Part 2
E ciò dicendo, Moab, il discepolo di Battista, alzò la testa bruciata dal sole del deserto, fiera come le creste del Libano, girò su noi il suo sguardo azzurro come il cielo, aggiustò intorno al corpo la sua tonaca di pel di cammello, strinse la sua cintura di cuoio, scosse la capigliatura nera e increspata come quella di Sansone, ed uscì.
La sua partenza fu seguita da un momento di silenzio triste e doloroso.
Il sagan lo interruppe.
— Allora, tutto è inteso, diss'egli. Non c'è nulla da cangiare, nulla da aggiungere al piano stabilito. Se qualche nuovo incidente accade nella giornata di domani, domani a sera decideremo.
— Va bene, rispose Menahem. Ora corro alla casa di Josafat.
Egli uscì. E nello stesso momento il suono del corno di montone diede il segnale dalla collina del Tempio che principiava il sabato.
Bar Abbas aveva seguito Menahem, fermandosi nelle sale inferiori, e noi lo intendevamo abbaruffarsi coi servitori del sagan, che non lo facevano cenare a suo modo. Justus mi disse:
— Giuda, vai da Maria questa sera?
— Non so, risposi; ho bisogno di trovarmi solo con me stesso.
— Allora non andrò ad attenderti là.
— No.
— A domani dunque.
Il sole era tramontato dietro il Moriah, dietro Modin, nel mare di Joppa e di Tiro. Il silenzio era disceso sopra la città. Hannah, colle folte sopracciglia aggrottate, gli occhi fissi sopra i quadrelli di marmo del pavimento, tenendo afferrato fra le mani il suo caftan, taceva, meditava, — forse non pensava a nulla o meglio, era dietro a calcolare ciò che meglio gli conveniva: di marciare colla cospirazione, o di consegnare i cospiratori nelle mani di Pilato. Io pure taceva, profondamente colpito dalla storia della povera adultera — che mi sembrava certo dover essere la moglie di Moab, — e della creatura misteriosa che aveva una influenza sì potente sopra quell'uomo di marmo, dagli occhi d'aquila. Hannah alla fine mi domandò:
— Sai tu a cosa penso, Giuda?
— Perdinci, alle quattrocento concubine di Salomone.
— Domani arrivano la moglie di Pilato e il governatore della Siria....
— Bisogna forse assassinarli anch'essi?
— Pilato riceve quindi delle nuove coorti.
— Tanto meglio; più se ne ammazza oggi tanto di meno a combattere domani.
— Saremo schiacciati.
— Che monta? altri faranno la prova dopo di noi, e riesciranno forse.
— Hum! brontolò il sagan, egli è che a me importa molto poco che gli altri riescano o no: ma noi saremo esterminati senza dubbio.
— Avresti paura, principe mio?
— No; ma io non mi sono unito ai tuoi progetti per aver l'onore d'essere appeso ad un patibolo sul Golgota.
— Parli d'oro, Sagan, risposi io, ma è troppo tardi ora per indietreggiare. D'altronde tu devi arder di zelo pel Tempio, di cui un pagano saccheggia il tesoro sotto il pretesto di costruire un acquedotto per dar da bere a delle ciurmaglie che muoiono di sete. Poi, una occasione come questa non si presenta tutti i giorni. Ci sono cinquanta mila persone accalcate sopra le colline di Gerusalemme ed in Gerusalemme stessa, venute da tutte le parti della Siria, e che ci daranno aiuto senza fallo.
— Nondimeno, disse il sagan, se quella gente esitasse....
— Anzi tutti e' sarebbero decimati dalle armi dei Romani: ma è così che si alimenta l'odio dei popoli oppressi contro gli oppressori stranieri. Tu avrai, Sagan, un posto nella nostra storia, vicino al mio grande antenato Mattatia il Maccabeo.
— Credo piuttosto, che sarò considerato come un meschino plagiario del mio grand'avo Esaù...
Mezz'ora prima, la città brulicava di vita. Dacchè il Shofa era stato suonato dalle mura del Tempio, il cuore stesso della città aveva cessato di battere.
Il sabato pietrificava l'Ebreo.
Non più un rumore nelle strade, non più lumi alle finestre; il fumo sulle terrazze delle case, il fuoco nei focolari erano cessati. La creazione era ravvolta nel silenzio. Non era più permesso di uscire, di andare a cercar acqua, di cuocere il pane, di accendere il fuoco se si era intirizziti, di rimetter in piedi il ragazzo se cadeva per terra, di abbracciare la giovine moglie, o di accomodarla nel suo letto di dolori. Se la madre stava morendo, il figlio non poteva soccorrerla. Se il suo asino cadeva in un fosso, bisognava lasciarlo divorare dai leopardi e dagli sciacalli. Ciascuno doveva restare dove si trovava e nell'istessa posizione; nè bere nè mangiare. Se l'inimico attaccava, bisognava lasciarsi uccidere; e molte volte, fino a Giuda Maccabeo, i nostri antenati erano stati trucidati così. Era nei giorni di sabato che gli Ebrei avevano quasi sempre perdute le loro battaglie contro gli stranieri, i quali, attaccandoli quando non potevano difendersi, ne avevano facilmente ragione. Non si poteva in quel giorno nefasto abbandonare il campo, continuare un viaggio, mettersi al coperto da un sole omicida, dall'uragano o dalla folgore. Il suono del corno del Tempio cangiava l'uomo in istatua come la moglie di Loth. Eccetto che nel Tempio stesso, che solo continuava il suo traffico ordinario, che riceveva le offerte — doppie di quelle degli altri giorni, — che sacrificava le vittime, e bagnava col sangue le fiamme azzurrastre dei suoi altari: eccetto in questo Tempio — perchè non c'era mai riposo per questi sacri traffici — ovunque altrove, cessavano tutti i sintomi della vita.
Noi altri Sadducei ridevamo bene di tutto ciò, avendo la massima che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo pel sabato. Hillel e Gamaliele avevano bensì detto ch'era permesso di fare buone opere durante il sabato; ma i farisei restavano incrollabili. Di maniera che Gerusalemme, a quell'ora, sembrava una città di tombe, ove l'aria stessa era divenuta muta.
Cento mila persone respiravano senza far rumore.
Tutto ad un tratto, dalla parte della porta Giudiziaria e della porta Genath, udimmo un fremito sordo, come uno sciame di api svegliate da un calabrone. Alziamo il capo, tendiamo l'orecchio. Il susurro aumenta, avanza, diviene più distinto. Sentiamo le voci e come uno strepito d'armi. Vediamo, ad onta del sabato, tutte le finestre popolarsi di teste di curiosi. Poi una luce rossastra, come di torcie accese, rischiara il cielo, cui grossi nugoloni cominciavano ad oscurare; e ben tosto dalle nostre finestre vediamo un gruppo di soldati trascinare in mezzo a loro dei prigionieri. Il nostro cuore s'ingrossa. Il corteggio avanza sempre più nel foro e si dirige poi verso le alture di Sion, dalla parte della torre Faselo. Allora diamo indietro spaventati: riconosciamo i nostri complici, ed alla lor testa, legati con delle corde ed insanguinati, Menahem e Moab.
II.
Durante il mio soggiorno a Roma, io aveva spesso inteso parlare della moglie del procuratore della Giudea, ma non l'aveva mai veduta. Claudia abitava Capri.
Ella era l'ultima figlia di quella Giulia figlia di Augusto, cui questi, dopo averla maritata a Tiberio, aveva esiliata, a causa delle sue dissolutezze. Giulia aveva avuto nell'esilio una figlia da un cavaliere Romano. Ma arrivata all'età di tredici anni ella l'aveva inviata al suo ex-marito Tiberio, il quale addobbava di giovani coppie l'isola di Capri, per rinverdire la sua caducità. Si conosce la storia «di quei piccoli bambini un po' vigorosi, ma ancora alla mammella, ch'egli abituava a giuocar fra le sue gambe, allorchè era al bagno, e che chiamava i suoi pesciolini.... Si raccontava che un cittadino Romano gli avesse legato un quadro di Parrhasius, ove Atalanta era rappresentata con Meleagro nell'istessa posizione di quei bambini con Tiberio. Questo quadro aveva il valore di un milione di sesterzi[2]».
[2] SVETONIO, _Tiberio_ XLIV.
Ora Claudia esercitava con Tiberio la parte di Atalanta.
Claudia era uno degli astri, ed uno dei delitti della corte di Cesare.
Due o tre anni dopo, Ponzio Pilato, spagnuolo, arrivava a Capri. Egli piacque a Tiberio, non si sa in quale maniera. Tiberio aveva tutti i capricci del vizio.
— Che posso io fare per soddisfarti? gli domandò un giorno il vecchio imperatore.
Pilato aveva veduto Claudia. Egli sapeva che funzione ella compiva alla corte imperiale. Malgrado ciò, la domandò in isposa. Tiberio acconsentì. La corte allora era a Baja. Tiberio ordinò che fossero condotti al tempio di Diana, nella sua stessa lettiga, assistette in persona al matrimonio, qual uno dei dieci testimonii richiesti dalla legge, e mise egli stesso la mano di Claudia in quella di Pilato. Il matrimonio compiuto una volta, Claudia, uscendo dal tempio, entrò nella lettiga imperiale; ma al momento che Pilato si disponeva a seguirla, Tiberio lo ritenne, e comandò agli otto schiavi liburniani di partire. Pilato tremò in tutte le sue membra. Tiberio allora tirò un papiro dal suo seno, glielo rimise, e si allontanò. Era l'ordine di recarsi a Gerusalemme in qualità di procuratore della Giudea. Sejano lo attese egli stesso per condurlo al mare, ove una bireme da guerra si dondolava nel porto, pronta a spiegare la vela.
Questo è ciò che si diceva: Dio vedeva forse qualche altra cosa. Scorsero sei anni. Giulia, la madre di Claudia, era morta. Tiberio era forse sazio della sua Atalanta. Pilato inviava dispacci sopra dispacci, che dipingevano quell'angolo della Siria da lui governato come una terra minata da sètte ribelli, sempre pronta alla rivolta[3].
[3] Ogni giorno si assisteva nella Giudea a sommosse di popolo, si citavano le provocazioni alla libertà di quelli che pretendevano fare dei miracoli e dei capi che promettevano di realizzare le profezie. Essi trascinavano le masse popolari nei deserti, e là venivano proclamati in qualità di Elia, di Cristo, di Messia.... ed erano inviati al supplizio. SALVADOR, I, pag. 197.
Claudia era perseguitata dall'amore di Sejano.
Essa domandò a Cesare di andare a raggiungere suo marito, e l'ottenne. Di più, egli così avaro, la colmò di regali: cavalli, schiavi, gioielli, denaro, e scrisse a Pomponius Flaccus — lo stesso che egli aveva nominato governatore della Siria, perchè avevano passato insieme a bere due giorni e due notti consecutive — di considerare Claudia come una sua parente, e di obbedirle ed onorarla come tale.
Il viaggio fu prospero.
Claudia non si fermò che pochi giorni a Rodi per riposarsi, poi andò a sbarcare a Joppa.
Pomponius Flaccus l'attendeva di già. Gl'inviati della città di Gerusalemme vi erano arrivati da due giorni.
Gionata, il secondo figlio di Hannah, era il capo di questa deputazione Ebrea.
Il sole si alzava dietro le alture di Efraim, e colorava di porpora la catena delle cime che si stende da Ramah al Carmelo, allorchè le sentinelle, dall'alto del picco intorno al quale si agglomera Joppa, diedero il segnale che indicava l'avvicinarsi della bireme imperiale.
Infatti, una galera a due file di remi, dalla carena dorata e dalle vele di porpora, si avanzava verso la riva, spinta da un dolce e fresco venticello.
Un grande movimento ebbe allor luogo sì nella città che sulla galera. La guarnigione, i soldati che accompagnavano Pomponius Flaccus, questi stesso in persona con una folla di gente componente la sua casa, discesero sulle rive del mare, preceduti dalla commissione di Gerusalemme, e seguiti da tutta la popolazione. Sopra la bireme, i marinai siciliani si affrettavano ad asciugare la rugiada della notte, a stendere i tappeti di Cartagine, e le schiave di Claudia si preparavano a ricever la loro padrona, che si era alzata e si disponeva a venire sul ponte.
Claudia sembrava incantata dalla vista di quella Joppa, alla quale Hiram aveva inviato il suo legno di cedro, di quel porto ove Giona s'era imbarcato per quel terribile viaggio che doveva finire in maniera così insolita e così fantastica; di quella distesa di sabbia, punteggiata da palme, da fichi, melagrani, posto avanzato in quella pianura di Sharon, che i libri sacri hanno profumata di rose; di quella distesa di colline, risplendenti di rose e d'ambra, che si stendevano dinanzi i suoi occhi, e che formano il paese di montagna della Giudea, di Beniamino e d'Efraim. Claudia restò a contemplare tutto ciò fino al momento in cui la bireme approdò e fu tirata sulla riva, e che i marinai appoggiarono alla prora una scalea in legno di cedro incrostata d'argento e di rame. Pomponius Flaccus s'affrettò allora a montare sulla bireme, seguito dalla commissione di Gerusalemme e ch'egli presentò a Claudia.
Gionata, bel giovane, le indirizzò un complimento da parte della nobiltà, della gente del tempio, e del popolo della nostra città.
Scendendo sulla spiaggia, Claudia fu salutata con un grido immenso dal popolo che vi si affollava.
La moglie di Pilato non ascese quella specie di cono intorno a cui, simile ad un grappolo d'uva, è piantata la città. Ella non aveva bisogno di riposo, e quindi la partenza per Ramah fu immediatamente decisa.
Tutto, del resto, era pronto.
Ventiquattro schiavi liburniani circondavano la lettiga, tutt'oro e porpora: otto per tappa. Un camello già bardato; due cavalli, uno di Selinunte e uno della Siria, scalpitavano sulla sabbia, rattenuti a briglia corta da schiavi nubiani. Claudia poteva così alternare di veicolo a suo piacere. Un nuvolo di cavalieri numerosi ed una mezza legione di guardie servivano di scorta.
Una pianura coperta da uno strato leggero di rosea sabbia, sovrapposta ad un altro di nero terriccio, si allargava dinanzi a loro, sparsa di villaggi, di rovine d'antiche città, e di tombe, reliquie della nostra vecchia storia e delle nostre disgrazie — ceneri di centinaia di generazioni d'uomini, Filistei, Ebrei, Macedoni, Romani. Più lungi, ove l'occhio non arrivava, Modin, che risuonava ancora del nome dei Maccabei, e da lato Gaza, Ascalon — ove nacque Erode il Grande — tutta quella regione che vide David abbattere il gigante, e Sansone prendere le volpi.
Claudia montò sul camello, e dietro a lei prese posto una schiava egiziana che teneva aperto un parasole per garantirla dai raggi del sole ancora vigoroso.
Traversarono dei giardini d'aranci e di cedri, ove la vite ed i fichi prosperano frammisti agli ulivi, ai mandorli, ai sicomori, alle palme. L'uva era matura, i pomidoro scarlatti si allineavano a spalliera, le mele della Siria rallegravano gli occhi col loro colore giallo o porpora, il mirto e la rosa selvatica profumavano l'aria. Lo sguardo si riposò sopra questi giardini fino a Beth Dagon — ove si trovano ancora i ruderi di un tempio dedicato a quella divinità marina dei Filistei, per la quale Goliath giurava, nel cui tempio Sansone, cieco ed avvilito, fu ucciso, e che fu rovesciato dall'arca del Signore allorchè i Filistei la misero nel suo tempio stesso, dopo aver vinto Hophni e Phineas, figli di Eli. Al di là di Beth Dagon il paese si allarga, e delle greggie immense di capre, di agnelli, di bufali e di camelli percorrono la pianura.
Il viaggio sembrava andar a genio di Claudia; e Gionata, che cavalcava alla sua sinistra, le rammentava tutte le tradizioni e le istorie della nostra patria, rammemorate dai siti che traversavano.
Ella era sorpresa delle gesta dei nostri padri, così differenti da quelle dei suoi antenati.
Si sostò, per pranzare, a Ramah, la patria di Samuele.
Tutto era stato previsto e preparato dagli ufficiali che Pilato aveva inviati lungo la strada. Si riposò alcune ore, giacchè il viaggio sul camello, che Claudia provava per la prima volta, l'aveva affaticata, tanto come il tramestio del vascello sul mare. All'ora nona, quando il sole tramontava dalla parte di Ascalon, ella montò a cavallo, e sul cader della notte, la piccola tribù cosmopolita di quella bella patrizia romana si fermò ai piedi della collina di Modin, — collina in confronto delle montagne della Giudea che si alzano dietro di essa, montagna in confronto alla valle che chiude.
— Noi calpestiamo coi nostri piedi sito più sacro, ed il più fatale della nostra storia politica, disse Gionata a Claudia.
— Quale? domandò ella.
— Quello che fu consacrato dalle gesta di Mattatia e dei suoi cinque figli, i Maccabei.
— Conosco questa storia, rispose Claudia.
Di fatti ella aveva spesso sentito parlare degli Ebrei, alla corte di Tiberio, allorchè questi li fece tutti cacciare da Roma, e rinchiudere in luoghi malsani, sotto pena, se ritornavano, della schiavitù. Essa ne aveva inteso parlare in seguito dalle lettere di Pilato, che dipingeva con tetri colori quel popolo che non sapendo essere indipendente non si rassegnava a servire[4] e aveva delle costumanze strane: il sabato, la circoncisione, l'orrore degli stranieri e di una quantità di oggetti che considerava come contaminanti; di quel popolo, infine, che adorava un solo Dio, con riti altrettanto atroci che quelli degli infedeli. Claudia si preoccupava di questi tumulti continui, di quelle sètte, di quei messia che si attendevano, ed interrogava ora Trasilio, l'astrologo di Tiberio, ora Seleuco, il grammatico che Tiberio fece prima esiliare dalla corte e poi uccidere, perchè s'informava presso gli schiavi del libro che Cesare aveva letto nella giornata.
[4] _Augebat iras, quod soli Jodæi non cessissent._ TACITO.
Claudia aveva forse un interesse palpitante a conoscere a fondo il carattere e il temperamento del popolo Ebreo.
All'indomani, nondimeno, siccome Modin non è che a tre ore di distanza da Gerusalemme, mentre la scorta a piedi e l'immenso seguito di bagagli e di bestie che accompagnava Claudia si metteva in viaggio, essa, seguita da Flaccus, da Gionata e dalla truppa numida, arrivando alla collina montò a cavallo per visitare il sepolcro di Mattatia. Gionata — dall'alto di quel punto ove si abbraccia la vista magnifica della larga pianura, della fiera vallata d'Ascalon e del lontano mare senza navigatori — indicò a Claudia, rimpetto ad essa, la montagna rude, triste, erta, ove Mattatia si rifugiò coi suoi figli, dopo aver ucciso gli idolatri e rovesciato il simulacro di Giove nel tempio Madin; al disotto, a sinistra, coronata da nuvole, l'alta cima di Beth Horon, ove Giuda Maccabeo distrusse Seron, altro generale d'Antioco — uno contro venti — come aveva già rotto ed ucciso Apollonius, come doveva distruggere Lysias a Emmaus nel piano che si allunga dinanzi ad essi, e Nicanor a Adassa, che si scorge quattro miglia più lungi.
— Battaglie di giganti, gridò Gionata, suolo bagnato da sangue eroico, che illustrò la nazione, la vendicò dei passati oltraggi, la creò a nuova vita, ed alla fine la uccise.
— Come, la uccise? domandò Claudia.
— Ahimè! sì, rispose tristemente Gionata. Quando i Maccabei rovesciarono l'altare pagano a Modin, Israele non esisteva più che nei nostri libri sacri. La fede israelita era morta nell'indifferenza del popolo, per le leggi dei conquistatori stranieri. Il Tempio era profanato, la lettura delle nostre vecchie leggi proibita, la circoncisione posta in dimenticanza, l'osservanza del Sabato impedita sotto pena di morte; la successione dei grandi Sacerdoti era interrotta. Onias, il vero pontefice, aveva emigrato fra gli Ebrei che ormai popolavano Memfi e le rive del Nilo. In mezzo a mille di essi, uno solo forse sapeva leggere l'ebraico. Il caldeo, il siriaco, il greco avevano surrogato la lingua nella quale Mosè aveva comandato in nome del Signore, David aveva cantato e Salomone insegnato. Ma i Maccabei erano più uomini di mondo, politici, soldati, oratori, amministratori, che preti. Essi discendevano dagli esiliati di Babilonia, non già da quel vecchio stipite dell'aristocrazia Ebrea che era restata fedele ai costumi, alle leggi, alle tradizioni, agli usi e all'organizzazione sociale dei nostri padri. Con essi arrivò al potere il partito della nazionalità politica e della riforma. Essi accumularono il doppio potere civile e religioso. Sostituirono la tradizione orale alla legge scritta di Mosè; la teoria personale e variabile — legge vivente del gran Collegio — al patto del grande legislatore. Provocarono e favorirono forse lo scisma, e furono causa che il popolo ebreo si divise in Esseniani, Sadducei e Farisei, laddove Mosè aveva stabilito una fede, un rito, un'arca, un tabernacolo, un patto (ai nostri giorni si direbbe una carta) per tutto il popolo d'Israele. All'unità del sacerdozio di Mosè, si rizzò di fronte lo scisma, che trionfò nel governo civile e s'impose alla credenza religiosa. Mosè, David, Salomone, i giudici che avevano fatto uscire dall'Egitto il popolo Ebreo, al tempo dei Maccabei sarebbero stati come stranieri nel gran Collegio, nella sinagoga, nel sanhedrin, nella scuola di Hillel e Shammai, per quei grandi principi-sacerdoti, pei Samaritani, pegli Ebrei infine. Mosè ormai era divenuto una memoria, una vecchia gloria nazionale, e nulla più. Quella massa di bronzo, rozza, ma compatta e solida, che Mosè aveva fusa e malleata a prova dell'urto di tutti i popoli che circondavano Israele, fu rotta dai Maccabei a fine di meglio lisciarla ed appropriarla alla moda del giorno. E fin d'allora la condanna del popolo Ebreo fu pronunziata. Noi non siamo più noi stessi; noi siamo ora un popolo come un altro a disposizione di tutti i popoli! Volendo creare una nazione, i Maccabei hanno creato uno Stato. Il carattere politico, così mondato, si era sviluppato: l'anima della nazione era franta. A Modin aveva preso principio la reazione contro lo straniero, ma in favore di un solo partito della nazione che esagerò il pericolo, e non comprese l'essenza del carattere del popolo Ebreo. Il rabbì prese il posto di Dio.
Ciò dicendo, sempre camminando, volgendosi ora a Claudia, ora a Flaccus, Gionata entrò il primo nelle strette e nelle gole delle montagne ove principia l'ascesa verso Gerusalemme.
Non c'era strada. L'olivo, il lauro, il mirto, il mandorlo, la ginestra dal fiore d'oro, il frumento, crescono ancora in mezzo a quei gradini di macigno; ma a misura che si ascendeva, il bianco-spino, il leccio, la quercia nana, l'erica, la macchia, il picco nudo delle rocce, il sasso grigio o rossastro, divenivano più frequenti. Seguivano il letto dei torrenti. Non s'incontrava che dei guardiani di capre, dei poveri contadini a piedi, o un rabbì sul suo asino. Un grande silenzio ovunque. All'occidente, volgendosi, si scorgeva ancora il mare; di fronte, alture sopra alture; ai fianchi dei precipizii spaventevoli. Essi non si fermarono punto a Kirjath Jearim, ove i Daniti di Zorah e di Eshtaol piantarono le loro tende avanti di ascendere alla casa di Micah, sopra il monte Efraim, per rubare l'ephod, il teraphim e le imagini di metallo. Là pure, era restata per vent'anni, presso Eleazar, l'arca del Signore dopo che era stata perduta dagli Israeliti, presa dai Filistei, posta prima nel Tempio di Dagon a Asdhot e poi venduta.
All'undecima ora, essi poterono vedere il bel villaggio di Emmaus — a due miglia da Gerusalemme — in mezzo ai giardini verdi, brillanti, profumati, ove il pampino porporino ed il grappolo dorato aspirano all'ombra dell'ulivo, e si arrampicano intorno i fichi. Questa vegetazione, in questo sito, è un fuggevole bacio della natura che diviene sempre più aspra, nuda, dirupata a misura che si ascende verso l'altipiano del monte degli Ulivi e di Sion.
Claudia e Flaccus raggiunsero qui quella parte della loro scorta che li aveva preceduti, e passarono oltre camminando frettolosamente in mezzo a rocce bianche, splendenti, frante e bruciate, per una strada fatta tutta a zig-zag. Il sole del mezzogiorno li opprimeva.
Scorsero finalmente la lunga stesa di muraglie che circonda Gerusalemme, le sue torri, il tempio, i suoi palazzi, il boschetto di datteri che ombreggia la porta dei Pesci, e a diritta il monte degli Olivi.
In quel momento, le vedette che stavano alla porta di Genath, la quale dà nei giardini del palazzo d'Erode, rientrarono per annunziare a Pilato che i viaggiatori erano in vista e si dirigevano verso la porta dei Pesci.
Pilato attendeva questi viaggiatori, o meglio questa viaggiatrice, da sette anni.