. L'ho fatto domandare fin da ieri sera.

L'opera delle schiave addimandate _cosmetes_ non durava a lungo con Claudia, la quale non metteva che di rado un po' di rosso sulle labbra. Chi legge ricorderà la funzione ch'ella esercitava a Capri presso di Tiberio. Un poeta aveva cantato di lei, sotto il nome di Tais: _Tam casta est rogo Thais? Immo fellat_: Perchè mai Tais è così casta? perchè la sua bocca non lo è punto.

Del resto, nè capelli posticci, tagliati ad una fanciulla d'oltre Reno, ed intrecciati da un'artista del Velabro: nè capelli tinti in biondo, dopo essere stati lavati alla calce, colla pomata del Gallo del circo Massimo; e neppure denti falsi, nè false sopracciglia.

Cinzia portò una coppa d'oro colma di latte d'asina munto in quel momento, ed umettò con esso la crosta di mollica di pane della notte in maniera da farla cadere. Poi Cinzia lavò la pelle prima con dell'acqua tepida, poi con della fredda, in cui durante la notte era restato in fusione del nardo d'Etiopia. Cloe si presentò con una conchiglia d'oro, e dopo aver respirato sopra uno specchio, per mostrare alla sua padrona che il suo alito era puro, e convenientemente profumato dalle pastiglie di Cosmos, umettò con della saliva un pizzico di rosso molto allungato cui distese leggermente sulle labbra di lei. Delia aveva già lavati i denti di Claudia, con una dolce spugna di Bretagna.

Licenziata la coorte delle _cosmetes_, vennero le acconciatrici dei capelli.

Claudia aveva una ricchezza imbarazzante di capelli neri, soffici, lunghi fino alle ginocchia. Questa parte della teletta era la più molesta; e le accadeva sovente, per impazienza, di mordere, di pungere colla sua spilla, di pizzicare i seni delle sue schiave. Neera teneva lo specchio mobile cui presentava alla sua padrona in tutte le posizioni. Questo specchio non era altro che una piastra d'argento levigata, contornata d'un rilievo d'oro riccamente cesellato ed ornato di perle. Fiale sfece la pettinatura notturna, e diede dell'aria a quelle splendide treccie. Ostilia le profumò di pomate preziose. Nape rotolò con un ferro caldo i piccoli ricci delle tempie e della fronte. Cypassis, una bella negra, intrecciò, annodò ed avvolse in forma di torre le treccie di dietro. Galla le traversò di quel terribile spillone di cui Claudia faceva un uso così omicida nella sua ira.

La fioraia egiziana Nemesis entrò di poi, seguita da due fanciulli etiopi con due corbelli ripieni di fiori, e di rami colti nello stufe. Claudia scelse un ramo di verbena ed alcuni narcisi, cui Phlogis le piantò nelle treccie. Claudia, l'ho già detto, non portava mai gioielli.