Part 19
— Sì, i profeti che piagnuccolano, non quelli che agiscono. Certo, a Gerusalemme il successo è più difficile, il pericolo più grande: perocchè là bisogna contare forse più con i partiti che con i soldati. Ora i partiti sono trincierati dietro a palizzate di bronzo. Bisogna intendersi con loro; bisogna cercare il punto comune di contatto. Esiste esso codesto punto? I Maccabei hanno franto l'antico mondo giudeo; ma essi trovarono aperta la breccia. La breccia era stata fatta a Babilonia. Il povero, incolto e primitivo Giudeo era stato abbagliato in una città, ove l'arte, la ricchezza, il lusso, l'attività, ed il piacere prendevano le sembianze di meraviglie. La loro dottrina mosaica fu scossa da quella di Zoroastro. Due generazioni, che vissero in Babilonia, consideravano ormai la Giudea come una terra di condanna — le classi ricche, le nobili ed istrutte principalmente; giacchè esse erano più al caso di comprendere quelle arti e quella scienza, di godere di quegli splendori. I vecchi libri, la vecchia lingua di Mosè furono dimenticati. Un nuovo partito si formò nella vecchia massa; i Sadducei restarono fedeli, a lor modo, all'ebraismo; i Farisei proclamarono la necessità della riforma. Tutti ritornarono dall'esilio, con Babilonia nel cuore.
— Ecco il fallo.
— Ecco, io credo invece, il progresso. In ogni caso i Sadducei, invaghiti più degli altri di quella civiltà piena di lusso, cercavano di farsi perdonare i loro gusti con una apparenza di più stretto attaccamento al vecchio patto di Mosè; i Farisei, che vedevano la breccia praticata nelle antiche leggi dal contatto dei Caldei, tentarono di legalizzarla e ristringerla, proclamando, come altrettanto sacra, la tradizione degli anziani, detta legge orale.[43] La civiltà caldea importata da quelli che ritornavano da Babilonia s'incontrava con quella che la Grecia aveva soffiata sulle coste di Tiro, di Sidon, di Gaza, di Joppa, o che veniva da Cipro e d'Antiochia. Questa trionfò.
[43] Questa legge non è come le Decretali d'Isidoro, o la donazione di Costantino ai papi, e si trova rude e maschia nella Mischnà, «_Moses accepit legem (oralem seu traditionalem) de Sinai et tradidit eam Ichoschuae; Ichoschua vero senioribus; seniores prophetis. Prophetae tradiderunt eam synagogae magnae. Isti dixerunt tres sententias. Estote moram trahentes in judicio; constituite multos discipulos; et facite sepam pro lege._» MISCHNÀ, t. IV. _Capita patr._ cap. I. In quanto ai partiti ed alle loro dottrine, vedi GIUSEPPE, _Antich._ lib. VIII, cap. I. _Guerra Giud._ lib. II. cap. VIII.
— Ecco la disgrazia.
— No, Rabbì, ecco ancora il progresso. Era però naturale, che quando i Maccabei infransero la potenza macedone, succedesse una reazione. Essi erano stati aiutati nella guerra dai separatisti, che si chiamavano Farisei; questi presero il potere e dettarono la legge. I Sadducei che accettavano tutte le forme esteriori della vita, tutte le trasformazioni della coscienza, ma lasciavano intatta la legge nel tabernacolo, furono messi da parte, come gente strana nei costumi, retriva nello spirito.
— A che setta appartieni tu dunque?
— Alla sadducea.... ed a nessuna. Il gran collegio decise che la legge orale era eguale al patto di Mosè. Da allora quella legge divenne formidabile. Mentre però essa era obbligatoria, mentre discendeva a regolare fino le più piccole azioni dell'uomo, fino alla maniera in cui doveva tener le sue mani, ed a quale temperatura poteva riscaldar l'acqua, era proibito l'insegnarla, e la lettura non ne era permessa che ad uno scarso numero di privilegiati. Gli Ebrei dopo questo nuovo codice divennero un popolo di macchine: l'iniziativa, la libertà, lo spirito furono inutili, furono anzi un delitto. Le più stolide scempiaggini divennero un dovere e furono sacre. La legge di Mosè faceva dal popolo ebreo il primogenito dei popoli; la legge orale ne fece un idiota presuntuoso e barbaro, che respinge la luce, la scienza, la socievolezza, la fratellanza degli uomini.
— So tutto ciò; ecco perchè io condanno i Farisei ed i Sadducei.
— E gli Esseniani?
— Sono fanatici che cangiano, esagerandolo, il bene in male. Io li condanno anch'essi.[44]
[44] Gesù non fece per altro che incarnare la dottrina di questa setta. Qual era questa dottrina? «La triplice base dell'essenianismo, dice Filone, è l'amore di Dio, l'amore della virtù, l'amore degli uomini. Presso di loro, l'amore di Dio comprende la castità, l'avversione al matrimonio, l'esclusione del giuramento, la certezza che Dio fa tutto pel bene, niente pel male. L'amore della virtù produce la pazienza, il coraggio di soffrire, la semplicità, la frugalità, la facilità nel commercio della vita, l'amore ed il rispetto delle leggi. L'amore degli uomini si manifesta coll'amicizia, coll'eguaglianza — benefizio superiore a tutti — e la comunanza dei beni.» Filone: _Che tutti gli uomini giusti, sono liberi._
— Ebbene, o Rabbì, hai torto di condannarli. Il tuo compito è di conciliare. La separazione uccide la nazione ebrea. Occorre trovare il punto di contatto, il terreno neutro ove tutti i partiti possano darsi la mano, lasciando ad ognuno il movimento libero nel suo proprio cerchio.
— Questo terreno esiste forse?
— Esiste. Gli è l'odio di tutti e di ciascuno contro lo straniero.
— L'odio! sempre l'odio! gridò Gesù dolorosamente. Ed io che sognava di fare dell'amore il codice del mondo.
— Rabbì, hai detto il vero quando dicesti che sognavi. L'amore uccide, Rabbì. È questa roccia dell'odio, è questo amore in rivolta che dà al mondo la energia e la varietà. Dio scacciò Adamo dall'Eden perchè vide la sua creazione in pericolo di sciogliersi; come una perla di neve al sole, in quell'interminabile assopimento dell'amore. Non cercare di renderci tollerabili i nostri oppressori. Tutte le nostre dissonanze si mettono all'unissono in questo grido di esecrazione. Ciò che ci occorre, Rabbì, gli è che Dio pure entri nella partita, e che l'uomo che si dice il suo profeta, il suo messia, od il suo figlio, getti l'istesso grido in nome di Dio.
— Dio anch'egli si metterebbe dalla parte della distruzione? sclamò Gesù commosso.
— Rabbì, ascoltami con attenzione, poichè il caso m'ha posto sulla tua via, e che abbiamo toccato un così grave soggetto. Tu ti sei dato a Nazareth per il Messia che ogni Giudeo accarezza nel suo cuore; e qui, questa mane, per il figlio stesso di Dio. A Nazareth hai eccitato la collera; qui, l'ilarità. Questo angolo del mondo che tu avevi scelto per i tuoi traffichi di divinità è stato da prima mal scelto, ed alla prova, esso ha respinto i tuoi tentativi. Ti è impossibile continuare la tua missione nella Galilea. Soccomberesti, o cadresti al livello di quei fascinatori di serpenti e venditori d'impiastri che servono di distrazione nelle strade. La Galilea attende qualche cos'altro, e gli stranieri che vi sono in gran numero, e potenti, non ischerzano coi messia. La sorte del Battista ti dice abbastanza quella che ti riserva la Casa Dorata, e ciò che nasconde l'invito che sei per ricevere. Occorre dunque lasciare la Galilea, o ritornare modestamente, dopo esserti proclamato figlio di Dio, e non so che altro, a fare delle casse, e allestire dei burchielli. Ti convien essa, codesta caduta, che ti farebbe correr dietro tutti biricchini delle strade? Dopo aver sognato qualche cosa di più grande d'un grande sacerdote, di più potente del re Erode stesso; dopo esserti librato coll'aspirazione al disopra di tutto il paese d'Israello; dopo aver attaccato i Farisei, i Sadducei, i ricchi, i principi ed i sacerdoti; dopo esserti proclamato successore dei profeti del popolo di Dio; dopo aver veduto, nelle estasi delle tue notti insonni, i popoli prosternati ai tuoi piedi, dimmi, o Rabbì, ti convien forse di ritornare alla tua bottega, alle tue tavole, alla tua pialla? E i miracoli che hai fatti? e la parola che hai annunziata come la verità? Ed i discepoli che ti hanno seguito come la face del loro spirito? E quei potenti della terra che ti hanno temuto come un riparatore? E i meschini che avevano posto in te la loro fede, in te, voce d'amore, d'eguaglianza e di carità? Tutto ciò non sarebbe stata che una ciurmeria d'un ciarlatano? Rabbì, ciò è impossibile. Ucciditi, ucciditi piuttosto, ma non cadere. Io te l'ordino in nome della dignità umana.
— Non hai duopo di simili intimazioni.
— Tanto meglio, maestro, tanto meglio; poichè nessuno più di te ha elementi così scelti, così completi, per avere una gran parte in questo mondo. Il mondo, maestro, appartiene ai sognatori perseveranti. Ebbene, lasciando la Galilea, non puoi venire che a Gerusalemme. Se Gerusalemme ti adotta, come adottò Giuda Maccabeo, e' non ci sarà gloria al disopra della tua. Tu passi per figlio di Dio che libera per la terza volta il suo popolo. A Gerusalemme i tuoi nemici sono i partiti. Essi saranno tutti contro di te, se ti proclami un partito. Tu devi invece innalzarti al disopra di tutti: e trar profitto delle loro comuni passioni. Se tu prendi questo posto, tutti cadranno d'accordo per ammetterti come figlio di Dio; perocchè quegli orgogliosi non si rassegnano a sottomettersi che a Dio. Il sagan, il gran sacerdote, il gran collegio, il sanhedrin, le sinagoghe, i Sadducei, i Farisei, gli Esseniani, i Betusiani, gli Erodiani, i Zeloti, tutti crederanno di non abdicare, piegandosi dinanzi la parola che in nome di Dio dirà loro: la vostra patria vi appartiene! Allora i miracoli, sotto la tua mano, si faranno da sè stessi. Il tempio s'aprirà dinanzi a te, come dinanzi l'arca del Signore. Le tue vie saranno coperte di rose; i tuoi giorni un inno continuo; le tue notti una danza d'astri, che risuoneranno del tuo nome come del nome di Dio. Dimmi ora, o Rabbì, di', vuoi tu venire a Gerusalemme?
— Verrò, rispose Gesù con accento profondo e commosso; sì, verrò.
— Ne sono felice, o Rabbì. Ma ricordati che in Gerusalemme non c'è altro posto per te, che o il palazzo di Davide, od il Calvario.
— Che la volontà di Dio si compia!
Uscii.
Ogni altra parola sarebbe stata inutile, inopportuna od imprudente. Traversando la parte anteriore del giardino, incontrai Maria. Ella ci aveva lasciati tranquilli, ma aveva compreso l'importanza del lungo nostro colloquio. Ella conosceva lo scopo della mia vita. Maria mi fermò, e gettandomi le braccia al collo, sclamò con un accento pieno di disperazione:
— Oh! Giuda, non rapirmelo; io l'amo.
Fui tocco da questa parola sfuggita da quel cuore in tumulto, e le risposi baciandola sulla fronte:
— Cara Maria, hai ben ragione. Un cuore come il tuo è degno di quell'amore.
All'indomani, colmo di regali per le mie sorelle lasciai Tiberiade. Antipas convinto che io agiva per lui, mi aprì le casse del suo tesoro, e promise di venire a Gerusalemme pel paschah. Erodiade mi disse:
— Giuda, tutto ciò che una donna possiede, tutto ciò che una principessa può.... disponi di tutto, e rialziamo questa grande casa di Erode che il destino dirupa.
XVII.
Io aveva lasciato Tiberiade con l'intenzione di recarmi a Sephoris, per vedere i tre figli di Giuda di Gamala. Un incidente mi fece cangiare di piano. Venni ad urtare in uno di quei piccoli nulla che decidono sempre dei grandi avvenimenti, e che doveva avere una così grande importanza nell'insurrezione del popolo ebreo che io mi ordiva.
Io aveva osservato l'invincibile ripulsione, l'orrore che la voce e la vista di Gesù Bar Abbas svegliavano in Gesù da Nazareth. Camminando all'indomani sulle rive del lago, gli chiesi:
— A proposito, potresti tu dirmi per quale causa il Rabbì di Nazareth ha per te una così profonda antipatia?
— Sei ben curioso, per esempio!
— No. Soltanto, ora ho il dovere di conoscere il più che posso di quell'uomo, onde afferrarne l'intera fisonomia, sotto tutti i rapporti. È altrettanto difficile di penetrare direttamente in queste nature mistiche, che agognano alla consustanzialità con Dio, che di penetrare nei segreti dell'Etna. È mestieri quindi metterli in camicia, a loro insaputa.
— Hai dunque definitivamente fissato le tue viste su quel Rabbì?
— Definitivamente? No. Ma egli ha delle attitudini, dei tratti, che ben diretti, potrebbero farne un porta voce ed un porta bandiera abbastanza conveniente.
— Per me ho contro codestui le istesse prevenzioni che avevo contro il Battista, di cui fortunatamente siamo sbarazzati.
— Che prevenzioni?
— Il Rabbì di Nazareth giuocherà la partita per suo proprio conto servendosi dei nostri dadi puntati — se pure giuoca il nostro giuoco. Ma non darà nella trappola. È così dolce l'essere adorato come figlio di Dio, grattandosi.... le chiappe, raccontando delle storielle morali, e, nell'ozio, dando alle donne isteriche delle pillole per far loro vomitare il diavolo. Codesti biascicatori di frasi vuote, cui nessuno comprende — neppur chi le fabbrica — non arrischiano certo la loro pelle ben grassa, per demolire dei Cesari. Demolire dei Cesari! Mille pesti! bisogna avere più di pelo nel cuore che sulle labbra o sul mento. Vogliamo altra cosa, noi: un messia corazzato.
— Tutto ciò è stato detto, e ripetendolo tu vuoi sfuggire di rispondere alla mia domanda.
— Io non cerco mai di sfuggire, quando ci sono dei colpi da ricevere, o delle vergogne da vantarsi. Io metto al sole le mie piaghe con voluttà — per nauseare coloro che me le hanno prodotte.
— Cospetto! tu m'intenerisci. Saresti tu convertito al regno di Dio, di tuo nipote? T'avrebbe egli promesso un posto in quel regno?
— Avrei preferito che mi avesse dato un posto alla sua scodella, se ne avesse una di ben provveduta. Ma ecco la ragione del nostro disgusto, quella che sembrami probabile almeno, perocchè non so proprio bene perchè egli mi glorifichi sempre del nome d'infame, ogni qual volta mi trova sulla sua strada. Infame! Cosa diavolo vuol dire? Credo che derivi dal latino _in fame_, o da qualcosa che significa aver sempre fame. Ebbene, a mia fe', bimbo mio, tu hai doppiamente ragione: ho sempre fame io.
— Sei sapiente come Gamaliele figlio di Simone. La tua spiegazione dell'infame è ammirabile. Ma principia un po' questa tua storia.
— Eccola qui in due parole. Io aveva reso un servizio al comandante della quarta legione in Germania; uno di quei servigi che si dimenticano raramente. Ritornato dalla guerra povero come un lebbroso, divenendo di giorno in giorno sempre più mariuolo a Gerusalemme, avevo inteso dire che questo Claudio Pellas, il comandante della quarta, essendosi disgustato con Augusto, era stato esiliato nella Golonitide, e aveva ottenuto di vivere nella Galilea. Gli è quello stesso che ha fatto regalo della loro sinagoga ai marinai di Cafarnaum. Decisi di andarlo a vedere. Vi fui infatti e lo trovai in quel bel villaggio di Nazareth, circondato dalle cure d'una donna eccellente, maritata ad un falegname chiamato Giuseppe. Il mio Romano mi ricevette come un Parto. «Chi sei tu? io non ti conosco, va all'inferno e lasciami in pace.» Lo lasciai in pace, e per sopramercato perdetti la mia, poichè presi moglie. Visitando quel caro Pellas incontrai una vedova, sorella del carpentiere, che possedeva un pezzo di terra presso Betlemme. Sposai la terra, la vedova, ed il suo cattivo temperamento.
— Le vedove hanno sempre torto. Non c'è questione.
— Eppure la mia, posseduta da cinque o sei dozzine di legioni di diavoli, voleva sempre aver ragione. «Gesù, non bere. Gesù, non giuocare. Gesù, non aver sempre delle brighe con tutto il mondo, Gesù, non far la corte alle femmine delle strade. Gesù lavora.» Lavora sopratutto! Era la sua manìa! Lavora! lavora! Come se la fosse stata una festa quel rabberciare dalla mattina alla sera delle ciabatte, e il giorno dopo ricominciare, e ricominciare sempre per settimane e mesi! Mille fulmini di fulmini! Maneggiare la lesina dopo aver maneggiato la lancia e la spada! coprirsi il petto d'un grembiale di pelle di becco, dopo averlo avuto coperto di una corazza d'acciaio! tagliarsi le dita con un trincetto, dopo aver ricevuto delle ferite, e dei colpi di daga alla guerra! Ah! vecchia carogna! va, va, non mi dirai più lavora, lavora....
— È morta dunque?
— Sì, Dio mercè, è morta. Insomma, come vedi, quella donna rabbiosa ed io, vivevamo molto male insieme. La mi aveva nondimeno acchiappato un bamboccio, nella ubbriachezza, in una di quelle notti d'inverno in cui, a mancanza di meglio, la moglie ti serve di stufa. Quel marmocchio era grazioso: non mi rassomigliava punto. A due anni, beveva già del vino, rosicava dei peperuoli intossicati, e mordeva sua madre. Mia moglie era sempre stata malaticcia. Non si pensa ella ora di cadere proprio ammalata? Era cardatrice di mestiere. Obbligata di porsi a letto, fece venire una figlia di suo fratello per assisterla, ed attendere al bimbo. Un giorno, infatti, o meglio una sera, rientrando, trovo una ragazza buona a portare un marito, ed un amante per soprassello, la quale mi accosta timidamente, e mi prodiga dei «barba mio» ad ogni motto. Non osservai punto quella tosa. Ho saputo di poi che il mondo la trovava bella.
— Non la vedesti dunque?
— Io la vidi al contrario, per un anno o due, ma non la guardai mai. Quell'oggetto delicato, bianco, diafano, sfuggiva al mio sguardo abituato ai grossi selvaggiumi notturni. Per finirla, mia moglie morì, e mi lasciò sulle spalle il marmocchio coll'appendice di quella ragazza di cui io non sapeva che farmi. Una circostanza mi cavò d'imbarazzo, e mi porse il modo d'utilizzarla.
— Hai così poca immaginazione tu, di non trovare un mezzo d'utilizzare una fanciulla?
— Non ridere, Giuda: n'ebbi ripugnanza. Vi sono dei pregiudizii che si piantano nell'animo come degli uncini di ferro, e si ha un bel fare, non s'arriva a svellerli. La mia piccola, che come sua madre si chiamava Mirjam, andava tutte le sere a cercar l'acqua alla fontana del Dragone in una giara che portava sulla sua spalla dritta. Pare che fosse incontrata da qualcuno che, trovatala di suo genio, la seguì fino alla mia abitazione e s'informò di lei e di me.
— Sono sicuro che gli si diedero sopra di te delle informazioni rassicuranti e lusinghiere.
— Così lusinghiere e rassicuranti, ti dico, che un giorno.... tu conosci, credo, Cneus Priscus?
— Se lo conosco!
— Ebbene, quell'orso mal leccato m'incontrò un giorno come per caso, e facendomi l'onore di considerarmi come un vecchio legionario romano, m'invitò — all'occorrenza dell'anniversario d'una battaglia perduta da Tiberio cui si festeggiava come se fosse stata vinta — a venire ad un banchetto della sua centuria.
— Non si rifiuta di bere alla salute di Cesare, che diamine!
— È precisamente quello che io dissi a me stesso. Ci vado. Si parla. Si vi riscalda; s'alterca; corrono parole grosse come la torre di Davide, e dei colpi di daga da calibro. E quelli che restano divengono amici. È la storia dei mio banchetto. Abbrevio.
— Non abbadarci, va sempre avanti.
— Dopo delle circonlocuzioni assai goffe, Cneus Priscus mi disse che il comandante di non so qual legione era innamorato cotto di mia nipote. Io era già mezzo brillo a forza di vecchio Chios; nondimeno l'idea di fare una buona speculazione di quel pezzo di carne senza sangue, mi balenò subito dinanzi agli occhi. — Mia nipote si vende e non si dà, risposi io sentenziosamente alla maniera del vecchio Hillel. — E chi ti ha mai detto, brutto muso, che la si volesse gratis, tua nipote? A quanto la libbra la vendi tu? — Io la valuto all'ingrosso. — Quanto? — Ne domando diecimila sesterzii.... — Te ne spippolo quindicimila. Vuoi tu giuocarli adesso, e guadagnarne tre o quattro volte tanto, comperarti una bottega di manichi da coltello e finire la tua vecchiaia in mezzo ai corni di bove e di montone? — Io ti giuoco l'anima, se ne hai una, e se vuoi arrischiarla, per farne delle suole a sandali da prete. — Avanti dunque, ma ai dadi, sai. — Eccoli, guardali. — Sta bene, ma il denaro? — Non mi devi tu quindicimila sesterzii? — E tu, non mi sei tu debitore di tua nipote? — Prendila dunque: o vuoi che te l'imballi con della paglia? — Va bene allora. Andrò a cercarla. Soltanto bisogna andar d'accordo in talune precauzioni. — Quali? — Verrò domani sera a mezzanotte, e avrò una lettiga per riporvela convenientemente. — Abbi tutto quello che vuoi. — Griderà forse? — Ciò ti risguarda. Io ti apro la porta; ti conduco nella sua stanza; tu mi dai il denaro.... e che il diavolo ti porti. — Ci mettiamo a giuocare. Guadagno cinquemila sesterzii. — Ti devo ventimila sesterzii, camerata, disse Cneus Priscus; a domani sera.
— E venne?
— Se venne! esatto come il gnomo del monumento d'Hircanus. A mezzanotte una lettiga portata da quattro schiavi neri si fermò dinanzi la mia porta. Cneus mi rimise una borsa col denaro: ventimila sesterzii! Mentre io li contava, egli entrò nella camera ove Mirjam dormiva col bimbo nelle braccia. Si gettò il bertuccino da una parte, s'inviluppò la testa della ragazza in non so cosa, una coperta credo, la si tolse su come una piuma, e due minuti dopo era sparita. Se il marmocchio non avesse gridato, nulla avrebbe interrotto il silenzio imponente della notte.
— E non sai cosa ne è avvenuto di poi?
— Sono due anni che non ho più inteso parlarne. Ella si è ecclissata, se però è tuttora di questo mondo.
— Ed è il comandante d'una legione romana che te l'ha pagata?
— Codesta l'è un'altra faccenda. Io credetti riconoscere quegli schiavi neri....
— I negri si rassomigliano tutti.
— Ecco precisamente ciò che mi sono poi detto a me stesso.
— Davvero, Gesù, tu hai commesso là una ben infame cosa, poichè l'infamia ti stuzzica.
— Tu parli come gli sciocchi. Vediamo un po'. Un uomo che paga quindicimila sesterzii, — e Cneus me ne ha rubati per certo altrettanti, — un uomo che compera questa leccornia al prezzo con cui avrebbe comperato uno storione del Tirreno, non è certo per ucciderla. Gli è dunque perchè egli ne è stupidamente innamorato. Ora cosa si fa delle donne che si amano? Si diviene loro schiavi. Ebbene! semplicione, cosa poteva sperare quella povera mendicante di mia nipote? Tutt'al più di sposare un vignaiuolo del suo paese. Il bel negozio! io ne ho fatto una piccola regina; io amo la mia famiglia, io, e lavoro alla sua grandezza, al suo splendore.
— Pare, per altro, che gli altri non prendano la cosa da questo magnanimo punto di vista.
— Lo so bene! quel piccolo rozzo carpentiere mio nipote avrebbe forse preferito, lui, di vedere sua sorella serva d'un cammelliere. Dappoichè io suppongo che la piccina ha dovuto scrivere ed informare sua madre della sua posizione, e che il piccolo Gesù ne sa sul proposito più di me. La prima volta che mi vide, mi prese pel collo gridando: «Infame, cos'hai fatto di mia sorella?» e di poi, tutte le volte che mi incontro con lui, mi accoppa sempre di questa ingiuria. «Cosa hai fatto di mia sorella!» Imbecille! o che ne so nulla io?
Questo racconto mi gittò in un inatteso ordine d'idee. La vista di Bar Abbas essendomi divenuta insopportabile, lo inviai solo a Sephoris, ed io presi la via di Gerico e di Betlemme.
O che ne so nulla io? aveva detto Bar Abbas.
— Sono sulle traccie, dissi a me stesso.
Tre giorni dopo, a mezzogiorno, mi presentai alla porta della casa solitaria di Berachah, la valle della Benedizione, risoluto questa volta d'entrarvi ad ogni costo, e di vedere la vedova di Cajus Crispus, la quale doveva probabilmente sapere qualche cosa di Mirjam, amante d'un camerata di suo marito, sorella del Rabbì di Nazareth.
Il mio _ad ogni costo_ fu inutile. Trovai Moab sulla porta semi aperta, che si arrostiva le gambe al sole. La vista di Moab mi richiamò alla memoria la donna del circo, ed il caos per un istante dominò il mio spirito.
Moab era ancora un cotal po' convalescente delle sue ferite. Tuttavia e' mi parve meno impensierito di esse che affetto di profonda tristezza. Aveva l'aria abbattuta, scoraggiata, sudando lagrime da tutta la persona.