Part 17
Claudia, come i suoi compatriotti, aveva un vivaio di questi pesci, e prendeva un singolare piacere nell'andarli a vedere, quasi ogni giorno, all'ora del pasto, divorare un montone, quando la non aveva a servir loro una delle sue schiave. Questa volta preparava loro una festa imperiale.
Ella mi attendeva per farmi partecipare al suo divertimento.
Sull'orlo del bacino erano state preparate due sedie, e quattro schiavi liburniani, quattro giganti, si tenevano in piedi dietro di esse per farci onore.
Claudia non volle lasciarmi aspettare. Mi prese per mano, e senza dir motto mi condusse nel giardino. Quando scorsi che la mi conduceva verso il sito della vasca delle murene, un brivido mi corse per tutte le membra, tremai ed impallidii. Non osai dirigerle una domanda. Claudia fe' sembiante di non avvedersi di nulla.
Quando fu giunta vicino al bacino, sedette e mi fece segno di sedere. Poi con un movimento del capo diede un ordine al _lorarium_, che stava ritto all'estremità opposta del vivajo.
Le murene che conoscevano l'ora del loro pasto, brulicavano, saltabellavano nell'acqua, guizzando da ogni parte, accorrendo ad un piccolo scoppiettìo della lingua di Claudia, appello a cui ella le aveva abituate.
— Sono graziose, non è vero? mi disse l'atroce Romana: vedrai come all'opera sono ancor più gentili.
Non risposi verbo. Il mio cuore scoppiava. Allora Claudia volgendosi verso di me, l'aspetto sarcastico e la voce severa, soggiunse:
— Ebreo, la prima sera che mi hai veduta, a cena, hai osato appoggiare le tue labbra sopra un riccio dei miei capelli. Ho cercato a lungo la maniera d'esprimerti il piacere che ne provai. Ho trovato l'equivalente del tuo bacio. Gioia per gioia.
Il _lorarium_ apparve portando Ida nelle sue braccia. Volli alzarmi. Le otto mani degli schiavi liburniani che stavano dietro la mia sedia m'inchiodarono immobile. Volli parlare; un mondo di maledizioni, d'ingiurie, d'imprecazioni, di parole di disprezzo, si precipitò sulla mia lingua: ma questa restò paralizzata. La mia vita scoppiava nei miei occhi.
Il _lorarium_ portò Ida presso al vivajo, e con un sol colpo di mano le strappò tutti i suoi vestiti, e la mise a nudo. Ella gettò un grido che arrivò a Dio nel cielo. Claudia la contemplò impallidendo — ed aveva ben ragione di divenir pallida. Fece un nuovo segno. Il _lorarium_ afferrò la fanciulla, le legò i piedi, e la lanciò nella vasca.
Quarant'anni sono scorsi da quest'avvenimento. Ho assistito a tutti i disastri che possono colpire un uomo; nulla ormai mi commuove. Eppure descrivendo questa scena, il mio vecchio sangue s'agghiaccia ancora nelle mie vene.
Appena il corpo d'Ida cadde nel bacino, quelle centinaja di serpenti, come in un sol gruppo, si scagliarono sopra di lui. Ida si rialzò, e tentò di star in piedi. L'acqua la copriva fino al petto. Cominciò a strappar colle sue mani le murene che, come enormi sanguisughe, le si attaccarono con la bocca tutta aperta, formando un disco armato di succhiatoj, e la morsero. Le sue mani scivolavano su quei corpi glutinosi, il cui contatto e la cui vista le cagionavano più orrore che il suo sangue stesso, il quale scorreva da ogni parte sulla sua carne che era maciullata. Ella non gridò. Un gemito sordo, profondo, inarticolato, sfuggiva a sua insaputa dalla sua gola, col suo respiro rantoloso. Per una murena che riesciva a staccarsi dal corpo con un lembo di carne, dieci se le slanciavano alle braccia, al petto, al collo. Gli occhi dilatati schizzavano dalle orbite. I muscoli del viso si contorcevano come quelli d'una isterica. Le murene sprofondavano le loro teste acute nel suo corpo, e l'allacciavano, come potevano, delle loro spire poco flessibili.
Ida ricadeva e spariva sotto l'acqua per un istante; poi si rilevava. Il suo collo, le sue guancie erano state invase e morsicate. Si sarebbe detta una testa di Medusa. Le mani, le braccia erano avvinghiate di quegli orribili mostri. Era divenuta una sola piaga: l'acqua arrossava. In quel punto una murena le saltò alle labbra. Ida piegò. Altre le si appresero agli occhi. Gettò un grido; fece uno sforzo supremo per sbarazzarsi da quelle morse viventi, da quei ferri divoratori, riuscì a sbrattarne per un istante ancora il suo bel viso, orribilmente lacerato, poi vacillò e si abbiosciò.
Io la vidi spasimar sotto l'acqua, aggrapparsi alla sabbia, mordere i rettili che la mordevano. Poi i suoi movimenti rallentarono, cessarono. Ella s'irrigidì, si agghiadò, ed un istante dopo il suo corpo non era più che uno scheletro. Feci uno sforzo per fuggire.
Claudia era scomparsa. Gli schiavi liburniani non mi ritennero più. Il _lorarium_ restava sempre ritto ed impassibile all'altra estremità del bacino. E gli uccelli cantavano; le api ronzavano; le farfalle andavano a zonzo; l'aria era profumata dai primi baci della primavera. Dei fiori delle ajuole, dei verdi ramoscelli sugli alberi, e dinanzi a me la sola donna che io ho amata, divorata! Fuggii, e non so come mi trovai nella sala del giudizio, ove caddi annichilato.
La voce dello scriba che leggeva la sentenza del Rabbì, mi scosse. Corsi a Pilato e con voce sorda gli dissi:
— Tua moglie ha assassinato la sorella; non uccidere il fratello.
— Come! cosa vuoi dire?
— L'ho veduta io stesso, vengo di là, dalla vasca delle murene.
— Ah! la sciagurata! sclamò Pilato coprendosi il viso colle mani.
— Salva almeno quest'uomo, continuai.
— Nol posso, diss'egli disperato: queste tigri attendono la loro preda. La legge è inesorabile.
— Ma gli uomini sanno ridersene, quando vogliono.
— Che posso fare?
— Chi è il centurione che incarichi dell'esecuzione?
Pilato mi guardò fisso, poi disse:
— Sta bene: sarà Lentulus.
Ed uscì sul bima e lesse la sentenza che condannava Gesù a morire per la croce.
Io uscii con Pilato, ed osservai che uno dei commissarii del sanhedrin era uno dei miei amici, Giuseppe di Ramatha. Gli dimandai:
— Non hai tu un giardino presso il Golgotha.
— Sì, perchè?
— Reclama a Pilato il corpo del condannato.
— Cosa vuoi che me ne faccia?
— Te lo dirò, reclamalo.
Quando Pilato ebbe letta la sentenza, ed era per rientrare nel suo palazzo, Giuseppe gli disse:
— Questo condannato non ha parenti. Io ti chiedo il suo corpo per dargli una tomba.
— Prendilo, rispose Pilato, e si schivò.
I commissarii del sanhedrin consegnarono il prigioniero alle guardie romane.
Vidi allora il Rabbì, fermo fino a quell'istante, vacillare e quasi svenire.
Non c'era tempo da perdere. Erano quasi le due ore, ed alle sei, ora in cui principia il sabato, tutto doveva esser finito, il supplizio compiuto, i suppliziati seppelliti. Gli altri prigionieri furono tirati della prigione. Moab e Zabdi mostrarono una grande tranquillità. Bar Abbas, graziato, principiò a sgambettare nella corte, e dire e fare mille buffonerie agli Ebrei che avevano ottenuto la sua grazia.
Furono cavate tre croci dai magazzini del pretorio, ed ogni condannato prese la sua. Il Rabbì avendo protestato che non aveva la forza di portare il suo legno, si pagò un contadino che s'incaricò della bisogna. Insorse contestazione tra Osea e lo scriba del pretorio a proposito della scritta che doveva essere affissa alla croce del Rabbì.
Lo scriba passò oltre, ed il corteggio si mise in cammino. Mi avvicinai a Gesù e gli susurrai all'orecchio: spera!
Egli sorrise di nuovo tristemente.
Era di costume di dare a bere ai condannati, prima di attaccarli alla croce un certo vino aromatizzato che li stordiva. Se il condannato non aveva nè un parente nè un amico per offrirgli questo beveraggio, se nessuna donna pietosa della città non compiva quest'opera di carità, il fisco somministrava il vino.
Prevedendo come il processo del Rabbì sarebbe terminato, io aveva fatto comporre un vino fortemente narcotizzato, di cui bastavano alcune lacrime per dare l'immobilità cadaverica del coma. Mandai Maria a prender codesta droga a casa mia, e col cuore lacerato dal dolore, seguii i condannati.
Quel povero affettuoso Moab mi commoveva. Egli mi chiese d'Ida. Gli risposi, per non rendergli più amari i suoi ultimi istanti, che sua madre la conduceva seco a Cafarnaum.
Il supplizio doveva aver luogo al sito ordinario, sul Golgotha.
Partendo dal palazzo d'Erode, la strada era corta. Passando sotto la torre di Davide, uscimmo dalla porta Genath, e traversammo i boschetti di mandorli, ed i giardini che coronano la fontana di Hezekiah. Sul Gareb, fuori della porta, stava il monumento del grande sacrificatore Giovanni; a pochi passi, il piccolo giardino del mio amico Giuseppe di Ramatha; ancora un po' più lontano, la piccola altura del Golgotha, arida, nuda, di pietra bianca calcare. Tutto ciò al nord-ovest della città. Su quel rialzo di terreno, venivano suppliziati i ladri, gli assassini, i pirati, gli empii, i traditori, i rivoltosi, i falsi profeti, ed i falsi rabbì.
Il Rabbì di Galilea andava a frangervisi come falso messia, empio, ribelle.
La sua condanna era sopratutto politica.
Giuseppe mi aveva presentato al centurione come colui a cui egli doveva consegnare il cadavere concesso da Pilato, ed aveva posto a mia disposizione il suo giardino, il giardiniere e sè stesso.
Egli aveva probabilmente indovinato le mie intenzioni.
Ascendendo il colle dei supplizi, Maria mi raggiunse col fiasco del vino narcotizzato. Le indicai allora Lentulus, un uomo da quarantacinque a cinquant'anni, dal viso bitorzoluto, il naso rosso, il cranio calvo, le labbra pendenti, gli occhi infuocati e lagrimanti — in una parola, il campo di battaglia ove tutti i vizii avevano fatto ressa, e lasciato le loro ruine.
Io non poteva agire direttamente su quel Romano.
I miei tentativi avrebbero avuto l'apparenza di una grossolana corruzione, e sarebbero certamente andati a vuoto. Lasciando agire Maria, tutto ciò ch'ella otterrebbe, e non importa a qual prezzo, per non importa qual mezzo, acquistava il sembiante di una tenera seduzione, di una profonda affezione pel condannato, di una faccenda di cuore, che giustificava nell'istesso tempo e chi la intraprendeva e chi cedeva, ed aveva un grande valore morale. Maria, d'altronde era ancora così bella, aveva la voce così dolce, il viso così carezzevolmente seducente, la parola così penetrante, il fascino così assoluto, che nessuno avrebbe avuto il coraggio di condannare il legionario voluttuoso se avesse subìto una malìa, a cui lo stesso austero Rabbì di Nazareth non avrebbe potuto sottrarsi.
Maria comprese la sua parte, e l'accettò con quella specie di sublime abnegazione della sua persona che ella metteva in tutte le sue azioni.
Quella donna era un cuore.
Allora io mi diedi a consolare gli ultimi momenti di quell'altra nobile creatura, Moab, sempre dirigendo Maria con gli sguardi e con monosillabi nella nostra lingua, che nè il centurione nè i suoi soldati, Siri e Fenici del resto, non intendevano.
Arrivati al sito dell'esecuzione, i condannati deposero le loro croci. I fori per riceverle erano bell'e pronti, poichè, per disgrazia, Gerusalemme non mancava mai di supplizii. Ma questi supplizi erano quasi tutti ordinati dalle autorità romane, ragione per cui il popolo, che suole amare questi drammi sanguinosi e commoventi, li lasciava di frequente compiere nella solitudine.
Il popolo protestava così contro l'oppressore straniero.
Poche persone infatti si trovarono presenti al Golgotha. E ciò ancora per la ragione che erano circa le quattro, e che il sabato principiava alle sei, e che bisognava terminare i grandi preparativi della festa del paschah, e riempire i proprii doveri verso il Tempio. I commissarii del sanhedrin avevano abbandonati i condannati, dal momento in cui Pilato aveva confermato la loro sentenza, e ne aveva assunto la esecuzione.
I tre condannati furono spogliati nudi, secondo l'uso. Maria si avvicinò al Rabbì per fargli bere il vino preparato. Il Rabbì si opponeva. Maria con un segno degli occhi lo decise, ed egli ne inghiottì uno o due sorsi. Non era abbastanza, ma non era neppur poco. Moab ed il suo compagno Zabdi bevvero senza rimorso.
Il Rabbì era agitato da un'inquietudine straordinaria. L'aspetto della morte lo spaventava. Ebbe delle debolezze che mi sorpresero. Si lamentò degli uomini e di Dio. Forse non aveva torto. Nessuno dei suoi discepoli lo assisteva. Alcune donne galilee, che un tempo gli avevano manifestato tanto attaccamento lo contemplavano ancora da lungi, mezzo nascoste dietro i mandorleti. Io mi mostrava sollecito piuttosto per Moab, Maria fu eroica; perocchè ella sentiva gli spasimi doppi soffrendo ad un tempo per lei e pel Rabbì.
Maria ottenne, dopo aver scambiato qualche parola con Lentulus, che non si traforassero con chiodi i piedi del Rabbì, ma le mani soltanto. Ottenne ancora che gli si ponesse sotto ai piedi una tavoletta solida per sostenere il corpo, e fra le gambe un ceppo fortemente conficcato nel tronco della croce per farvelo sedere e diminuire così lo strazio delle mani.
Lentulus accordò tutto, pigolando intorno a Maria come un vecchio colombo. In dieci minuti ella ne aveva fatto il suo schiavo.
Quando tutto fu pronto, il Rabbì si coricò sulla croce. Gli si legarono fortemente i piedi alle cavicchie. Egli inforcò il più comodamente che potè, il piuolo, e tese le mani. Il Rabbì gettò un grido acuto quando i chiodi gliele traversarono. Di natura eminentemente nervosa, sentiva vivamente il dolore. Maria gl'innondò il viso di lagrime, dicendogli dolci parole.
Il Rabbì non rispose motto. La lotta interna gli si dipingeva sul viso, crispava la sua fronte, offuscava volta a volta, o faceva fiammeggiare il suo sguardo.
Quando egli si fu convenientemente adagiato sul suo altare di morte, lo si rizzò dolcemente onde non iscuoterlo troppo; si lasciò scorrere l'estremità inferiore della croce nel suo buco e la si consolidò con dei coni. Prendendo la posizione verticale, un'onda di sangue colorò il viso di Gesù. Ma gli era piuttosto un effetto dell'emozione morale, che del dolore materiale. Una febbre intensa s'accese immediatamente nel suo sangue. Poco dopo, e' chiese da bere. Imbevvi una spugna nel vino speziato, e la portai alle sue labbra. Il Rabbì bevve, e dieci minuti dopo cadde in una specie di coma così completo, così potente, che Maria ed io tememmo per un momento che la forte dose di narcotico, che doveva alleviare i suoi spasimi non l'avesse invece avvelenato.
Erano scorse le quattr'ore della sera.
I pochi curiosi che avevano assistito all'esecuzione erano rientrati in città. Una dozzina di soldati ed il loro capo, Maria ed io, restavamo soli sul Golgotha intorno ai crocifissi. Maria sollecitava Lentulus ad abbreviare la faccenda e Lentulus sembrava più premuroso ancora di lei. Ma se il Rabbì mostrava tutti i sintomi della morte, gli altri due condannati parevano ancora rigogliosi di vita. Si fece loro inghiottire il resto del vino aromatizzato onde stordirli e finirli. Il tempo stringeva.
Erano le cinque ed alle sei tutto doveva essere terminato, le croci abbattute, i cadaveri seppelliti per non contaminare il sabato del Signore, il più solenne di tutto l'anno. Fu mestieri ricorrere al _crurifragium_ ordinario. Fortunatamente, i due altri suppliziati principiavano essi pure a cadere come il Rabbì nell'annientamento della morte. Lentulus diede l'ordine di frangere le gambe e le braccia di Moab e di Zabdi. L'ordine fu eseguito.
Da un'ora, Gesù non dava più segno di vita. I soldati si accinsero ad abbassare le croci. Non si usarono molti riguardi nel rovesciare le croci dei due disgraziati a cui nessuno s'interessava. La croce del Rabbì invece fu coricata dolcemente per di dietro; ed io m'affrettai a tagliare le corde dei piedi, mentre due soldati levavano i chiodi delle mani.
Lentulus, avvegnachè fosse inebbriato dagli sguardi di Maria, non dimenticava interamente la sua responsabilità. Allontanò dunque i suoi soldati, e fece che si occupassero dei due altri suppliziati. Questi furono trasportati, morti o no, sull'orlo del cocuzzolo che domina quasi a picco la orribile valle dell'Hinnon, e vi furono precipitati. I cani, gli avvoltoi, i lupi, le aquile, le iene ne fecero la loro pasqua. Il cadavere del Rabbì mi fu confidato. Lentulus affrettò la sua partenza — sei ore erano vicine, — promettendo a Maria di ritornare, appena spicciato il suo rapporto a Pilato.
Mentre io asciugava le qualche goccie di sangue che zebravano il corpo di Gesù, Maria ed il giardiniere di Giuseppe da Ramatha stendevano un lenzuolo nel quale lo avvolgemmo per meglio portarlo.
C'era in un angolo di quel giardino una grotta, nella quale il giardiniere riponeva i suoi utensili, ed ogni sorta di oggetti che ingombravano il sito. Noi ripulimmo quella cellula e vi deponemmo il corpo. Il giardiniere fu mandato via. Ciò che restava a fare Maria lo avrebbe compiuto.
Lentulus ci raggiunse un'ora dopo, portando dei cordiali ed alcuni vestiti, di cui l'astuto compare prevedeva la necessità.
Maria fu sublime fino all'ultimo istante.
Il terzo giorno, ella sparse la voce fra i discepoli del Rabbì che questi era risuscitato.
Ciò era necessario onde assicurare il successo di quanto avevamo fatto, l'impunità di Lentulus, l'oblio di Pilato, e calmare le coscienze timorose dei membri del sanhedrin, che avevano creduto oltraggiata la legge e dovevano crederla vendicata.
Pilato ed Hannah seppero però da me la verità.
I discepoli, la cui vergognosa vigliaccheria non aveva scuse, tribolarono Maria, chiamandola visionaria, quando ella annunziò loro che il corpo del Rabbì «era stato tolto della sua tomba, e che non si sapeva punto ove lo si fosse messo[51].»
[51] GIOV., cap. XX, v. 2; LUCA, cap. XXIV, v. 11. _Et visa sunt illis sicut deliramentum verba ista et non crediderunt illis._
E' non credettero mai — quei semplicioni! — alla resurrezione del loro maestro.
* * * * *
Tre mesi dopo, mia sorella vedova, Noah, il mio amico ed io c'imbarcammo a Joppa per Taranto.
XXXIII.
Tre anni sono scorsi dagli ultimi avvenimenti che ho più su raccontati.
Siamo a Roma.
Un giorno, andando alle Terme, incontrai Pilato, il quale, avendo finito i suoi dieci anni di potere, ritornava a Roma.
Io aveva allora ventisei o ventisette anni.
Avevo adottato il costume greco, e passavo per un cittadino di Rodi. La mia barba era cresciuta, la vita elegante della gioventù d'Antinoo che io menava aveva profondamente alterato i miei lineamenti. Malgrado ciò Pilato mi riconobbe e mi venne incontro.
La sua prima parola fu pel mio amico. Un sospiro doloroso sfuggì dal mio petto. Mi dimandò di visitarlo. Gli risposi di affrettarsi poichè le ore di quel disgraziato erano contate. Pilato non fece neppur un'allusione a sua moglie. Il nome solo di Claudia mi dava i brividi. Pilato mi confidò ch'egli non voleva vivere a Roma, ove ad ogni momento si urtava a memorie che l'oltraggiavano, e che partiva tra pochi giorni per la Spagna, per il suo bel paese d'Hispalis (Siviglia) ove andava a fissare la sua dimora con i suoi due figliuoli.
All'indomani, Pilato venne a trovarci.
Era tempo.
Avevamo una piccola casa sul monte Esquilino con un bel giardino sul di dietro.
Era il principio di maggio, all'ora quarta. Una giornata splendida; il sole era in festa. L'aria ripiena di canti e di profumi; la terra dei fiori. Sotto un piccolo portico che copriva il ballatoio dei gradini del giardino, sopra dei cuscini, avviluppato di coltri giaceva un ammalato. Noah se ne stava dietro di lui, e mia sorella di fronte avendo alle mani una coppa con non so che cervogia.
Il mio amico moriva di consunzione.
Aveva voluto vedere il sole per l'ultima volta e spirare guardando il cielo.
È sì triste morire fissando un soffitto di legno!
Da tre anni, il mio amico deperiva. Era sempre malinconico, sovente cupo. Non sorrideva più. Parlava pure raramente, evitando ogni memoria del passato. Non volle vedere nessuna delle sue antiche conoscenze. Solo Maria di Magdala gli scrisse tre o quattro volte, implorando che la lasciasse venire a raggiungerlo a Roma. Il mio amico, vivamente commosso, profondamente tocco, le rispose, ma le ingiunse di restare nella Siria. Un uomo però fu da lui ricevuto: un certo Saul da Tarso, uomo di spirito elevato, ma panneggiato di roffia ed entusiasta. Costui vide due volte il mio amico e conversò con lui da solo a solo lungamente. Poi più nessuno, più nulla. Il mio amico viveva in una tomba in mezzo al mondo vivente.
Egli non godeva della creazione che per buffi; talvolta un'alba splendida, talvolta un tramonto malinconico, talvolta un chiaro di luna inebbriante, un fiore di qui, di là una carezza di quella buona Noah o una dolce parola della mia eccellente sorella, la quale l'amava come la mi amava — vale a dire come dieci madri! Ora il momento fatale era arrivato. L'olio della lampada era consumato fino all'ultima goccia: la vita era usata.
Io aveva chiamato dei medici greci ed asiatici. Nessun d'essi non aveva trovato la benchè minima cosa per involare un'ora alla clepsidra del tempo. Avevo comperato dei filtri alle _sagas_; i loro beveraggi avevano invece forse affrettata la catastrofe. Il mio amico si era prestato a tutto per compiacermi, ma fino dal primo giorno, mi aveva dichiarato che la sua vita era stata estinta, e che lo smagamento ed il disinganno lo uccidevano.
Il disinganno! Quanti grandi spiriti non furono spenti da questa spaventevole ed incurabile malattia!
Il mio povero amico non era più riconoscibile. Del suo sembiante così accentuato, non restavano più che gli occhi, quantunque il loro splendore così mobile, così potente, così diverso, fosse estinto.
Le sue mani erano agghiadate, il pallore della sua fronte principiava a divenir livido. Il suo cuore non si udiva più battere. Il suo alito si spegneva. La morte lo invadeva. Pure riconobbe Pilato, quando questi, entrando, venne a porsi dinanzi a lui. L'amico mio sentì un lampo di vita traversargli la persona. I suoi occhi brillarono, aprendosi in tutta la loro grandezza. Potè dire, tentennando leggermente del capo: Grazie! Poi l'immagine d'Ida rizzandosi forse nella sua anima, e' s'offuscò, nascose il viso nel seno di Noah, e vi restò assorbito per due minuti. Pilato non osò aprir bocca.
Il mio amico sapeva ciò che quest'uomo, brusco ma buono, aveva fatto.
Finalmente il mio amico alzò il capo e lo rivolse verso il sole.
— Dio mio! come la luce è bella! e' sclamò!
E restò coi grandi occhi aperti fissi sul cielo.
Ma poco a poco noi vedemmo quegli occhi oscurarsi, le pupille restringersi, le palpebre ricadere. Un soffio leggero si sprigionò dalla sua bocca, questa si rischiarò d'un sorriso, la testa s'inchinò sul suo petto....
Egli era morto.
NOTE
Nota A.
Il Talmud, capitolo VI, Sanhedrin, parla della lapidazione di un Gesù di Nazareth convinto di magia, di seduzione e di corruzione dei suoi correligionari. Al capitolo seguente si trova menzionato un altro Gesù figlio di Pandira e di Maria, crestaia, moglie di Studa, ovvero di una certa Stada moglie di Papus, figlio di Iehuda. Questa Maria era di Lydda e visse circa 70 anni dopo Maria, madre del Gesù dei cristiani. Gli è questo il Gesù che, ci dice Raban Maur, i Giudei maledicevano in tutte le loro preghiere come empio, figlio di un empio, il pagano Pandera, e dell'adultera Maria. Infine, un terzo Gesù, dugento anni circa innanzi il Cristo, aveva, dicono gli Ebrei, istituita l'idolatria della croce. (_Disputat. R. Jachiel cum Nicol._ apud _Wagenseil Tela ignea Satanae_, p. 16 ad 21. — _Raban Maur_, lib. _contra Judaeos_, n. 40, apud _Chifflet, Int. scriptor. veter. de fid. cathol._, p. 333).
Il libro del _Toldos Jeschuà_ dà molti altri ragguagli. Eccone un estratto.