Part 3
Egli aveva stabilito la sua dimora nella torre Mariamna; ma fino dall'indomani del suo arrivo a Gerusalemme, gli appartamenti detti di Cesare e di Mariamna nel palazzo d'Erode, erano pronti a ricevere questa ospite in ritardo. Non era passato un sol giorno, durante tutto questo tempo, senza che Pilato venisse a passeggiare solo e per molto tempo in questa abitazione splendida, ma silenziosa e fredda. Alla fine questo lungo desiderio era per essere soddisfatto, questa sete inestinguibile per essere calmata.
Quando il suo liberto spagnuolo venne ad annunziargli che sua moglie toccava le mura di Gerusalemme, Pilato era terribilmente occupato. Egli aveva ascoltato il rapporto che gli faceva il centurione Cneus Priscus — fratello di quel Cesonius Priscus che era l'intendente delle voluttà di Tiberio — sopra l'arresto dei cospiratori della notte precedente, ed aveva incominciato ad interrogarli. Pilato interruppe sul momento questo interrogatorio, saltò sopra un cavallo che gli si teneva pronto nella corte, e si slanciò di galoppo, seguito da quegli otto schiavi nubiani, la cui faccia, le armi, ed i cavalli erano color della notte, e la cui fronte era cinta da una ciarpa rossa color dell'aurora, che componevano la sua unica guardia, e quasi i soli muti compagni che avesse.
Pilato raggiunse il corteggio alla porta dei Pesci.
La sua faccia bruna sembrava di scarlatto.
Saltò a terra per stringere la moglie fra le sue braccia.
Claudia, che parlava in quel momento con Flaccus, continuò la conversazione; poi si volse, e senza neppur alzare la _ricca_, di cui s'era coperto il viso lungo il viaggio per tema di abbronzire la pelle, presentò il fronte a suo marito. Pilato divenne pallido come una notte di luna piena, rimontò a cavallo dopo aver salutato il governatore della Siria, e si riprese il viaggio.
Gerusalemme sembrava un sepolcro. Non un uomo nelle vie, non un viso alle finestre, non un soffio umano nell'aria, eccetto il rumore che facevano gli uomini del corteggio che sfilando spaventavano le lucertole, i sorci ed i serpenti che si deliziavano al sole. Si sarebbe udito il ronzio degli insetti, e il gemitìo dei palombi del Tempio.
— È una città questa, o un cimitero? È la capitale della Giudea, o il Mar Morto, questa vostra Gerusalemme? domanda Claudia a Gionata.
— No, Claudia, rispose Pilato, che voleva attirare la sua attenzione, è il Sabato. Il Sabato che preme questo popolo come un mare di bitume.
— È l'animale che digerisce? domandò Pomponius.
— È forse la tigre che è alle scolte e striscia, rispose Pilato.
— Bah! esclamò il governatore di Siria.
— Vedrete domani, aggiunse il procuratore della Giudea.
Ed aveva ragione.
Lo si vedrà domani, e poi ancora, e poi ancora «fino al giorno fatale in cui l'aquila piomberà sul serpente» come hanno profetizzato i nostri veggenti. Pomponius Flaccus si alloggiò in quella parte del palazzo detta di Cesare, Claudia, in quella detta di Mariamna. Pilato ritornò la sera nel suo nido solitario della torre Mariamna.
III.
Ritorniamo ora sui nostri passi.
Un traditore s'era intromesso in mezzo a noi.
I nostri sospetti si fermarono per qualche tempo sopra Jesus Bar Abbas. Ma la condotta susseguente di questo cinico parassita ci provò che, se aveva tutti i vizii, aveva almeno la virtù del silenzio. Il fatto è, che Pilato fino dalla vigilia conosceva, se non lo scopo, almeno il sito della riunione dei nostri confratelli, nella casa della vallata di Josafat. Egli sapeva forse qualche cosa di più ancora, poichè s'astenne di andare incontro a sua moglie, facendole rimettere una lettera dove si scusava e le annunziava: che, tenendo in mano le fila di una grande cospirazione, la quale metteva in pericolo il governo Romano, egli non poteva allontanarsi dalla città.
La casa della vallata era un gran cubo a due piani, diviso in due stanze e preceduto da un piccolo giardino dinanzi la porta. Due finestre sul davanti, due sul di dietro, casa stillante l'umidità nell'inverno, infetta l'estate da scorpioni, lucertole, serpenti e topi, disabitata da un quarto di secolo forse, poichè il suo proprietario se ne stava a Cipro.
Fino dalla vigilia, una trentina di soldati dei più agguerriti, sotto il comando di quel demonio di centurione chiamato Cneus Priscus, erano usciti verso notte dalla porta del giardino del palazzo di Erode, per non passare per le porte della città, e scorrendo vicino le mura erano andati a prender possesso di quella casa. Avevano passato colà la loro giornata in una mezza oscurità. Eccettuato alcuni caprai che avevano condotto le loro bestie per leccare quel po' d'acqua fetida che viene dalla valle di Hinnom, niun'anima viva si era avvicinata a quel sito. Ma, dal momento in cui il sole principiò a declinare dietro il Moriah, quei soldati avevano osservato verso il monte degli Olivi e lo Scopas, dei piccoli gruppi d'uomini che venivano dalla parte di Goreb, da Bezetha, dal Mizpeh, dall'Akra, gli uni discendendo il fianco della collina, gli altri uscendo dalle porte, e che, stretti alle mura, si avanzavano a passi lenti e misteriosi verso la casa. A certa distanza i gruppi si scioglievano: alcuni si fermavano, mentre altri continuavano, facendo in guisa che mai più d'uno alla volta varcava la siepe bucata del giardino ed entrava nella casa. La porta non aveva serratura e restava semiaperta.
I soldati di Priscus avevano chiuse le imposte e si tenevano ai due lati della porta. Ne accadeva, per conseguenza, che appena uno dei congiurati entrava e spingeva la porta dietro a sè, i soldati gli gettavano un mantello sul capo, e afferrandolo per le braccia, lo trascinavano nella stanza interna, lo legavano, gli sbarravano la bocca, e lo consegnavano alla custodia dei loro compagni. Questa trappola prese così una ventina di cospiratori, fra i più frettolosi. Ma quando il corno del Tempio suonò, e le tenebre divennero più fitte, i cospiratori si avanzarono con minori precauzioni affrettandosi per non essere in ritardo.
Quando Menahem varcò la siepe del giardino, una dozzina dei suoi amici lo seguiva da presso. L'affare nell'interno non andava più coll'istessa precauzione e lo stesso silenzio. Il selvaggiume incalzava il cacciatore. Moab si dibatteva ancora quando Menahem si sentì prendere dalle braccia. Egli comprese subito. Gridò. E siccome era molto forte, cominciò a resistere. Questo rumore mise l'allarme negli ultimi che ponevano già il piede nel giardino. Ascoltarono; non vedendo più chiaro nella casa, sentendo dei gemiti repressi, un rumore d'armi e di lotta, compresero che i loro complici erano caduti in un agguato. Allora si allontanarono. Prisco li vide partire. Ma egli non aveva seco abbastanza forza per inseguirli e nello stesso tempo vegliare sulla preda già fatta.
— La tortura farà il resto, pensò: questi che ho in mano parleranno, e riveleranno i complici.
Comprendendo ch'era ormai inutile di attendere più lungamente, temendo forse che quelli che s'erano messi in salvo ritornassero con altri, in numero sufficiente per liberare i loro complici, Cneus Priscus prese la risoluzione di uscire dalla casa, e rientrare colle sue vittime a Gerusalemme.
Per maggior sicurezza, le aveva condotte nella torre Faselo. La prigione della città poteva essere infedele, o troppo debole per custodirle.
Tale era il rapporto che Priscus aveva fatto la sera stessa a Pilato, e ch'egli aveva la mattina dopo ripetuto alla presenza dei prigionieri. Dopo di che il procuratore aveva dato mano all'interrogatorio degli accusati.
Le istruzioni scritte, che si erano trovate sopra Menahem, semplificavano singolarmente la procedura. Pilato li interrogò uno dopo l'altro a parte; nessuno disse una parola. Alla domanda: Perchè andavi tu in quel sito solitario e remoto? tutti fecero l'istessa risposta: per pregare!
Moab rispose con questa variante: Per pregar Dio che mi liberasse dagli scrupoli di ucciderti, o Pilato!
E Menahem disse: io vi odio tutti, avoltoi romani: noi vi odiamo tutti, e verrà il giorno in cui i nostri fratelli vi schiacceranno come vipere.
Pilato avrebbe dovuto sottoporli alla tortura per farli parlare, per strappare dalle loro labbra il nome dei complici ed il piano della cospirazione. Ma, sia ch'egli credesse ventidue vittime esser bastanti, sia che disdegnasse colpire le altre, sia che conoscesse i nostri progetti, sia pietà o sazietà, egli non ordinò di mettergli all'aculeo.
Egli confessava l'ultimo prigioniero, allorchè il suo liberto gli annunziò l'arrivo di Claudia.
Il resto del Sabato, non si occupò più di quella gente. I doveri dell'ospitalità verso il suo superiore, l'ansietà di trovarsi con sua moglie, gli servirono di distrazione.
La conversazione ch'egli ebbe con lei non fu lunga. Lo si vide uscire dalle stanze di Claudia abbattuto.
Il suo abboccamento con Pomponius Flaccus fu più lungo e più soddisfacente.
Nondimeno all'alba del dì seguente egli discese al pretorio, e dopo aver dato certi ordini in segreto ai capi delle truppe, ricominciò l'interrogatorio dei prigionieri, e la discussione della sentenza coi suoi consiglieri. Era a quel punto, allorchè i suoi emissarii vennero a parlargli in segreto.
Il segreto era del resto inutile. Ciò ch'essi venivano a denunziare si denunziava da sè.
La giornata del Sabato era stata lugubre. L'arresto di ventidue capi dei più considerevoli e dei più arditi di tutti i partiti aveva colpito nel cuore la nazione. Quelli che s'erano salvati, e noi stessi, commissarii superiori, non avevamo potuto prendere nessuna risoluzione, sia che il giorno del Signore ci paralizzasse, sia che temessimo di esser sorvegliati. Noi ci attendevamo anzi di essere arrestati da un momento all'altro. Alla sera le porte erano state chiuse contro l'abitudine del tempo delle grandi feste del _Purim_, del _Peschah_ e dei Tabernacoli, e i soldati romani avevano surrogato i nazionali. La guarnigione della cittadella Antonia era restata in piedi tutta notte. Tutto insomma indicava che Pilato seguiva le fila dei nostri progetti, e vegliava.
Io m'era nondimeno arrischiato ad andare a vedere alcuni dei nostri capi che abitavano la città. Non ne trovai nessuno. Del sagan e di Bar Abbas non sapevo che farmi. Justus venne a raggiungermi da Maria, come di solito, ma tremava e non sapeva nulla. Io aspettava il giorno con ansia febbrile per andare a vedere quelli di Galilea, Perea ed Idumea, che erano accampati sotto le tende o le capanne di rami sulle colline da cui Gerusalemme è coronata.
All'alba ero in piedi. Uscii dalla mia casa del quartiere d'Ophel e mi avvicinai alla porta della Torre delle donne, che conduce al sobborgo di Bezetha-Gareb, aspettando che il guardiano aprisse.
Avevo meditato tutta la notte sopra la posizione della congiura dopo la sua scoperta e l'arresto dei ventidue capi, ed avevo deciso che, in qualunque evento, bisognava spingere le cose fino all'estremo.
Sapevo fino dal principio che tutto questo non avrebbe fatto progredire d'un pollice ciò che si chiamava la liberazione nazionale, e non me ne davo alcuna pena. Il mio progetto era di compromettere la gente del Tempio, di soddisfarla per attaccarmela, e metterla male sempre più con Pilato. Il sagan che non capiva niente, che non pensava niente, si lasciava condurre, purchè lo si credesse l'anima di tutto il movimento, e che fosse lui quegli che concepiva, che comandava, il padrone, il cuore ed il cervello del popolo ebreo. Anche con me egli recitava qualche volta questa parte. Una volta compita la rottura fra il palazzo d'Erode ed il Tempio, tutto sarebbe andato per bene. Che importavano allora l'insuccesso, le vittime, l'indietreggiare d'un giorno, l'aggiornamento di alcuni mesi, il sangue degli uni o il trionfo degli altri? Io intendevo dunque di andare a spingere avanti le genti di Samaria e di Galilea che sono le più intraprendenti, ed attendevo l'apertura delle porte. Udivo dall'altra parte un rumore più forte che all'ordinario. Vedevo sul fianco della collina un movimento insolito, un mormorio lontano, continuo, che veniva da differenti punti della città e dai suoi contorni, colpiva le mie orecchie. Bar Abbas mi vide e mi venne dappresso.
Egli toccava di già ad un sufficiente grado di ubbriachezza.
— Giuda, mi diss'egli, sai dunque...
— Tutto.
— Ed ora che gli altri sono presi, che dobbiamo fare?
— Andare sempre avanti. T'arresti forse tu, se in un campo di battaglia un camerata ti cade vicino?
— È ciò ch'io mi diceva. Allora ho fatto bene...
— Che cosa hai fatto?
— Perdinci! Ho consigliato d'agire, come se nulla fosse accaduto.
— A meraviglia. Ora bisogna scuotere gl'indolenti, e rinfrancare i dubbiosi.
— Io me ne vado dalla parte del mercato e alla piazza della Legna, e li farò marciare come dei vecchi legionari. Addio; verrò a pranzo da te, perchè ieri, per onorare il Signore, non ho messo nulla nella mia bisaccia.
Le porte si aprivano. Un fiotto di popolo si precipitava nella città. In pari tempo un formicaio d'uomini si svegliava e si animava in quell'alveare di case, che dalla valle dei Cacciai fino alla cima s'addossa al Moriah e al Sion. Vidi passare per quelle immonde straduzze centinaia di giovani e vecchi che si dirigevano verso la piazza del Pretorio. Questa piazza diveniva per necessità il centro del movimento. Io mi ci recai pure. Passai però prima dal sagan. Egli mi attendeva. Caifa era con lui, più scompigliato, più confuso, più pauroso e più indeciso che lo stesso Hannah. Ottenni la loro attenzione, e li decisi, facendo loro considerare che, non potendo più indietreggiare, si doveva lasciar agire gli avvenimenti, che si producevano da sè medesimi.
Caifa uscì per far mettere all'opera la sua gente.
Hannah mi raccomandò d'eseguire strettamente le sue istruzioni.
Nel partire incontrai Justus quasi travolto da una immensa folla, che lo portava in avanti come suo capo. La parola d'ordine era sempre la stessa: Abbasso l'acquedotto! rispetto alle offerte!
I Romani hanno una marcata predilezione per l'acqua e le fontane nelle loro città. Ne fanno un oggetto d'ornamento ed un mezzo d'igiene pubblica. Pilato intendeva illustrare il suo governo a Gerusalemme lasciandovi delle fontane, di cui la città, del resto, aveva ben d'uopo. Egli aveva principiato un acquedotto di venticinque miglia per condurre l'acqua da lontano: monumento d'arte e di pubblica utilità che avrebbe rivaleggiato e forse eclissato l'Acqua-Giulia. Non volendo per quest'opera caricare il popolo di tasse, aveva reclamato ed ottenuto da Caifa, per forza o per amore, quell'imposizione di mezzo siclo che ogni Ebreo è obbligato di pagare al Tempio tutti gli anni, ed il doppio se paga il giorno di Sabato. Questo sacro tributo si chiamava l'offerta.
Mi avvicinai a Justus, e gli dissi a bassa voce:
— Sempre avanti. Nulla è cangiato.
Intanto dalla porta Dorata, che conduce pel ponte sul Cedron alle strade del Giordano e del Mar Morto, dalla porta Giudiziaria, che s'apre sopra le strade di Gaza e di Egitto, dalla porta di Efraim che mena a Samaria, e da quella di Beniamino ove mette capo la via di Anathot e quella di Betlemme, delle onde di provinciali s'ingolfavano nella città, condotti da quei capi che erano scappati al tranello teso nella casa di Josafat da Pilato. Tutti si dirigevano verso il forum di Gerusalemme, la piazza del Pretorio che sta dinanzi al palazzo d'Erode. Io mi diressi da quella parte, toccando la piazza del mercato.
Là, in mezzo ad una folla immensa, vidi Bar Abbas che gridava:
— Dannazione dell'anima mia! Dell'acqua? ancora dell'acqua? Abbiamo noi bisogno d'acqua? a che serve l'acqua? È buona tutt'al più per annegarsi, pelle persone sudicie che hanno d'uopo di lavarsi; e per quei zelanti che non sfiorerebbero le labbra delle loro mogli senza credersi impuri!
— Sì, sì, abbasso l'acquedotto! gridava il popolo.
— Se si facessero almeno delle fontane di vino! allora si capirebbe. Il vino! Vi piace il vino, ragazzi?
— Evviva il vino! vociavano i biricchini: gloria al vino e a chi ne ha!
— Del vino sopratutto, ragazzi, continuava Bar Abbas. Val bene la pena di costruire degli acquedotti lunghi venticinque miglia per fornire d'acqua il popolo di quel Dio che si divertì a fare il diluvio, il popolo che durante quarant'anni ha bevuto dell'acqua nel deserto con Mosè! Anche a Mosè piaceva l'acqua. Ecco perchè era odiato da sua moglie. È dunque deciso. Non vogliamo acqua. Abbasso l'acqua! La pioggia ci bagna già abbastanza, la Dio mercè, quando le nostre case sono bucate.
— Abbasso l'acqua! abbasso l'acqua! rispondeva la folla.
— E rispetto all'offerta, figliuoli. La moneta santa! Per le corna di Mosè! e che cosa farebbero i nostri preti? Vogliamo dunque ch'e' diventino magri come tante cavallette? Si lagnavano già che la tassa santa era troppo leggiera. Figuratevi se la confiscano. Ci metteranno una tassa di un siclo a testa.
— Rispetto all'offerta! gridava la plebe.
— Mi piacciono i preti grassi, a me, seguitava Bar Abbas. Sono contenti, e quindi di buon umore ed umani. Samuele era magro, e inquietò Israele. Geremia era magro perchè non digeriva bene, e fece di Gerusalemme una valle di lagrime. Si andava a nozze piangendo, si mangiavano dei buoni pranzi versando lagrime, si abbracciava la moglie gemendo: si aveva disimparato a ridere. Prendere l'offerta? ma si vuol dunque ridurre i nostri amabili preti a nutrirsi di sterco, come.... rammentatemi un po' il nome di quel profeta maiale...
— Vivano i preti grassi! rispetto all'obolo di Dio! gridava sempre la plebe.
— E poi, ragazzi, i Romani devono forse darci da bere? non è abbastanza che ci prendano quello che abbiamo per mangiare, senza che vogliano ancora condannarci all'acqua per raffreddarci? Se amano l'acqua, vadano a berla a Roma. Noi siamo figli di coloro che si regalarono nella terra promessa di grappoli d'uva grossi come la torre Phasaelus. Non basta dunque ai Romani di prenderci tutto: vogliono far tavola rasa, tavola lavata, tanto che non ci resti più nulla sopra. Vogliamo essere sporchi noi! I nostri profeti lo erano e conversavano con Dio, malgrado ciò.
— Abbasso gli acquedotti! abbasso gli acquedotti! continuava la plebe.
— Sì, agnellini miei, ed andiamo a cercare una spiegazione chiara dal procuratore. Che lasci tranquilli i nostri preti! Quando i preti sono contenti, tutto prospera, principiando dalle vostre donne. Il nostro Dio è già abbastanza povero: lo derubano a chi può meglio. Vorrebbero infine ch'e' si mettesse al servizio dei Romani, per vedere il colore dell'oro? Egli fa dei miracoli: se vuole dell'acqua, come al tempo di Mosè, non ha bisogno di comperarla.
— No, no, che non si tocchi il denaro di Jehovah!
— Ebbene, è questo che andiamo a cantare gentilmente al procuratore. Seguitemi e zitti! Parlerò io per voi: unitemi soltanto alcuni di Galilea e di Samaria. Io so come si parla ai capi. Ho parlato a Tiberio, quando combattevo sotto di lui! Un capo fermo, quello! I vecchi avanti, i giovani in mezzo, le donne ed i bimbi a casa o nel Tempio.
In un batter d'occhio, quella moltitudine immensa si mise in ordine, e Justus ed altri quattro commissari si univano a Bar Abbas, costituitosi oratore dei lagni popolari. Allora, salendo verso il Moriah, lasciando a sinistra il palazzo dei Maccabei e l'Ippodromo a diritta, camminando lungo il Tempio dalla porta Occidentale fino al palazzo degli Archivii, essi traversarono la grande piazza, e si fermarono appiedi dei diciotto gradini che formavano la scala del Pretorio.
Pomponius Flaccus, che era stato avvisato fin dalla vigilia di ciò che doveva accadere in quel mattino, non si stupì nè si commosse per quelle grida del popolo. Egli digeriva ancora, del resto, la cena ed il vino della notte. Poichè Pilato, quantunque non bevesse che acqua pura, aveva una cantina eccellente. Claudia Procula, che ignorava tutto ciò che accadeva, si destò, o meglio, fu destata dalle sue schiave, spaventate dalla sommossa.
Pilato fece avvertire la moglie di non temere di nulla; ma Claudia, coperta ancora da quelle bandelle dell'acconciatura notturna di cui usavano le dame romane per conservarsi la pelle più fresca e più bella, si gettò sulle spalle una specie di pallium incarnato che la copriva da capo a piedi, e salì sopra la terrazza che circondava il palazzo.
Essa dominava la città.
Pilato, all'avvicinarsi della folla, aveva inviato i suoi prigionieri alla torre Phasaelus, temendo non glieli strappassero dalle mani. Aveva appunto finito di scrivere la sentenza di condanna per essi, allorchè il capo della guardia che vegliava alle porte del palazzo entrò per annunziargli che una deputazione del popolo desiderava di parlargli. Pilato esitò un momento fra il riceverla e il farla respingere a scappellotti. Alla fine si decise a lasciarla entrare.
Jesus Bar Abbas si avanzò alla testa dei cinque altri parlamentari, camminando nella sala con passo da re. I suoi stracci facevano spiccare la dignità della sua andatura. Aveva l'intenzione, semplicemente, d'esser sublime. Una mano al petto, l'altra sul fianco, la testa alta e un po' indietro, mentre fissava lo sguardo su Pilato, sembrava ammirare gli intagli in legno di cedro del soffitto. Puzzava d'aglio come tutti gli spagnuoli uniti insieme. E siccome Justus lo incalzava troppo da vicino, egli spingeva di tanto in tanto il piede indietro, affin d'allontanarlo e tenerlo al suo seguito, non al suo fianco. Ond'è ch'ei sembrava zoppicare.
Le sopracciglia di Pilato si aggrottarono, il suo respiro divenne agitato.
— Signor procuratore, son io, disse Bar Abbas, avanzandosi davanti la sedia curule di Pilato.
— Quella bruzzaglia non aveva dunque nulla di meno sporco da inviare come suo ambasciatore? domandò Pilato volgendosi agli altri parlamentari.
— La bruzzaglia sa che io sono un oratore, rispose Bar Abbas, interrompendo Justus che era lì per fare una scusa; ecco, o Pilato, la ragione perchè io varco la soglia del palazzo dei nostri padri.
— Dei tuoi padri? Sì, sì, disse Pilato sogghignando: parla dunque, parla.
— Il popolo d'Israello.... cominciò Bar Abbas.
— La canaglia! interruppe Pilato da focoso spagnuolo ch'egli era.
— Se mi esprimo male in latino, che, per altro, ho parlato per vent'anni nelle legioni di Cesare, ti arringherò in greco. Vedi, Pilato, sono letterato, sai! Ho insegnato ai Galli il passo che David danzava dinanzi l'arca, ed ai tuoi compatriotti il concime di quelle lenti per le quali Esaù vendette la sua primogenitura.
Pilato si contorceva sulla sua sedia, ma Bar Abbas continuò:
— Non ho avuto tempo, o Pilato, di comporre la mia concione. Gli avvenimenti mi hanno sorpreso nella piazza del Mercato, e l'amore pel mio popolo m'ha detto: Va avanti. Mi sono posto alla sua testa, e vengo a dirti a suo nome: _Quousque tandem abuteris, Pilate, patientia nostra?_
— Non c'è nessuno fra voi che abbia un po' di senso comune per prendere la parola? gridò Pilato battendo col pugno sul tavolo.
— Come, del senso comune! io vengo a nome del popolo ebreo per parlarti dell'acqua e non del senso comune, io che ho avuto l'onore di parlare al divino Tiberio, tuo padrone, e di dirgli: Buon giorno, Cesare!
— Gettami codesto galuppo fuori della porta a pedate, ordinò Pilato ad un decurione di guardia nella sala.
Il decurione obbedì alla lettera; ed intento che eseguiva l'ordine, Bar Abbas sgambettava gridando e grattandosi le parti offese.
— Andiamo, via, Lentulus, a modo, fa da vecchio camerata, più dolcemente, non colla punta, dal lato... Ah, bravo, ora la tunica è forata, ed ecco la mia faccia posteriore esposta agli sguardi del signor Pilato e delle stelle della Siria.
Justus si avanzò allora, e domandando scusa delle buffonerie di Bar Abbas, espose a Pilato i piati del popolo ebreo.