Part 4
— Sta bene, rispose il procuratore: non ho consigli a prendere dal popolo ebreo, e non ho conti da rendere che a Cesare. So quel che faccio, e quel che faccio è ben fatto. La città ha bisogno di fontane, ed io voglio farle. Se il popolo ebreo trova che agisco male nell'adoperare l'offerta, invece di aggravarlo con un'altra tassa, e fa come l'asino, che, soccombendo sotto il peso, dà delle calciate al padrone, che si affretta ad alleggerirlo. Ecco la mia risposta. Andate.
— Dunque, dimandò Justus, l'acquedotto sarà finito, e l'offerta continuerà ad essere spesa in quella costruzione?
— Sì. Andate.
La deputazione salutò e partì.
La folla rumoreggiava di già al racconto fantastico che Bar Abbas le tratteggiava dell'accoglimento ricevuto. Quando gli altri commissarii vennero ad annunziargli che la volontà di Pilato era incrollabile, che i lavori dell'acquedotto non sarebbero sospesi, la tassa del Tempio non rispettata, un grido immenso partendo dalla piazza del Pretorio, circolò di strada in strada, di fila in fila, da Sion al Moriah, dall'Akra al monte degli Ulivi, risuonò nell'aria, avviluppò la città tutta.
Claudia ne fu spaventata.
Flaccus si risvegliò.
Pilato sorrise. Egli l'aveva di già castigato, questo popolo, allorchè non voleva che girassero per le vie della città le insegne con l'effige di Cesare, la legge ebrea proibendo le immagini come idolatre. Senza dunque commuoversi, fece chiamare Decius Crispus, comandante di tutte le forze romane che occupavano Gerusalemme, e gli disse:
— Prendi le due coorti che stanno nella corte del centro, e, l'arma nel fodero e la frusta alla mano, disperdimi quella marmaglia. Non fate sangue; ma batteteli bene e forte.
Decius Crispus, che Pilato sceglieva perchè lo conosceva per umano e dolce, lo salutò e cinque minuti dopo uscì dal palazzo.
La folla non s'era mossa, gridando sempre: Abbasso l'acquedotto! non toccate l'offerta! Crispus le rivolse alcune parole concilianti, consigliandola di cessare dal rumore e di rientrare nelle sue case. Fu insultato. Allora diede ordine ai suoi di respingerla.
Ai primi colpi di frusta le grida raddoppiarono. Ma quelli che sentivano cincischiarsi la faccia indietreggiarono e spinsero indietro gli altri. Allora principiò la ritirata. Qualche pugno ricevuto dai soldati accrebbe la loro collera e la forza delle loro braccia. Ma accadde per disgrazia che uno dei soldati insanguinò di un colpo di frusta la faccia di Bar Abbas. Il dolore gli strappò un grido terribile. Nello stesso momento cacciò fuori di sotto il pastrano un coltello, e lo immerse nel ventre al soldato. Il Romano cadde gridando: ci assassinano!
Questo fu il segnale.
I soldati che non avevano fatto uso fino a quel momento che delle verghe, sguainarono le daghe e principiarono a ferire. Gli Ebrei erano disarmati: la carnificina non incontrò ostacolo. I soldati di Pilato si aprirono una strada di sangue attraverso quella moltitudine di vecchi e di giovani che erano venuti lì più per supplicare che per rivoltarsi. Essi li abbattevano a dritta e a sinistra come le spighe sotto le mani dei mietitori. Quelli che fuggivano rovesciavano i più deboli e li schiacciavano. Guai a coloro che cadevano: non si rialzavano più. Le botteghe, le porte delle case si aprivano per dare asilo a quei disgraziati; ma il sangue dava la vertigine ai soldati. Il tempio stesso non fu rispettato: la corte dei preti come quella dei pagani, il lishcath ha-Gazith, come il mercato sacro, i chiostri e le camere sante, tutto fu contaminato dal sangue, e coperto di cadaveri. Tremila vittime perirono, fra cui due soli soldati romani!
All'indomani le valli dell'Hinnom, di Josafat e il Cedron erano coperte di cadaveri, per la maggior parte Galilei, sudditi del tetrarca Antipas Erode.
Claudia, durante tutto il primo momento di quella protesta, si era tenuta sul terrazzo ad ammirare lo splendido panorama che la circondava. Ella contemplava il Tempio, il cui frontone, coperto di lamine d'oro luccicanti al sole, l'abbagliava; la valle che sempre scendendo finisce a Betlemme, a Gerico, al Giordano, al deserto, al mar Morto, vasto spazio d'azzurro e d'oro, che chiudeva una parte dell'orizzonte come uno zaffiro termina il rostro di una corona. Essa ammirava i giardini di Silohè, i gruppi argentati degli alberi del monte degli Olivi, gli splendidi giardini del suo palazzo, la catena delle montagne della Giudea e di Beniamino, le quali si riattaccano con un altipiano ai due speroni di Sion e di Akra; e molto lontano, al di là del Giordano e del deserto, le montagne di Moab, che rassomigliavano ad una nuvola violetta pagliettata di oro.
Quando si fece udire il terribile ruggito del macello, Claudia portò i suoi occhi dal cielo alla terra, e seguì, senza impallidire e senza dare indietro, il solco della daga romana a traverso i figli di David. Poi, quando il sole cominciò a darle noia, temendo per la tinta della sua pelle, rientrò lentamente mormorando a Cypros, la schiava gallica che aveva la cura della sua testa:
— Arrivo a tempo!
Flaccus seppe nel suo bagno la notizia della carnificina, mentre i suoi schiavi gli grattavano la pelle con una pietra pomice di Lesbo, dolce come i labbri d'una fanciulla.
— Bah! disse egli, quei birbi se la caveranno coll'aguzzare di nuovo le loro spade domani.
Ed ordinò che si ponesse un'altra pastiglia di mirra nelle cassolette d'oro che profumavano il suo appartamento.
Pilato, invece, alla vista di quella terribile catastrofe si strappò i capelli dalla disperazione. Si gettò di slancio sul primo cavallo che trovò nella corte, e corse dietro agli uccisori, gridando: Fermatevi, fermatevi!
Ma egli, ahimè, s'avanzava lentamente!
I cadaveri, i feriti, i caduti gli ostruivano la strada. Le grida di maledizione che attristavano la via, lo opprimevano. Egli riescì alla fine a calmare il furore dei soldati; ordinò che si ritirassero, e ritornò egli stesso al palazzo col cuore piagato e l'anima piena di dolore e rimorso. Entrò nella sala dei giudizii. Gli fu presentata la sentenza contro i ventidue prigionieri ch'egli aveva condannati il mattino. La rilesse, restò lungamente a riflettere, e domandò ai suoi consiglieri se la era giusta e secondo la legge. Gli risposero affermativamente.
— Allora, disse egli, fate venire i prigionieri.
Davanti le porte del palazzo — gli Ebrei separatisti si credevano contaminati varcando la soglia della dimora di Pilato — si stende una corte aperta, in mezzo alla quale, dacchè il palazzo d'Erode è divenuto il Pretorio Romano, è incrostato un quadrato di mosaico che segna il sito del giudizio. Noi chiamiamo quel luogo il Gabbatha. Nel mezzo del Gabbatha si alza un piccolo banco di pietra, screziato di marmi a varii colori, sopra il quale si metteva la sedia curule del pretore, quando doveva leggere la sentenza dei delinquenti. Si poteva, secondo le nostre costumanze, pronunciare la sentenza nella sala di udienza, ma la si doveva pubblicare all'aria aperta innanzi al pubblico che voleva udirla.
Quando Pilato venne a sedersi al suo posto, i prigionieri, legati in due catene di undici ognuna, lo aspettavano in due file, una a diritta, l'altra a sinistra. Le guardie del Pretorio si stendevano in cerchio intorno ad essi, ma popolo non c'era. La corte era vuota. Malgrado ciò, Pilato passò oltre. Egli domandò ai condannati:
— Avete nulla da aggiungere in vostra difesa?
Nessuno rispose. Alcuni sorrisero sdegnosamente e con ironia.
— Leggi la sentenza, disse Pilato al suo scriba.
Questo personaggio lesse la sentenza in latino. Un interprete la tradusse nella nostra lingua. In sostanza essa decretava così: i ventidue prigionieri incatenati saranno esposti domani nell'anfiteatro alla vista del popolo che non li ha veduti oggi, avanti che principiasse lo spettacolo, e saranno frustati con dieci colpi di verga ciascuno. Dieci di questi delinquenti (di cui la sentenza dava i nomi) saranno crocifissi nella sera stessa. Sei altri (di cui parimente erano scritti i nomi) saranno dati in preda alle bestie feroci nel secondo giorno. I sei ultimi infine, i più vigorosi ed i più giovani, combatteranno il terzo giorno le bestie, armati soltanto di spada corta. Quando la sentenza fu letta, Pilato domandò di nuovo, rivolgendosi al popolo che non c'era in realtà:
— V'è qualcuno che abbia osservazioni a presentare?
Naturalmente nessuno rispose. Allora egli si volse ai condannati, e soggiunse:
— E voi avete niente da opporre? Avete qualche cosa da domandare, che non tocchi la sentenza?
I condannati tacquero. Solamente dopo un minuto di silenzio, durante il quale si avrebbe potuto udire i battiti di tutti i cuori, Menahem gridò:
— Dio che accende i giorni nel cielo maturerà quello della vendetta.
Pilato scosse lievemente il capo, e rispose con calma.
— Se codesto giorno trovasi in un anno qualunque, il tempo non l'ha ancora segnato nel suo libro.
Un minuto dopo, l'usignuolo gorgheggiava nei giardini del palazzo, stesi ai piedi dell'Ophel e bagnati dalle acque deliziose di Enrogel; le tortorelle gemevano, il vento del mezzodì folleggiava con le fragranze della valle di Siloam, le farfalle svolazzavano, spiegando il loro scrigno di gioielli in mezzo ai fiori della corte.
Il pranzo di Pilato e del suo ospite era pronto.
IV.
L'anfiteatro di Gerusalemme era stato costrutto dal re Erode.
Il re sapeva benissimo che la legge proibiva il genere di spettacoli che vi si danno per solito. Ma egli provava questo mezzo di seduzione, come ne aveva tentato tanti altri, nobili, utili, politici, umani, per spezzare quella cerchia di bronzo, ch'estraniava gli Ebrei dalla comunanza degli altri popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Egli fallì in questa, come in tutte le sue altre idee, troppo grandi per un popolo così incolto e così rozzo.
L'anfiteatro, al tempo di Erode, era sempre stato popolato, come lo è oggidì quello di Pilato, da spettatori venuti perfino dalla Grecia e dall'Egitto — da Damasco a Memfis, da Gaza a Tiro, — dalle città greche e romane che s'innalzano sopra il suolo dei figli di Jacob, — Cesarea, Gadara, Sephoris, Pella, Scitopoli, Hippos, Phasaelus, Tiberiade. Le città di Samaria si vuotavano, tutti andando a vedere le feste di Pilato, che coincidevano con quelle dei Tabernacoli degli Ebrei. Il vasto circo rigurgitava quindi di popolo fin dalla mattina.
V'erano anche degli Ebrei, ma dei due partiti estremi: l'aristocrazia sadducea, e quella infima plebe che non si classifica, ma si ammonticchia. Siccome da noi non ci sono vestali, il podium era stato riservato alle dame di alto grado, per le quali c'era una sportula apposita di entrata. Le file superiori erano tutte occupate dalle donne, quasi tutte velate; le prime, dagli uomini di condizione più elevata, magistrati, principi, capi di milizia, preti, antichi ufficiali delle sinagoghe. Una inferriata, non molto alta veramente, li proteggeva dalle fantasie di quelle bestie che avessero voluto cercare altrove che nell'arena un sito per rappresentare la loro parte.
Ad una delle estremità di questo ovale, a nove o dieci piedi al di su dell'arena, si trovava la loggia di Pilato — rimpetto al podium — separata dagli altri spettatori soltanto da una corda di seta ed oro, tesa ai due lati, dalla graticola di ferro ai gradini superiori. Sul davanti, sopra due sedie d'avorio incrostate d'oro, siedevano Claudia Procula, con ai piedi dei cuscini di seta azzurra ricamata di argento, e Pomponius Flaccus che li poggiava sopra un tappeto persiano. Dietro ad essi il seguito delle loro corti e degli ufficiali. Pilato occupava un seggio speciale un po' più lungi, come mastro dello spettacolo; poichè a Gerusalemme non vi erano come a Roma edili o direttori speciali per questo oggetto. Un velarium tessuto di bianca lana di Bethania, a righe cremisine di lana di Sion, copriva bene o male tutto il vasto ricinto.
La varietà di costumi degli spettatori allettava lo sguardo. Ma coloro che qualche volta nella loro vita avevano assistito ai circhi romani ed agli ippodromi greci, ove il popolo è sì gaio e rumoroso, avrebbe creduto di vedere, in quella folla così tranquilla e così seria, un'assemblea che assiste ad un processo capitale in una corte di giustizia. D'altronde quei combattimenti al cesto, quei _reziarii_, quei _dimacheri_, quegli _andabati_, che potevano avere di interessante per gente che si era trovata la vigilia presa in quella strana caccia che i soldati romani avevano data al popolo ebreo, trafiggendo petti, dorsi, fianchi, tagliando teste e membra, e correndo sempre innanzi, sempre innanzi, sopra feriti, morenti e cadaveri? Non c'era una famiglia ebrea che non avesse il suo lutto; donde poteva spillare la gioia? Nessuno conosceva quei combattenti, nessuno scommetteva per uno o contro uno di essi; come potevano interessarsene? Il popolo ebreo ha della sensualità per la bellezza, come tutte le razze orientali, ma non il sentimento del bello, come il Greco ed il Romano. Il popolo ebreo teme la forza ed è malfidente della destrezza; egli non l'ammira, non la coltiva, e nemmeno, a mo' dei Greci e dei Romani, l'apprezza. Come si sarebbe egli appassionato per le belle forme dei gladiatori greci, per l'ammirabile abilità di quei _dimacheri_ italiani, i quali, pugnando di spada e di pugnale, senza armi difensive, si uccidevano a vicenda; o per l'agilità di quel _reziario_, e di quel _mirmillone_, l'uno ucciso e l'altro ferito a morte? Appena se si rise un po' degli sbagli di quei Galli _andabati_, di cui uno — camuffati come erano di un elmo di ferro che non aveva aperture che alla bocca ed alle orecchie — dopo diverse balordaggini, ebbe un braccio spiccato fuor netto, e l'altro il ventre squarciato. Tutto questo era accolto con freddezza.
Ma una scena d'altro genere venne ben tosto a destare una dolorosa commozione.
La giornata doveva chiudersi con una pantomima di ballo e di canto di una festa di Sileno, interrotta dall'irruzione di un toro, aizzato da cani che lo cacciavano e che lasciavano il tempo così ai cori ed ai cimbalisti di mettersi in salvo per la _sana vivaria_ e le altre uscite dell'arena. Ma avanti che si rappresentasse questa commedia, Pilato volle che la sua tragedia precedesse.
Le trombe suonarono. Il silenzio del deserto si fece profondo nella festa. Allora un araldo si alzò dietro a Pilato, ed avanzandosi, gridò: Ecco la sentenza dei cospiratori contro Cesare.
Dopo che l'araldo ebbe letto il decreto pronunziato il dì innanzi dal procuratore, questi fece un segno. Allora il vomitorio che stava al disotto del _podium_ si aprì, e apparvero i condannati. Erano divisi in tre file, legati da corde pugno contro pugno. Quelli che dovevano esser crocifissi la sera precedevano gli altri. Erano i più vecchi, i più deboli; li conducevano soldati indigeni. Il secondo gruppo era composto dei condannati alle bestie, in semplice tunica, con un solo pugnale a difesa. Moab era alla testa di questo; dei soldati Romani marciavano dietro a loro. Finalmente venivano i sei condannati alle bestie, ma armati questi di tutto punto, eccetto la corazza e lo scudo. Menahem era fra costoro; i legionarii gli scortavano.
Quando apparvero nel circo, un grido immenso echeggiò in mezzo alla folla: Gloria ai figli d'Israele: coraggio, coraggio! Poi seguì un silenzio che faceva fremere. I condannati non pronunziarono una parola. Tutti avevano il passo sicuro, l'aria calma, l'aspetto dignitoso, quasi andassero a compiere un sacrifizio religioso.
Menahem camminava, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo, come se avesse voluto squarciare il velarium, e incontrare nel firmamento lo sguardo, il sospiro, il bacio forse, ch'e' vi cercava. Moab scorreva degli occhi ansiosi le gradinate dove stavan le donne, visibilmente inquieto, concentrando tutta la potenza della sua vita in quegli sguardi investigatori. Percorsero così tutta l'arena da dritta a sinistra, tenendo il dosso voltato al _podium_, durante la metà del loro passaggio.
Io stava rimpetto a quella parte dell'anfiteatro. Allorchè i condannati arrivarono sotto la loggia di Claudia, alla vista quindi delle donne che avevano preso posto nel _podium_, osservai un brusco movimento di una di queste, che era seduta in prima fila, all'istesso livello della moglie di Pilato. Mano mano che i condannati avanzavano verso quella parte dell'arena, la agitazione di quella donna aumentava. Ella si alzò e spinse il suo corpo sì avanti, sì avanti, che un'altra donna seduta vicino a lei, la prese per la vita onde tenerla. Alla fine gettò un grido. Tutti gli occhi si voltarono subitamente di là. Moab lo intese, egli pure, e fu preso da un terribile tremito in tutto il suo corpo. Appena se poteva più camminare; ma arrivato sotto quel sito, gridò egli pure: Addio, Miriam!
— Moab! rispose la conosciuta, e ricadde sopra il suo cuscino, lasciando andare la testa sulle spalle della sua vicina.
A questo movimento, il velo si sciolse. La fu una vista abbagliante per tutti. Si sarebbe detto che il velarium si aprisse, e che il sole inondasse l'arena. Mai non s'era seduta una simile bellezza fra le figlie d'Israello fino da Esther, forse da Eva la figlia di Dio, in poi. Un grido di sorpresa scoppiò in mezzo all'assemblea. Pilato impallidì come un cadavere. Moab era caduto affranto, e lo avevano trasportato svenuto. Claudia disse qualche parola al suo vicino Flaccus, questi le ripetè a Pilato che non rispose. I suoi occhi erano fissi al posto ove sedeva Mirjam. Questa si era alzata precipitosamente ed era sparita sotto il vomitorio che conduceva dalla galleria interna al podium. Io mi precipitai per vedere questa donna che m'era sconosciuta, a me che conoscevo tutte le donne di Gerusalemme. Ma ella erasi deleguata come un soffio d'aria, senza lasciar traccia di sè.
Questo incidente mise un po' di freddo nel resto dello spettacolo.
Uscendo dal circo, il popolo s'incontrò coi condannati che andavano al supplizio.
Il popolo d'Israello, che non aveva assistito al combattimento dei gladiatori, andò ad assistere alla morte dei suoi compatriotti. I contorni del Golgota erano gremiti di gente; ma pareva che quelle migliaia di uomini e di donne fossero pietrificate. Non un grido, non un gesto: si respirava sordamente, ed ogni sospiro conteneva una maledizione.
Mentre gli stranieri si divertivano coi gladiatori ed i mimi di Pilato, i suoi carnefici alzavano la croce. L'operazione fu breve. Essi ne avevano l'abitudine. Un'ora dopo avevano issato i condannati sulla croce, piedi e mani legate; poi, quando tutti pendevano dal patibolo, ruppero loro con una sbarra di ferro le gambe e le braccia, le coscie e gli avambracci.
Al grido straziante dei suppliziati, rispose un grido terribile del popolo: grido inarticolato che non esprimeva nulla e diceva tutto. E fu il solo. Il popolo svignò dagli accessi del Golgota, come l'acqua irrompe da un vaso forato.
La sera era fresca e bella. Io aveva cenato con Maria. Bar Abbas era venuto a sparecchiare gli avanzi. Justus era arrivato un po' più tardi; poichè quel cattivo mobile avrebbe passata tutta la sua vita ai piedi della mia amante. Finita la cena, io li invitai ad accompagnarmi. Maria volle venire anch'essa.
Uscendo dalla porta Giudiziaria, che s'apre sulla strada di Silo e di Gabaon, lasciammo a sinistra la tomba di Anania, ed incominciammo ad ascendere, a dritta, il piccolo cocuzzolo del Golgota. La luna lo rischiarava completamente. Un venticello acuto cacciava dinanzi a sè una peluria di bianco vapore frangiato in piccoli fiocchi, che svolazzavano capricciosamente, lasciando puro e netto un firmamento azzurro come la grotta dell'isola di Capri. La luna avanzava frettolosa.
Una fila di forme bianche che si staccavano sul fondo ceruleo, apparve ai nostri occhi. A misura che ci facevamo più presso, quelle forme prendevano una figura, e vedemmo i corpi nudi dei suppliziati.
Il sito era deserto. Le guardie, dopo aver ferito a morte i condannati, non s'erano curate di udire l'ultima maledizione o l'estrema preghiera. Dei cani vagabondi, che venivano dall'orgiare nel Carniere dei cadaveri, abbaiavano per distrarsi. La civetta rispondeva loro. Un gemito sordo, corto, affogato, rompeva il silenzio notturno.
— Questi infelici non avevano dunque nè sorella nè madre, nè.... mormorava Maria stringendosi a me senza finire la frase: essi muoiono soli!
— Forse, risposi; ma la paura.... D'altronde è più triste il morire senza funestare lo sguardo della vista di una faccia umana?...
Eravamo ai piedi delle croci. I condannati avevano gli occhi chiusi o rivolti al cielo. Nessuno d'essi era ancor morto. I loro petti si sollevavano con uno sforzo che faceva scricchiolare le loro coste. Le ossa delle estremità erano rotte; il corpo contratto e impiccolito projettavasi in avanti. L'agonia era orribile.
Udendo dei passi sotto di sè, una sola voce proruppe da tutte quelle fauci bruciate e soffocate: Sete! sete!
Noi non avevamo acqua, nè scale. Bar Abbas si precipitò dall'altipiano per andar a cercar qualche cosa. Quel buffone era anch'esso addolorato! Io dissi il mio nome. Io ero conosciuto da tutti i patrioti dell'ex regno d'Erode. Allora un'altra parola scappò fuori da tutte quelle labbra infiammate come la bocca di un forno: Vendetta!
— Sì, fratelli, risposi io: morite in pace; voi sarete vendicati.
Due o tre di quei petti avevano cessato di sollevarsi.
Maria piangeva.
Justus, la testa china, sembrava desolato e guardava quella donna.
Io mi torceva, non potendo dar loro nessun soccorso, non potendo nè alleviare nè abbreviare quell'agonia.
Restammo silenziosi, ascoltando quel singhiozzo che straziava l'anima.
La luna continuava la sua ridda scapigliata in mezzo alle nuvole cacciate dal vento; il grillo si lagnava nelle fessure della roccia che cominciava a divenir fredda; il cri-cri chiamava la sua compagna; il cucullo gettava la sua monotona nota al vento che soffiava l'alito appestato dalla valle ai nostri piedi; lo sciacallo più lungi latrava dalla gioia. Mentre le finestre del palazzo d'Erode risplendevano per la festa di Claudia e del governatore della Siria, il respiro dei suppliziati poco a poco si spegneva. E Bar Abbas non arrivava! Non potei più rattenermi.
— Addio, gridai, precipitandomi verso il giù della collina.
— Nel cielo! mi risposero le due ultime voci che restavano ancora distinte.
Quegli infelici credevano quasi tutti alla risurrezione.
Poco dopo, Justus mi ricondusse Maria. Bar Abbas arrivò troppo tardi. Il sacrifizio era consumato.
L'aria ripeteva ancora il grido: Vendetta! vendetta!
— Oh sì vendetta!... Chi era dunque quella donna che avevo veduta nel circo? Come era bella, mio Dio, come era bella!
Il giorno seguente, fino all'alba, quegli ebrei che si erano astenuti la vigilia di andar a vedere i giuochi dei gladiatori stranieri, occupavano quella parte dell'anfiteatro che circonda come due ale la loggia di Pilato, per andare a sollazzarsi del _morituri te salutant_ dei loro martiri. Erano tristi, silenziosi, concentrati; si sarebbe detto che fossero in corruccio.
Lo spettacolo di Pilato non valeva, certo, quello dei suoi padroni di Roma. Egli non dava il combattimento di venti elefanti contro un pugno di Getuli armati di giavellotti che Pompeo presentò nel suo secondo consolato, nè le sessantatrè pantere di Scipione Nasica e di Lentulus, nè i cinque ippopotami opposti ai ventitrè coccodrilli di Sagurus, nè la caccia dei cento leoni organizzata da Silla, nè quella dei trecento e quindici leoni data da Pompeo, o quella di quattrocento data Cesare. Non c'erano i tremila e cinquecento leoni, tigri e pantere d'Augusto, nè finalmente i trecento orsi contro altrettanti leoni e pantere di P. Servilius. Ma il povero spettacolo di Pilato, tal quale era, bastava al gusto poco ancora solleticato di quegli Asiatici.
Pilato faceva uccidere, in quella seconda giornata di feste, dieci tigri, dieci coccodrilli, dodici leoni ed una pantera, che, dicevano, li valeva tutti; e per aguzzare l'appetito, dodici condannati per delitto d'alto tradimento verso Cesare: quarantacinque teste!