Part 10
— Tel dirò. Cinque anni fa, mio padre morì. Io aveva allora tredici anni. Gesù era assente da alcuni mesi. I miei fratelli mi detestavano e mi battevano, appunto perchè Gesù mi amava. Mia madre non riusciva a proteggermi; mia sorella mi maltrattava ancor più dei fratelli, chiamandomi scioperata, infingarda. Eppure io non poteva filare e cucire in casa, e custodire fuori la greggia, nel medesimo tempo. Trovavano che mangiavo più pane che non ne guadagnassi. Finalmente, Gesù riapparve una sera nella casa paterna, più cupo, più silenzioso, più strano che mai. La morte di mio padre lo alzava al grado di capo della famiglia. Egli non si curò di questo diritto. Restò alcuni mesi a Nazareth. Ma venne il paschah e mia madre manifestò il desiderio di andare a Gerusalemme, tanto più che sua sorella che era maritata in quella città con un legionario, l'aspettava. I miei fratelli e la sorella l'accompagnarono. Restai sola a casa con Gesù. Egli mi aveva insegnato a leggere ed a comprendere il greco, che tutti parlavano intorno a noi. Mi accompagnava sovente alla montagna, dietro le nostre capre e le nostre pecore. Ai campi, e' non era più lo stesso uomo. Comprendeva il linguaggio dei fiori, comprendeva ciò che si dicevano gli uccelli, ciò che il cielo e le stelle cantavano. Mi attirava allora sulle sue ginocchia, passava le sue mani nei miei capelli, sentivo circolare nelle mie vene una fiamma, e poi mi addormentavo sul suo seno.
— Ah! sclamò Claudia che forse si risovveniva.
— Quando mi risvegliavo, continuò Ida, trovavo il suo sguardo vellutato e materno che avviluppava il mio viso come di uno strato di nuvole; ma io mi trovava così affaticata come se avessi fatto lunga strada e se avessi lavorato a lungo. Una affezione profonda mi attaccava a mio fratello. Non avevo altra volontà che la sua. Egli mi leggeva nell'animo. Io comprendeva i suoi pensieri. Apprendevo tutto ciò ch'egli voleva. Mi pareva identificarmi sempre più in lui. Avevo quattordici anni. L'anima mia era pura come le nostre notti di primavera. Però io principiava a risentire dei brividi incogniti. Mi sentivo attirata da Gesù come lo è la foglia secca dalla fiamma. Gli raccontai la strana sensazione che mi turbava: lo confessai anche a mia madre. All'indomani Gesù non era più a Nazareth.
— Tu amavi dunque tuo fratello? sclamò Claudia.
— Sì, e no. Ho amato di poi. Il sentimento che il Rabbì m'ispirava era diverso: era più che l'amore che si risente per la propria madre, e meno violento di quello con cui c'incendia un amante. Questi vi mette il fuoco nelle vene: allora io vi sentiva scorrere i raggi dell'aurora. Ma ciò finì bentosto. Mia zia mi chiamò a Gerusalemme, e mia madre fu ben contenta di allontanarmi. Mi congiunsi alla carovana che andava a Gerusalemme pel paschah. Quel movimento tutto nuovo per me mi colmò di gioia. Le vecchie ed i vecchi sopra gli asini ed i cammelli; i giovani camminando loro vicino; i ragazzini correndo di gruppo in gruppo, giuocando coi cani, cogliendo le bacche e le corolle selvatiche, querelandosi, prendendo qua un buffetto, e là una ciambella. Per non passare per l'impura Samaria, paese di pagani, prendemmo la via del basso Giordano all'est, a traverso il Gilead e l'Ammo, fermandoci presso un pozzo al tramonto del sole, accendendo un fuoco di rami per cuocere una cenetta di legumi bolliti, frumento arrostito e fritto in un po' d'olio, e qualche fette di poponi e di cocomeri. Ripassammo il Giordano a Bathabara ove il Battista battezzava, sotto Gerico, camminammo dal piano alla città sotto i verdi datteri, e di là arrampicandoci da una collina ad un'altra, alla vetta superiore dopo l'inferiore, traversando passaggi rocciosi del deserto, e le nude montagne, arrivammo a Sion, avendo nelle mani i rami di mirto e di ulivo, e alla bocca il canto del _schemah_.
— Felici ricordi, sclamai io.
— Presso Bethania, continuò Ida, la compagnia si divise. Quelli che avevano degli amici a Gerusalemme, discesero il monte degli Ulivi e passarono il Cedron, gli altri si ricoverarono nei casolari dei dintorni, sotto le tende nelle capanne di foglie chiamate _succoth_, come Giacobbe nel paese di Canaan, coprendo così l'Oliveto, il Mizpeh, il Gibeon, il Rephaim, mescolati, tutti in una, asini, capre, cammelli, pecore, uomini, donne e fanciulli, correndo dalla mattina alla sera alle fontane di Siloam e di En-rogel. I Galilei, come al solito, si fermarono al monte degli Olivi. È là che un messo di mia zia venne a cercarmi. Ella era ammalata.
— Che età avevi allora? le chiese Claudia.
— Te l'ho già detto, quattordici anni. Non ti parlo della vita passata con mia zia, donna stizzosa, inquieta, piena di bile, sempre malcontenta. Dopo diciotto mesi, ella morì, e sei mesi dopo avvenne la mia catastrofe.
— In che maniera? sclamò Claudia. Non nascondermi nulla.
— Perchè lo nasconderei? Andavo ogni giorno ad attingere l'acqua alla fontana del Dragone, l'urna sulle spalle come le altre figliuole. Sembra che Ponzio m'avesse incontrata tre o quattro volte, ed infatti mi ricordo che un Romano a cavallo mi aveva seguita talvolta dalla fontana alla casa di mia zia. Ma ci sono tanti Romani che vanno e che vengono a Gerusalemme, che me n'ero appena accorta. Una notte io dormiva d'un sonno profondo, sognando delle montagne di Nazareth, quando mi sentii ravvolgere in una coperta, al punto quasi di soffocarmi. Fui rapita così, e posta in una lettiga che partì al passo di corsa. Mi dibattei, gridai. Mi sentiva morire: l'aria mi mancava. Finalmente udii aprire e poi chiudere una porta della città. Allora la coperta che mi avviluppava fu aperta e mi trovai nelle braccia di Noah. Un'ora dopo, ci depositavano qui, a Berachah.
— Pilato ti attendeva? domandò Claudia.
— Oh! no. Non venne per la prima volta che quattro o cinque giorni dopo. Io non comprendeva nulla di quanto m'era accaduto. Credevo sognare, vedendomi circondata di tanto lusso, e di tanta ricchezza. Noah si asteneva affatto dal darmi alcuna spiegazione. Cosa si vuole da me? io domandava, chi è l'incantatore che mi culla in questi splendori? Una sera il mago si fece vedere.
Claudia trasalì, e divenne scialba. Ida continuò senza accorgersene; imperciocchè, assorta nella sua vita passata, ella raccontava o meglio dipingeva, dimenticando quasi che noi fossimo lì ad ascoltarla.
— Questa stanza era stata illuminata vivamente. Noah mi aveva quasi a forza indossato dei vestiti ricchissimi che io sdegnava, come immodesti. Mi aveva acconciati i capelli con dei fiori. Io non riconosceva più me stessa e vergognavo. Ero dunque qui, ammirando i bei fiori posti in questi vasi, allorchè la porta s'aprì, e vidi entrare uno sconosciuto, che mi disse chiamarsi Cajus.
— Era Ponzio?
— Sì. Era molto triste. Credo che non mi guardò neppure. Mi chiese se trovassi questa dimora convenevole abbastanza per me, se avevo a lagnarmi di qualche cosa o di qualcuno. Gli raccontai il mio rapimento e gli chiesi d'esser ricondotta ai miei parenti. Perocchè, lo ripeto ancora, io non comprendeva per qual ragione ero stata gettata in mezzo a quelle ricchezze. Non mi rispose, e mi lasciò. Ritornò due o tre giorni dopo.
— Anche la sera?
— Sì, anzi io non l'ho mai veduto che di sera. Arrivava la notte, e partiva avanti il giorno. Qualche volta solamente è partito verso l'ora sesta. Questa volta pure ei sembrava molto oppresso. Si sarebbe detto che si rimproverasse ciò che aveva fatto, e che avesse rimorso di ciò che aveva intenzione di fare. Il nostro colloquio non fu lungo. Noah era lì. Io mi chiedeva: Chi è egli! che cosa vuole? In breve, questo sistema di silenzio e di riserbo non si alterò punto durante due mesi, ma le parti stavano per cangiare. Io principiava a provare un interesse inquieto, una simpatia insinuante, una compassione che mi turbava, per quest'uomo che mi sembrava così buono e così infelice. Mi rassegnavo ad una sorte che non comprendevo ancora, ma mi proponevo di conoscere il dolore misterioso che torturava questo sventurato e di alleviarlo.
— E l'hai penetrato codesto misterioso dolore?
— Mai. Egli ha rinculato innanzi a qualunque spiegazione; ed anzi, quando gli facevo delle domande su tale soggetto, egli accorciava la sua visita, e restava più lungo tempo senza venire. Ora non vi è nulla di più traditore per una donna, che la compassione. Essa cova, si trasforma, scava, rode; poi un bel giorno, scatta e trovasi amore. Gli è ciò che mi avvenne. A capo di sei mesi, io era pazza di passione.
— E lui?
— Sempre lo stesso: triste, freddo, pensieroso, qualche volta irritato, altre tenero per cortesia; ma il suo aspetto calmo, la faccia cupa, l'aria triste, lo scoraggiamento della vita, il suo abbattimento sinistro e tenebroso, riprendevano sempre il disopra. In uno di quegli accessi di passione, terribili e sconosciuti, che aveano tutte le forme, dalla disperazione fastidiosa allo stordimento dell'ebbrezza, io soccombetti.
Claudia balzò in piedi e si slanciò sopra Ida. Io la presi per le mani e la feci di nuovo sedere. Ida si levò anch'ella ed indietreggiò.
— Continua, continua, balbettò Claudia passando le sue mani sul proprio viso pallido, al punto che pareva non avesse più goccia di sangue nelle vene.
— Ponzio....
— Chiamalo Cajus, gridò la romana.
— Restò otto giorni senza vedermi. Ma....
— Ma?
— Era divenuto mio amante.
— E ti amava?
— Non mi ha mai amata, te l'ho già detto. Si sarebbe creduto, alla collera ch'ei vi poneva, che ognuno dei suoi baci, fosse una vendetta contro qualcuno. Per conto mio, l'adoravo. Avrei dato la vita per vederlo sorridere. I suoi trasporti amorosi andarono così a salti per un anno. Passava da una frenesia di passione ad una frenesia di pentimento e di malinconia. Sovente apriva le braccia per abbracciarmi, poi mi respingeva, mi calpestava sotto i suoi piedi, mi batteva. Finalmente, o si scioglieva in lagrime, o in baci, oppure fuggiva vergognoso, disprezzandomi e disprezzandosi, odiando il cielo ed il mondo.
— Claudia, dissi io, non comprendi tu dunque questi parossismi di follia di tuo marito.
— Glieli spiego adesso, replicò Ida interrompendomi. Dacchè sei arrivata qui, o Claudia, non ho veduto tuo marito che sole tre volte. La prima, la sera stessa del tuo arrivo a Gerusalemme, egli ha pianto sul mio seno, da commuovere le pietre, e si è contorto su questo pavimento di marmo come un serpente ferito. La seconda volta, mi ha divorata in una esplosione frenetica di lascivia; ma io sentivo che quelle strette, quelle morsure, quei baci, quelle carezze, si abbattevano su di me e s'inspiravano altrove. L'ultima volta egli venne a dirmi: Addio, Ida. Io ti lascio: io amo mia moglie.
— Che? gridò Claudia stringendo Ida nelle sue braccia. Egli te l'ha detto?
— Cento volte in quella triste sera: amo mia moglie! Mi ha lasciata svenuta, morente nella mia stanza, e non l'ho più riveduto.
— Mai più?
— Mai più. Non ho ricevuto sue notizie che per questa lettera che mi portò Giuda. Vedila.
Ida prese da un armadio la lettera di cui ho già parlato e la diede a Claudia. Questa la divorò degli occhi; poi stringendosela al petto, sclamò;
— Ti perdono tutto. Ma odimi, figliuola: guai a te se tu lo rivedi giammai. Maritati, fuggi, nasconditi. Se vuoi del denaro, ti arricchirò; se vuoi traversare il mare, ti darò una trireme; ma ricordati bene questo: guai a te, guai a te, se lo rivedi ancora.
E ciò dicendo, Claudia partì fuggendo di Berachah senza punto curarsi di me. Arrivata al palazzo d'Erode fece montare a cavallo una coorte, balzò ella stessa sopra un cavallo, ed immediatamente partì al galoppo per Sebaste, andando incontro a Pilato.
Riguardai Ida. Sembrava pietrificata dall'esplosione della Romana, si trovava annientata nel cuore donde sentiva schiantar quell'amore che si sforzava di tenervi rinchiuso. Non osai dirle nulla. Presi la sua mano ardente dalla febbre, e vi lasciai cadere una lagrima. Poi partii alla mia volta per andar a raggiungere il Rabbì di Nazareth.
XXVII.
Io aveva accompagnato Gesù fino alla fontana di En-Shemesh, in quel vallone selvaggio che è a poche ore da Bethania. Egli aveva continuato la sua strada per Gerico, strada tante altre volte percorsa da lui in condizioni più sorridenti di spirito. Aveva dormito nell'albergo che si trova a mezza strada, di cui ho già parlato (che si chiama oggi Khan Hudjar) e all'indomani di buon'ora, traversando la città delle Palme, aveva continuato la sua strada, passato il guado del Giordano a Bathabara e cercato un relativo ricovero nella Perea, Stato di Antipas.
Il Giordano, nel suo corso inferiore, divide la provincia romana della Giudea, dalla provincia semi-indipendente della Perea, come nel suo corso superiore separa la Galilea dalla Traconitide. Erodiade non amava il Rabbì di Nazareth meglio che il Battista; ma Antipas conservava rancore contro Pilato, a causa della carneficina di Galilei da costui fatta al tempo della sommossa per l'offerta, considerando la propria autorità conculcata dal supplizio dei suoi sudditi. Il Rabbì, perseguitato in una provincia romana, poteva dunque sperare una tal quale protezione nei dominii di questo principe a causa di questo risentimento. Gesù per altro non si fermò nella Perea, e fece una rapida corsa a traverso la Galilea e la Samaria.
Mano mano che gli avvenimenti precipitavano, e divenivano più cupi, il Rabbì voleva formarsi un'idea sempre più chiara della sua posizione. Aveva gettato il suo scudo, come il reziario davanti il mirmillone. E' si sapeva ora designato, condannato, messo a caccia. La sola probabilità di salute che gli restava era la protezione del popolo di queste provincie; popolo il quale, odiando i Romani e l'aristocrazia di Gerusalemme, poteva prendere una attitudine tale da consigliare ai suoi nemici la sommissione od una tregua. Nel viaggio intrapreso dal Rabbì, avanti la festa del Purim, per lo stesso scopo di esplorazione, egli non aveva scorto alcun sintomo che potesse incoraggiarlo, o dargli qualche speranza. Volle ciò malgrado visitar nuovamente quei paesi, poichè l'ora di giuocare la sua ultima posta gli pareva arrivata.
Aveva sete di speranze e d'incoraggiamenti.
Quando io venni a raggiungerlo a Bathabara, ei non era ancora di ritorno; ma i suoi discepoli lo aspettavano sotto le capanne del fiume. Io lo attesi altresì, ma a Gerico, andando ogni mattina ad informarmi se fosse arrivato.
Una mattina finalmente lo incontrai. Mi parve profondamente abbattuto. Pure non manifestò nissuna idea di indietreggiare, o di cangiar proposito. Lo scongiurai ancora una volta di lasciar per il momento la parte di moralista e di umanitario da lui scelta, e di seguire l'istinto della nazione che domandava un capo politico. Egli mi rispose che i messia che l'avevano preceduto «erano dei ladri e dei briganti,» e che egli non conosceva altra salvezza, ed altra possibilità di riescita, che nell'assorbimento del popolo in Dio.
Vedendolo allontanarsi da Gerusalemme, onde evitare la spiegazione alla quale era stato invitato, la gente del Tempio ed i Farisei non lo tennero per sdebitato malgrado la sua fuga. Lo fecero cacciare dai loro segugi, che lo snicchiarono al guado del Giordano, a cavallo fra i due Stati, potendo in pochi minuti cercare un asilo dall'una o dall'altra parte del fiume. Essi lo tenevano dalla parte del paese romano. Bisognava dunque comprometterlo nella Tetrarchia. Antipas, o meglio Erodiade, non aveva che una sola corda sensibile — quella che il poco abile Battista aveva toccata, e ne era stato colpito di morte.
Gli agenti del tempio domandarono quindi al Rabbì, se un uomo poteva scacciare sua moglie per qualsiasi cagione.
Le scuole di Hillel e di Shammai avevano già posata tale questione; ma il Tetrarca della Galilea l'aveva risolta, e guai a chi si fosse avvisato contraddirlo.
Il Rabbì fiutò la trappola, e con quell'ammirabile tatto ch'egli aveva per istornare un'importuna interpellanza, colla squisita finezza che sapeva mettere nelle sue risposte, quando non rispondeva bruscamente, o motteggiando, egli disse:
— Il marito e la moglie non formano che una sola carne.
Una circostanza venne allora ad accelerare la catastrofe.
L'amico del Rabbì, Lazzaro di Bethania, giaceva nel suo letto gravemente infermo e le sorelle di lui lo mandavano a chiamare per venirlo a rilevare. Lazzaro era epilettico. Ma questa volta la malattia si era complicata di segni pericolosi; imperciocchè, dopo che l'accesso era passato, Lazzaro era restato rigido e freddo come una barra di ferro. (L'accesso epilettico era stato seguito dalla catalessia). Questi sintomi avevano allarmato le due donne. Quando il loro messo raccontò al Rabbì lo stato dell'ammalato, egli non se ne mostrò inquieto. Vide in quel fatto un'occasione felice, al contrario, per la sua glorificazione.
— Non è mortale la malattia di Lazzaro, osservò egli; ma per la gloria di Dio, il figlio di Dio vi potrà attingere altresì la sua gloria.
Il messaggero riportò questa risposta.
Ora il Rabbì, che nella sua posizione pericolosa si afferrava ad ogni bricciolo di speranza, riflettè sulla stranezza della malattia del suo amico. Un'idea gli passò per la mente. Perocchè due giorni dopo la partenza del corriere, egli annunziò ai suoi discepoli che andava «a svegliare il suo amico che dormiva!»
Il Rabbì aveva un'influenza imperiosa sopra la complessione accasciata e nervosa del suo ammalato. Bastava accarezzarlo della sua mano amica, o semplicemente avvilupparlo del suo sguardo profondo e gioioso, per far sì che Lazzaro sentisse un sollievo alle sue sofferenze e si addormentasse nella calma. Laonde, il Rabbì era onnipotente in quella casa di Bethania. Allorchè il messaggiero delle due sorelle fu di ritorno con la sua risposta di consolazione, Lazzaro peggiorava. Poi, il giorno stesso che noi lasciavamo il Giordano per risalire a Gerusalemme, egli ebbe una crisi fulminante, dopo la quale le sue membra s'irrigidirono, la respirazione cessò, la sua pelle s'agghiadò ed i suoi occhi divennero vitrei.
Le due sorelle lo credettero morto.
L'ebreo è il solo popolo del mondo forse che non abbia il culto della morte. La morte per l'ebreo è una contaminazione. Abramo, che doveva a Sara delle compiacenze le quali rasentavano l'infamia, appena la vide morta, gridò: Seppellite la mia morta lungi dai miei sguardi. Giacobbe si diede appena il tempo di mettere una pietra sulla tomba di Rachele e continuò il suo viaggio colle sue gregge. Tiberiade è una città impura per gli Ebrei, perchè è costrutta in parte sopra i sepolcri di generazioni sparite dalla memoria degli uomini. L'ebreo scaccia il morto dalla dimora dei viventi, lontano, nei sinistri burroni, in preda allo strazio delle iene e dei cani. Nè fiori, nè alberi, nè ricchi monumenti, come appo i Romani. Un buco nella roccia è la tomba d'un re. Il Rabbì chiamava i suoi nemici dei sepolcri.
Le due sorelle di Lazzaro, trovandosi dunque sole con quel cadavere, elleno che erano forse di già noiate di quel vivente collerico, inquieto, rabbioso, irritabile, egoista come tutti gli ammalati, si affrettarono a sbarazzarne la casa.
Lazzaro aveva vicino alla sua dimora una grotta, la quale poteva servire al bisogno da cantina, da stalla, o da sepolcro, protetta contro le intraprese dei cani e delle bestie feroci da una pietra appoggiata alla sua entrata. Marta e Maria avvilupparono il loro fratello in un sudario, l'attorniarono di coperte e lo deposero in quello speco.
— Se Lazzaro è morto definitivamente, dissero a sè stesse, e' resterà nella sua tomba; se non è che semplicemente caduto in letargia, come cento altre volte, non avrà che a respingere la pietra della chiusura ed uscire.
L'operazione del sequestro del corpo di Lazzaro compiuta, i vicini, gli amici, principiarono a venir a visitare le due sorelle per consolarle. Maria, la vaneggiante, conversava con loro, mentre Marta, la massaia, prendeva cura nel giardino dinanzi l'uscio, dei cani, delle pecore, dei colombi, e dei polli.
Verso la sera del secondo giorno da che avevamo lasciato Bathabara, Marta era occupata nel giardino in queste faccende, quando ci scorse da lungi e riconobbe il Rabbì.
Si precipitò al suo incontro, e gli raccontò tutti gli incidenti della morte del fratello. Il Rabbì si turbò e sospirò. Marta lo lasciò e andò ad annunziare secretamente il di lui arrivo alla sorella. Maria non seppe nascondere la sua gioia. Diede in un grido ed accompagnata dai vicini che le facevano visita, si avanzò verso il Rabbì che mi parve terribilmente preoccupato. Maria gli raccontò allora altri particolari della malattia, altri sintomi della morte. Gesù volle vedere, e si diresse verso la grotta. Egli intravedeva in questa avventura — l'ho già detto, ed egli stesso l'aveva detto — un'occasione di attestarsi in maniera strepitosa come figlio di Dio «a causa del popolo che lo circondava, e che poteva crederlo inviato da Dio[17].» La pietra della porta tirata da banda, vedemmo Lazzaro coricato, la testa verso l'apertura. Il Rabbì allungò la mano sopra di lui, la tenne lungamente su quella testa e su quel petto, poi pregò, gli occhi rivolti al cielo. Infine, sclamò:
— Grazie, Padre! tu m'hai ascoltato.
[17] S. GIOV., Cap. XI, v. 42.
Allora, indirizzandosi a Lazzaro, gli gridò con voce possente:
— Lazzaro, alzati e vieni fuori.
Lazzaro si alzò come dal suo letto, senza dare alcun segno di stupore nè di riconoscenza, e rientrò tranquillamente in casa. I suoi amici, che lo avevano creduto morto, portarono a Gerusalemme la notizia che il Rabbì di Nazareth l'aveva risuscitato.
Questa notizia non poteva a meno di giungere alle orecchie di Hannah e di Caifa. Essi seppero così che il Rabbì era di ritorno a Gerusalemme, e che veniva coll'intenzione la più determinata di provocarli. Hannah pensò che il Rabbì venisse altresì per avere con noi quella conferenza cui non ha guari aveva evitato partendo precipitosamente. All'indomani, benchè giorno di sabbato, Gionata figlio di Hannah ascese a Bethania per ricordare a Gesù l'impegno preso di incontrarsi coi delegati dei partiti.
Lazzaro, avendo ancora d'uopo di riposo, Gesù aveva accettato a desinare da Simone il lebbroso, invitandovi i suoi discepoli. Questi, sempre poltroni, non avrebbero voluto lasciar partire il Rabbì dalla Perea, dicendogli: Essi ti lapideranno. Ma uno di loro, ed io stesso, avendoli fatti vergognare di tanta vigliaccheria, essi avevano accompagnato il maestro, anticipando così di una settimana il loro arrivo per la festa. Seguirono dunque il Rabbì dal lebbroso.
Questa audacia lambiva la demenza nella sfida che il Nazareno portava ai Farisei.
La lebbra era appo gli Ebrei ed in tutta la Siria una malattia orribile, prodotta sovente da vizii infami. E considerata quindi come un castigo di Dio. Essa era però più frequentemente occasionata dalla mancanza di cure, dal sucidume, e dalla stranezza di un clima ardente e secco. Si riteneva dunque un lebbroso come un uomo colpito dalla collera di Dio; ed i libri sacri e la legge orale erano stati relativamente indulgenti classificandoli come morti: morti dinanzi la legge, i diritti civili e le consolazioni del Tempio. Un lebbroso non poteva entrare nè in una sinagoga, nè da un amico, nè in un pubblico uffizio, in nessun sito insomma ove altri uomini si riunissero. Era obbligato di portar nudo il capo, i vestiti fatti in certa maniera particolare, e di color giallo come le prostitute, e di gridare, quando passava per le vie: «Fate attenzione, un impuro!» Come un cadavere, egli non poteva restare una sola notte dentro le mura di Gerusalemme. Lo si scacciava fuori dalle porte della città nell'Hinnon e Giosafatte, nella valle della Gehenna e dei cadaveri, riducendolo a disputare un buco ai cani ed alle bestie feroci. Ecco perchè il ricco Simone aveva la sua abitazione nel borgo di Bethania.
Ora, un lebbroso non era soltanto una persona maledetta, ma la sua vista faceva orrore.