Memorie di Giuda, vol. II

Part 5

Chapter 53,810 wordsPublic domain

La sinagoga era zeppa. Una folla immensa vi aveva fatto irruzione, uomini, donne, fanciulli, vecchi, ciechi e zoppi, senza eccezione, perfino i sordi. Queglino che non trovavano più posto dentro, passavano la testa dalle finestre, o s'accalcavano alle porte. Un Giudeo si sarebbe creduto disonorato, se non avesse in questo giorno lanciato la sua maledizioncella postuma ad Aman, e data la sua avvinazzata benedizione a Mordecai.

Il paraschà del giorno conteneva la storia che dette origine alla festa. Il sheliach andò al suo posto, e principiò il seguente racconto:

«Allorchè Artaserse Longimano succedette a suo padre Serse, diede una gran festa al suo popolo, sotto delle tende di porpora sostenute da colonne d'argento ed oro. A mezzo il banchetto, riscaldato un tantinello dal vino, il re giurò che non c'era in tutto il regno una donna più bella della regina Vastiti. Un principe tributario del suo regno dimostrò una tal quale incredulità. Il re andò in collera, s'ostinò nella sua idea, e volendo provare al popolo che aveva detto il vero, imaginò di far comparire la regina ignuda dinanzi ai suoi convitati. Vastiti fu chiamata. Avendone appreso il perchè, rifiutò di obbedire. Artaserse la fece chiamare di nuovo, poi di nuovo ancora: in tutto sette volte. La regina rifiutò sempre. Il re si credette offeso da questa disobbedienza. Uno dei grandi della corte, Memunean, dichiarò al re che occorreva un esempio, senza che, incoraggiate dall'impunità della regina, nessuna donna persiana avrebbe più obbedito al suo marito. Il re comprese questa ragione di Stato, e Vastiti fu condannata ad essere espulsa e surrogata da un'altra regina. Ma Artaserse l'amava. E' divenne triste. I suoi amici lo consigliarono di neutralizzare questo amore con un altro amore e di elevare al suo letto la più bella vergine della terra abitata. Il re si rassegnò al rimedio, trovandolo dolce».

— Il povero uomo! esclamò Bar Abbas.

«Una caccia di vergini fu messa in campo, continuò il sheliach. I differenti ufficiali che percorsero l'Asia a quest'oggetto ne riunirono quattrocento.

— Soltanto? chiese Bar Abbas.

— Ahimè! sì, continuò il sheliach.

«Le vergini erano rare e le belle ancora più rare. Fra queste si trovò Esther, la nipote unica d'un Ebreo di Babilonia. Era la più bella di tutte. Quando gli eunuchi ebbero preparato per sei mesi queste vergini con delle abluzioni, delle unzioni, e dei profumi, il re ne prese una tutti i giorni nel suo letto, onde scegliere alla prova, e non sul rapporto d'un eunuco. Allorchè giunse la volta di Esther, il re se ne innamorò e la sposò. Ella non aveva detto a quale nazione appartenesse. Allora Mordecai lasciò Babilonia e venne a Shushan. Una cospirazione d'eunuchi essendo stata ordita contro il re, Mordecai la scoprì ad Esther, e questa salvò il re. Mordecai fu autorizzato a dimorare alla corte. Ora il re aveva un amico, un Amalecita chiamato Aman.

«Maledetto Aman! gridarono tutti da tutti gli angoli.

«Il re aveva ordinato che lo si adorasse come un altro lui stesso. I Persiani, i Medi obbedirono. Mordecai, no.

«Bravo, Mordecai! gridò ancora il popolo, noi andremo a bere alla tua salute.

— Bere e mangiare, se vi piace, interloquì Bar Abbas, e ancora qualche cos'altro. Non si fa mai abbastanza per un grand'uomo.

«La nostra legge ingiungeva a Mordecai di non adorare che Dio, continuò il sheliach. Aman si credette offeso: tanto più che l'audace refrattario era un Ebreo, un prigioniero, quasi uno schiavo. Egli se ne lagnò al re. Dipinse la nostra nazione come perversa, insocievole, nemica di tutti gli altri popoli e di tutti gli altri culti; e lo persuase di sterminarla per la maggior prosperità dei suoi sudditi. — Ma essi pagano un tributo, osservò il re. — Ebbene, rispose Aman, io pagherò quarantamila talenti a vostra divinità. — Il re rifiutò il denaro, e sacrificò gli uomini. Aman decretò, in nome di Artaserse, sovrano di cento ventisette provincie dall'India all'Etiopia, che al quattordicesimo giorno del dodicesimo mese di quell'anno tutti gli Ebrei del suo Stato, uomini, donne, e fanciulli, fossero distrutti.

«Oh l'infame manigoldo di re! urlò la folla.

— Ohe, disse Bar Abbas, rispetto ai re, dunque! Senza di essi, chi potrebbe strozzarvi un poco, eh?

«Il popolo ebreo, tutto intero, stracciò i suoi abiti, si vestì di sacco, si coprì di cenere, proseguì il sheliach. Mordecai parti dalla corte, e si conformò al dolore dei suoi compatriotti. Esther ne venne a cognizione. Ella ordinò agli Ebrei tre giorni di preghiera. Gli Ebrei, a cui ella diede l'esempio, obbedirono e le inviarono una supplica pel re. Ora Artaserse aveva fatto una legge, che chiunque gli si presentasse senza essere chiamato, sarebbe ucciso. Esther sfidò il pericolo. Si affusolò splendidamente di porpora e di pietre preziose: una schiava sollevava lo strascico della lunga sua veste con la cima delle sue dita, mentre un'altra la sosteneva sulle sue braccia. Abbagliante di vesti e di bellezza, rossa d'emozione, Esther si recò così dinanzi al re senza esserne dimandata. Artaserse, seduto sul suo trono, la corona sul capo, lo scettro d'oro nelle mani, tutto ricoperto di giojelli, di tela d'oro e di porpora, la squadrò corrucciato. Esther tremò, e cadde svenuta ai piedi del trono. Il re, vedendola così bella, pieno d'amore scese dal trono, la prese fra le braccia, e la richiamò alla vita coi suoi baci. Le chiese poi cosa desiderasse, promettendole d'esaudirla. Esther lo invitò nei suoi appartamenti, in una al suo amico Aman, ad una cena preparata colle sue stesse mani. Il re ed Aman accettarono il banchetto, si divertirono molto alla festa, e bevettero enormemente. Il re le domandò quale grazia ella chiedesse. — Te lo dirò domani, giacchè io v'invito di nuovo a cena, rispose Esther.

— Oh! il caro briciolo di tosa! sclamò Bar Abbas. Perchè mai non si trovano ogni giorno di gioje simili nelle strade, come si trovano dei cani e dei leviti!

«Aman ritornò allegro alla sua dimora. Sua moglie gli consigliò di far rizzare nella sua corte una forca alta cinquanta cubiti per impiccarvi Mordecai.

— Le donne danno sempre dei buoni consigli, osservò Bar Abbas.

«Il re, esaltato dalla bellezza della regina, non dormì in tutta la notte, ma si fece leggere le cronache del suo regno. Si lesse fino all'alba. Arrivato alla storia della cospirazione scoperta da Mordecai, il gran sire domandò: Che ricompensa gli fu data?

— Che! che! l'è una fiaba codesta, osservò Bar Abbas: i re non si ricordano mai i servigi ricevuti, e meno ancora le ricompense che restano a darsi.

«Non gli si è dato nulla, rispose lo scriba del re. — Sta bene, disse Artaserse. Ecco il giorno. Se v'è qualche amico arrivato nella mia anticamera, fallo entrare. — Aman era di già lì. S'era alzato di buon'ora per ottenere dal re il permesso d'impiccare Mordecai.

— Impiccare? corbezzoli! ciò non si ritarda giammai! sclamò Bar Abbas.

«Arrivi in punto, rispose il re. Consigliami come potrei onorare in maniera degna di me una persona che io amo assai. — Autorizzandolo, Dio mio, a passeggiare a cavallo cogli stessi emblemi della tua Divinità, una catena d'oro al collo, e ordinando a tutto il tuo popolo di onorarlo come tu lo onori.

— Va bene, rispose il re; cerca allora Mordecai, e fa tu stesso quanto mi hai consigliato.

«Benissimo, bravo, viva il re! gridò il popolo.

«Aman che aspettava tale onore per sè stesso, parve confuso, abbattuto. Pure obbedì. Mordecai ritornò alla corte. Aman andò a lagnarsi con sua moglie. Fu chiamato alla cena per ordine della regina. Al banchetto, il re domandò nuovamente ad Esther quale grazia desiderasse. Esther principiò allora ad esporre, piangendo, le miserie del suo popolo, e supplicò che l'ordine della sua distruzione fosse rivocato. — Chi ha cagionato questo dolore alla mia regina? chiese il re. — Aman, rispose Esther. — Artaserse lasciò il banchetto, ed uscì nei giardini molto turbato. Aman cominciò allora ad intercedere la sua grazia presso la regina, e cadde sul suo letto. Il re entrò in quel momento, e vedendolo in quella postura, gridò: — Miserabile creatura, la più vile della terra, osi anche fare violenza alla mia regina? — Un eunuco raccontò allora al re la storia della forca destinata da Aman a Mordecai. Il re ordinò che Aman fosse appeso al patibolo che aveva egli stesso innalzato[5].

[5] GIUSEPPE, _Antich._ XI, cap. VI.

«Viva il re, viva il re, dannazione ad Aman! vociò il popolo.

— Cara quell'Esther, giojello vero! sclamava Bar Abbas più forte degli altri; ti nomino mia regina a vita.... dopo l'anfora del vino!

«Ed ecco come Dio liberò il suo popolo, come Mordecai scrisse a tutti gli Ebrei di celebrare con una festa perpetua questo giorno della liberazione. Andate dunque, figliuoli miei, e glorificate il Signore.»

— Ah! perchè questo popolo non è stato liberato tutti i giorni dell'anno? osservò Bar Abbas.

Il popolo si precipitò fuori della sinagoga.

Il baccanale nella città principiò.

Gerusalemme era una mischianza d'individui di tutte le nazioni, in cui gli Ebrei erano forse in minoranza. Il popolo di Dio era stato in ogni tempo il focolare di vizii vergognosi e bestiali. Gli stranieri, che l'avevano conquistato successivamente, gliene avevano inoculati d'infami, e di empii. L'innesto s'era fatto con rigoglio. Alle dissolutezze che avevamo apprese dall'Egitto, dalla Siria, dalla Persia e dalla Fenicia, Alessandro aggiunse quelle della Grecia, Pompeo quelle di Roma, Erode quelle del mondo intero. Il giorno del purim era quello in cui tutte codeste dissolutezze sguazzavano in pompa reale.

In quel giorno, si sarebbe creduto trovarsi a Roma nella via Sacra, verso l'ora nona. Nulla mancava. Nulla si mascherava, eccetto la virtù per accatastare le briciole delle delizie del vizio. Gli uomini si travestivano da donne, e le donne da uomini, le ragazze da cortigiane, e queste da matrone. Chi aveva qualche cosa da mostrare, la metteva fuori. Chi non aveva di che affusolarsi, si svestiva. Gerusalemme riboccava tutta nelle strade: neppure le madri oneste, e le fanciulle pure restavano a casa. Il pudore diveniva un'impertinenza, un'offesa a Dio. Il Tempio si dava allo sciopero; poichè preti e leviti, membri del Gran Consiglio e del sanhedrin, Simeon, Gamaliel, Caifa stessi, lo stesso Hannah, potevano mascherarsi senza infamia da giocolieri, da istrioni, da maghi, da pontefici idolatri, da becchi, o da buoi, a loro talento.

I bagni pubblici, le stufe, le osterie, gli alberghi, le botteghe dei fornaj, dei beccaj, dei rosticciaj, dei barbieri, dei profumieri, residenze ordinarie della prostituzione, issarono, dall'ora nona, l'insegna di orribili Priapi, e misero delle lanterne a forma di mostruosi phallus. Le cortigiane non erano in tal giorno obbligate a mostrarsi in parrucca bionda, in coculla, o con un pezzo di stoffa di oro sul seno — secondo l'editto degli edili romani, portatoci dai procuratori. Potevano, se loro piaceva, adornarsi della stola, delle bende bianche, e degli stivaletti rossi delle matrone romane. Ma non lo facevano neppur per idea.

Le vie formicolavano di cantoniere venute da tutte le parti della Siria, dall'Assiria, dalla Grecia, da Roma, dall'istessa Gallia. Esse si pavoneggiavano. Talune attillate nelle loro tuniche gialle o verdi, con sandali gialli legati al collo del piede da coreggie dorate, mostravano i piedi nudi, bianchi e provocanti, tenevano il capo avvilupato in un piccolo mantello di stoffa di color vivo, i capelli tinti in giallo con dello zafferano, o in rosso col succo della barbabietola, o in celeste con del pastello, o semplicemente spolverati con polvere d'oro, di lapis, di guado, o stropicciati con cenere profumata. Altre, con vesti babiloniche, o in tuniche di seta, trascinavano delle dalmatiche abbottonate sul davanti, fatte di stoffe dipinte, variate di fiori e ricami, ed avevano sul capo una mitra a colori, o una tiara scarlatta, o un nimbo d'oro. Le _preziose_, le _meravigliose_, le _famose_, che ci venivano dal superfluo di Roma, dietro le legioni, erano vestite di quella stoffa di seta chiamata _Tiriana_ cui un poeta latino (Petronio) addimanda _vento tessuto_, o di quella garza detta indiana, che era trasparente come una nuvola d'estate, e rendeva più provocante la nudità. Le _etere_ greche col loro grazioso camiciotto di lino aperto sotto le braccia e scendente fino alla vita, in coturni dorati, passeggiavano in lettighe aperte, portate da Abissinii. Alcune, coricate sopra cuscini di porpora, tenendo in mano uno specchio d'argento lisciato, delle palle d'ambra o di cristallo, un ventaglio od un parasole, sporgevano un viso leggermente imbellettato, costellato di piccoli nei onde rialzarne la tinta, mentre una bella schiava le rinfrescava daccanto con delle penne di pavone, precedute e seguite da eunuchi, da fanciulli, da suonatori di flauti, e da nani buffoni. Altre ancora, in toga verde, guidavano esse stesse un carro leggiero. Poi questa a cavallo, quell'altra sopra una mula di Spagna condotta a mano da un negro.

Dietro questo corteggio seguiva un'appendice inevitabile: il libertino, il bertone, vestiti di una clamide scarlatta, celeste, o verde; i suonatori d'arpa, di flauto, e di tamburo venuti dalla Siria; l'auletride jonia — cantante che si scritturava per le feste particolari; — le fellatrici di Lesbos; gli effeminati, i delicati della Frigia — giovani schiavi dai capelli lunghi ed ondeggianti, dai grandi orecchini, dalle tuniche a larghe maniche e dagli stivaletti verdi. Poi i bei giovanotti di Sibaris e di Taranto dalla pelle profumata, i membri epilati, il corpo ricoperto di stoffe trasparenti, come le ninfe. Poi i leziosi e le tribadi di Sparta, che _pytismate lubricant orbem_ (Giovenale), e sono rinomate nelle lotte femminili. V'erano ancora i Marsigliesi dalle dita vellutate, e gli emigranti da Capua e da Opicus, che si prestavano ai piaceri mostruosi. Intorno ed in mezzo a questo nuvolo profumato, scintillante d'oro, di pietre preziose, di seta, di colori vivi, svolazzava quella gioventù d'Alcinous di cui io era il capo — assente in quel giorno — adornata, arricciata, profumata, azzimata di _chiridata_ — la tunica siriaca a maniche lunghe e larghe color ciliegia.

In mezzo a questa folla, la quale assorbiva, incantava, abbagliava la gente onesta di tutti i giorni, si distingueva il mio ipocrita amico Justus, mascherato da _saga_, che vendeva degli istrumenti infami, messi in mostra su delle ceste portate da schiavi. Quel monellaccio offriva ad un grave membro del Collegio un _phallus_ ad uso della famiglia; ad una matrona, un _subliaculum_, o arnese della maternità, onde non sopraccaricare di troppi bimbi la famiglia; ad una giovane sposa, una serratura di castità; ad una ragazza una fibula; alle vecchie un enorme _fascinum_ (phallus fittizio in cuojo, tela o seta).

Bar Abbas, a cavallo sopra un asino, era imbacuccato d'un immenso priapo in cartone che gli si rizzava sopra come un astuccio. Portava dinanzi a sè una sporta ripiena di quelle ciambelle di frumento a forme impudiche, che i Romani chiamano _coliphia_ o _cunni siliginei_, e ne offriva alle donne, che le accettavano senza sembrarne offese. Poi dispensava delle gerse di escremento di coccodrillo, di cerussa, o di gesso, delle fiale piene di non so qual ingrediente, ch'egli indicava agli uomini per quel terribile filtro che le venditrici di profumi dicevano venire da Roma, e chiamavano coppe del desiderio, acqua d'amante, _satyricon_, _bulbus_, o _hippomane_.

Ahimè! avevamo mandato a Roma circa due secoli fa (187 anni av. G. C.) con Lucius Montius, il vincitore di Antioco il Grande, tutto questo mondo di danzatrici, di suonatrici di flauto, di cortigiane, d'eunuchi, d'effeminati, di bertoni, e con essi la lebbra, la terribile elefantiasi, il mal di Venere delle nostre donne, ed il _morbus indecens_ sotto tutte le sue orribili forme. Roma aveva innalzato tutto ciò alla sua grandezza, aggiungendovi le infamie spigolate nel resto del mondo, e ce lo rimandava trionfante, orgoglioso e risplendente.

I nostri Ebrei si contentavano di bere: i poveri, i nostri buoni vini della Siria; i ricchi, i vini della Grecia o di Roma, il cecubo, il falerno, il metimnese, con o senza aromi, e di berne fino al punto, sempre maledicendo, di non più sapere se maledicessero Aman o Mordecai.

Alcuni anni avanti, due pii anziani, Rabba e Zira, avevano bevuto insieme, e si erano altercati, cadendo sotto il tavolo, in tal guisa che Rabba aveva ucciso Zira. All'indomani, quando il vino fu digerito, Rabba, disperato d'aver ucciso il suo amico, pregò Iddio di risuscitarlo, e Dio l'aveva compiacentemente esaudito. L'anno dopo, Rabba propose a Zira di bere ancora insieme; ma Zira rifiutò, pel ridicolo pretesto che Dio potrebbe non voler incomodarsi ogni anno a fare un miracolo.

Mentre l'orgia s'impadroniva della città, all'ora nona, i miei amici ed io, ci preparavamo ad andare a Berachah. Avevo invitato a dividere la nostra festa e ad essere testimonii della mia gioja, Hannah che era stato il mio ambasciatore, i suoi figli, Gamaliel, il suo vecchio padre Simeone, direttore del grande collegio, Justus, che si divertiva attendendo l'ora della partenza, Lazzaro, alcuni altri amici, ed il Rabbì di Nazareth, cui io era andato a snidare dal Tempio ove fin dal mattino predicava ed insegnava.

Traversammo la città, nel momento in cui la gioja era nel suo più grande fermento. In ogni via, degli ubbriachi; in ogni piazza, della musica e dei danzatori; in ogni luogo pubblico, la debolezza; le case pavesate di fiori o di rami d'albero; ad ogni finestra degli spettatori; sopra ogni tetto, delle bandiere, dei preparativi per l'illuminazione della sera. Dapertutto lo schiamazzo; canti a tutti gli angoli delle strade; dei motti allegri o lubrici in tutte le bocche; dei desiderii in tutti gli sguardi, ma anche l'elemosina in tutte le mani. C'incontrammo con Bar Abbas, che arringava in mezzo ad una folla immensa.

— Non vi spaventate, ragazze mie; io sono modesto; venite da me, gravi mamme, io sono discreto; avvicinatevi, le mie vecchie, se la vostra borsa è pregna e ha voglia di partorire, io sono un gaio compare; e voi altri, branco di canaglie, vecchi libertini, preti modesti, gravi farisei, dissoluti avariati, baldracche da elefanti, avanzate pure, io non aggrotto le ciglia, sono un buon diavolo; pennone al vento, ma silenzioso e perseverante. Cosa vi occorre? via, adoratemi un po', io sono quegli che crea e quegli che disfà.

Vedendoci passare, Bar Abbas interruppe la sua allocuzione che io ho resa più modesta. Gli si gittavano degli aranci, della poma, dei torsoli di cavolo. I ragazzi mettevano dell'esca accesa sotto la coda del suo asino, e lo facevano sgambettare come cinquanta istrioni.

— Figli della prostituzione, continuava, lasciate dunque che mi avvicini a quella compagnia di scapati che va non so dove, a papparsi una festa senza di me. Senza di me! e ci sarebbe una festa a Gerusalemme, senza Bar Abbas? Tò! tò! anche mio nipote? Orsù! mucchio di botoli, lasciatemi passare.

Ma essi s'erano attaccati alle sue gambe, alle orecchie ed alla coda del suo asino.

— Dammi una chicca, barbiere della regina Saba, l'apostrofava una ganza dalla gialla mitra persiana.

— Va a farti impiccare, confettiera di sterco di vacca alla crema; rimbeccava Bar Abbas.

— Lascia dunque che ti abbracci, bardassa leccato dai dromedarii d'Abramo, grugniva una vecchia, civettando e tendendogli le braccia.

— Abbraccia il mio asino sulla sua bocca senza denti, urlava Bar Abbas percuotendola sulle mani col suo scudiscio.

— Se hai dei ninnoli, vieni da me, ciabattino delle volpi di Sansone, mormorava una donzella, passando sul suo cammello.

— Del denaro! bellettatrice di giovani balene, replicò Bar Abbas, m'hai tu preso per un ladro?

— Professore di lingua dell'asina di Balaam, hai tu cenato? gli chiese dalla sua lettiga una _preziosa_.

— Ceni tu di un mercante di Tiro disossato, o di un prete cotto nel miele, levatrice delle cagne di Jezabele?

— Pfuah! gridò una voce nella folla, ti sputo in faccia, venditore di fanciulle.

— In fede mia, se mi fate dei complimenti, non ci sto più, e che il diavolo vi prenda tutti, replicò Bar Abbas.

Nell'istesso tempo, gettando da parte l'infame astuccio che faceva di lui un mostruoso phallus, si slanciò fuori della folla, nella direzione ove eravamo scomparsi, e principiò a correrci dietro.

Quando arrivammo a Berachah, il giorno cadeva. Il cielo era tigrato di rosse nuvole; un vento lamentoso tormentava i rami degli alberi, e rendeva l'aria pungente. Degli avvoltoi si slanciavano dai crepacci delle roccie al rumore dei nostri passi, e la jena squittiva di lontano. Camminavamo silenziosi e preoccupati: nessuno avrebbe detto che andavamo a nozze. Il più sereno di tutti era il Rabbì Galileo, che non sapeva nulla della fidanzata, avendogli detto semplicemente che stavo per maritarmi e che desideravo averlo fra i miei amici. Il più assorto era il sagan. I servi che portavano i regali per la sposa ci seguivano.

La porta della casa di Berachah era chiusa. Il silenzio più completo regnava in quell'abitazione che si sarebbe detta deserta. Thorix ci aprì, ed i miei servi l'aiutarono a ricoverare sotto la tettoja le nostre bestie. Quella corte così bene ordinata, quella fontana il cui getto risuonava nella vasca di marmo, quei vasi di fiori, rigogliosi come se fossimo stati nel mese di maggio, quei verdi arbusti, tutto contrastava con la casa silenziosa di cui Febea ci apriva la porta. Evidentemente non eravamo aspettati. Si era dimenticata la cerimonia che doveva aver luogo, cerimonia pertanto che fissa un'êra nella vita di una donna.

— C'è qual cosa di nuovo? domandai a Febea.

— Niente, mi rispose la vecchia Galla; Moab non è ancor ritornato.

Di guisa che, l'avvenimento più considerevole per quella casa, era l'assenza misteriosa del custode fedele.

— E Ida? chiesi con ansietà.

— Ah! replicò la vecchia, non so. Credo che pianga.

Entrammo nel _tablinum_. E siccome la notte avanzava, Febea vi accese i lumi. Noah aveva fatto preparare diverse lampade. Questa giovine, bella e fedele schiava, era la sola che s'interessasse a me, e comprendesse il mio amore. Il _tablinum_ fu dunque vivamente rischiarato. Thorix l'aveva profumato con dei vasi di fiori, pei quali egli faceva nelle sue stanze una temperatura tropicale. Riuniti in quella camera, ravvicinati, la conversazione si animò un poco più. I miei servi deposero sulle tavole i regali che avevo portati alla fidanzata. Erano delle pezze di tela di lino di Egitto, delle stoffe tessute di porpora e d'oro nell'isola di Cos, dei tappeti di Mesopotamia, delle garze dell'India, delle stoffe di seta di Tiro e di Babilonia, delle belle tuniche siriache, due magnifiche insista ornate di porpora, delle stoffe ricamate, bianchi veli rigati d'oro e violetto, stivaletti di pelle rossa adornati con oro, una veste galbanata per le feste, delle clamidi turchine ed oro, alcune _amicola_ di lino sottile come un raggio di sole. Poi dei giojelli, orecchini, collane, braccialetti, spilli, _fibulae_, scheggiali. Poi profumi squisiti di tutte le qualità; la _nicerontina_, quell'odore soporifero inventato dall'eunuco Nicerontas; il nardo di Persia preparato dalla saga Folia, detto _foliatum_; il balsamo di Mendes, gli unguenti di Cipro; il nardo Achaemenium, degli olii di Arabia e di Siria, del malobathrum di Sidone; l'olio arabico pei capelli, e quello di mirabolano pel corpo, l'opobalsamum di Gerico, l'amone dell'Assiria, la mirra di Oronte, il timo di Cipro, il cinnamomo dell'India, le pastiglie diapasmate inventate da Cosmos per profumare e rinfrescare l'alito nelle ore dell'amore, l'unguento reale della Partia.... Infine, tutto ciò che l'arte della profumeria di tutti i climi e di tutti i paesi aveva inventato di più soave e di più inebbriante.

Tutto ciò fu posto in bell'ordine su canestrine che stavano sul tavolo, e risplendeva alla luce, deliziando la vista e l'odorato.