Part 5
Allettato dal sangue della vigilia, il popolo si mostrava oggi di buona voglia. Lo spettacolo non prometteva egli di essere ben atroce? Si udivano qua e là ridere le donne, gli uomini smettevano la loro gravità, e s'imbrattavano la faccia con grappoli d'uva, e là ove trovavasi Bar Abbas era un susurro, uno scattar di lazzi, una gesticolazione animata, un vociare alto, un tale sconcio diavoleto infine che pareva d'essere al mercato dei legumi.
Credetti per un momento che quel monellaccio intavolasse da un capo all'altro del circo una conversazione con me, o con Pilato, o che scoccasse dei baci a Claudia, e dei torsoli di cavolo a Pomponius Flaccus. Bar Abbas aveva portato sotto il mantello un piccolo maiale, che aveva trovato non so dove, poichè quel quadrupede è cosa rarissima ed antipatica nella Giudea ed a Gerusalemme. Lo mostrava di tanto in tanto, lo mordeva all'orecchio, e lo faceva grugnire come un ossesso. È in questa guisa che si era procurato un posto, e molto comodo, avendo messo in fuga tutti i suoi vicini; di maniera che se ne stava tanto comodamente quanto Pilato.
Al tocco, gli abitanti del palazzo d'Erode arrivarono, e si posero nei loro posti come il giorno prima. Qualche minuto dopo, le trombe suonarono per annunziare che lo spettacolo cominciava. Questo fu il segnale per i bestiarii di sollevare le grate di ferro alle bestie feroci, per i guardiani di condurre i prigionieri, e pel popolo ebreo di levarsi come un sol uomo e scappar fuori dall'anfiteatro. Il vuoto più assoluto si fece quindi intorno a Pilato, a sua moglie ed al governatore di Siria, ai due lati dove stavano.
Justus ed io restammo soli, vicinissimi a Claudia. Io sperava di vedere la maliarda del giorno precedente.
Claudia, Pilato e Flaccus si guardarono negli occhi.
L'effetto di quella protesta non durò lungamente. Altri oggetti vennero a far diversione.
I guardiani del circo collocarono al fondo del circo i sei condannati.
Li avevano coperti di una camicia rossa, credo pel decoro dello spettacolo, perchè i loro abiti erano stati ben maltrattati nelle vicende dei giorni precedenti. Moab, questa fiata, era voltato dalla parte di Claudia. Tutti sei, s'erano piantati all'estremità del recinto, dosso contro dosso, serrati, le braccia incrociate al petto, la diritta armata del pugnale in avanti. E' formavano come un pilastro: e non un muscolo del corpo loro, o della faccia, tremava. Soltanto parevano molto pallidi. Con la testa e i piedi nudi — quella panoplia vivente serbava ancora un aspetto formidabile. Gli occhi giravano nelle loro orbite lanciando degli sguardi terribili. Quei denti serrati, quelle bocche semiaperte per respirare un alito potente, quelle narici dilatate promettevano una lotta terribile: la carne morderà forse la bocca che vorrà divorarla.
Ma quelle bocche altresì, erano spaventevoli.
Appena i bestiarii ebbero sollevate le grate, situate non alle due estremità dell'anfiteatro, ma ai lati, ecco da una parte lanciarsi come in un gruppo solo dieci tigri, dall'altra strisciar fuori come un fiotto dieci coccodrilli.
Un fremito di piacere, anzi che di terrore, corse in tutte le fila.
Il silenzio era completo.
Le tigri entrarono prime. I loro sguardi furono all'istante colpiti dalla presenza della folla che siedeva tutta intorno e di quel gruppo rosso ed immobile che era più vicino ad esse. Le loro narici fiutavano un odore forte, acre e pestilenziale. I coccodrilli coi loro occhi piccoli e rossastri scorsero a prima vista le tigri che stavano loro di faccia: e d'uno sguardo di traverso, a dieci passi dalla loggia di Claudia, i condannati. Tigri e coccodrilli compresero immediatamente, per istinto, che il loro più grande pericolo non veniva dagli uomini. Tosto le due bande sostarono per osservarsi reciprocamente. Le tigri si accosciarono ventre a terra, la testa allungata, lo sguardo fisso e come affascinato. I coccodrilli si serrarono in linea, l'uno toccando l'altro, non dando segno di vita che per un movimento inquieto degli occhi. Uno solo fra essi, il più vecchio forse, una bestia enorme, indietreggiò fino alla parete dell'anfiteatro, e col ventre appoggiato contro il muro cominciò a farne lentamente il giro a ritroso.
— Olà, tigri, principi miei signori, gridò Bar Abbas dal suo posto, attenti! attenti! ecco il sagan Hannah che vi minaccia alle spalle.
Un grande scoppio di risa accolse questa giullarata, ed il nome di Hannah restò al coccodrillo della retroguardia.
L'esitazione dei due eserciti non durò a lungo. I coccodrilli si decisero i primi. Essi avevano confidenza nelle loro corazze, come arma difensiva, e nei loro rictus — vere voragini irte di pugnali — come arma offensiva. All'uopo, la loro coda di porco avrebbe servito di clava.
Le tigri compresero che non avevano che a tenersi bene, e si tennero bene. Uno dei coccodrilli, il più giovine, fece un passo avanti, levando il capo radendo col ventre la sabbia, giacche è al ventre ed alla gola soltanto che quei mostri sono vulnerabili. Il movimento audace del primo trascinò gli altri; la banda intera, comprendendo la forza della sua solidarietà, avanzò. Le tigri non lasciarono la loro posizione; solamente da accovacciate che erano si appoggiarono sulle loro piote, come per prendere uno slancio. Questa prudenza sembrò senza dubbio disonorante per uno di essi, che gettando un urlo soffocato spiccò un salto di fianco, isolandosi dai suoi colleghi. Dopo questo primo salto, quel tigre audace ne fece un secondo da un altro verso, tentando una diversione, e con un terzo, si slanciò sopra il coccodrillo dell'estrema sinistra. Esso calcolava forse di piombargli sul dorso, ed impegnar la lotta su quel terreno roccioso. Ma aveva mal calcolato lo slancio. Il coccodrillo minacciato fece un piccolo scarto da parte, e ricevette il tigre nella sua bocca. Fu affar d'un minuto. In un lampo si vide il tigre tagliato in due, e il coccodrillo rovesciato sul dorso, col collo orribilmente lacerato.
— Bravo! gridò Bar Abbas: l'onore è intatto dalle due parti. Se per altro avessero pensato a profumarsi l'alito sarebbe stato migliore.
Infatti l'aria ne era infettata.
Mentre che due membri dei campi opposti avevano impegnato quello sconsigliato duello, il resto dei combattenti, non cessava di sorvegliarsi. Il risultato di quella prova, sembrò per altro impressionare i coccodrilli, che si credevano invulnerabili come Achille. Essi indietreggiarono leggermente. Al contrario le tigri, alla vista del primo sangue, cominciarono ad agitarsi.
Non una di esse stava adesso tranquilla e silenziosa. S'udiva un ruggito sordo come il borbottare lontano del tuono. Il gruppo si ruppe. Mentre quattro o cinque si davano a scambietti fantastici, le altre si tenevano ferme al loro posto.
I coccodrilli non comprendevano niente di quella danza pirrica dei loro nemici. E' si sbrancarono per seguirli cogli occhi, e forse, prenderli al volo. Ma in sul più bello di questa evoluzione sentirono che le tigri danzatrici, piovevano sui loro dorsi come tanti blocchi di granito, mentre le altre facevano un movimento di fianco per assalirli di dietro. La mischia cominciava.
Le tigri s'erano accampate sui dorsi dei loro nemici, e dopo aver provato colle zanne e le unghie, di sdruscirne le dure squame, li abbracciarono, e cominciavano a straziare l'epidermide più tenera del ventre. Così dilaniati, i coccodrilli si rovesciavano, e quelli che non potevano colpire il loro nemico fuori di portata, divoravano l'inimico aggrappato al dorso del fratello vicino. In un volger d'occhi l'arena fu gremita di visceri e di brani di carne. Cinque coccodrilli e quattro tigri erano morti.
Restavano ancora sei tigri, quattro coccodrilli e il solitario che Bar Abbas chiamava Hannah, il quale continuava il suo giro d'osservazione lentamente, non perdendo mai di vista il campo di battaglia, nè staccando mai il suo ventre dai muri del circo. Ogni prudenza era ormai cessata. I combattenti erano in preda al furore. I quattro coccodrilli insanguinati inseguivano le tigri, strisciando rapidamente, presentando sempre il loro rictus formidabile, ghignando atrocemente. Le tigri saltabeccavano con rapidità vertiginosa da ogni parte, il più alto che potevano, di maniera che i coccodrilli obbligati a tener la testa volta in su, lasciavano scoperto il collo ed il fianco. Le tigri attaccarono per di dietro. E l'attacco ebbe luogo ai piedi dei condannati, forzati così ad entrare in battaglia.
Qui avvenne qualche cosa di spaventevole, di impossibile a raccontarsi, perchè gli occhi non ebbero tempo di seguire l'azione.
Vedemmo succedersi due truci gomitoli che rotolarono nell'arena. Il primo delle tigri aggraffate ai coccodrilli, dilacerantili, e ritirantisi esse stesse straziate; il secondo, dei prigionieri gettatisi su ciò che restava di quelle bestie feroci, tigri e coccodrilli, accollacciantisi, e rivolgentisi nella sabbia. Il sangue spruzzava fino a noi. C'era come una pioggia di lembi di carne, che volteggiava nell'aria. I coccodrilli restarono a mezza via, estinti, distrutti. Ma quel gruppo delle tigri aggrappate agli uomini, e di uomini attaccati alle tigri, ora gli uni avendo il disopra ed ora le altre, rotolò a balzi fino all'altra estremità del circo, dove si fermò, come una massa ammadiata di sabbia, di sangue, di pelli, di carne e di stracci.
Un momento si credette che tutto fosse finito, e Bar Abbas già domandava gli onori del trionfo pel prudente Hannah, che s'era tenuto a parte della mischia. Ma ben tosto quel mucchio fangoso si animò nuovamente.
E allora vedemmo una testa spiccar dalle viscere di una tigre, e sollevarsi con una precauzione infinita; poi una mano, tergere il sangue dagli occhi. Il possessore di quella testa e di quella mano guardò da prima il carnaio ove si trovava, poi attorno attorno, come chi si risveglia da un sonno d'ubbriachezza. Questa ispezione non fu lunga. Immediatamente un essere che aveva le forme umane, uscì da quella pozzanghera infetta, e saltò in mezzo dell'arena, avendo cura di munirsi d'un pugnale.
Nessuno a prima visto riconobbe quell'uomo. Era nudo, ferito, e come emerso da un bagno di marciume e di sangue. Raccolse un lembo di clamide, e si rasciugò il viso per vedere. Allora potemmo riconoscere Moab. Egli guardava stupidamente intorno a sè. Ma un grido di Bar Abbas lo riscosse in sussulto.
— Moab, in guardia, in guardia, Hannah entra in battaglia.
Difatti, il vecchio coccodrillo, vedendo che gli restava ancora un pericolo in quel coso vivente che si agitava all'altra estremità del circo, girò rapidamente e andò diritto verso di lui.
Non c'era tempo a riflettere. Il coccodrillo spiegava adesso altrettanta attività, collera e decisione, quanto aveva fin qui mostrato di calma. Moab, ferito, non poteva più correre a sua voglia. Il coccodrillo si spingeva sempre più avanti. Non avendo più la celerità per difesa, non restavagli che l'astuzia. Moab afferrò un blocco di carne e di stoffa in quella pasta sanguinosa che gli stava vicino, prese posizione, ed aspettò.
Il coccodrillo marciò sopra di lui con l'abisso della sua nera gola spalancato. E' si rizzò per inghiottire l'uomo. L'uomo cacciò il suo gomitolo di carne nella voragine. Non avea che un secondo di tregua. La pillola non soffocava il coccodrillo: e' l'inghiottiva. Ma in quel lampo di sosta Moab si gettò ventre a terra, saltò alla gola del mostro, col suo pugnale, lo squartò d'alto in basso e si tenne avvinto al suo collo come ad un albero. Il coccodrillo si dibattè ancora alcuni minuti, poi, nell'ultimo spasimo dell'agonia, slanciò a dieci passi lontano Moab svenuto, tanto per l'orribile fetore della bestia quanto per lo sforzo fatto.
I guardiani del circo accorsero allora, onde spazzare quelle carcasse, e trovarono Moab ancora vivente.
— Grazia, grazia, cominciò a gridare la folla.
Ma avanti che Pilato avesse tempo di decidersi, Claudia aveva alzato la mano col pollice ritto come le vestali romane. La grazia era accordata. Si trasportò Moab per la _sanavivaria_, e lo si lasciò alle cure dei medici.
In pochi istanti, gli schiavi sbarazzavano l'arena, ed aprirono alcuni vomitorii onde disinfettare l'aria il più presto possibile; poi con dei rastrelli coprirono di sabbia le pozze di sangue. La seconda parte dello spettacolo principiava.
Le trombe suonarono.
Il direttore dei giuochi fece aprire una porta di fianco, e sei cavalieri entrarono nell'arena.
Erano sudditi di Aretas re di Petra. Le loro tuniche gialle armonizzavano coi loro visi bruciati dall'alito del deserto, e coi loro magnifici cavalli neri della Numidia. Portavano sul capo un superbo turbante celeste, colore della loro tribù, ed erano armati di spade, giavellotti, pugnali, e d'uno spiedo. I cavalli non portavano sella nè briglie.
Dal lato opposto del circo, si condussero i sei condannati vestiti di una leggera tunica rossa, la testa ed i piedi nudi, armati soltanto di una daga romana.
I cavalieri fecero il giro del circo, e si fermarono in isquadrone sotto il podium. I sei condannati vennero a mettersi davanti a loro alla testa dei cavalli.
Allora il cancello sotto la loggia di Claudia si alzò, e dodici leoni con lunga criniera irruppero nell'arena.
Passando dalle tenebre dei loro antri alla luce del giorno, sembrarono come abbagliati. Gli uni sbadigliarono, gli altri ruggirono, alcuni si misero a sgambettare, mentre ve n'era che si ruotolavano con voluttà nella sabbia. Cosa era l'uomo per questi re del libero spazio perchè essi dovessero prendersene pensiero o accorgersi della sua presenza? Ma l'uomo non sembrava neppur egli tocco da quel formidabile pericolo. I cavalli soli tremavano, e si ricoprivano di un sudore agghiacciato. Essi allungavano le loro sottili teste sopra le spalle dei condannati allineati dinanzi a loro, come per implorarne protezione. Un nitrito imprudente scappato al più pauroso, li denunziò ai leoni.
In un lampo, e' si rizzarono tutti, orecchie tese, faccia al vento, occhio scrutatore: e scoprirono di rimpetto il nimico e la preda che li attendeva. I leoni per altro non si affrettarono. Alcuni, odorando l'aria o battendosi i fianchi colla coda, sedettero sopra le lacche, mentre gli altri fecero lentamente un movimento in avanti.
Uno dei cavalli, il più spaventato, vedendo avvicinare il pericolo, si slanciò e cominciò a correre pel circo, demente e scapigliato, trascinando il suo cavaliere. Questo fu il segno della caccia e del combattimento.
Tutti i leoni corsero dietro al fuggiasco passando come turbine dinanzi al gruppo dei cavalieri. Questi lanciarono i loro giavellotti in mezzo a quella muta infernale, per attirarla a sè e liberare così il loro disgraziato compagno. Quattro o cinque leoni, feriti, si fermarono di fatti, e vedendo di dove era loro venuto il dolore e l'attacco, fecero fronte gettando un ruggito che incusse sgomento negli spettatori. Il fuggitivo fu raggiunto.
Egli abbattè un leone che aveva abbrancato il collo del cavallo; immerse il suo spiedo nella gola d'un secondo, che gli aveva afferrato la coscia colle sue zampe. Ma due altri leoni avevano azzannato per di dietro il cavallo, che si abbiosciò dal terrore sotto il suo cavaliere. Cavallo e cavaliere perirono. Nondimeno il terribile Siriaco, morendo, ebbe ancora il coraggio di immergere il suo pugnale nel fianco d'un terzo leone.
Dall'altra parte, quattro leoni piombarono sopra la banda che stava ferma sotto il podium. I condannati li ricevettero sulla punta della daga, i cavalieri sui loro spiedi. V'ebbe un istante in cui non si distingueva più nulla. Ad un punto, quattro cavalieri furono travolti dai loro cavalli che nitrivano di spavento. Tre uomini a piedi, un cavallo col suo cavaliere e i quattro lioni, non si alzarono più. Uno dei combattenti, ferito mortalmente, rotolava dalla sua cavalcatura, e arrestava, come il pomo d'oro di Atalanta, le bestie feroci che lo inseguivano. I giavellotti solcavano l'aria del circo. Menahem s'impadronì allora d'uno spiedo, e saltò sul cavallo che volava nel ricinto come un'aquila. Gli uomini a piedi, tutti feriti, corsero sopra i due leoni che facevano strazio del cavaliere caduto. Là s'aprì un combattimento come nell'Iliade sul corpo di Patroclo. I cavalieri, non potendo padroneggiare i loro cavalli, la cui paura sembrava delirio, attirarono fuori della lotta i tre leoni di cui erano inseguiti, aiutandosi dei loro giavellotti e dei loro spiedoni. I due uomini furono messi a brani ed i leoni feriti gravemente, Menahem ne uccise un altro, ma due cavalieri soggiacquero ancora.
Non restava dunque più fra i condannati che Menahem leggermente ferito, ma il cui cavallo era intatto. Cinque dei Siriaci del re Aretas, erano estinti. Otto leoni erano stati ammazzati, e gli altri quattro vagavano feriti intorno al circo. Due uomini dunque contro quattro leoni; partita in equilibrio.
Menahem prese l'iniziativa, ed assalì. Uno dei leoni gli saltò sopra, mentre ch'egli uccideva l'altro conficcando nel suo potente petto la daga che appoggiava sul suo cavallo fino a rovesciarnelo. L'ultimo dei Siriaci lo disimpegnò, uccidendo quel mostro per di dietro, traversandolo da parte a parte. Nello sforzo, per altro, l'infelice Siriaco perdette l'equilibrio, e cadde. E' si trovò fra gli artigli dei due ultimi leoni i quali, feriti mortalmente, ebbero però ancora bastante forza per ridurlo a minuzzoli. Quando Menahem, rialzandosi, accorse in suo aiuto, fu a tempo per finire i leoni ma non per salvarlo. Quindi, di tutto il combattimento, restava solo Menahem ferito, ed un cavallo, il quale era ito a morire a pochi passi da lui, esausto dalla fatica e dal terrore più che dalle ferite.
La prova però di quel disgraziato non era ancora finita. Doveva scontrarsi ancora con quella terribile pantera che si diceva fosse più temibile che tutte le tigri ed i leoni già uccisi.
Ad un segno di Pilato una grata si alza, e la pantera è messa in libertà, innanzi che Menahem abbia il tempo di riaversi. Egli aveva un braccio divorato, il fianco sdrucito, ma la mano diritta intatta, le gambe sane, e ogni specie d'armi a sua disposizione. Gli schiavi non avevano spazzato fuor dell'arena i cadaveri e le carcasse dell'ultimo massacro.
Uscendo dalla sua tana, e trovandosi in mezzo a tutta quella carnificina, la pantera sembrò per un istante sorpresa. Indietreggiò, si postò al muro, o piuttosto si accosciò sotto un fremito vertiginoso che s'impadronì di tutto il suo corpo. L'istinto le rivelava la presenza di un inimico che aveva causato quell'eccidio d'individui della terribile sua razza. Non monta pel cavallo, non monta per l'uomo, ma chi aveva ucciso tutti quei leoni? Tutto quel rosso l'abbagliava o meglio l'affascinava.
Allungò il grugno non pertanto sopra una di quelle pozze di sangue e la leccò. Quella libazione cominciò a inebbriarla. Un giavellotto che la colpì sulle narici la fece balzare. Allora comprese il pericolo, e scoprì l'inimico. Menahem si avanzava. Questa volta era l'uomo che dava principio alla caccia.
Menahem conosceva le pantere, le tigri, i leopardi, gli sciacalli, come i cani ed i gatti della casa paterna. Egli passava le giornate intiere nelle solitudini del deserto, per stanare quei formidabili devastatori delle greggie di suo padre.
Il dolore raddoppiò il fremito della pantera. Si slanciò su Menahem, che si tirò da una parte e la punse dello schidone. Egli si divertiva ora. La pantera si mise a sgambettare pel circo. Menahem la seguì, scoccandole soltanto dei giavellotti. Voleva ucciderla sotto la loggia di Claudia. La pantera balzava urlando orribilmente, si aggrappava alle sbarre della grata delle bestie ed a quella che serviva di riparo agli spettatori della prima fila, i suoi sbalzi erano prodigiosi, ma ovunque trovava degli spettatori che la impaurivano. Menahem la incalzava senza ressa, incrociava i suoi salti, la spingeva, l'incalzava sempre più verso il sito ove voleva ucciderla, sbarrandole la strada, e non cessando di tormentarla coi giavellotti. Il terrore della pantera divenne demenza. Il suolo le sembrò mortale da per tutto.
Essa mirò allora a quella parte dell'anfiteatro, che gli Ebrei avevano lasciata vuota per manifestare a Pilato il loro orrore. Menahem la rigettava verso quel sito. La pantera, ridotta all'estremo, fece un prodigioso salto. Passò al disopra delle sbarre che proteggevano gli spettatori, e venne a cadere a dieci passi da me e da Justus, vicino a Claudia. Un grido di terrore scoppiò in mezzo alla folla, ed un mortale salva chi può cominciò. Claudia si alzò in piedi, e strappò dai suoi capelli quel piccolo pugnale lungo ed affilato, di cui le Romane facevano uso per tenere confitti sulla loro testa il giro di capelli posticci che formavano torre. I centurioni, il governatore di Siria che le stava vicino, suo marito, tutti si disponevano a coprirla del loro corpo. Io mi alzai pure sguainando il mio pugnale.
— È una Romana, disse Justus, tirandomi della falda del mantello.
— È una donna, risposi, collocandomi in guisa che la mia spalla toccasse la persona di Claudia, separati soltanto dal cordone di seta che segnava la demarcazione fra i Romani e la loggia. Claudia udì la parola di Justus e la mia risposta.
In questo mentre la pantera si rialzava. Trovandosi in faccia ad un nuovo pericolo, quando forse si credeva salvata, entrò in furore. Fece un balzo per gettarsi sopra di me o di Claudia. Io l'aspettava al varco, il braccio steso, il tallone sinistro appoggiato solidamente al muro del vomitorio, e la gamba diritta in avanti. La pantera venne a rovesciarsi su me. La ricevetti sul pugnale, ove s'infilzò. Il contraccolpo mi fece piegare sui garretti, e mi respinse così vicino al petto di Claudia, che l'alito ardente della belva ci percosse a entrambi la faccia. Il pericolo era immenso. Con uno sforzo immenso rigettai la pantera nel circo, e Menahem, che alla sua volta l'attendeva, la ricevè sul suo spiedo e la sterminò.
— Il tuo nome, mi disse Claudia, per nulla spaventata di ciò che era accaduto sì vicino a lei.
Io la guardai, poi salutandola con un sorriso, le risposi:
— Sei molto bella, o Romana.
E mi allontanai.
— Seguilo, la intesi dire a Cneus Priscus, che stava dietro a lei.
— Lo conosco, rispose il centurione.
Egli mi conosceva! Bel miracolo!
Chi era io?
V.
Chi era io?
La storia della mia famiglia si confonde con quella del mio paese.
Due giorni dopo quel macello d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, fatto dai soldati d'Antioco nelle caverne del deserto che si stendono dalle vicinanze di Betlemme al Giordano, — perchè gli Ebrei, essendo giorno di Sabato, non si difesero — un adolescente di sedici anni si presentò a Mattatia, il padre dei Maccabei, e domandò di battersi contro il nemico d'Israele. Quell'adolescente si chiamava Gad, e veniva da Kariot. Suo padre l'inviava, ma era troppo povero per dargli delle armi. Mattatia lo provvide di una spada.
— È troppo brutta, disse il giovincello al gran sacerdote, non la voglio.
— Ma allora, ragazzo mio, con che cosa ti batterai?
— Con questo, rispose Gad, tirando di sotto la sua tunica una specie di coltellaccio, un lungo pugnale, fino a tanto che io mi abbia conquistato delle armi che mi vadano a genio.
L'occasione non si fece aspettare.
Mattatia morì poco stante. Giuda gli succedette, e il suo primo scontro con Apollonius, generale dei Samaritani, ebbe luogo. L'esercito nemico fu battuto. Apollonius ed alcuni dei suoi luogotenenti cercarono di arrestare gli Ebrei, ma Giuda Maccabeo e Gad si gettarono sopra di loro come due leoni e li uccisero[5]. Gad prese le armi bellissime d'uno dei capi dell'esercito di Apollonius, che sono sempre state di poi le armi dei miei antenati, e sono tutt'ora le mie.
[5] JOSEPHUS, _Antichità_, Lib. XII, cap. VII.