Memorie di Giuda, vol. II

Part 2

Chapter 23,767 wordsPublic domain

Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli, l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali, d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi il Rabbì ai colpi decisivi[2].

[2] La madre di Giovanni ed i fratelli di Gesù erano i più ingordi al bottino, secondo i Vangeli.

Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica, non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie dei Farisei.

La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.

Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non circonciso un impuro da evitare o da lapidare.

Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa vertiginosa che trascinava Gesù.

Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva nella sua esuberanza.

Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella, Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.

Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.

Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.

Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo Rabbì.

Gli è in quel sito che lo incontrò il messaggiero che io gli inviai da Gerico dopo la lettera di Claudia, onde affrettare il suo viaggio a Gerusalemme.

Se Gesù aveva per un momento azzannato all'avvenire splendido che io gli aveva fatto intrasognare, e' si guariva ogni dì più delle sue speranze. Sulle rive del Giordano, come nei piani e sulle spiaggie di Tiro e di Sidon, egli comprendeva le terribili difficoltà della missione che io gli proponeva, la ripugnanza che destava un messia politico. Magdala, d'altronde, lo attraeva. Egli era come il Tantalo di quella casetta linda e graziosa ove Maria lo circondava di cure, di carezze, di fede. La tentazione lo vinse, prese il battello, e vi andò.

La voce del suo arrivo si sparse immediatamente. La gioja frenetica e comunicativa di Maria lo tradiva. Poco alla volta, in quarant'ott'ore, i cinque villaggi della costa orientale di Gennesarth furono commossi. Coloro che credevano nel Rabbì ne aspettavano infine una manifestazione che loro desse confidenza, e li ponesse in grado di respingere il ridicolo di cui i loro nemici li coprivano. Questi nemici poi si misero in posizione di tendergli nuovi agguati, per farlo esagerare nella sua predicazione, e perderlo. Perocchè dessi non l'avevano nè dimenticato, nè perduto mai di vista, nelle sue peregrinazioni.

La lotta principiava a divenire implacabile e il terreno si circonscriveva sotto i piedi del Rabbì. Egli avrebbe voluto restare nascosto per alcun tempo in quel ritiro, onde meditare, onde meglio determinare la sua situazione, e poi decidersi sotto la pressione degli avvenimenti. Non lo potè. E' non andò alla sinagoga; il popolo venne da lui. La sua posizione era critica: eclissarsi e mostrarsi, egualmente pericoloso. Del resto non gliene fu lasciata la scelta.

Gesù era sceso sulla spiaggia verso l'ora ottava per recarsi a Cafarnaum, dalla moglie di Zebedeo che era ammalata. Alcuni Farisei ed alcuni Erodiani che si trovarono là, lo circondarono, e il cerchio in breve cominciò a farsi fitto. Gli agenti provocatori non mostrarono nessuna disposizione ostile. Festeggiarono dapprima il ritorno del Rabbì, perchè era corsa voce che avesse abbandonato il paese; poi cominciarono ad interrogarlo, come gente che ha voglia d'illuminarsi. Gesù comprese.

— Tu ci hai detto che sei il Messia, gli dissero, e noi siamo fortunati di crederti. Ma mostraci almeno con un segno, che tu sei quell'inviato di Dio che noi attendiamo.

Gesù sospirò profondamente. Capì la perfidia di questa domanda. Che cosa doveva egli rispondere? che era il Messia, provandolo con delle cose sorprendenti, e chiamando il popolo all'insurrezione? A pochi passi di distanza, i soldati di Antipas lo spiavano. Rifiuterebbe di dare il segno che gli si chiedeva? l'avrebbero beffato, bandito come un impostore, posto alla berlina: ben felice se si fossero limitati ad annegarlo nel lago. Gesù, le cui principali qualità erano la presenza di spirito ed il sangue freddo, rispose:

— Quando la sera voi scorgete il cielo tutto rosso, voi pensate: domani farà bello. Quando lo vedete rosso il mattino, voi sclamate: oggi farà cattivo tempo. Ebbene, ipocriti, se voi potete indovinare i segni della faccia del cielo, perchè non indovinate voi altresì i segni dei tempi? Una generazione miserabile ed adultera domanda segni del cielo? Io non ne ho alcuno a darle, eccetto quello del profeta Giona.

— Insultare non è rispondere, o Rabbì, gli gridarono da tutte le parti. Se noi ti domandiamo il marchio del tuo apostolato di Messia, gli è perchè tu ti presenti come tale, e la trinci da figlio di Dio. Se tu non ti mostri così, sei un empio, e noi ti tratteremo come si trattano i bestemmiatori.

I discepoli del Rabbì, che si trovarono presenti, intervennero. Gesù, protetto da essi, indietreggiò di due passi e si gettò nella barca di Simone che si dondolava sulla spiaggia. I suoi discepoli lo seguirono, e fecero forza di remi. Era tempo: cominciavano già a lapidarli.

Questa scena imprevista sconcertò il piano dell'escursione di Gesù. Invece di vogare verso Cafarnaum, a pochi minuti di distanza ove senza dubbio si sarebbe rinnovata l'istessa scena, Gesù fece mettere la proda verso la costa greca ove poteva trovare ricovero.

Sembrava scoraggiato, profondamente abbattuto. Egli vedeva che bisognava rinunziare per sempre a questa contrada che gli parlava della sua gioventù, della prima epoca della sua missione, profumata dalla memoria della grande fede che vi aveva trovato, di tante belle opere fatte, di tante belle parole dette. Un destino lo spingeva, e lo metteva nell'impossibilità di resistere, di ricalcitrare.

Quando egli disse a Simone di dirigersi verso Bethsaida-Julia, questi gli fece osservare che l'ora era avanzata, che la notte s'appressava e che avendo lasciato precipitosamente Magdala, non avevano preso con loro il pane.

— Che importa il pane? replicò Gesù.

— Bravo, osservò Giovanni indispettito, saremo obbligati d'impastare e di mangiare il pane senza lievito.

Gesù l'intese e gli rispose seccamente:

— Come! ne siete ancora alla preoccupazione dei Farisei e dei Sadducei, il lievito nel pane?

— Sta quieto, rispose Simone piano, toccando del gomito Giovanni; non vedi che è in collera perchè non abbiamo preso il pane?

— Uomini di poca fede! interruppe il Rabbì, seduto alla poppa. Che andate brontolando fra voi per non aver comperato il pane? Quante volte ne avete mancato? Quando io vi parlava del lievito del pane dei Farisei, è delle loro dottrine che io intendeva parlarvi.

Il Rabbì non si fermò a lungo a Bethsaida-Julia, alla sorgente del Giordano. Quivi ancora, egli era troppo vicino; gli echi di Cafarnaum ve lo inseguivano. Egli si sentiva eccitato da una forza invincibile che lo spingeva avanti, a passare, come Cesare, il suo Rubicone. Si arrampicò sulla collina e venne a Paneas, divenuta da poco Caesarea-Philippi.

Dominato dalla sua preoccupazione, credendosi assalito pure in questo ritiro negli stati del Tetrarca della Golonotide — Filippo, un'altro figlio di Erode — egli pensava nascondervisi per qualche tempo. Avrebbe voluto sottrarsi alla fatalità che lo impelleva verso Gerusalemme ove io lo attiravo. Chiese dunque ai suoi discepoli:

— Gli uomini di qui, dicono essi pure che io sono il figlio dell'uomo?

— Gli uni dicono, rispose Giovanni, che tu sei Johanan il Battista; gli altri che sei Geremia; alcuni che sei Elija o un altro dei profeti.

— E voi, chi credete voi che io mi sia?

— Che tu sei il Cristo, figlio del Dio vivente, rispose Simone bruscamente.

Gesù che si compiaceva molto di questo titolo il quale rispondeva meglio, pel suo vago, alle sue aspirazioni ancora indecise e assai complesse, lodò Simone della sua adulazione, e l'incoraggiò con promesse. Credendosi pertanto traccheggiato anche a Caesarea-Philippi dai suoi nemici, congedò una parte dei suoi discepoli, e con due o tre di essi soltanto, s'avanzò nelle vallate del monte Hermon onde raccogliersi per alcuni giorni. Raccogliersi solo; poichè ormai aveva presa una risoluzione.

Il Rabbì di Nazareth rinunziava definitivamente alla parte di messia politico, che aveva per qualche tempo accarezzata, dopo il quadro che io gli aveva tracciato della situazione degli spiriti nell'antico regno d'Erode. Io non avevo nulla esagerato nondimeno, come gli avvenimenti più tardi lo provarono. Ma Gesù, avendo nelle sue peregrinazioni toccato soltanto i paesi fenici, greci e romani, aveva creduto che il popolo ebreo dividesse con loro il sentimento di tolleranza del giogo romano. Avendo abdicato il titolo di figlio di David, cui alcuni mesi prima aveva vagheggiato, egli si era deciso per la parte di figlio di Dio che viene ad annunziare il regno di suo padre. Questo bisticcio, che non significava nulla, poteva prendere tutte le forme che le circostanze avrebbero indicate.

Il tipo di Rettore universale concepito da Gesù era quello di un gran sacerdote-re, il quale nel nome di Dio governasse e conducesse in via assoluta corpi ed anime — la monarchia teocratica la quale non conosce altro padrone che Dio con cui s'identifica, nè altro limite che le proprie aspirazioni — (il papato come è inteso oggidì al Vaticano).

Questo tipo non era realizzabile nei paesi misti, sotto la dominazione degli eredi d'Erode. La mescolanza di razze, di popoli, di credenze che s'incrociavano nelle provincie sotto la dominazione indiretta dei Romani, si opponeva a questa feroce autocrazia, quand'anche quei suscettibili figli di Erode fossero stati così dabbene da lasciarle gettare le sue basi nella loro casa. Occorreva dunque emigrare, e tosto; perchè i pericoli crescevano, si accumulavano dinanzi il Rabbì. Dove andare?

Io gli aprivo le porte di Gerusalemme, preparandogli una calda accoglienza. Io aveva bene specificato a quali condizioni. Gesù voleva sottrarvisi, e trar partito del favore che io gli preparava.

I primi colpi della contraddizione l'avevano cangiato. Era divenuto irascibile, assoluto, collerico, esigente più che mai, non tollerante alcun ritardo, alcun consiglio, alcuna controversia, alcuna resistenza: non discussioni, non dubbii. Era divenuto spaventevolmente assorbente. Egli comprendeva tutto ciò che la sua posizione aveva di terribile. Non vedeva nessuna maniera di sfuggirvi senza scadere, rientrare nell'ombra, annichilirsi, e morire di crepacuore nel ridicolo. Comprendeva che in situazioni simili l'ardire solo può esser salvezza. Cesare s'era salvato così. Pompeo ed Antonio avevano soccombuto per aver mancato di codesta prontezza necessaria a parare i colpi del destino. Egli non aveva più nulla a sperare dal tempo che facendogli violenza. L'occasione che io gli offriva non si presenta due volte nella vita dell'uomo che provoca la sorte. Occorreva agire, ora, e nient'altro che agire, sorprendere, forzare quelle decisioni dietro le quali si rizza o l'altare o il patibolo. I suoi nemici l'avevano compreso. Essi l'avevano segnato, avevano posto gli artigli sopra di lui, e parevano decisi a non più lasciarlo, che soccombendo essi stessi, o annientandolo.

Gli antichi partiti non potevano più vivere insieme con lui. Egli li aveva provocati; essi avrebbero creduto abdicare se non avessero accettata la sfida, e schiacciato l'audace che li aveva sberteggiati. Gesù veniva a disfare cinquemila anni di giudaismo. Si poteva incrociarsi le braccia e lasciarlo fare? Il tuono da lui assunto non poteva del resto durare più oltre. La dottrina, tale quale egli l'esponeva, si oscurava e diminuiva spiegandola maggiormente: al che lo si spingeva ogni giorno. Il figlio di Dio stava in equilibrio sopra un filo, fra il sublime ed il ridicolo, fra il messia ed il ciarlatano. Un soffio, e l'idolo ascendeva ai cieli, o si affondava nel fango. Già i suoi discepoli lo credevano un pazzo, ed i suoi nemici un demoniaco[3]. Ed egli si vedeva obbligato ad accelerare la progressione nell'entusiasmo, onde non precipitare dalle cime ove erasi innalzato.

[3] S. MARCO, cap. III. S. GIOVANNI, cap. VII, VIII, X.

Gesù aveva detto la sua prima parola: amore! Ora gridava freneticamente: Io sono la spada, il disordine, il fuoco! Rinnegava la patria, la famiglia, l'amicizia, la personalità: il sangue, il suo stesso sangue l'inebbriava. Dichiarava guerra alla società, alla natura. Un uomo gli disse: Io ti seguo, o Signore, ma lascia che prima io seppellisca mio padre. «Lascia» gli rispose il Rabbì «lascia i morti seppellire i morti: cammina». Ancora un passo, e questa fede, questa sicurezza, questa confidenza in sè stesso, questo idealismo, questa visione, questa fissità generavano la follia. Egli stesso me lo disse più tardi, tratteggiandomi lo stato del suo spirito nella capanna della valle del monte Hermon. Egli fe' violenza a queste riflessioni, tagliò corto all'aspettare, ai nuovi progetti, sviluppo consecutivo della sua dottrina e dei suoi piani, ed annunziò ai suoi discepoli che partiva per Gerusalemme ove andrebbe ad attenderli pel paschah.

— Aspetta ancora, o Signore, gli suggerì Simone, non andare ad esporti così presto.

— Indietro, Satana! gridò Gesù incollerito. Tu mi disgusti; perocchè tu non assapori le cose di Dio, e ti inebbrii di quelle degli uomini.

Gesù partì effettivamente dalla Galilea un mese prima della carovana. Andò a vedere sua madre a Cafarnaum — aveva rotto coi suoi fratelli che lo spingevano a perdersi con dei colpi messianici avventurosi. Andò a vedere Maria a Magdala, e le ordinò di unirsi alla carovana, e di recarsi a Gerusalemme per la valle del Giordano. Egli prese in seguito, solo ed a piedi, la via di Samaria, traversando Shichem, Shiloh e Bethel, le tre città sacre che precedono Sion.

La sera del 13 Adar, giorno del digiuno di Esther, vigilia della festa grottesca del Purim, le _saturnalia_ degli Ebrei (carnevale odierno), il Rabbì di Nazareth, entrò a Gerusalemme pel sobborgo e la porta di Beniamino, vedendo alla sua sinistra Bezetha colle sue case, le sue sinagoghe, ed il nuovo palazzo di Antipas, alla diritta il Gareb coi suoi giardini, le sue ville, la sua piazza per i supplizj, le sue grotte e le sue tombe. Traversando la grande strada nella valle dei formaggiaj, e voltando a sinistra a mezza via nella strada che conduce alla porta delle Greggie, egli passò il letto disseccato del Cedron. Poi costeggiò la china occidentale del monte degli olivi, ed a traverso una piantagione di fichi e d'olivi arrivò a Bethany, villaggio a due miglia di Gerusalemme, nella casa del suo amico Lazzaro.

Questa casa era bassa e nuda; aveva un tetto aperto, un solaio a calce e sabbia, una piccola corte, e dominava la valle del Cedron, il mare d'Asfalto, le montagne di Moab, e quel sentiero di pietre liscie e sdrucciolanti sulle quali nè cavallo nè cammello possono tener piede, e che da Gerusalemme conduce a Gerico. Fu lì, seduto fra le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che rinvenni finalmente il Rabbì di Nazareth, dopo esservi andato dieci volte per trovarlo.

Era tempo, imperciocchè ecco che cosa era accaduto.

XX.

Io non aveva mai compreso, nella nostra istoria, la violenza della passione di Amnon per la sua sorella Tamar, e la sua indegna condotta. La comprendevo adesso.

L'amore è sempre una malattia. In alcuni momenti, l'è una distruzione. Durante quindici giorni la mia anima aveva dato un terribile combattimento al mio cuore. Essa gli aveva presentato una ad una tutte le impossibilità, le inconvenienze, gli oltraggi del mio amore per Ida. Il cuore aveva sempre risposto: È vero, ma io l'amo. L'anima era restata colle sue ragioni vittoriose; ma il cuore aveva trionfato. Partii dunque da Gerico, risoluto di sposar Ida, checchè ne potesse accadere. L'avvenire era armato da capo a piedi in mio favore, se mai mi ripentissi. Poteva cacciarla, farla uccidere, ucciderla, se il delirio della mia passione si fosse calmato. Nonpertanto, quantunque assolutamente determinato al passo disperato di sposare l'abbandonata favorita d'un ufficiale romano, volli, per giustificarmi ai miei propri occhi, domandare un consiglio.

Arrivando a Gerusalemme andai a trovare Hannah.

Il sagan era uomo da darlo, questo consiglio.

Dopo la morte d'Erode, l'indomani stesso, due partiti si erano levati in armi l'uno contro l'altro in Gerusalemme: il partito dei nobili, depresso dai Maccabei; il partito dei separatisti, schiacciato da Erode: i vecchi legittimisti[4], i quali sulla base della legge organica di Mosè ambivano una grande libertà oligarchica; il partito democratico, che mirava a monopolizzare e trar profitto del potere, oligarchico pure, ma dal basso in sù. I due partiti erano ambo contrarii alla dinastia, alle istituzioni di Erode, ed alla divisione ch'egli aveva fatto dei suoi Stati. Il partito nobile aveva per iscopo di rovesciare l'etnarca Archelao figlio di Erode, ed il gran sacerdote Joazar, della casa Betusiana, e d'impadronirsi del governo civile e religioso. Il partito popolare aveva per iscopo di rovesciare a qualunque costo Archelao, figlio d'una regina Samaritana, quindi impuro, e di trattare con Joazar, meno odiato, a causa delle sue maniere facili e nobili. Il capo del partito nobile era questo Hannah, figlio di Seth, uomo di grande nascita, di grandi ricchezze, dotato di coraggio, d'ambizione, di perseveranza illimitata, quantunque d'intelligenza scarsa, e di costumi depravati.

[4] I _tories_, come li chiama il signor W. H. Dixon nel suo eccellente libro intitolato _The holy land_, che con molto frutto ho consultato sovente.

I due partiti avevano trionfato della famiglia di Erode. Archelao era stato chiamato a Roma per render conto della sua condotta. Accusato da tutti i partiti e dai suoi stessi fratelli, Augusto l'aveva esiliato a Vienna. In seguito l'Etnarchia era stata annessa alla Siria come provincia romana, mentre le due tetrarchie restavano ai due altri figli di Erode, che ambivano d'annettere la Giudea e la Samaria ai loro Stati. L'accusa principale contro Archelao era questa: ch'egli aveva cacciato sua moglie Mariamne, e sposato Glaphyra, figlia del re di Cappadocia, la quale era stata prima moglie di suo fratello Alessandro. Quando Archelao fu esiliato, la bella e giovine regina ne morì di dolore. Cyrenius, governatore della Siria, fu incaricato di organizzare le nuove provincie sotto un governatore speciale, chiamato procuratore. Caesarea, sulla costa, fu destinata a capitale e residenza di questo funzionario.

Cyrenius venne a Gerusalemme. Dopo aver tasteggiato tutti i partiti, destituì Joazar il gran sacerdote popolare, e mise al suo posto Hannah. Mentre il primo procuratore, Coponius, risiedeva a Cesarea, Hannah regnava in Gerusalemme. Durante quindici anni, quantunque i Giudei fossero oppressi d'imposte, addolorati dalla perdita della loro nazionalità e del loro governo nazionale, nulla turbò l'impero di Hannah e del partito nobile che governava Gerusalemme in nome di Roma. Ma Valerius Gratus, il governatore della Siria inviato da Tiberio, si avvisò di dare un altro assetto al dominio romano, forse perchè egli vide la marea dello scontento ingrossare, e perchè sperava scongiurare il pericolo appoggiandosi al partito popolare. Fatto sta che Hannah fu destituito, e Ismael elevato a grande sacerdote.

Gratus comprese presto l'importanza del fallo che aveva commesso, dallo scontento più grave ancora che seguì la destituizione d'Hannah, scontento fomentato dal partito nobile. Non volendo indietreggiare, e pur volendo calmare gli spiriti, destituì alla sua volta Ismael, e nominò gran sacerdote Eleazar figlio di Hannah, lasciando a quest'ultimo, col titolo di sagan (deputato), le funzioni spirituali, ed il regolamento dei riti inerenti alla carica di gran sacerdote.