Memorie di Giuda, vol. I

Part 20

Chapter 202,038 wordsPublic domain

— Oh! come sono felice di vederti, Moab, sclamai fermando il mio cavallo e smontando onde esprimergli la mia gioia più da vicino. Tu risusciti, ragazzo mio. Oh come sei bravo, bravo, bravo! Cento come te, e Pilato andrebbe a remigare sur una barca del Tevere! Come stai? Dove sei stato fino ad ora? Non sai, il tuo capo, il Battista, è stato servito alla tavola di Antipas a Makaur come l'agnello del paschah.

— Si tratta bene di lui, si tratta.... gridò Moab sospirando.

— Ma che hai dunque, amico mio? posso io fare qualcosa per te? Non far complimenti, sai. A proposito, Moab, poichè sono qui, bisogna che ringrazii il padrone di questa casa, che dodici giorni fa mi ha dato ricovero una notte in tempesta.

— Non c'è padrone qui, disse Moab con aria ruvida.

— In somma, vi è qualcuno.

— C'è una padrona: ma tu non puoi vederla.

— E perchè? Divoro forse le donne io? o sono un così spaventoso spauracchio da farle partorire se sono incinte, o un brigante da rapirle se sono vergini?

— No, ma essa non riceve in questo momento.

— Aspetterò riposandomi, perchè, amico mio, io vengo da lontano.

— Non è questione d'ore. La mia padrona è stata colpita da una disgrazia e muore di dolore.

— Diamine! ragione di più per presentarmi; un po' di distrazione la solleverà forse dalla sua tristezza.

— To'! difatti, potresti aver ragione. Ma non so se codesta distrazione le possa andar a genio.

— È giovine la tua padrona? E cosa intendi con questa tua «padrona» anzitutto? Sai che....

— Io sono il suo cane, il cane di questa bella e nobile donna.

— Alla buon'ora! Ebbene, Moab, puoi lasciarmi passare. Una vecchia ti sgriderebbe forse; una giovine, essa pure, se io fossi un vecchio savio, noioso, e di quelli che si mischiano di dar consigli. Io invece ti prometto di ridere.

— Oh! se tu potessi darle un po' di gaiezza, Giuda!

— Proviamo, Moab, proviamo.

Entrai. E per paura che Moab si pentisse, gli lasciai nelle mani le briglie del mio cavallo ed in due salti mi trovai sotto il piccolo portico davanti la porta della casa. Non c'era nessuno. Vado avanti, e fo' un po' di strepito. Finalmente scorgo una giovine schiava che mi viene incontro, tutta attonita di vedermi colà.

— Introducimi dalla tua padrona.

— Ma chi sei tu, o straniero?

— La tua padrona lo sa. Precedimi a lei dinanzi.

Noah non replicò, traversò una corte scoperta interna, che i Romani chiamano _cavædium_; entrò nel _tablinum_ ove si ricevono gli ospiti, aprì una porta invetriata nel fondo di questa stanza, sotto un piccolo portico che conduceva alla parte posteriore del giardino, e mi additò la sua padrona.

Io aveva seguito Noah senza aprir bocca.

— Padrona, disse la giovane, uno straniero che dice esser da te conosciuto, domanda vederti.

— Non ho detto conosciuto, ragazza mia. Ti ho detto: La tua padrona lo sa — supponendo che questa nobile signora fosse stata informata dai suoi schiavi, che una notte, circa dodici giorni fa, un viaggiatore chiese un ricovero dal temporale, e che la porta di questa casa si aperse alla sua preghiera. Quel viaggiatore, nobile dama, sono io, che vengo a porgertene i ringraziamenti.

Queste frasi, cui scrivo qui correntemente ora, ebbero pena a formarsi allora nel mio cervello e ad uscire dalla mia bocca. Io era sbalordito. Aveva dinanzi a me quella donna del circo, che da un mese dominava i miei pensieri, riempiendo i miei sogni, spronando i moti del mio cuore. La mia sorpresa raddoppiò, allorchè, rispondendomi, m'indirizzò la parola in lingua ebrea.

— Io non so che ricovero tu abbi qui trovato. La mia porta s'apre a tutti queglino che vi picchiano. I ringraziamenti sono superflui, per un semplice dovere compiuto.

— È precisamente perchè ciò potrebbe rassomigliare ad un dovere che te ne ringrazio. Il dovere è il più pesante dei balzelli.

— Non mi è stato insegnato codesto.

— Permettimi ora, nobile dama, di esprimere la mia soddisfazione nel trovare in te una compatriotta, dove mi attendevo trovare una straniera.

Ida non rispose. Riprese una ciarpa che aveva cessato di cucire quando io entrai, e continuò il suo lavoro, coll'apparenza di persona che desidera terminare il colloquio. Ma non era codesto che io cercava.

— La vista di questa casa, dall'alto della collina, continuai io, è incantevole. Si crede d'immergere lo sguardo in una cesta di fiori e di verdura. L'è una sorpresa in mezzo a queste desolate montagne.

Stesso silenzio da parte d'Ida. Principiavo ad esserne inquieto.

— Ho creduto vedere delle rose nei tuoi bei vasi di maiolica d'Italia. È un prodigio in quest'epoca dell'anno. Io vengo da Tiberiade; ebbene, alla Casa Dorata non ce n'eran più.

Ida non mi ascoltava. Era assorta altrove, e mi sembrava abbattuta e scoraggiata. Insistetti.

— Hai tu udito parlare di quel bel paese di Galilea, nobile dama?

— Poco.

— Oh! è l'Eden delle Indie, sotto il cielo della Siria. Nulla vi manca. Perfino i messia vi germogliano all'aria aperta.

— Ne hai veduto tu, dei messia?

— Se ne ho veduto! Ne ho anzi fatto provvista.

— Per che farne?

— Capperi! per farne di tutto. È il mio commercio.

— Li rivendi dunque?

— No, li do a nolo.

— Ma a che si può impiegare un messia?

— A che? a cento piccole inezie, ed a mille grandi cose. Prima di tutto, fanno dei miracoli.

— Possono essi render dolce la morte a chi la desidera e ha paura di darsela?

— Meglio ancora! risuscitano ciò che è morto.

— Anche un cuore disseccato?

— Questo oltrepassa i loro poteri.

— Ne dubitavo bene, fece Ida sospirando.

— E avevi ragione. Ma c'è un mago che fa ciò che Dio stesso non tenterebbe neppure.

— Come lo chiami tu codesto mago?

— L'amore.

Ida piegò il capo senza rispondere, e vidi un istante dopo caderle una lagrima sulla mano.

— Vuoi tu vedere, nobile signora, il messia che io ho scritturato per venire a far dei miracoli a Gerusalemme?

— Tu l'hai dunque nei tuoi bagagli?

— Lo aspetto fra poche settimane. Ti assicuro che è molto abile. L'ho visto, sabato scorso, invitare il popolo nella sinagoga di Cafarnaum a mangiarlo ed a beverlo, senza scomporsi.

— E l'hanno mangiato?

— Nemmen per ombra. Hanno avuto paura di rompersi i denti: le donne sopratutto sono fuggite serrando il velo sulla loro bocca. Conosci tu Cafarnaum?

— No.

— Ebbene, quelle belle donne, e quel mucchio di pescatori, di conciatori, di marinai, si son posti a gridare: Chi l'avrebbe mai detto che il figlio del carpentiere di Nazareth ci tenderebbe un simile agguato?

— Come si chiama il tuo messia?

— Gesù il Nazareno, figlio di Giuseppe il carpentiere.

Ida trasalì, e tacque.

— Stavano per lapidarlo. Allora io, e lo zio di quel Messia, Gesù Bar Abbas, ci siamo messi di mezzo; l'abbiamo salvato, e l'abbiamo arruolato nella nostra compagnia santa, per il prossimo paschah.

Ida, di già molto pallida, divenne come una morta. Io non dubitava più che ella non fosse Mirjam sorella del Nazareno; ma volli esserne più completamente convinto.

— Vuoi dunque, bella dama, che te lo conduca qui un giorno, il mio messia? Passo sovente davanti la tua porta: vado a trovar mia madre a Betlemme.

— Grazie, disse Ida, non sono curiosa.

— Di miracoli, lo credo. Gli è più facile fare un miracolo che una nobile azione. Ma il Rabbì di Nazareth non rende soltanto la vista ai ciechi, e le gambe ai paralitici; guarisce anche i cuori ammalati.

— Ne dubito.

— Eppure io sono stato testimonio di un miracolo simile. Conoscevo una giovincella di Magdala che aveva lasciato il suo ganzo a Gerusalemme, ed era fuggita col cuore sanguinante d'amore. L'ho trovata a Magdala, ho cenato con lei e col mio Rabbì, che l'aveva guarita radicalmente.

— Vuol dire che non era ammalata, rispose Ida sospirando.

— Sei ben triste, o giovine donna, ripresi. Perdona la mia indiscrezione. Ma ho veduto cadere una lagrima sulla tua mano, e te ne navigano ancora per gli occhi. Io sono uno straniero: ma sono giovane. Il mio cuore non è indurito verso i disgraziati, ho la gioia sempre a mia disposizione; scusa se io oso dirti: il dolore di una donna è la negazione di Dio. Posso io far qualche cosa per alleviarlo?

— Grazie. Tu t'inganni; io non ho alcun dolore.

— M'era per altro sembrato...

— Ti sei ingannato. Noah, offri a questo straniero dei rinfreschi se lo desidera.

Ida si alzò. Mi congedava.

— Non pensavo di offenderti, nobile dama, replicai. I miei occhi sono stati indiscreti, il mio cuore uno sciocco. Mi ricorderò questa lezione, e forse altri ne soffriranno. Ma tu sei la donna d'uno straniero, mi fu detto. Tu sei ebrea; tu sola hai un aspetto a scorruccio in mezzo agli splendori che ti circondano. Io ho sofferto sul suolo straniero dei dolori che nessuno ha consolato... Se ti ho offesa dicendoti: posso io renderti dei servigi, avendone ricevuto uno da te, — perdonami. Avrei creduto di mancare al mio dovere d'uomo agendo differentemente.

M'era alzato io pure, ed avevo nella voce una tale emozione, ed un'aria così fiera e così compunta, che Ida si fermò, e m'inondò del suo sguardo, pieno come il sole a mezzogiorno. Dio mio! quanto era bella, quella giovine donna!

Portava un lungo vestito viola molto accollato, stretto alla vita da una cintura di seta nera, ed i ricci dei suoi capelli d'oro, gittati all'indietro, ricadevano sulle sue spalle e sul suo seno. Guardandomi, la sua figura così triste si animò per un istante; il sangue corse alle sue labbra, che avrebbero fatto pianger d'invidia i petali di una rosa di Pæstum, e le sue piccole narici si gonfiarono.

— Ti ho detto grazie, replicò, e te lo ripeto. Non hai alcun servigio da rendermi. Se avessi un dolore sarebbe di quelli che durano sempre, anche quando si credono estinti, che straziano, e non uccidono. Ma io non ne ho; sopratutto non ho nessuna indelicatezza a rimproverarti.

— Grazie, nobile dama: non avrei mai perdonato a me stesso d'essere stato così malaccorto.

— Ti aggiungo di più, continuò Ida, se un'altra volta, il temporale, la fatica, il sole, se infine una ragione qualunque ti costringe a cercare un ricovero, non dimenticare di picchiare alla mia porta, fino a tanto che io resto qui.

Era tutto ciò che io voleva sapere; la conclusione che io desiderava di più. La salutai e uscii, ebbro d'amore, pazzo di desiderii, avendo delle vertigini negli occhi e nel cervello.

— Ebbene, ha ella riso? mi domandò Moab venendomi incontro.

— Presso a poco. Non credere già che sia così facile di far ridere una donna in quello stato, come edificare il Tempio quando si posseggono le ricchezze di Salomone. Ridere! Cospetto! avrei voluto che mi avesse chiesto... Oh! lo stordito ch'io sono! Avevo portato questa bella collana, che Erodiade mi ha dato per farne un regalo alla mia amante e l'ho dimenticata. Gli è ch'ella mi ha colpito, Moab, mi ha colpito al cuore. Gliela presenterò nella prossima volta. Ho bisogno, di parlarti, Moab. Io sono pazzo per la tua padrona. L'amo...

— Che! gridò Moab.

— Ebbene! sì, io l'amo; l'amo tanto da morirne.

— Tu puoi morire allora, rispose Moab, freddamente. Tu non passerai più questa soglia, o io ti uccido, o tu uccidi me.

— Sei pazzo?

— Ascoltami, Giuda! Ho lasciato mia moglie ed i miei figli il giorno che ho abbracciato la dottrina esseniana. Ho adottato questa nobile giovanetta di cui tu vedi lo splendore del volto, e non puoi vedere lo splendore dell'anima. Io mi sono dato ad Ida, come la mia mano si è dedicata alla mia vita. Se ella mi chiedesse di demolire il Tempio coi denti, comincierei domani a divorarlo. Ho dunque il dovere di vegliare alla sua pace, al suo onore, alla sua anima. Ami Ida, tu dici? L'ami? Ebbene, non si amano le donne come colei, che quando se ne fa la propria moglie. Tagliami a pezzi se vuoi, ti perdono come ad un maniaco; ma non pensarti di lordare quella donna col tuo amore, neppure in sogno, perchè io ti strappo il cuore come ad una bestia feroce, e ti schiaccio come una bestia immonda.

E così dicendo, mi gettò alla porta e la chiuse dietro a me.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

DEL MEDESIMO AUTORE:

Le notti degli emigranti a Londra L. 1 — Il sorbetto della regina (_Seconda Edizione_) » 1 — Il Re prega » 3 — Il Concilio » 1 —

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (ronzio/ronzìo, sêtte/sètte e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.