Part 9
— Allora che Dio sia col suo popolo, sclamò Hannah, con un tuono che significava che tutto era stato detto e che l'assemblea era ormai sciolta.
I delegati uscirono poco a poco, alcuni silenziosamente, altri dicendo qualche parola al sagan. Bar Abbas restò per ultimo.
— Ora, miserabile, gridò il sagan furibondo, mi spiegherai alla fine ciò che vuol dire l'attitudine impudente che hai presa stasera.
— Non l'hai indovinato?
— Io non indovino, rispose il sagan con tuono severo, io interrogo.
— Ebbene, ho voluto gettare la confusione in mezzo a degli spiriti che avrebbero potuto principiare a vederci chiaro. Non ci andavi di mano morta, tu, o sagan, a precisare, a scender nei particolari, e spiegare filo per filo tutti i segreti delle nostre operazioni, a svolgere l'andamento della nostra impresa! Diavolo! e non dubitavi tu che lo stesso onest'uomo che ha tradito i nostri fratelli della casa disabitata di Josafath, poteva forse trovarsi anche questa sera in mezzo a noi?
— Hai ragione, disse Hannah riflettendo.
— Ti ho parlato di Caifas: te lo denunzio nuovamente. Bisogna strisciare per vedere nei fondi tenebrosi. Io credo di averlo indovinato. Guárdatene bene. Tu sei minacciato pel primo da quella ambizione infatica, ma persistente ed astuta.
Hannah sorrise e non rispose. Bar Abbas continuò:
— Dopo tutto ciò che ho detto io, quella gente non sa più dove dare del capo, nè ciò che facciamo, nè ciò che faremo, nè ciò che dovrebbero far essi. L'amico di Pilato, anche se vuole denunziarci, ha perduto la pesta. Ti par dunque che quella gente lì debba pensare e sapere? Devon essi forse conoscere per quale strada li conduciamo al macello? Insomma: in tutto ciò che s'è detto questa sera, non c'è stata che una parola di sodo.
— Il profeta?
— Il profeta. Sì, dobbiamo fabbricarne uno. Egli sarà il tuo scudo, o sagan. E' ti covrirà nella lotta e tu t'innalzerai sopra di lui dopo il combattimento. Soccomberemo? Pilato lo sacrifica. Trionferemo? l'avveleni e prendi il suo posto. Tu non hai d'uopo certo che io t'insegni come si fanno queste cose. Un messia! se ne trova a tutti gli angoli delle vie, e sono cose molto utili. Le nostre provincie ne producono a ufo, e la canaglia non crede che in essi perchè parlano in nome di Dio. La canaglia non ha un orizzonte medio. Nel basso ove sta, la non scorge che fango, o, levando gli occhi, che Dio nel cielo. Tu non significhi nulla per essi, e quindi non hai presa su di loro, non hai alcun potere.
— È vero, disse il sagan.
— Allora, facciamo presto, improvvisiamo questo profeta. Ah! che peccato che non siamo nelle Gallie! ne ho vedute tante di drude o druide che non so come le chiamino.
— Ci penserò, disse il sagan riflettendo.
— In questo caso non ho più nulla a dirti. Dammi un mantello, e puoi, senza offendermi, offrirmi anche una tunica. Tuo figlio è della mia statura.
— Sì, fece Hannah. L'hai ben meritato; e questo in più.
E così dicendo il sagan diede a Bar Abbas un pugno di monete d'argento.
— Diavolo, diavolo, urlò Bar Abbas, intascando il denaro. Spero che troverò ancora all'angolo della via quella cialtrona che mi ha rubato la metà del mio mantello.
— Non dimenticar Giuda, disse Hannah.
Bar Abbas assentì col capo.
Justus non aveva assistito a quella riunione.
VIII.
Essi mi compiangevano e mi credevano perduto. Ah! se avessero saputo!
Caduta la benda dai miei occhi, mi trovai in un gabinetto ovale, col suolo a mosaico, le mura incrostate di marmo giallo d'Egitto, ed il soffitto di legno di cedro a rosaccie. Delle sedie d'avorio ornate di bronzo di Corinto, s'allineavano intorno al gabinetto, rischiarato vivamente da una lampada d'oro. Quello era l'_apodyterium_, — sala del palazzo d'Erode, per ispogliarsi prima d'entrare nel bagno — che io conosceva. Al di là, una porta mezzo nascosta da una tappezzeria di Mesopotamia. Scorgevo a me dinanzi il _tepidarium_, grande stanza quadrata, in mezzo alla quale si apriva un bacino d'acqua tepida, pari ad un piccolo lago, che ripeteva la fiamma dei numerosi candelabri d'argento che lo circondavano come una fila di colonne.
Due giovani schiave galle, addette al mio servizio, s'impadronivano dei miei vestiti, che caddero in un istante ai miei piedi. La vista dell'acqua aveva svegliata la mia sete. Domandai da bere. Mi fu presentata subito una coppa d'oro con due vasi di vino color ambra, ed un'anfora piena d'acqua. Io bevetti dell'acqua appena ingiallita da alcune goccie di quel vino, e sentii ritornar le mie forze. Vedendomi affatto ignudo in mezzo a quelle due belle schiave, arrossii. Una d'esse mi prese per mano e mi condusse nel _tepidarium_. In quell'istante una dolce musica si fece udire, ed uno sciame di giovani ragazze, tutte nude, incoronate di narcisi e di ninfee, irruppero da una sala laterale, si precipitarono nella vasca, e principiarono a nuotare verso di me, invitandomi in mezzo a loro.
Avevo ventitrè anni. La vista di tutte quelle beltà, tanto più pericolose in quanto il cristallo dell'acqua e il riflesso della luce ne aumentavano lo splendore, mi fece fremere dal piacere. — I colori si alternavano sulla mia faccia. D'un tratto, scorsi in un angolo di quella stanza, quasi nascosta sotto la tappezzeria di una porta, una figura di donna mascherata della sua _ricca_, e avviluppata in una stola che le scendeva dal collo ai piedi. Un lampo traversò il mio spirito. Mi dissi: Cosa vuole quella donna che si nasconde e che mi getta in mezzo a tentazioni così seducenti? Il cangiamento che s'era operato nella mia posizione mi dava a riflettere. Per uno sforzo di volontà, finsi l'indifferenza, e scendendo nella vasca d'acqua profumata, mi misi a nuotare ed a giocare colle ragazze, assolutamente come se fossi stato coi miei giovani amici nel Giordano, o nelle acque azzurre di Genezareth. Non poterono strapparmi neppure un bacio; e Dio sa che scrigno di bellezza e di gioventù era aperto dinanzi ai miei occhi! Giuseppe ne sarebbe stato vinto. Durante tutto il tempo che io restai a saltellare, a ridere, a cantare perfino, a giuocare con quelle naiadi rapite al Caucaso, alla Gallia, alla Spagna, alla Siria, quella donna non si mosse dal suo posto d'osservazione. Quando uscii dall'acqua, due schiave egiziane s'impadronirono di me e mi condussero al _calidarium_.
Se io non fossi già stato a Roma, avrei creduto che mi si conducesse in una sala di tortura. I muri erano coperti di una rete di tubi riscaldati a rosso da una fornace esterna, e che erano maggiormente riscaldati dal vapore che si sprigionava dal serbatoio d'acqua bollente che stava nel mezzo di quella stanza circolare. Mi sentii venir meno e mi lasciai cadere sopra uno dei seggi che occupavano le nicchie praticate tutt'intorno.
Immediatamente uno degli schiavi tirò una catena, ed uno scudo d'oro, che coronava il soffitto, s'aprì e mi inondò d'un soffio d'aria fresca e di una sensazione deliziosa. Ogni qualvolta la temperatura diveniva incandescente l'operazione dell'apertura della valvola si rinnovava, ed un soave languore s'impadroniva di me. In quello stato mi avvolsero in un mantello di lana scarlatto, e mi trasportarono in un'altra camera riscaldata in grado minore, ove gli schiavi principiarono l'operazione della frizione. Quando le mie membra furon rimescolate e le mie giunture disarticolate, gli schiavi mi fregarono con olio profumato. Mi sentii rinascere. Mi asciugarono infine con una dolce mussolina d'Egitto, e mi lasciarono godere di alcuni minuti di riposo.
Due schiave italiane mi risvegliarono quasi, presentandomi una bianca tunica ornata di frangie azzurre. Dopo avere pettinato e profumato i miei bei capelli biondi, li cinsero di una corona di rose, come per le vittime destinate al supplizio.
Durante tutto il tempo dell'abluzione e dell'abbigliamento, non rivolsi una sola parola ad alcuno; lasciai fare, come un testimonio o come un padrone.
Quando tutto fu in ordine, le mie unghie tagliate, i miei piedi profumati, un'altra schiava vestita tutta di bianco e celeste con una cintura di porpora, venne a prendermi. Quattro suonatori d'arpa la precedevano. Io conosceva il sito. Traversammo due o tre sale imbalsamate dalle esalazioni degli alberi e dai fiori del giardino, ed arrivammo infine nel _triclinium_ riservato, che il re Erode aveva fatto costruire per le sue cene voluttuose colla bella Mariamne, la più bella e la più amata delle sue nove mogli e delle sue numerose favorite.
Quella sala, di forma ovale, non era molto vasta. Il soffitto era mobile ed alternava secondo le ore e le fasi del pranzo, mostrando ora l'empireo gemmato di stelle, ora dei quadri di dii e di dee ignude, le cui voluttà esaltavano il cervello degli spettatori; altre volte cangiavasi in un nuvoleto bianco e rosato che aspergeva i convitati di una rugiada d'essenze odorose. Questa volta il soppalco rappresentava il firmamento: e' si avrebbe creduto di cenare sotto i raggi delle stelle. Delle colonne slanciate di malachite dai capitelli scolpiti e cesellati come un gioiello della regina Cleopatra, sostenevano la vôlta. Queste colonne facevano spiccare lo splendore delle pareti ricoperte di stoffe bianche di seta della Persia, ricamate a fiori e in oro, inquadrate in cornici pure di oro ornate di pietre preziose. Dieci piccoli quadri, squisitamente voluttuosi, pendevano dall'alto dei muri a cordoni di porpora e di oro. Il mosaico del suolo rappresentava la tavola di Giove in mezzo agli Dei. Le due finestre laterali, aperte sopra i giardini, erano mezzo nascoste da platani vigorosi innaffiati con vino. Tra i frammezzi, nel basso, si trovavano delle tavole di legni differenti incrostate d'argento, di bronzo, d'oro, di pietre preziose, qui rubini, là smeraldi, altrove amatiste o agate, e arricchite da medaglioni maravigliosamente dipinti. Su quelle tavole le schiave posavano i vasi, le ricche dapi — _lancula_ — le vivande.
Non c'era che un sol letto per due persone. Questo letto era di scaglia indiana, che pareva dell'ambra liquida, trasparente come il vetro e tutta venata d'azzurro. Era incrostata di fileti d'oro e di piastre di smeraldi e zaffiri. Questo letto era rimpinzato di piumini di cigno, e coperto d'una stoffa di seta ed oro color porpora. Un _monopodium_ ovale di madreperla, circondato da un cerchio d'oro scolpito ed ingemmato, si stendeva dinanzi al letto, la cui spalliera era leggermente curvata, e le cui braccia erano imbottite sofficemente dai cuscini di stoffa bianco-dorata. Del resto per farsi un'idea della ricchezza di quella tavola d'un re asiatico, si consideri che un semplice avvocato di Roma, Cicerone, aveva pagato la sua, così mi dissero a Roma, un milione di sesterzii (204,500 lire), ed un altro cittadino, Cæthegus, un milione e mezzo. Tutt'intorno a quella magica sala, delle statue d'alabastro, ignude, sostenevano dei candelabri che la rischiaravano come se il sole del mezzogiorno l'avesse inondata della sua luce. Dei vasi di fiori profumavano l'aere e accarezzavano lo sguardo.
Avanti di varcare la soglia, due schiave nubiane, una con un bacino d'oro, e l'altra con una stoffa di porpora, m'offersero a lavare le mani. Alla porta il maestro del banchetto mi ricevette e m'introdusse presso il mio ospite.
Le mie previsioni non m'avevano ingannato. Era Claudia, e Claudia sola, che m'invitava alla sua cena.
La sera dell'avventura della pantera, Claudia, distratta dalla festa che Pilato dava a Pomponius Flaccus, ai capi delle legioni e a diversi personaggi di Gerusalemme, non s'era ricordata di me. All'indomani, avanti di recarsi all'anfiteatro, fece chiamare Cneus Priscus e gli domandò conto della mia persona. Priscus le apprese che, dietro ordine di Pilato, egli mi aveva arrestato il giorno stesso, e m'aveva gettato nei sotterranei della torre Phasaelus.
Pilato nell'interrogatorio dei prigionieri non aveva raccolto elementi sufficienti per condannarmi alla croce od al circo, ma ne aveva saputo abbastanza sopra la mia condotta ed i miei sentimenti per diffidare di me. Egli aveva inviato Priscus da Caifa onde averne delle informazioni, e questi gli aveva risposto:
— Non ne conosco nessuno di più pericoloso a Gerusalemme. Si direbbe una femmina al viso, all'eleganza, alla mollezza, alla frivolità, alla noncuranza, ai gusti: guai a chi vi si lascia ingannare. La sua avvenenza è come le foglie che nascondono l'abisso; la sua eleganza è un'esca; la sua mollezza è l'elasticità dell'acciaio: la sua frivolità maschera l'opera di un Catilina: la sua noncuranza è il riposo d'una attività febbrile: i suoi gusti sono espedienti per riescire. Non principii, non fede, non cuore; dei sensi a suo talento, la parola che perde, il sorriso che uccide; il sangue, le lagrime e le carezze sono per lui semplici mezzi. Se si annoia strazia il cuore d'una donna, o mette a fuoco una provincia.
Questo ritratto astioso, in parte esagerato, in parte ridicolo, colpì Pilato, che diede ordine di sorvegliarmi. Priscus, per sorvegliarmi meglio, mi arrestò. Lo stesso ritratto, ripetuto a Claudia, affrettò la sua curiosità di vedermi. Per suo ordine Priscus mi condusse a lei, che assumeva di dare a Pilato delle convenienti spiegazioni.
Claudia volle mettermi subito alla prova. Assistè mascherata al mio bagno singolare, e ritirandosi mutò le disposizioni della cena, che doveva essere intima e semplice.
La ritrovai già distesa sul letto, bella come l'Ebe greca. I suoi capelli neri come la notte s'intrecciavano in una corona di rose non ancora sbocciate e scendevano in ricci sopra delle spalle ed un seno che si sarebbero detti l'Eden della voluttà. Era vestita di un velo rosa, quel tanto che bastava a rendere appetitosa l'immodestia. La si sarebbe presa per una statua greca che un Dio animava per le sue ore di frenetica ebbrezza. Si vedeva la sua carne palpitare sotto tutte le emozioni. Il suo seno dava la vertigine, meglio ancora dei suoi occhi se fosse stato possibile. Quegli occhi neri, profondi, grandi, vellutati, avevano uno splendore che ammortiva la luce ripercossa da tutto quell'oro e quelle pietre preziose. Le donne non si levavano i sandali per cenare; ma ella s'era lasciata togliere i suoi per mostrare un piede piccolo, bianco, elastico, arcano, delle gambe fine, ed il resto, sotto onde di velo, da dare i brividi a tutti i sensi. Aveva la bocca un po' grande: ma i denti scintillavano fra le sue labbra rosee e carnose, che invocavano i baci. Claudia era una di quelle donne che uccidono e che i morenti salutano con estasi: _Cæsar, morituri te salutant._
Vedendola n'ebbi come un abbarbagliamento, e per un momento mi credetti perduto; poichè bisognava esser Tiberio per domare, per rattenere, per fissare quelle belve dell'amore. Un lampo traversò il mio spirito. «Chi sono io per provocare tanto fasto? dissi a me stesso. Cosa vuole ella da me?»
Sì, io mi rivestiva di fatuità, quando ciò stava nei miei interessi; ma non ne avevo poi tanta per credere di avere addomesticato con un solo sguardo quella leonessa, che essa sola avrebbe incendiato un'orgia. Quella donna aveva dunque uno scopo. La sua condotta la denunziava. Avessi io fatto mille volte più che fatto non aveva per lei, fossi io stato mille volte più venusto che non mi era, ella avrebbe potuto ricompensarmi con un sorriso. Perchè dunque questi apparecchi d'una festa frenetica?
Non comprendendola, mi trincerai nella mia finta fatuità, ed attesi.
Vedendomi entrare, Claudia mi fece segno di andare a prender posto presso di lei, e col più grazioso sorriso mi disse:
— Siate il benvenuto, ospite mio, benchè sia la guardia del pretorio che ti ha qui condotto.
— Se mi fosse dato averla fossile, quella guardia del pretorio, le alzerei un cellario e l'adorerei, risposi. Orfeo traversò l'inferno, e al postutto non ritrovò che sua moglie.
Claudia sorrise. Sedetti a lei vicino. La sua testa sfiorava il mio petto.
— Ho un gramo cuoco, disse Claudia. Il mio Labdacus, nondimeno, è scolaro del famoso Mosquion, detto il Fidia dei cuochi, quegli che con i resti dei pranzi d'Atticus comperò due villaggi in due anni.
— Ho inteso parlare di quel povero diavolo a cui occorsero due anni per raggranellare la miseria di tre milioni. Un uomo come lui che dava al maiale il gusto dello storione, alle murene il gusto del cinghiale, che serviva dei ravani per acciughe, che conosceva la geometria, l'astronomia, la medicina, la pittura e la scoltura, mettere due anni per comperare alcune centinaia d'uomini e poche leghe di terra? Era un povero taccagno quell'Attico!
Le schiave che dovevano versarci il vino, presentarci le coppe, aspergerci di foglie di rose e rinfrescarci con le penne di struzzo, erano già al loro posto. Ad un segno dell'eunuco soprintendente al banchetto uno sciame di schiave di tutti i colori, mezzo ignude, come la loro padrona, irruppero nella sala, le une portando dei vasi o dei bacini, le altre sostenendo un immenso vassoio contenente il primo servizio.
— Ho ommesso, disse Claudia, tutte le ostentazioni, i giuochi, le facezie; ho ommesso perfino i due nani che Tiberio ha fatto allevare per me entro dei tubi, e che sono ancora più piccoli di Conopa, il nano d'Augusto, che pure non era alto che due piedi e mezzo. Ti do da mangiare soltanto, non t'invito ad una festa romana. Devi aver fame, a quello che mi fu raccontato.
— Fame! Ahimè! la fame è una voluttà che Dio ha serbata alla plebe, che neppur ne lo ringrazia. Io non principio ad aver fame che al sesto giorno dopo l'ultimo mio pasto.
— È peccato che non l'abbia saputo prima, mormorò Claudia; ti avrei procurato questo piacere, facendoti godere per qualche giorno di più dell'ospitalità della torre Phasaelus.
Il primo servizio era composto d'ova, olive bianche e nere d'Atene, cotogni del Libano conditi con miele e papavero, dei sanguinacci arrosti serviti sopra un letto di prune della Siria, e pasticceti di melogranate, di lattughe, e di _garum_ (il _caviale_ dei nostri giorni) che si paga alla libbra quel tanto che basterebbe a mantenere una legione.
— Ti piacciono le ova? mi domandò Claudia, mentre una schiava egiziana ci presentava un paniere d'argento e ce ne offriva sopra un tondo dell'istesso metallo.
— Sì, risposi io, ma ite in pulcini.
— Peccato, replicò Claudia, perchè eccole lì che se ne vanno in canari.
Infatti, rompendo le nostre ova di pavone, ne volò fuori un piccolo uccellino giallo, nel tempo stesso che una uccelliera s'apriva all'altra parte della sala e la riempiva d'un nuvolo d'uccelli di tutti i colori. Si sarebbe detta una pioggia di pietre preziose. Svolazzarono per un momento e poi fuggirono dalle finestre che davano sul giardino.
Da due giorni, io non aveva nel mio stomaco che due ova; Claudia lo sapeva. Nondimeno mi limitai a sfiorare quelle vivande che avrei voluto divorare.
— Pare che ier sera Cneus Priscus abbia avuto la inaccortezza di arrivare nella tua casa all'ora della cena, e che abbia attristato un bel visino.
— Sì, quel povero Bar Abbas, la cui parte dritta della faccia scappa a furia per non veder la sinistra.
— E nessun altro?
— Ah! quell'ipocrita di Justus, forse, che mi sta sempre alla cintola, striscia sempre a me vicino, arriva sempre avanti di me, e gode le delizie che io mi sono preparate.
— Anche del bel musino color d'ottone.
— D'ottone! Dell'oro purificato e bronzato ai raggi del sole, vuoi dire. Una donna bianca? Andiamo, via! La nera è la schiuma della grande caldaia della creazione; la bianca è la diluzione finale, esausta; la donna dalla tinta del bronzo levigato, l'è il metallo in ebullizione, purificato, vigoroso, ricco di tutta la sua forza, di tutto il suo valore. La donna bianca è la convalescente della specie.
— To', rispose Claudia ridendo, non mi credevo poi tanto ammalata. Una donna color di casseruola deve piacere ai guatteri.
Ci versarono del vino speziato di miele e cinnamomo. Poi, ad un segno dell'eunuco, le schiave si gettarono sulle vivande del primo servizio e tutto sparì in un batter di palpebra. Una schiava gaditana ci presentò del pane sopra un timballo d'argento. Un'altra mano di schiave, ancora meno vestite delle precedenti, entrarono allora nella sala, avendo alla lor testa un uomo con una lunga barba nera, vestito da mago, con una bacchetta d'ebano alla mano. Esse portavano sulle spalle un altro immenso vassoio coperto di una campana d'argento. Seguivale il cuoco Labdacus in persona, tutto vestito di bianco, preceduto da due maghi e seguito alla sua volta da una schiava nubiana che teneva nelle braccia un piccolo burchiello d'oro. Quando le nuove masserizie furono posate sopra le tavole, e che i vassoi furono scoperti, vedemmo servire sul nostro desco dei fagiani, del selvaggiume, una testa di cinghiale contornata da tordi, dei pasticci, dei crostacei; una lepre alata come il cavallo di Pegaso. Nella piccola barca nuotava uno storione in un mare di salse, in mezzo a triglie ed a piccole orate; e sopra una piccola conca a quattro bacini d'oro, quattro satiri accoccolati, che versavano dal ventre, quando era compresso, un liquore piccante ed aromatico, a differenti sapori, onde servir di condimento allo storione. Poi delle ostriche di Bretagna ingrassate nel lago Lucrino, un'anitra a datteri della Tebaide, una lacca di orsacchiotto, dei fegati di beccaccia al tamarindo, delle lingue di capriuolo al comino, una murena alla senape, delle lumache sopra una graticola d'argento, e dei legumi d'ogni sorta. Claudia bevette soltanto qualche goccia di vecchio Cipro, rassomigliante all'oro in fusione, e del secas, ossia succo di palma. Io gustai appena quei vini capitosi, vecchi d'un secolo, di cui i Romani erano altrettanto ghiotti quanto vani.
— Se la danza o la musica possono rallegrare questa cena, ho delle schiave che cantano e suonano così bene, che Tiberio le pagherebbe una provincia ognuna.
— Non conosco nulla di più volgare che il diletto della musica, risposi io, alzando le spalle. La musica è come il pane: tutti ne mangiano. Cosa è al postutto il canto?
— Diamine! il canto...
— Perdio! è l'epilessia del sospiro, il sussulto del grido; mentre che il suono è la contorsione d'una budella di cui si è fatto un Prometeo attaccato ad un pezzo di legno.
— Per altro, credo che la Giudea ebbe un re che suonava l'arpa.
— Per lo appunto. Ma perchè prima d'esser re era stato capraio. Quanto a me, io non conosco che una sola musica: il bacio; e mi vi tengo, fino a quando non potrò regalarmi di quelle canzoni che un re di Siracusa si faceva cantare da dei virtuosi chiusi nel ventre d'un toro di rame arroventato.
— Non contesto punto il gusto del tiranno di Siracusa, replicò Claudia ridendo: aveva del buono sicuramente. Ma non ammetto la musica del bacio. Un bacio l'è un _cuac_!
— Sarei tentato di provarti il contrario, mi sclamai io.
— Come! e la donna dalla faccia di pentola?
— Non è là che sta il pericolo, dissi sospirando.
— Ci sarebbe dunque una retroguardia? interrogò Claudia.
— Credo che ben presto la formerà tutto l'esercito.
— Davvero! Raccontami come sta questa faccenda.
— Non si raccontano i sogni. Raccontandoli perdono la doratura e non resta che il rame.
— Di' pur su; ti prometto di cambiarti codeste rame in oro.
— Ah! se ti prendessi in parola! risposi appoggiando le mie labbra sopra un riccio dei suoi capelli, che un suo movimento aveva avvicinato al mio viso.
La sentii fremere: impallidì, ma ebbe l'aria di non accorgersene.
Io non aveva commesso che un'imprudenza; avevo gettato uno scandaglio. Ahimè! doveva uscirne una catastrofe.