Part 17
Nel punto ove il Giordano sgorga dal lago di Genesareth, sotto quella collina in forma di gobba di cammello sulla quale è fabbricata la città di Gamala, come appostata sul lago, trovammo la flottiglia del Tetrarca che ci attendeva in un piccolo seno. Erodiade, Antipas, io, i principali ufficiali della corte di quel principe, montammo sopra una bireme bianca come un cigno, dalle vele di porpora; il resto del seguito invase le triremi e biremi da guerra. Bestie e schiavi continuarono la strada lungo la costa. Il sole tramontava dalla parte della Giudea. Il lago sembrava un lembo di cielo stemperato in una coppa d'oro. Il cielo era una cupola azzurra infinitamente profonda. La luce abbagliava del suo sorriso tutta la natura che si svolgeva sotto il nostro sguardo. L'Halin, il Tabor, le montagne di Safed, i precipizii nevosi dell'Hermon, ondeggiavano da lungi d'una luce dorata e violastra.
Al primo piano di questo anfiteatro di basalto — dalla forma di fico, la cui base è all'immissione, ed il peduncolo alle foci del Giordano — si stendevano delle città e dei villaggi che gli ultimi raggi del sole doravano come melaranci. Gli altipiani ondulati della Golonitide e della Perea, aprendosi a mo' di terrazza fino a Cesarea di Filippo al nord, rizzandosi di tanto in tanto in picchi deserti ed inaccessibili, sembravano coperti d'un tappeto di velluto celeste ondato di viole. Il flutto dolce e sonoro baciava la spiaggia, giocando colle piccole conchiglie nel piccolo estuario formato dal fiume salato di Tabiga, perdendosi nelle ajuole di fiori e d'erbe di Tarichea, alla uscita del Giordano e sulle rive della pianura di Genesareth. Dei piccoli promontorii, rivestiti di tamarindi e di capperi spinosi e di oleandri, si disegnavano sulla sabbia. Una vegetazione abbagliante, dalla noce del Caspio al fico della Siria, alla palma del Nilo, al cedro ed all'arancio della Sicilia, fino alla quercia ed al cipresso del Nord, copriva d'ombra i giardini e sfidava i cocenti raggi d'un sole indiano. Dei casali, dei villaggi, delle ville s'addossavano alle colline che circondano il lago: in minor numero, nella costa più arida del mezzogiorno, le cui montagne erte e rocciose caddero in eredità alla discendenza di Manasseh; in più gran numero, sopra le rive occidentali del nord e dell'ovest. Là, Gamala; da lato Tarichea, Hippos, Pella, Gadara città greche; sopra la costa della Galilea, Magdala Delmanutha, Capharnaum, Chorazin e Tiberiade dalla fronte d'oro; sulla costa di Golonite, Bethsaide unita da un ponte a Julia e Gergesa; a nord, Cesarea di Filippo, e quella grotta di Panium, dalle salutari sorgenti, circondata da statue di Pan, da Ninfe, da Eco, ed il tempio che Erode fece alzare ad Augusto. Sopra ogni punto della roccia vulcanica, sopra ogni fessura della montagna, una capanna di pescatore o di battelliero; sopra ogni bricciola di terra, un mazzo di frumento, di viti, d'alberi, di fiori, di verdura. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli rivaleggiavano di limpidità, di dolcezza, d'azzurro, colle acque del lago, calme come la pupilla d'una giovine Brettone. Delle nuvole d'uccelli, bianchi e grigi, dalle piume scintillanti, giravano in corona sulla nostra bireme che volava verso Tiberiade come un alcione.
Il sole era scomparso, ma il cielo ardeva ancora, rosso dei suoi ultimi raggi, i quali indietreggiavano dolcemente dinanzi una miriade di stelle, svelantisi gradatamente, quando la bireme si fermò nel porto di Tiberiade.
La capitale d'Antipas si svolgeva ai piedi d'una collina dirupata, presso una sorgente d'acqua calda, sulle rovine d'una città, e di tombe d'un popolo di cui è perduto il ricordo. Tiberiade era una città romana, una Napoli, una Baja, una Pozzuoli, una Siracusa dell'Asia, con tutti gli edifizii pubblici delle città romane, tempii, collegi, ginnasii, stadium, palazzi, forum, teatri, circhi e terme. Un castello coronava la città; e sotto la protezione di quella fortezza, al di sopra della città, sorgeva la Casa Dorata, residenza d'Antipas, il cui tetto era coperto di lamine d'oro, come il Tempio. Un alto muro, scendendo dalla fortezza fino al mare, circondava la città. Un porto, delle gittate, delle porte che davano su l'acqua, delle torri, delle terrazze, nulla mancava. Centinaia di barche, come tante nere bagnanti dalle pezzuole multicolori, si cullavano nelle limpide acque. Volendo popolare rapidamente le belle vie e le belle case della sua città, Antipas ne aveva fatto un asilo pei malfattori, un mercato libero pei commercianti, un sito di delizie per i ricchi, un rifugio pegli impuri, un luogo molto lucroso pegli artigiani e gli artisti, un tesoro pel povero che vi cercava lavoro, un terreno neutro per tutti i popoli. Per ciò, Tiberiade era popolata da cittadini di tutte le nazioni; Italiani, Greci, Asiatici, di tutte le parti. Lo schiavo che ne toccava il suolo diventava libero. Il malato che veniva alle sue fontane se ne tornava guarito. Antipas comperò degli schiavi e diede loro un angolo di casa nella sua città. Tutto vi abbondava: le cortigiane, i divertimenti, le derrate, il lavoro, gli dei, gli uomini d'arme, le fortune da tentare, le scienze da acquistare, la pace dell'anima, l'ebbrezza dei giuochi. Antipas, quantunque sedesse alla sinagoga, andasse al Tempio, e si ragunasse con gli altri al shema, era un Romano pel vizio, un Greco pel gusto, un Egiziano pel piacere. Egli comprendeva tutto, ammetteva tutto, e tutto amnistiava. Dava la mano a Jehovah, un sorriso a Venere, rispettava Iside, e si acconciava in buoni rapporti con tutti gli dei che si importavano nei suoi Stati.
La mia intenzione non era di godere lungamente della vita ardente della Casa Dorata, che m'era tanto andata a genio alcuni mesi prima. Lo scopo della mia escursione era di trovare un capo popolare per la grande sollevazione che io tramava contro il dominio Romano. Il Battista mi era scoppiato fra le mani, bisognava cercarne un altro. Antipas mi aveva già parlato d'uno dei suoi sudditi, ch'egli fece invitare il giorno stesso al suo palazzo. Ma io mi fermava al progetto di ritornare sui miei passi, e d'andare a Gamala per vedervi i figli di Giuda il Golonite, di cui il più giovane, Menahem, ha già figurato fra i delegati dei partiti al consiglio rivoluzionario di Gerusalemme.
Alle terme ove m'ero recato Bar Abbas mi raccontò confusamente di non so quali miracoli d'un rabbì che meravigliava i pescatori della costa di Cafarnaum. Ora, siccome io nei miei viaggi ne avevo veduti tanti di codesti giocolieri delle pubbliche piazze, non feci gran caso della scoperta di Bar Abbas. Per altro essendo l'indomani sabato, e il tempo bello, e le rive dell'acqua deliziose, bisticciando con Bar Abbas, passeggiai dalla parte orientale del lago. Volevo veder da vicino, in cima alla roccia su cui è fabbricata Cafarnaum, quella splendida sinagoga di marmo bianco, che da lungi scintilla al sole sul lago; poi, ritornando, frugare un po' in Magdala onde cercare qualche traccia di Maria che era sparita senza lasciarne alcuna.
Uscii dalla Casa Dorata all'alba, seguii la via romana che corre da Damasco a Tiberiade, passando dinanzi Magdala, traversando il rigagnolo d'acqua salata che zampilla da alcune larghe sorgenti, a pochi passi dal lago, e si getta in mezzo ad uno spesso tuffo di verdura, montando la china tagliata nella roccia, verso la bocca del Giordano, e tagliando la base di quella collina, ove è posta Cafarnaum.
La sinagoga è un'istituzione popolare, come il sanhedrin è un'istituzione aristocratica, del popolo giudeo. Essa rimonta un po' al di là dei Maccabei.
La sinagoga è una casa di riunione per pregare, per cantare i salmi di Davide, leggere il Pentateuco, ascoltare delle lezioni morali e discutere la dottrina: un tempio, una scuola, un palazzo municipale in caso di bisogno.
Quando tutti comprendevano l'ebraico, il Tempio stesso era inutile: ogni focolare era un altare. Mosè aveva ordinato di fare la lettura pubblica dei libri sacri ogni sette anni. Ma dopo il ritorno da Babilonia, l'ebraico era divenuto una lingua da letterati che si imparava come un'altra. Il popolo non parlava più correntemente che l'arameno, dialetto siriaco misto d'ebreo. La lettura dei libri di Mosè non poteva esser fatta dunque che da una classe scelta.... Un po' più ancora, e quei libri sarebbero stati obbliati. Allora Ezra fondò una riunione ebdomadaria per cantare i salmi e leggere i profeti. Questa istituzione divenne popolare: la sinagoga nacque; dieci persone bastavano per costruirla. L'architettura n'era semplice: si imitava la tenda che era stata imitata dallo stesso Tempio. Più tardi se ne fecero dei monumenti.
La sinagoga costrutta dal cittadino romano in cima alla collina di Cafarnaum era splendida, di marmo bianco, che spiccava vivamente sul basalto grigio di cui era fabbricata la città: il frontone ornato di colonne a capitelli corintii, un portico dinanzi la porta ed un magnifico cornicione d'ordine composito.
Era l'ottava ora del mattino. Dei gruppi di conciatori di pelli, tintori, fabbricanti di sapone, mercanti d'olio, venditori di cacio e di frutta, dei pastori, dei marinai, dei pescatori, dei giardinieri facevan capannelli sul piccolo piazzale della casa di riunione, attendendo il momento d'entrare, e in attesa di occuparsi della salute dell'anima, trafficavano fra loro.
Cafarnaum è la prima città, sulla via da Tiberiade a Damasco, che abbia guarnigione romana.
La sinagoga era bagnata di una calda luce che faceva scintillare di rosee tinte i muri di marmo bianco, sotto un cielo azzurro, sopra un lago ceruleo circondato da verzura e da roccie vulcaniche. Passai, ed innanzi di entrare, immersi le mani nella vasca d'acqua presso alla soglia, nettai i piedi alla lama di ferro posta vicino, feci una riverenza all'arca, e mi fermai alla porta rivolta all'occidente. Poco dopo il popolo principiò ad entrare, imitando ciò che io aveva fatto. I dieci del batlanim (oziosi) avevano già preso posto nella piattaforma elevata del mezzo della sinagoga. I ricchi andarono a sedere sui loro alti posti vicino all'arca; i poveri si accalcarono sulle panche di legno coperte da stuoje; i fanciulli mezzo nudi ed intieramente abbronzati al sole, s'accoccolarono sul suolo di nudo marmo, facendo degli sberleffi, pizzicandosi di nascosto, più vogliosi di andar a giuocare sulla piazza, che di stare lì dentro. Le donne occupavano già il loro nido dietro una larga grata nella galleria superiore, vicina al tetto. Il _Hazzan_, che è il guardiano della sinagoga, vi mantiene l'ordine, e compie certe funzioni, fece il giro della sala per vedere se tutto andava convenevolmente. Gli anziani stavano sulla piattaforma, ed il loro capo aspettava che il Hazzan gli dicesse che tutto era in ordine per dare il segnale del servizio. Il segnale fu dato. Il capo del batlanim bruciò dell'incenso che riempì del suo bianco fumo e del suo forte profumo tutta la sinagoga, ed intuonò un salmo di David che fu cantato dall'intera assemblea. Finito il salmo, il Hazzan andò all'estremità orientale della sinagoga, allontanò, inchinandosi, il velo che copre l'arca, l'aprì e ne tirò fuori il _Torah_ — ruotolo ove sono scritti i cinque libri — lo portò intorno ai banchi del popolo, di maniera che tutti potessero baciarlo, o toccarlo colla mano diritta, ed ascendendo i gradini della piattaforma, lo presentò al _Sheliach_.
Questo vegliardo, prendendo il ruotolo nelle sue mani, si levò e, mostrandolo aperto alla congregazione la quale si alzò pure, gridò:
«Ecco la legge che Mosè dettò al popolo d'Israello, la legge che Mosè c'impose, l'eredità dei figli di Giacobbe. Le vie del Signore sono perfette. Le vie del Signore sono provate. Egli è lo scudo di tutti queglino che credono in lui.»
Lo Sheliach aprì poi il ruotolo sul leggìo, lesse ad alta voce il capitolo pel parashà, o sermone del giorno. Il popolo seguiva questa lettura cogli occhi, col cuore, le braccia alzate. Ogni sillaba, ogni pausa era marcata. Quando la lettura del parashà fu finita, e la spiegazione fatta, il Hazzan riprese il Torah, lo rimise al suo posto chiudendo il velo che lo ricopre. Il popolo gridò nuovamente:
«Il nome del Signore sia lodato; il suo nome sia esaltato poichè la sua gloria vola nel cielo e sulla terra.»
Allora si cantò un altro salmo, poi il capo degli anziani principiò il suo midrasch, specie di commentario sul capitolo letto dallo Sheliach. Appena ebbe egli finito, un uomo, il quale stava seduto vicino a me sulle panche del popolo, si alzò e domandò di nuovo il Torah.
Io non aveva prestato la minima attenzione a ciò che avveniva nella sinagoga, distratto da prima dal guardare alle finestre il popolo che, non avendo trovato posto di dentro, cercava di fuori di raccapezzare quanto poteva della lettura o del commentario, ed assorto poi dalla grata delle donne.
Quando il canto ebbe principio, credetti intendere una voce che io conosceva, avendo con essa cantato e commentato il Cantico dei Cantici. Quella voce mi aveva colpito. Poi m'era parso distinguere una forma, uno sguardo che si turbava sotto il mio, una persona che si tirava addietro.
Intieramente fisso a quella grata, io non aveva osservata la persona, seduta come me sul banco dei poveri, ma circondata da un certo numero di amici che le parlavano con rispetto, l'ascoltavano con deferenza e spiavano tutti i suoi moti. Avendo domandato il Torah, mentre il Hazzan andava a riprenderlo, quella persona si avanzò sulla piattaforma, e montò al leggìo del lettore. Il rabbì sembrava essere molto conosciuto, poichè il popolo l'accolse con un mormorìo benevolo, ed un movimento d'attenzione si propagò su tutti i banchi. Avendo ripreso il ruotolo, l'aprì, e lesse di nuovo il parashà del giorno, sopra il quale incominciò a dare delle spiegazioni a suo modo. Egli parlava, lo si ascoltava, ed io l'esaminai. La donna alla grata, che s'era tirata indietro, riapparve sul davanti.
Il nuovo lettore era un uomo d'una trentina d'anni, di statura ordinaria, agile e magro. Aveva la tinta biliosa e bronzata, la barba nera, tagliata in punta, i capelli neri egualmente divisi sulla fronte alla moda Galilea, e gettati all'indietro in lunghe ciocche. Il fronte, un po' basso nella parte anteriore, si allargava alle tempie. Non si scorgeva del viso che le pomette un cotal po' accentuate, ed il naso leggermente ricurvo. I mustacchi coprivano le labbra sottili e scolorate, la bocca larga rialzantesi agli angoli e i suoi denti color avorio. Tutto ciò sarebbe stato volgare, se dei grandi occhi neri, colle sopracciglia folte e quasi riunite sull'alto del naso, dallo sguardo potente, vellutato, voluttuoso, dolce o carico di lampi a suo piacere, non avessero rischiarato quella fisonomia mobile, cangiante secondo il pensiero o l'interna passione che l'agitava. La sua voce era dolce, singolarmente melodiosa, sopratutto quando voleva accarezzare. Le sue maniere erano gravi. Una grande dignità risaltava da tutto l'insieme della persona, dal suo portamento, dalle sue parole e dei suoi modi[28].
[28] Giuda conferma l'opinioni di Tertulliano, di S. Clemente d'Alessandria, d'Origene, e di S. Agostino che danno a Gesù un viso piuttosto brutto che bello, ed un esteriore sgradevole. Me ne dispiace per Pijart, il quale nel suo trattato: _De singulari Christi Jesu D. N. Salvatoris pulchritudine_, combatte i santi Padri suddetti; e pel fumoso ritratto che si attribuisce a Lentulus, il quale non fu mai il predecessore di Pilato, essendolo stato Valerius Gracus dall'anno 14 all'anno 25.
Io intravidi tutto ciò in un batter d'occhio, poichè ero sempre attratto dalla grata. Non intesi quindi ciò che il nuovo lettore disse, come non avevo udito il parashà dell'anziano che l'aveva preceduto. Una voce, che partiva dalle sedie dei ricchi, mi richiamò alla lezione. Ogni individuo avendo il diritto di fare delle questioni, un ricco mercante di grano gli aveva domandato:[29]
[29] Questa scena s'avvicina molto a quella raccontata da S. GIOVANNI, cap. VI.
— Rabbì, donde ci vieni tu?
Mi volsi allora verso un giovane che sedeva a me vicino, mostrandomi molto soddisfatto di ciò che il Rabbì andava dicendo, e molto malcontento dell'interruzione, e gli chiesi:
— Qual è il nome del Rabbì che parla ora?
— Da che sotterraneo sbuchi tu per non conoscere il nome del nostro Rabbì?
— Sbuco da un sotterraneo che si chiama Casa Dorata a Tiberiade, e da un deserto che si chiama Gerusalemme; scusa dunque la mia ignoranza.
— Ebbene, gli è il Rabbì di Nazareth. Lo conosci ora?
— Meno di prima. Ma non monta. Chi è codesto tuo Rabbì?
— Quegli che sazia le moltitudini con pochi pani.
— Mi meraviglierebbe se la saziasse con dei ciottoli, o con delle foglie d'alberi, come le vacche. È dunque un figlio di Salomone o d'Erode, il tuo Rabbì di Nazareth?
— Meglio assai, straniero, rispose il giovine con disprezzo: egli è figlio di Dio.
Non ebbi a replicare. L'entusiasta mio vicino, che era discepolo del Rabbì, e si chiamava Giovanni, alludeva ad un fatto accaduto alcuni giorni prima, in cui il Rabbì, avendo condotto seco un certo numero di discepoli in una escursione nelle montagne, aveva loro fatta la gradita sorpresa di distribuire del pane preparato la vigilia, regalo al quale non s'attendevano in quel sito. Questa attenzione li aveva tocchi al punto che paragonavano la generosità del maestro a quella leggenda d'Elijah, che moltiplicò l'olio e la farina della povera vedova di Sarepta la quale gli aveva dato da bere, e ad Eliseo che aveva nutrito gli abitanti di Guilgal in una carestia, con venti pani d'orzo.
Alla domanda del mercante di grano: donde vieni tu? il Rabbì non rispose categoricamente; ma facendo allusione alle voci propagate dai suoi discepoli, disse:
— Sì, sì, voi mi domandate ciò, perchè avete udito parlar d'un miracolo, e perchè vi piace di saziarvi d'un pane che non costa nulla[30]. Ebbene non vi date pena per un alimento che si consuma, ma per quell'alimento che dura sempre, e che il figlio di Dio, solo, può darvi. Dio il Padre vi è garante per lui.
[30] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 26.
— Tutto questo è molto bello, sclamò un pescatore dai banchi del popolo; ma che occorre egli fare per meritarsi da Dio codesto prezioso alimento?
— Poca cosa, replicò il Rabbì; per piacere a Dio, bisogna credere in colui ch'egli ha inviato.
— Dio ha inviato dei profeti, disse allora un anziano ed essi si sono manifestati con le parole, e gli atti. Ora che segno ci porti tu, pel quale potessimo vedere e credere in te? quali sono le tue opere? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, ciò è scritto, ed essi credettero in Mosè, il quale loro distribuiva così il pane del cielo. E tu, che hai fatto tu? Dov'è la tua manna?
Sfidato a dare questa spiegazione, obbligato a declinare i suoi titoli di parentela con Dio, il Rabbì rispose con un motteggio:
— Voi siete degli sciocchi, e null'altro, credendo alla vostra manna scesa dal cielo per quarant'anni, e sempre a tempo. _Mosè non diede del pane del cielo ai vostri padri_[31]; ma gli è il padre mio al contrario, il quale vi darà il vero pane celeste. Imperciocchè, gli è il pane di Dio soltanto che piove dal cielo, e dà vita al mondo[32].
[31] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 32, 33.
[32] idem cap. VI, vers. 34.
— A meraviglia, osservò ironico il capo degli anziani, punto molto che il Rabbì non avesse trovato buono il suo parashà: a meraviglia, maestro, ma dacci dunque di codesto pane miracoloso che non costa nulla, nutre così bene, e viene da così alto[33].
[33] idem cap. VI, vers. 35.
A una domanda così impertinente, ad una derisione così fina, il Rabbì rispose con un'altra dell'istesso calibro.
— Come, anziano mio? tu vuoi di questo pane tu? Ebbene, niente di più facile, e di più alla tua portata. Eccomi. Io sono il pane della vita. Chi mangia di me non ha mai fame, e chi mi crede non ha mai sete[34].
[34] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 36 e seg.
Uno scoppio di riso accolse questo scherzo.
— Ah! fece un fornaio su i banchi dei ricchi: alla buon'ora! così non sarò rovinato, io.
— Io lo mangerei in due pasti, quel magrolino lì, urlò un enorme facchino dietro a me; ma dopo?
— Ne parli a tuo comodo, tu, osservò un altro, tu lo mangeresti in due pasti, e per noi altri, allora?
— Ebbene, mangerete dell'arrosto di montone, perdio! e state zitti voi altri, vociò Bar Abbas, che dalla strada sporgeva la testa in dentro pella finestra.
Per un istante il Rabbì sembrò turbato da quei lazzi, e la sua figura si animò. Era per rispondere vivamente, ma, riprendendosi tosto, affermò con calma:
— Non voglio soggiungere che questo: voi mi avete veduto, e non mi avete creduto. Ma sappiate che tutto ciò che mio Padre mi dà verrà a me, e chiunque verrà a me, non lo respingerò mai, avvenga ciò che vuole; poichè io sono disceso dal cielo, non per fare le mie volontà, ma quelle di colui che m'ha inviato. Ora è volere di mio padre che m'ha inviato, che io non debba nulla perdere di ciò ch'egli mi ha dato, ma che debba renderglielo di nuovo all'ultimo giorno. Gli è ancora volere di colui che m'ha inviato, che chiunque vede il Figlio, e crede in lui, possa avere una vita eterna. Ed io lo risusciterò all'ultimo giorno.
Gli anziani, il Batlanim, il Hazzan, si guardarono in faccia l'un l'altro; al banco dei poveri, si restò stupefatti non comprendendone niente; ai seggi dei ricchi si mormorò; dietro la grata delle donne si udirono dei lunghi sospiri. Bar Abbas insinuò di nuovo la sua testa nella sinagoga ed osservò:
— Nipote mio, nipote mio! tu viaggi nella luna.
— Ma non è egli Gesù il figlio di Giuseppe il falegname e il figlio di Maria? Non conosciamo forse più suo padre e sua madre, noi? Perchè ci viene dunque a cantare che è disceso dal cielo? Per chi ci prende egli?[35]
[35] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 41, 42.
Gesù fece un movimento d'impazienza e sclamò:
— Non mormorate fra voi[36]. Resistete? Tanto peggio. Poichè nessuno può venire a me, se non vi è spinto dal Padre che mi ha inviato. Ciò è scritto nelle profezie di Isaia, di Geremia e di Micah; ed è Dio che li ispirò. Ogni uomo, quindi, che ha udito ed imparato la volontà di Dio, viene a me. Non già che nessuno abbia visto il Padre; quegli soltanto che è di Dio ha visto il Padre.
[36] idem cap. VI, vers. 43 e seg.
— L'hai veduto tu, dunque, o Rabbì? gli domandò un giardiniere.
— È desso grigio o biondo, tuo padre, nipote mio? interrogò Bar Abbas. Lo rinneghi dunque quel povero disgraziato di carpentiere di Nazareth?
— È morto, disse un altro.
— Non lo frastornate dunque, voi altri, gridò il mio giovane vicino: non lo interrompete. Sì, Rabbì, tu hai veduto il Padre e noi ti crediamo.
— E fate bene, rispose Gesù. Sì, sì, ve lo ripeto e ve lo affermo, chi crede in me, avrà una vita eterna.
— Ma, giurabacco, gridò un mendicante, parliamo un po' del pane, e lasciamo da parte il Padre ed il Figlio. M'inquieto io assai di tutto codesto. Hai del pane, Rabbì?
— Io sono il pane della vita, continuò Gesù gravemente e con più forza. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto, e sono morti. Gli è qui il pane sceso dal cielo, affinchè colui che ne mangia, non muoia punto. Io sono il pane vivente; se qualcuno mangia di questo pane, vivrà eternamente; ed il pane che io gli darò, è la carne mia che darò per la vita del mondo[37].
[37] S. GIOVANNI, cap. VI, vers. 48 e seg.
Lo scandalo fu al colmo. Le interruzioni s'incrociarono, partendo da tutti gli angoli d'ogni natura, inette, burlevoli, gravi, irritate[38].
[38] idem cap. VI, vers. 53 e seg.
— Ma dicci almeno, nipote, a che condimento dobbiamo mangiarti? brontolò Bar Abbas di nuovo colla sua testa alla finestra. È buono conoscer tutto. Chi sa? in un giorno di fame! Poi, come ucciderti senza farti male? Dovresti, mi pare, occuparti un po' di ciò. Tu sei troppo duro ora, alla tua età, per mangiarti crudo. Occorrerà lasciarti stagionare una coppia di giorni forse?
Tutti rincarivano in queste buffonerie. Ma una interrogazione primeggiava su tutte.
— Come mai può egli dare da mangiare la sua carne?