Memorie di Giuda, vol. II

Part 11

Chapter 113,897 wordsPublic domain

Il Rabbì accettò da pranzo presso questo contaminato: prima, perchè egli non ne sentiva per nulla la ripugnanza, poi perchè sfidava la legge di Mosè, e non ne divideva le viste sul capitolo delle impurità. I discepoli accompagnarono il loro maestro, perchè e' non avevano volontà propria, perchè avevano l'abitudine di sedersi a qualunque tavola che lor offrisse da mangiare ad ufo, e perchè il pranzo di quel ricco disgraziato prometteva d'esser sontuoso: buona fortuna che loro accadeva raramente.

Il Rabbì, per conto suo, non sapeva mai ciò che mangiasse. Per lui una radice d'erba ed uno storione avevano il medesimo valore. Ma i suoi discepoli gustavano il lauto vivere, sopra tutti il piccolo Giovanni, che era addimandato il figlio della folgore, e che avrebbe dovuto esser chiamato il figlio della pentola. Il Rabbì ignorava il valore del danaro e la distinzione della proprietà. Non era avaro di ciò che possedeva, ma non faceva complimenti neppure per imporsi altrui con un'ospitalità sovente incomoda e costosa. Ci trascinò quindi con lui alla tavola di Simone.

Quando vidi quest'uomo, indietreggiai spaventato. Credetti trovarmi con un leone reso deforme. Il suo viso era lucido come uno specchio. Il suo alito infettava l'atmosfera. Il corpo coperto da tubercoli scagliosi e grossi screpolava ad intagli come la pelle di un elefante. La grossezza delle vene rendeva la pelle callosa. Nessun pelo sul viso. I rari capelli che sbucciavano sul suo capo erano divenuti bianchi. La pelle del capo si divideva essa pure in tagli molteplici e irrigiditi. La faccia era coperta da escrescenze dure, appuntite, bianche alla cima, verdastre alla base. Quando respirava mostrava una lingua irta di tubercoli come grani d'orzo. Delle volatiche coprivano le dita, i ginocchi, ed il mento. Le pomette delle guancie rosse e gonfie; gli occhi di un colore di rame, oscurati, velati sotto le profonde rughe cagionate dalle sopracciglia contratte; le labbra tumide; il naso carico di sarcosi nerastre; i denti neri, le orecchie floscie, allungate come quelle dell'elefante; in tutto il corpo, delle ulcere che davano un umore nero e fetido, le nuove rodendo le vecchie... tale era Simone.

Quando vidi quel mostro spaventevole, protestai di non aver fame, d'esser ammalato, d'aver bisogno d'aria, e restai nel giardino. Io vi passeggiava quando entrarono, uno dopo l'altra, Maria di Magdala e Gionata.

Maria non potendo più a lungo tollerare l'assenza prolungata del Rabbì, aveva preso una singolare risoluzione, seguendo del resto il precetto di costui.

Aveva venduto la sua piccola casa di Magdala. Del prezzo che ne aveva ricevuto, aveva comperato da un profumiere di Tiberiade una fialetta di essenza di nardo, e precedendo la compagnia dei Galilei, si recava al paschah. Maria sapeva ove il Rabbì alloggiava, ed era venuta a raggiungerlo. Sia che l'orribile puzza del sito le avesse ispirato tale idea, o che avesse un progetto preparato, vedendo il Rabbì addossato al lebbroso, ella si avvicinò a lui e gli versò sui capelli i profumi del suo vaso.

Il Rabbì se ne andava in broda di giuggiole a questi atti di deferenza e di delicatezza. Amava anche gli odori e i profumi, e molto i fiori; ma sopratutto si mostrava tenero delle profusioni che si usavano per la cura della sua persona. Ciò aveva un non so che d'aria regale; ed egli si spacciava per figlio di Davide. L'atto fastoso di Maria lo inebbriò. Tanto più ch'ella si mise ad asciugargli i piedi con la sua splendida capigliatura, dopo averglieli profumati alla foggia romana. Ora questa prodigalità di profumi non ebbe lo stesso successo appo i discepoli, che appo il loro maestro. Simone, che conosceva il valore del denaro e sapeva che da una settimana io riempiva una borsa che m'era stata confidata vuota, brontolò senza ritegno; poichè quel villano era franco nella sua rustichezza. Le osservazioni sopra questo spreco di odori continuavano, allorchè si avanzò Gionata. Egli aveva assistito col sorriso sulle labbra alla scena di Maria; ed il Rabbì lo aveva osservato.

Gionata espose il messaggio di suo padre. I discepoli del Rabbì parvero contenti di questo atto del sagan, perchè lo presero per un ossequio di deferenza, forse di sommissione, e si videro quasi collocati sui gradini di quel trono nelle tribù d'Israele cui il Rabbì aveva promesso a ciascuno di essi. Se la madre di Giacomo e di Giovanni, quella piccola e petulante mestatrice seccante che aveva chiesto al Rabbì un posto più considerevole pei suoi figli, fosse stata lì, avrebbe pianto di gioia. Gesù invece si turbò; io impallidii. Noi indovinammo quale sarebbe stata la conclusione della conferenza. Ma l'aria offesa che mostrò Gionata del trovarsi in un simile luogo, quantunque si fosse fermato sulla soglia della corte interna, il contegno pressante manifestato dai discepoli, il mancare di buone ragioni per evitare questa esposizione dei suoi principii, cui si aveva diritto di chiedergli poichè egli insegnava nel tempio, impedirono a Gesù di rifiutare o protrarre il convegno. Accettò dunque, e la riunione fu fissata pell'indomani in casa del sagan, all'ora ottava.

L'ora era avanzata, e temendo di trovar chiuse le porte della città, io discesi con Gionata a Gerusalemme.

All'indomani di buon mattino, Gesù si presentò al Tempio. Bar Abbas si recò da Ida.

Il Rabbì, da alcuni anni, insegnava sotto i portici di Salomone; e mai la polizia del Tempio, od i dottori del gran Consiglio, non gli avevano opposta la più piccola difficoltà; benchè, in ogni tempo, i suoi precetti fossero stati contrari alle leggi di Mosè, ed all'insegnamento dei successori di Hillel. Il sanhedrin era il solo giudice delle dottrine che si professavano, e solo aveva il diritto d'accordare il permesso di predicarle. Questa volta, siccome la lotta fra i partiti ed il Rabbì aveva cominciato, taluni degli anziani avendolo trovato a parlare in pubblico, gli chiesero, in virtù di quale autorizzazione egli esponesse i suoi principii.

Una lunga esperienza non li aveva corretti dall'interrogare il Rabbì, il quale aveva l'abilità suprema di confonderli con una buona ragione, o di sfuggir loro con un motteggio o con un'altra interrogazione. Come sempre, il Rabbì si burlò di essi. Egli chiese loro:

— Cosa pensate voi di Johanan, il Battista? Era desso un uomo od un inviato del cielo?

Un gran numero dei discepoli del Battista circondavano in quel momento Gesù. A quella domanda gli anziani tacquero sulle prime, poi, incalzati dal Rabbì, risposero che non ne sapevano nulla. Essi avevano indovinato l'agguato. Se avessero risposto che il Battista era un uomo, i suoi discepoli, lì presenti, potevano maltrattarli e gettar loro delle pietre; se rispondevano che veniva dal cielo, il Rabbì avrebbe sclamato: Allora perchè non l'avete ricevuto?

Con un così fino casuista, la discussione diveniva terribile. Ciò malgrado, i Sadducei vennero a molestarlo colla dottrina della risurrezione, a cui non credevano, non trovandola nei libri di Mosè. I Sadducei gli chiesero dunque, celiandolo:

— Una donna ha avuto sette mariti; a quale di costoro apparterrà essa nel giorno della resurrezione?

Il Rabbì rispose scaltramente:

— Nel giorno della risurrezione, non vi saranno più nè mariti, nè mogli, ma sarete tutti degli angeli di Dio nel cielo.

I Sadducei, come gli anziani, se ne andarono indispettiti, e odiandolo più che mai.

I Zeloti, o a meglio dire i discepoli di Giuda di Gamala, vollero scandagliarlo alla lor volta. La questione che gli proposero era capitale.

L'ebreo paga due sorte di tributi: la tassa di Dio e la tassa di Cesare. La tassa del Tempio — mezzo siclo — era stata per molti anni discussa fra i Sadducei ed i separatisti. Questi ultimi avevano finalmente fatto decidere dal sanhedrin che la era forzosa, e che la si doveva pagare al primo del mese di nizan. Questo fondo serviva a comperare le legna da brucio, l'incenso, il pane azzimo, ed a pagare i familiari del Tempio. Il popolo aveva vinto in questo sopra l'aristocrazia che vi era renitente. La tassa di Cesare invece era acconsentita dai Sadducei, e contestata dai separatisti. L'aristocrazia sapeva che il governo costa; che se il popolo non paga, le classi ricche sono responsabili dinanzi alla legge. Il gran sacerdote Ioazar, secondato da Hillel e dai Farisei moderati, aveva persuaso il popolo di pagare questo denaro per ogni testa (ottanta centesimi), ed il popolo aveva pagato — tranne i Galilei che consideravano quella tassa come un segno di schiavitù, e come un'offesa a Dio, mettendo Dio e Cesare all'istesso livello.

Da questo punto di vista, i Zeloti proponevano al Rabbì una questione capziosa, chiedendogli se si doveva pagare la tassa di Cesare. Rispondeva di no? avrebbe avuto a fare con Pilato. Rispondeva di sì? abbassava Dio al livello di Tiberio.

Il Rabbì, quantunque in apparenza semplice e ingenuo, scoprì la perfidia. Egli si fece mostrare una moneta ove stava l'effigie di Cesare, e rispose senza rispondere:

— Rendete a Cesare ciò che è di Cesare.

E lasciò il Tempio.

In quell'istesso momento Bar Abbas si presentava da Ida.

— Ah! ah! sclamò egli entrando nel tablinum, sono io, il tuo caro barba, io Gesù Bar Abbas, ex-legionario romano, fulmini ed allegria! Devi esser stata bene in allarme della mia lunga assenza, fanciulla mia. Ma cosa vuoi? io mi sono ingolfato nella vita pubblica che mi assorbe, mi divora, mi consuma: io mi voto alla patria. Gerusalemme non ha che due cose necessarie e due meraviglie: il Tempio e me. Consolati dunque, cara Miriam, eccomi qui.

— Ero già bella e consolata, rispose Ida.

— Ne sono incantato, abbagliato, sorpreso. Non abbiamo più quelle ubbie per il capo, eh! Abbiamo fatto un bel bucato di tutte quelle grandi passioni, quelle nostre disperazioni? Tanto meglio, bambina mia, tanto meglio. Io ne perdeva la pace, il sonno e l'appetito.

— To'! ed io che volevo offrirti da mangiare.

— Mangiare! l'è questo il più bel verbo che esista in tutte le lingue umane. Offrimi dunque; te lo permetto. Mangiare gli è sempre a proposito, sia che arrivi come compenso del passato, sia che lo si prenda come previdenza per l'avvenire, sia che lo si presenti come una gentilezza del momento; e tanto più, carina mia, che io non mi ricordo troppo bene se ieri ho coniugato quel verbo al tempo presente. Mi dispiace solo di non poterti ricompensare con delle buone notizie.

— Che c'è dunque? sclamò Ida, non troppo spaventata però perchè conosceva bene suo zio.

— Ma! gli è lui. Ho forse io altri soggetti di angustie in questo mondo? è tuo fratello. Quel giovane è il mio verme roditore. Finirà coll'uccidermi dal dispiacere.

— Che ha fatto dunque? Corre forse nuovi pericoli? è ritornato a Gerusalemme?

— Per bacco, ieri; e ne ha già fatto una delle sue solite. Figurati che se n'è andato a pranzare da un lebbroso di villaggio, accompagnato da quei mascalzoni che lo seguono ovunque, con un'aggiunta di donne equivoche.

— Non è vero.

— Sta attenta, che non è poi tutto. Del resto, il proprio figlio del sagan, e Giuda da Kariot che erano lì, che l'hanno veduto, mi hanno raccontato la cosa. Prima di tutto, siccome quei villanzoni hanno soppresso l'uso di lavarsi le mani avanti pranzo, per dar lo gnorri ai Farisei, puoi immaginarti che fondo di gamella doveva restare, d'un lebbroso e quindici provinciali che tuffavan le mani nell'istesso piatto! Erano lì tutti a sguazzar nella broda, ed il Rabbì succhiava un'ala d'oca con lenti al burro pimentato — intingolo squisito, sai, Mirjam! Te ne farò mangiare la prima volta che m'inviterai a pranzo. Il Rabbì succhiava dunque tranquillamente la sua ala, pensando al regno dei cieli, allorchè una certa pettegola di mia particolare conoscenza, irruppe nella sala. Arrivava dritto dritto dal suo paese — da Magdala, sai — portando la sua casa ed il suo giardino in una fiala d'alabastro, con dentrovi non so quale malvagìa di sugna. Non disse nè buon giorno, nè buona sera. Cavò fuori il suo vaso da sotto la tonica e crac! lo ruppe sul capo del Rabbì. Ah! belloccia mia, non puoi immaginarti di che odore delizioso — cosa dirti? di costoletta arrostita, di minestra all'aglio, di rosmarino, che so io! — si riempì la casa. Ed eccoti il Rabbì inondato da quell'untume che gli scorre da per tutto.... Guarda, ne aveva tanto colato perfino ai piedi che Maria — la si chiama così — principia ad asciugarli coi suoi capelli che sono magnifici.

— Tu menti, sclamò Ida; il Rabbì non l'avrebbe permesso.

— Gli è precisamente quello che si dicevano fra loro quei furfanti dei suoi discepoli. Imperciocchè e' avrebbero preferito vendere quell'odore prezioso, e mangiarlo in un bel desinare al paschah. Il Rabbì udì i loro brontolamenti, e disse loro: Tacete, branco d'infingardi! C'è stato dei paschah fino ad oggi e ce ne sarà anche per l'avvenire, lo avete fatto e lo farete, fino a che non sarete impiccati; per me questo è l'ultimo.... Stropiccia, Maria, stropiccia, figliuola mia! I tuoi capelli sono dolci come il più fino lino dell'Egitto, ed io ne basisco di diletto.

— Tu menti: mio fratello non avrebbe mai detto questo.

— Questo o qualcosa di simile. Io divido le opinioni degli scienziati riguardo alle traduzioni libere. Il fatto sta che il figlio del sagan venne via scandalizzato da Bethania, e che jeri sera ebbe luogo da Hannah una riunione onde chiamare Gesù a render conto della sua condotta. Tu comprendi che io difesi la libertà dei desinari, dei lebbrosi, delle mani sporche, degli odori e delle profumatrici; ma fui nella minoranza. Fu adottata la decisione, malgrado la mia ben nutrita eloquenza — la sola cosa che io mi abbia sempre ben nutrito, — di mandare una intimazione al Rabbì. Ciò è stato fatto, ed oggi egli comparirà davanti i delegati dei partiti riuniti in casa del sagan.

— Vogliono dunque perderlo ad ogni costo?

— Ad ogni costo? Di' pure per niente, poichè e' non ci spendono nulla per perderlo. Egli si perde da sè solo, quell'indiavolato. Questa mattina infatti si è presentato al Tempio, ed ha ricominciato.... Io l'ho incontrato sui gradini del Moriah. Me gli sono avvicinato pulitamente, perchè ho appreso le belle maniere a corte, nelle legioni, e nel contatto quotidiano dei grandi personaggi. Ma egli, che arriva sempre dalla sua provincia, mi ha accolto coi soliti complimenti: di infame, canaglia, miserabile e che so io! Ha una lingua fiorita, mio nipote. I Farisei e gli Scribi ne sanno qualche cosa, perocchè i nomi più teneri che loro dà, sono quelli di «briganti, ladri, razza corrotta, razza adultera, razza di vipere, sepolcri imbiancati, ciechi, conduttori di ciechi, ignoranti ipocriti, figli del demonio, insensati, pazzi....[18]» Ma io non m'imbestio; lavoro, anzi, a migliorare la sua educazione. Gli rispondo: ascoltami, nipote; rifletti, Rabbì; fa attenzione, profeta; ma guarda, messia; degnati di ascoltarmi, figlio di Dio; te ne supplico, Dio d'Israele.... A questo e' diventa più pieghevole, ed allora parliamo di te.

[18] SALVADOR, _Gesù Cristo e la sua Dottrina_. Tomo II, pagina 146, ediz. del 1864, Parigi.

— Di me?

— E di chi vuoi tu dunque che parlassimo? Io non chiedo certo un posto nel regno di tuo fratello. È troppo alto nel cielo. Peste! deve farci troppo caldo o troppo freddo; non so troppo che. Allora egli mi dice: Uomo...... Sì, uomo: del resto egli chiama donna tua madre. Mi dice dunque: Uomo, va da Mirjam ed annunziale che ho bisogno di parlarle. So che il convegno d'oggi deciderà della mia sorte. Ho talune cose a comunicare a mia madre, cui Mirjam sola può riportarle. Che la venga in casa di Hannah; la vedrò avanti e dopo il mio incontro coi principi del Tempio.

— Tutto ciò non è vero, osservò Ida.

— Sciocca! Credi che se fosse vero te lo ripeterei? son proprio pagato per questo! Parlo dunque per guadagnare un po' d'appetito, e tu puoi andare o restare, venire con me o presentarti sola, credermi o no.... Ti avrò sempre distratta dai tuoi cupi pensieri. Hai mille ragioni per non credermi più. Mangiamo dunque.

Però Ida si ricordava che l'ultima volta Bar Abbas le aveva annunziato che il Rabbì correva grandi pericoli, e che questi le aveva confermato esser vero. Si ricordava che il Rabbì le aveva detto, l'ultima volta che lo aveva visto, che ella non poteva ritrovare il perdono che sul seno di sua madre! E se il Rabbì la chiamava veramente per confidarle qualcosa per questa madre! Che interesse poteva avere Bar Abbas per farla andare da Hannah, grande personaggio che godeva d'una eccellente riputazione[19]?

[19] Ananus era l'uomo il più giusto ed il più venerabile; la sua alta nascita e la sua dignità ricevevano un maggiore splendore dalla sua affabilità, e dalla cura che prendeva di farsi eguale ai più infimi. Amava con passione la libertà ed il regime popolare. Il bene pubblico aveva il passo sopra i suoi interessi privati. Faceva grande stima della pace, e non dubitava che la Giudea non dovesse perire, a meno di venire ad un compromesso onorevole coi suoi dominatori. GIUSEPPE, _Guerra giudaica_, lib. IX, cap. V.

— Non è un nuovo agguato che mi tendi? gli diss'ella. Ciò che mi riporti sarebbe la verità?

— La verità? ohibò! Non mi prendono più a queste bazzecole. Una volta sola in vita mia ho voluto dir la verità e ne zoppico ancora. Avevo veduto, veduto coi miei proprii occhi, fuggire il tribuno della mia legione. Ne lo rimprovero: mi scocca un calcio col suo zoccolo ferrato e mi spezza una tibia. E da questo viene, che secondo voi altri insolenti della famiglia, io zoppico, mentre tutto il mondo dice che io cammino con molta grazia. Dopo di allora, mai più verità. Quindi, non stare ad andare. Non tengo poi mica tanto a render servizio al Rabbì.

— Gli è impossibile: mio fratello non avrebbe dato una simile missione a te.

— Hai proprio ragione: la sorella del re del cielo! Peste! Scusami, principessa. Chi sono io? Un vecchio legionario, un compagno d'armi di Tiberio, un allegro compare che tutti i guerrieri ed i cinedi di Gerusalemme piangeranno, quando sarò morto, coprendosi di ceneri — se hanno di che far fuoco; — che tutti i delicati della città sospireranno, quando avrò finito di divertirli, lacerandosi gli abiti — se saranno nudi. Bah! tutto ciò non basta per recare un messaggio alla figlia del carpentiere di Nazareth. Non parliamone più, e grazie. Credo che m'avevi offerto da mangiare, se non m'inganno anche in questo.

— Avrai tutto quello che vorrai, se Noah ha per di là qualche cosa, ma dimmi se veramente mio fratello mi chiama.

— Egli ti chiama, ma la non è mica una ragione perchè tu vada. Il sagan ha potuto venire da te senza pericolo, ma tu non puoi andare da lui. Come dunque? in un palazzo di principe, in mezzo alla città, in pien giorno, tu, ragazza pura ed innocente, andresti ad esporti ad un agguato di tuo zio, quel brigante che ti ha già venduta una volta! No, piccola mia, resta, resta, tuo fratello è un vaneggiatore, avrà bene abbastanza da pensare a sè stesso, stanne sicura. Io sarò nel consiglio, e lo difenderò, perchè io sono un vile senza dignità. Dunque fa conto che non ti abbia parlato di nulla, e mangiamo.

— Potrò almeno condur meco Noah?

— Conduci teco Noè, l'arca, e tutte le sue bestie — compresi Thorix e Febea che sono più vecchi delle piramidi. Ti prevengo però che costoro resteranno nella corte; imperciocchè un uomo come il sagan non ha l'abitudine di trovarsi con degli schiavi. Vieni dunque con me, o vacci sola colle tue schiave ed io vi aspetterò alla porta; oppure non andare affatto e credi che io voglio ingannarti; insomma fa ciò che vuoi. Io non vedo e curo al mondo che una cosa: la mia nobile persona.

— A che ora il Rabbì si recherà in casa di Hannah?

— Alla settima, credo.

— Ebbene vi andrò. Tu m'aspetterai alla grande porta. Vi hanno delle situazioni che assorbono come l'abisso.

— Che famiglia tragica è la mia, ed io, che lo sono così poco! L'utilizzo come posso, in fede mia! Ma gli è mestieri che mi metta in picca di eloquenza, a far sudare un rabbì del Gran Collegio.

— Ma dov'è Gesù? Perchè non lo vedrei io nel Tempio?

— Perchè egli non è nel Tempio, ove gli ufficiali lo arresterebbero, ma in casa il sagan, il quale gli dà un asilo fino al momento che si sarà spiegato.

— Chi devo domandare alla porta del palazzo?

— Poichè t'aspetto io?

— Ma se volessi andarci sola?

— Allora chiedi del re Salomone, o del profeta Elijah, e che la peste ti stermini.

All'ora sesta, Bar Abbas se ne stava alla porta d'Hannah almanaccando sui suoi quarantamila sesterzii.

XXVIII.

Uscendo dal Tempio, il Rabbì della Galilea si recò da me e pranzò. Avemmo ancora un lungo colloquio insieme ed io mi sforzai di tracciargli il quadro il più vero, il più vivente della situazione, di ciò che i partiti esigevano, di ciò che la nazione aspettava, e di ciò che noi, promotori della rivolta, speravamo. Egli mi rispose per monosillabi vaghi; mostrandosi perfino incredulo che fossimo stati noi che gli avevamo reso favorevole il popolo, l'avevamo messo in evidenza, fatto risaltare le sue parole ed i suoi atti. Rientrò in sè stesso, si ravvolse nel silenzio e nella tristezza, e prese a riflettere. Egli sentiva che andava incontro ad un duello, nel quale avrebbe trovata la morte; giacchè Gamaliele, il figlio del rettore del Gran Collegio, il suo rivale, a cui era stato dato l'incarico d'interrogarlo e di rispondergli, non era uomo da scompigliare con una parabola o da abbagliare con un tratto di spirito. Io non turbai il Rabbì nel suo raccoglimento fino all'ora settima. A quel momento solo uscimmo insieme per recarci dal sagan.

Incontrammo Hannah alla sua porta. Usciva. Claudia l'aveva fatto chiamare, scongiurandolo di accorrere da lei immediatamente, avendo a fargli delle grandi comunicazioni. Ella e Pilato erano ritornati in quella stessa mattina dal loro viaggio. Hannah ci pregò di entrare, poichè eravamo attesi, ed egli aveva permesso di principiare la conferenza senza di lui.

Nell'assenza del sagan, Caifas, il grande sacrificatore, presiedeva la riunione. Non era molto numerosa. Oltre Caifas, c'era il vecchio Simeone, Gamaliel, Menahem arrivato la vigilia, Eliseo governatore del palazzo d'Antipas, il vecchio Jeù per gli Esseniani, Gionata il figlio di Hannah, Polus il terapeuta, un membro della sinagoga di Alessandria, inviato da Filone al gran collegio, ed io. Di maniera che tutti i partiti erano rappresentati.

Hannah ci aveva riuniti nel suo grande gabinetto di studio, nella parte più remota del palazzo ove egli si ritirava per meditare, o per spogliarsi della gravità delle sue funzioni. Un andito separava questo gabinetto da un piccolo appartamento addimandato _uccidi-pensieri_, mobigliato come quello d'un re assiro, ed ove egli celebrava dei misteri ben diversi da quelli del _sancta sanctorum_. All'estremità di quell'andito s'apriva una porta sporgente all'angolo più appartato del giardino, nel cui muro un altro uscio dava sopra una delle vie più deserte di Gerusalemme. Lo si chiamava l'_uscio degli intrighi_, dal quale un servo muto lasciava uscire, ma non lasciava entrar chicchessia, se non presentando una tessera convenuta. All'altra cima dell'andito trovavasi un piccolo gabinetto scuro, a tre uscite, l'una che immetteva nel piccolo appartamento, l'altra al gabinetto delle meditazioni, e la terza comunicava coll'andito, di rimpetto la porta donde si usciva nel giardino.

Il Rabbì non condusse seco veruno dei suoi discepoli, onde essere più franco nell'esposizione delle sue idee. Quegli uomini non lo comprendevano giammai[20]. Finchè era restato in mia casa, il Rabbì mi era sembrato estremamente inquieto, a causa di questa intimazione di spiegarsi. Ma entrando nel gabinetto del comitato, egli ritrovò la più completa serenità di spirito, e la sua figura così pronunziata, il suo sguardo così potentemente mobile, presero un'aria di dolcezza infinita.

[20] In fatto gli Evangeli sono ripieni di questa dichiarazione.