Memorie di Giuda, vol. I

Part 18

Chapter 183,947 wordsPublic domain

Gesù, ostinandosi nel suo singolare paradosso, rispose:

— Sì, sì, se voi non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e se non bevete il suo sangue, non avrete più in voi la vita. Quello che mangia la mia carne e beve il mio sangue è in possesso della vita eterna, ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perocchè la mia carne è veramente un nutrimento ed il mio sangue una bevanda. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me, ed io in lui. Ora siccome io vivo pel Padre che mi ha mandato, così quello che mi mangia vive per me. Ecco il pane che è sceso dal cielo. Questo pane non è come la manna che i vostri padri hanno mangiata, e che non li ha impediti di morire. Colui che mangerà di questo pane vivrà eternamente.

— Traduci ora tutto ciò a portata del senso comune, soggiunse Bar Abbas.

Il Rabbì, stanco di tante obbiezioni, d'avere sì a lungo parlato, egli che aveva la parola corta, d'avere fatto un sì grande imbroglio di parole, egli che per solito era chiaro e pratico, scese dalla piattaforma, e venne a sedere in mezzo ai suoi discepoli. Uno fra essi, pescatore dalla faccia di granito fortemente delineata, profondamente bronzata, mormorava fra sè stesso ad alta voce:

— L'è un po' troppo! l'è un po' troppo! come si fa a sentire tranquillamente simili frascherie?[39]

[39] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 60, 64. S. Giovanni dice anzi: diversi dei suoi discepoli.

Gesù l'intese borbottare e gli rispose:

— Ciò ti urta, cuore di macigno! Cosa sarà dunque se io vi dirò che il figlio dell'uomo ascenderà nel cielo, ove egli era prima!

Io sorrisi. Gesù se n'accorse, ed il giovinotto mio vicino mi disse:

— Sei un fariseo, tu che ridi e non ci credi punto.

— È lo spirito, che vivifica, aggiunse Gesù fissandomi: la carne è ottusa. Ora, le parole che ho dette sono dello spirito, ed esse sono la vita. Ma vi è chi non ci crede.

— Tu sei il Cristo, figlio di Dio, gridò il ruvido barcaiuolo.

Intanto la riunione si separava, e tutti uscivano irritati, il viso rosso dalla collera, o composto alla berta. Il Rabbì uscì anch'egli, accompagnato dai suoi discepoli, in mezzo agli sguardi furiosi, stupidi, severi o burlieri. Io m'avvicinai a Bar Abbas e gli ordinai:

— Segui quel Rabbì; ho bisogno di parlargli domani.

— Non ti sfuggirà, va!

Poi, appostandomi ad un angolo della porta, assistei all'uscita delle donne. L'ultima fermò il mio sguardo. Ella si mise a seguire da lungi il Rabbì, ed io, lei.

Gesù camminava lentamente, in silenzio, profondamente contrariato, anzi irritato. Al basso della città, volse coi suoi discepoli a sinistra, mentre la giovine donna prendeva la diritta seguendo la via romana che conduce a Magdala. Non mi avvicinai. Ella non si volse indietro. Per altro la mi aveva osservato, poichè l'avevo veduta abbassare il velo che le copriva la testa, e tremare in tutta la persona.

Non m'ero ingannato: era Maria.

A Magdala, ella penetrò nel villaggio e per una viuzza ascese alla cima della costa, all'ultima casa che s'apriva sui giardini della collina.

Qual cangiamento!

Quella piccola casa aveva la forma oblunga, l'aspetto d'una tenda, le mura nude forate da buchi quadrati, senza cornice, nè camini, la finestra della camera, al secondo piano, nascosta da un pergolato che teneva lontani gli sguardi curiosi. Alla cima, una terrazza circondata da una balaustra merlata di tegole vicine le une alle altre, sopra la quale le donne ebree, col velo alzato e le calzature lasciate nel basso, coi vestiti rialzati, stendono e seccano il formentone, nutriscono le colombe ed i piccioni, ed alla sera si lavano e filano. E' fu sopra una simile terrazza che Betsabea mostrò il suo seno a Davide, che la spiava dall'alto del suo palazzo.

Una domestica che ci aveva preceduti o era restata a casa, ci aprì la piccola porta praticata nel muro di pietre rozze che circonda il giardino, nel cui mezzo sorgeva la casa. La parte anteriore di questo giardino era quasi invasa da un enorme fico; quella posteriore all'abitazione montava l'alto della costa, e guardava sul lago. Dalle due parti c'erano dei legumi. Traversando la porta della casa, passammo per un corridojo a vôlta, che conduceva ad una piccola corte interiore aperta (il _patio_ degli spagnuoli). Due porte che davano nelle due stanze, s'aprivano dalle due parti della corte. L'inverno non era ancor giunto. Maria viveva tutta la giornata in questo sito a cielo aperto. Forse ella vi trascinava la notte il suo materasso e la coperta e vi dormiva sotto lo sguardo delle stelle.

Le famiglie giudee si coricano in quella specie di corte tutti insieme, madre, padre, fratelli, figlie, ragazzi, mogli e mariti, ed i loro bimbi; felici, quando le tenebre coprono i misteri della notte. Allorchè principia il freddo, tutti si rifugiano in una di quelle camere laterali, chiuse da un tappeto abbassato.

I muri erano imbiancati di calce e nudi, il suolo in calce e sabbia battuta. Una panchina che serviva di sedile il giorno, e di letto forse la notte, occupava un angolo del muro, una lampada di terra rossa, due o tre sedie di legno, un piccolo mulino da grano, una brocca di terra cotta per andare ad attingere e conservar l'acqua; ecco tutti i mobili di questa donna, che a Gerusalemme viveva come una cortigiana di Corinto, sopra i tappeti e le piume, circondata di lusso e delicatezze.

Non scambiammo una sola parola lungo la strada. Arrivato nella sua casa, Maria, mi ricevette come se fossi stato suo fratello. Non un'allusione al passato. La mi parve sì profondamente cangiata, sì tranquilla, sì felice, che non osai risvegliare nessuna di quelle memorie che m'erano pur tanto care. Era mezzogiorno: un giorno di sabato. Maria servì una manata di civaie cotte la vigilia, un pezzo di carne fredda, del pane, e avvicinò la brocca d'acqua.

— Io non rispetto scrupolosamente il sabato, mi diss'ella, se avessi prevista la tua visita ti avrei ricevuto meglio. Ma, se pranzi male, spero che cenerai un po' meglio.

— Un buon pranzo, una buona cena sono due eccellenti cose, risposi, ma non sono tutto. Io sono felice di vederti.

— Ebbene, mi vedrai ugualmente, sia che resti seduta, o che mi muova un po' per prepararti qualche cosa da metter sotto ai denti, al tramonto. Dove abiti ora?

— Alla Casa Dorata, a Tiberiade.

— Dev'essere un po' più comodo di qui, credo.

— Non così bene, Maria.

— Tanto meglio. Se tu sapessi che attrattive ha la semplicità!

— Credi dunque molto semplice una casupola che tu riempi dei tuoi sguardi e della tua persona?

Maria lasciò passare tutti i miei complimenti per non rimettermi sulle traccie del passato. Tutt'al più sorrise. Passammo la giornata, fra la corte scoperta ed il giardino, a chiacchierare. Io la seguiva da per tutto. La vidi cogliere i legumi, lavarli, cuocerli, preparare ed arrostire un pollo; impastare il pane, ammadiare la pasta per farne dei pasticcini fritti rimpinzati di mandorli, di latte rappreso e di miele; cogliere i fichi e l'uva ancor fresca nel suo giardino, ed allestire i fiaschi di vino del paese. Poi quando il sole principiò a scendere, la vidi posarsi sulla spalla una brocca ed andar a cercar l'acqua alla fontana nel basso del villaggio. Io chiedeva a me stesso: È dessa l'istessa donna! cosa ha potuto cagionare un simile cangiamento?

Essa portava una tunica bianca, incrociata alle ascelle, ed un'altra celeste sovrapposta che discendeva fino a sotto le ginocchia, stretta alla vita da una cintura di lana nera.

La giornata scorse rapida come un'ora. Il sole tramontava già tutto rosso, le leccornie preparatemi da Maria ingombravano il tavolo, ed eravamo sul punto di sederci nella corte scoperta, quando udii un rumore di passi nel giardino.

— To', disse Maria senza parere sorpresa, quantunque con emozione, gli è forse il Rabbì di Nazareth, che hai veduto questa mattina nella sinagoga.

— Sarei felice d'incontrarlo, diss'io, ma non in questo momento: sono sì felice di trovarmi solo con te.

Eppure era ben desso, il Rabbì, e non era solo. Giovanni, il figlio di Zebedeo, il giovine che era seduto a me da presso nella sinagoga, l'accompagnava; e tre minuti dopo apparve anche Bar Abbas.

Gesù m'imbarazzava; ma al postutto avrei tirato partito dal caso che me lo conduceva sì opportunamente. Gli altri due mi tediavano. Giovanni, vedendo tante buone cose preparate sul tavolo, gonfiava le sue giovani narici, e fiutava il pranzo come un cane da caccia. Il ragazzo si prometteva un piccolo festino. Ma questa non era la mia intenzione. Volevo esser solo fra questa donna ch'io sapeva muta, fedele, prudente, ed il Rabbì a cui volevo parlare. Feci dunque cogli occhi un segno a Bar Abbas, indicandogli il piccolo Giovanni, ed allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese, rammentandosi della nostra conversazione. Egli prese dunque pel braccio Giovanni e conducendolo fuori del giardino:

— Vieni, gli disse, voglio regalarti all'osteria. Hai quattrini, ragazzo?

Ahimè! Giovanni aveva compreso il mio segno; s'era veduto frustrato di quell'appetitosa cena, egli che era sì ghiotto, e così permaloso! Non me la perdonò mai più. Nulla potè, nelle nostre relazioni posteriori, raddolcire la reciproca nostra antipatia[40].

[40] Questo, e qualche altro incidente simile, ci spiega l'inetta calunnia del tradimento di Giuda da Kariot, che questo apostolo evangelista inventò e raccontò, che altri ripeterono, e che si è perpetuata nel mondo. Le grandi fortune e le grandi disgrazie derivano sempre da piccole cause.

La cena fu fraterna e dolcemente gaja. Finita che fu, presi il braccio del Rabbì e lo condussi in quella parte del giardino che era dietro la casa.

XVI.

La notte era bella. La luna piena, specchiandosi nel lago, le dava quei riflessi brillanti e vivaci, cui l'aurora dà al tetto del Tempio, irto di lame d'oro. Milioni di stelle volteggiavano nell'azzurro silenzioso del firmamento. Nessuna voce umana arrivava fino a noi: le voci stesse della notte non avevano principiato le loro armonie. Maria, che aveva osservato il segno da me fatto a Bar Abbas per isbarazzarci di Giovanni, ci aveva lasciati soli. Il Rabbì ed io passeggiavamo sotto un pergolato di vite carico ancora di pampini violacei e di grappoli dorati, contemplando in silenzio il grandioso spettacolo del lago e le montagne vaporose della Galilea e della Perea, le piccole ville e i villaggi, che riposavano sulle rive dell'acqua, in mezzo ai giardini profumati.

Il Rabbì sembrava assorto. Evidentemente lo smacco del mattino, lo scandalo, i rumori, le risa, i motteggi che egli aveva suscitati nella sinagoga l'avevano colpito, anzi ferito. Egli, così grave, così positivo, era stato messo alla berlina sur un ribobolo — sfuggitogli per rispondere ad una importuna domanda — vi era stato confitto implacabilmente, e ricondotto a quella sua parola, quando se ne staccava, con una crudele ostinazione. Gli era stato mestieri svolgere una corona di non sensi come parole profetiche, ed alzare un bisticcio al grado di una promessa messianica. Io era stato edificato della sua persistenza del suo sangue freddo, della sua ostinazione, e della sua presenza di spirito. Egli che d'ordinario parlava poco, aveva lungamente dissertato; niente l'aveva scosso. La sua imperturbabilità, anche nel paradosso, m'aveva cattivato. La potenza della sua volontà, per non andare in collera, l'elasticità del suo spirito, per trovare e presentare sempre una nuova faccetta della sua prismatica assurdità, m'avevano sedotto. Dissi a me stesso: ecco il mio uomo, se vuol essere un uomo! L'ardire, la calma, la tenacità, la franchezza, la finezza, la frase misteriosa, l'accento seducente, lo sguardo fascinatore, la poesia.... nulla gli mancava per dare alla plebe un'anima ed un braccio.

Siccome il Rabbì, immerso nei suoi pensieri, continuava a tacere, io gli dissi:

— Rabbì, ero questa mane alla sinagoga. E' sono stati implacabili.

— Bisogna scusarli; non m'hanno compreso, rispose Gesù con dolcezza.

— Non t'hanno compreso, e non era poi molto facile il comprenderti. Ad ogni modo, la cosa è spiacevole, perocchè sono dei malintesi che divengono talvolta fatali. Un mio fido ha vôlto la cosa in ischerzo. Le sue buffonate hanno soffocata e stornata la collera che si accendeva negli occhi di quei sozzi bigotti. Senza ciò, non so' come il tuo parashà avrebbe finito.

— Il popolo principia sempre per mormorare e finisce quasi sempre coll'adorare. Ma chi sei tu che così t'interessi a me?

— Da questa mane, sono tuo discepolo.

— Mio discepolo? Sai tu dunque ciò che occorre per esserlo? La regola è dura: io sono assorbente come la donna.

— Dimmi le prove che esigi.

— Lascierai tuo padre.

— È morto.

— Tua madre.

— Ahimè! la povera donna mi vede sì di raro, e mi desidera così tiepidamente.

— Lascierai tua moglie.

— Non ne ho.

— Lascierai i tuoi fratelli e le tue sorelle.

— Non ho fratelli. La mie sorelle pensano ai loro figli, ai loro mariti.

— Venderai quanto possedi, e lo darai ai poveri.

— Non ho d'uopo di vendere nulla, e farò qualche cosa meglio che dar i miei beni ai poveri. Li metto nella borsa comune, Rabbì, e vi si troverà sempre qualche cosa quand'anche gli altri non vi mettessero nulla[41].

[41] È noto che Giuda era il cassiere degli apostoli i quali prendevano più che non mettessero nella cassa. Essi gironzavano dietro il maestro, e non avevano tempo da lavorare. Nondimeno, mangiavano, ed erano perfino ghiotti di buoni bocconi. Vedi STRAUSS, RENAN e SALVADOR, _vita di Gesù_.

— D'onde vieni, tu?

— Donde vengo? Arrivo da Makaur, Rabbì, ed ho veduto la testa del Battista servita sopra un piatto alla festa anniversario della nascita di Antipas.

— L'hanno dunque ucciso? gridò Gesù vivamente colpito.

— Per piacere ad una giovinetta, che ha danzato un passo voluttuoso.

Gesù si tacque, e restò concentrato per alcuni istanti, poi sclamò:

— Ch'egli abbia la pace nel cielo! Iohanan era un giusto.

— Questa mattina, o Rabbì, ho lasciato la Casa Dorata di Tiberiade. Ci sarai forse invitato domani.

Gesù fece bruscamente alcuni passi verso la porta del giardino. Poi si fermò come vergognoso del suo istinto alla fuga, ed affermò:

— Non vi andrò.

— V'hanno, o Rabbì, degli inviti che rassomigliano ad ingiunzioni. Se tu non ci vai, ti faranno prendere.

— Allora che la volontà di mio padre sia fatta. Seguì un istante di silenzio. Io ripresi:

— Rabbì, Maria m'ha assicurato che tu sei uscito poco al di fuori del raggio di questo bel lago; che al più al più sei andato fino a Tiro ed a Sidone; che non hai mai posto piede in una città greca o romana. Non l'avevo creduto. Ma mi sento disposto a crederlo, vedendo la tua rassegnazione.

— E perchè?

— Tu non conosci il mondo. Gli è proprio qui soltanto che tu vuoi, o Rabbì, restringere e seppellire la tua missione? Hai mal scelto il tuo teatro. Pochi mesi fa, sei quasi stato sul punto di essere precipitato dall'alto d'una roccia, a Nazareth, per esserti dichiarato l'_unto del Signore_; oggi ti avrebbero lapidato se non avessero riso, perchè ti sei spacciato come il _pane della vita_. Tu sei in mezzo ad un popolo che aspetta dei fatti, e tu gli annunzi delle verità. Essi domandano di vedere, tu imponi loro di credere.

— Credere, è vedere dell'anima.

— Il popolo non ha anima. L'anima si forma; ed esso non ha il tempo di formarla. Tutt'al più il popolo ha un cuore, per balzi.

— Ecco la mia missione: io porto un'anima a questo popolo.

— L'è molto bella; ma tu non hai ancora sballata la tua mercanzia, ed io credo che questo non sia il mercato conveniente per metterla a partito. La Galilea non è il tuo forum, la tua sinagoga, il tuo tempio, come meglio t'aggrada. La Galilea è il giardino della Siria, un pezzo d'Italia sotto il cielo dell'Asia. Al mormorio delle sue dolci acque, all'ombra dei cedri del suo Hermon, delle quercie del suo Carmelo, delle palme dei suoi colli coperti di mirti, di vigne e di aranci; alle attrattive di questa natura che ricorda le rive del Nilo e di Damasco, si ama, o Rabbì, ma non si crede. Qui, i Romani hanno tracciato le loro strade della Campania; i Greci e gli Egiziani, i larghi sentieri a cammelli di Memfi. Questo angolo della terra racchiude i più bei paesaggi che l'est e l'ovest svolgano con incanto.

— Tu credi?

— Quando gli uomini del mare abbatterono Tiro e Sidon, onde sopra onde di Cipriotti, d'Egiziani, di Macedoni, d'Italiani e di Arabi, da quelle piaggie conquise si sparsero sopra questa provincia, parlando diversi idiomi, vestendo costumi proprii, adorando dei particolari, trascinando con loro nelle città ch'essi avevano fatto sbucar dalla terra, le loro ricchezze, le loro credenze, le loro arti, la loro scienza. La casa ebbe una famiglia, cui il Giudeo ritiene come impura, il tempio ebbe un Dio, cui il Giudeo ritiene come un demone.

— Sì, si confusero insieme, ma non si mischiarono.

— Cosa importa, Rabbì? Il coltivatore cananeo, il vignajuolo giudeo, hanno essi potuto far a meno di frequentare per forza l'artigiano, il commerciante che discendevano forse da quei principi di Tiro e di Sidon cui Alessandro e Pompeo rigettarono dal mare nel centro di queste montagne, o che vennero d'Antiochia, d'Alessandria o da Roma? Nelle città della costa, Tolemaide e Tiro, nelle città forti dell'interno, Sephoris e Gadara, si accumularono gli artisti, gli operai in oro e marmo, i rettori, i pittori, gli oratori, le danzatrici, i poeti lubrici, i professori di tutte le arti, i propagatori di tutti i vizii venuti dalla Grecia, i legionarii, gli avvocati, i gladiatori, le cortigiane, i cocchieri, i procuratori, la polizia... un mondo intero distillato dalle cloache della Gallia, della Spagna e dell'Italia. Ma i figli di Esaù, che vivono sotto le loro nere tende del deserto, e sopra le rudi e nude montagne al sud del Giordano, possono essi far a meno d'incontrarsi, d'intravedersi, di odiarsi anche, se il vuoi? I rivali di questo suolo non si uniscono guari in matrimonio, non vivono nelle istesse città, si evitano il più che possono; ma c'è una corrente che va dagli uni agli altri: c'è un sentimento che non conosce ostacolo, che si slancia dalla tenda dell'Arabo, che passa sulle città murate del Greco, che invade le città aperte del Giudeo, e la capanna del Siriaco — l'odio — e questo legame comune è indissolubile.

— Sì, poichè essi non hanno ancora udito la grande parola che io loro reco: la fratellanza.

— La fratellanza tra la tigre ed il lepre? Rabbì, ciò che la magia dell'arte greca non ha ancor fatto, ciò che la potenza di Roma non ha ancor ottenuto, là dove la grande personalità del re Erode ha naufragato, nessuno riescirà. Nessuno, nè un Samuele, nè un Elia, nè tu, nè Dio stesso. L'argilla di cui l'uomo è impastato, è eterna ed invariabile. L'ebreo e questi stranieri sono separati da una maledizione irrevocabile: l'impurità. Il giudeo è una anomalia nella società umana. Egli non può avere nulla di comune collo straniero; non può toccar nulla di ciò che lo straniero ha toccato; non può bere all'istessa tazza, sedere alla stessa tavola, dormire nella stessa città, passare la soglia dell'istessa casa che il Greco o il Latino passarono. Lo spirito cupo ed insocievole dell'Ebreo non si rischiara all'attrazione raggiante dei popoli europei. La legge ebrea è inesorabile.

— Io vengo per cangiar codesta legge, rispose Gesù con tuono ispirato. Io vengo a cominciare un'altra êra del popolo di Dio. Noi non imiteremo più degli antenati, di cui non dobbiamo che arrossire. Noi non riconosceremo più come padre quell'infame Abramo, che obbliga Sara sua moglie a provvedere il suo letto di concubine, e che la prostituisce per danari ai re Abimelech e Faraone, facendola credere sua sorella. Noi rinneghiamo quell'infame Loth, che dorme colle sue figlie al chiarore di Sodoma bruciante ancora; quell'infame Isacco che trafficò di sua moglie Rebecca e visse di questa prostituzione; quel dissoluto Giacobbe che passa da Rachele a Lia, dalle due sorelle alle loro schiave, l'istesso giorno, l'istessa notte, lordando la religione del matrimonio. Il padre di Giuda, che ebbe un commercio vergognoso con Tamar, vedova dei suoi due figli, la quale si mascherava sotto il vestito delle prostitute e che quel patriarca frequentava, ci fa orrore. Noi ci vergogniamo di Davide che fece uccidere il suo ufficiale Uria per prendergli la moglie, avendone già tante altre; di Salomone che sposa trecento donne, avendo già settecento concubine e delle innumerevoli figlie di re; di quell'Osea, primo fra i profeti, che ebbe dei figli da una donna pubblica, e la rinnegò; di quel traditore Geremia, che profetizzava in favore di Nabuchadnezzar; d'Isaia che passeggiò nudo in mezzo a Gerusalemme; di quell'Ezechiele a cui Dio ordinò delle cose così immonde, e che lo fece parlare così impudicamente. Noi veniamo a rovesciare le leggi di quel Mosè che commise un omicidio, fu ladro in Egitto, ebbe diverse mogli, e fece delle azioni inique. Io porto un nuovo codice che non ha che un precetto: gli uomini sono fratelli.

— Non si tratta punto della tua dottrina, o Rabbì. Che monta che tu abbi del grano d'Egitto, se lo semini sulle roccie di Moab? Sopra un suolo ove sono passate dodici generazioni, vicine le une alle altre senza darsi la mano, senza scambiare la parola del viaggiatore, la fratellanza è una burla, se pure si arrivasse a comprenderla. La Galilea è la terra dei messia, perchè questo popolo attende un vendicatore. Il messia è un generale che giunge dal cielo per condurli alla vittoria con meno fatica; la vittoria è l'espulsione dello straniero. Ecco il messia che la Galilea saluterà con entusiasmo, e seguirà con fede. Ma, d'altra banda, qual'è la sorte che i minacciati preparano a codesti portatori della collera divina?

— Ahimè! terribile.

— Sì, o Rabbì, i messia non ci sono mai mancati. Sakya-Muni, Hillel il babilonese, ebbero la scienza. Erode, Giuda il figlio di Ezechia, Simon lo schiavo, Athrongeus il sacerdote ed i suoi quattro fratelli, Theudas, Giuda di Gamala ed i suoi figli Simone e Giacomo ebbero la spada. Ma essi apparirono e passarono. Gli Ebrei non compresero Erode e la sua missione di fusione, che tu chiami fratellanza. Al di là del deserto, presso Gerico, Gratus schiacciò ed uccise Simone che aveva bruciato i palazzi d'Erode a Gerico e nei suoi dintorni, Theudas che bruciò il palazzo del re ad Amathus ed a Betharemphta presso il Giordano, e Athrongeus che si era incoronato[42]. Là in faccia a noi si rizzò come gigante quel nobile Giuda di Gamala. Devoto alla legge orale, e' predicò la libertà nazionale, l'eguaglianza degli uomini, e che non vi doveva essere nè re nè padroni del mondo all'infuori di Dio. Lo si credette come un profeta, lo si seguì come i fratelli Maccabei. Insegnò il disprezzo della morte, e sancì le sue parole con un sublime eroismo, combattendo. Giuda tuonò contro le imposte esatte dai romani, ordinò al popolo di rifiutarle e di resistere. Il popolo minuto gli si strinse intorno. Un nobile fariseo, Sadok, gli si unì nella missione. Da ogni parte il popolo si sollevò. Cirenius andò incontro a loro, li battè, li schiacciò, mise in croce Giuda e Sadok. Cirenius credette di aver trionfato. Pilato doveva imparare a sue spese che quel trionfo non era stato completo, poichè Giacomo e Simone, figli del martire, non rinunziarono all'opera del loro padre. Giuda lasciò dietro a sè una setta: gli Zeloti; un testamento; mai tregua ai romani! o Rabbì, il popolo attende ancora il suo liberatore.

[42] Vedi JOSEPHUS _Antiq._ XVII, cap. X, e la nota dell'edizione inglese su codesto Theudas, diverso da colui che apparve più tardi e portò lo stesso nome.

— È arrivato.

— Se è arrivato, egli comprenda che il suo assunto è terribile, e che il suo posto non è nella Galilea.

Questo suolo è fatale. Jeri periva il Battista; domani perirai forse tu pure, o Rabbì. L'inimico qui è potente; e quand'anco si giungesse a vincerlo, niente è fatto fino a che resta a Gerusalemme. Gli è di là che deve venire il colpo: gli è là che lo si deve portare.

— Gerusalemme divora i profeti.