Part 16
— Se non istà a te il giudicarlo, giovine Babilonese, replicò il Battista con tuono altero, sta a me. Ora, Erode strappò la corona ai nostri principi maccabei; uccise settanta membri del sanhedrin che l'avevano accusato di omicidio innanzi ad Ircanus; mietè le famiglie principesche e sacerdotali della Giudea; coprì tutti i suoi Stati di palazzi, teatri, terme, ginnasii, circhi, di collegi, di residenze voluttuose, e di giardini. Fabbricò delle città alla greca ed alla romana, con architettura pagana, e stabilimenti pagani. Introdusse fra noi i giuochi olimpici, e le feste oscene. Alzò fortezze da per tutto, perfino alla porta del Tempio, dominando così la città: Sion divenne un quartiere di Roma. Egli fabbricò una capitale pei Samaritani, che erano stati, come empii, maledetti dai nostri padri: sacrificò ai dii pagani. Le nostre leggi ci proibiscono di avvicinarci agli stranieri; Erode sposò le loro donne. Egli aveva già la sua Araba Doride, quando sposò Mariamne la Maccabea, di cui aveva esterminata la famiglia; poi l'Egiziana Mariamne figlia del gran sacerdote Simon; poi la Samaritana Malthacè di Sebaste. Sposò la figlia di suo fratello; poi quella di sua sorella; poi Cleopatra di Gerusalemme, Fedra di Rodi, Elpis d'Antiochia[23]. E chi potè contare le sue favorite, la più svergognata delle quali fu Cleopatra, quella regina d'Egitto ancora calda degli abbracci d'Antonio, il quale l'aveva fatto re? Assiro nei suoi amori, Egiziano nello sposare le sue parenti, fu Parto, uccidendo mogli, parenti ed amici. Cospirò per la morte di Cleopatra; uccise Mariamne la Maccabea ed i due suoi figli, cui aveva fatto educare alla corte di Augusto; uccise suo cognato Aristobulus; uccise la moglie del suo gran sacerdote Ircanus; uccise suo zio Giuseppe ed il marito di sua sorella, Cortobanus; uccise suo figlio primogenito Antipater; uccise la sua ava Alessandra, la quale, per piacergli, aveva torturata la figlia Mariamne strappandole riccio per riccio tutti i suoi capelli d'oro; uccise i suoi amici ed i suoi complici, Doseteo, Gadias, Lisimaco. I suoi Stati furono arrossati dal sangue dei suoi omicidii. Ed egli aveva accumulato nell'anfiteatro di Gerico «gli uomini più eminenti della nazione giudea» per farli uccidere e frecciate, avanti la sua morte, dopo aver tentato di suicidarsi[24]; ma i suoi ordini non furono eseguiti. Ora, son gli eredi di tal mostro, mostruosi come lui, che si vuol far sedere sul trono d'Israello, e si domanda la mia cooperazione?
[23] JOSEPHUS, _Antiq._ XVII.
[24] JOSEPHUS, _Antiq._ lib. XVII, C. 6 e 7.
— Rabbì, gli diss'io, non t'ho interrotto perchè ero curioso di sapere come si apprende la storia nel deserto. Ebbene, rabbì, quella che tu hai tratteggiata può essere la storia saporitamente leccata dai becchi e dalle iene, dai cammelli e dalle asine, ma non è certamente quella di questo gran principe. Se un uomo, che si crede ispirato da Dio, potesse imparare qualche cosa, ti direi ben io cosa fu Erode, e ti abbaglierei dello splendere di questa grande figura del nostro paese. Ma un apprendista profeta non sa che farsene della verità istorica.
— Di' pure, urlò Giovanni: sono curioso alla mia volta, d'imparare come si traveste la storia davanti ai principi.
— Ebbene, continuai, sappi dunque che Erode fu l'Augusto della Giudea. Egli ci portò le arti, le scienze, la tolleranza, la fraternità dei popoli, il rispetto alle altrui credenze. Egli ci apprese a sprezzare le minaccie dei Farisei e degli Esseniani; abbattè quella potenza del sacerdote, che turbava lo Stato ad ogni istante, e demolì i privilegi del Tempio. Erode ci inoculò uno spirito virile, guerriero industrioso, attivo; ci rivelò i poeti ed i filosofi della Grecia i quali valgono meglio delle grida da energumeni dei nostri profeti, pieni di non sensi che passano per bellezze. Fortificò le nostre città, e le portò all'altezza delle città degli altri popoli pei loro pubblici stabilimenti. Innalzò il popolo a spese dei preti e dei principi; tentò fondere quell'ammasso di gente d'ogni fatta che occupa il nostro suolo, onde farne una sola nazione, un solo popolo, e le fuse nella sua famiglia sposando, per amore o per politica, delle donne di tutti i partiti, di tutte le razze. Lo splendore del tempo di Salomone era una notte in confronto di quello che Erode sparse sulla Giudea. Egli rovesciò i partiti dei Maccabei, dei Betusiani, del Tempio, della Sinagoga, del Sanhedrin, e costruì la forza una, la forza per tutti, quella del re: a Sebaste e a Seforis egli era altrettanto potente che a Gerico ed a Gerusalemme. Cesare lo trattava da fratello. Da Damasco ad Alessandria, il suo braccio era temuto, il suo consiglio ascoltato. Ebbe una corte il cui splendore offuscava quella di Tiberio; un esercito di cui si paventava l'urto. Lo si invoca ancora come un Dio. Se gli spiriti limitati, ed i bigotti, e le mummie dei nostri antichi usi, ed i zelanti, ed i più stupidi tra i Farisei non lo compresero e gli fecero la guerra, è egli colpa di quel gran principe che volle ricondurre il suo popolo alla sua epoca, e cancellare questo anacronismo dall'Asia e dall'Europa? Erode era la conciliazione; si volle che fosse il ristoratore dei vecchi riti e delle viete ridicolaggini del popolo d'Israele. Egli si vide contrariato nel suo disegno di fare della Siria una nazione cogli splendori e la civiltà greca, e s'irritò. Gli s'introdusse la cospirazione contro la sua opera nella sua stessa famiglia: e fu obbligato di frangerla.
— E dove ha condotto tanto genio, tanta eloquenza, tanta forza, tanta cortesia, tanto valore e buon gusto? interruppe Johanan: ov'è il regno fondato da codesto principe? Due frammenti ne sono stati lasciati ai suoi figli, affine di ricordarci sempre di maledirlo e di disprezzarlo: il resto è di Roma. Erode abbassò il principe, il sacerdote, il nobile: ov'è il popolo ch'egli creò? Gli mancò qualche cosa al tuo gran re, o giovane Assiro: il soffio che vien da Dio, la fede; il soffio che vien dal popolo, il sentimento di quella libertà che fece sì grandi Roma e la Grecia. Ma se questo gran re era piccolo, cosa sono i suoi figli, i quali contaminano il nostro suolo con tutte le infamie del padre senza avere alcuna delle sue virtù e delle sue grandezze? La casa di Erode è una scuola d'incesti e d'adulterii. Si può dire al popolo: Rispetta il tuo re, difendi il tuo re, quando codesto re sarebbe questo Antipas Erode, e la regina questa Erodiade, cui io ho supplicati colle lagrime agli occhi di tirarsi dal loro delitto, di lavarsi dell'impudicizia?
— Basta così, Giannuzzo, esclamò mollemente Antipas continuando a dare dei buffetti sul grugno del leopardo: tu vaneggi, e biascichi sempre l'istesse cose. Mi piacciono molto i profeti; dopo aver ascoltato tutta una mattina dei buffoni, dei nani, dei parassiti e dei commedianti, dopo essermi cibato di un pranzo prelibato, regalarmi di un'ora di profeta può divertirmi ancora, per diversione, e per prepararmi dolcemente a quel riposo pomeridiano così bene inventato dagli Spagnuoli. Ma se codesto profeta diviene monotono, e rivomita sempre e poi sempre le stesse impertinenze, con meno spirito che i buffoni, allora ciò mi fa sbadigliare. Tu lo vedi, Giannino, io sbadiglio, e ciò mi farà male alle mascelle pel pranzo. L'è una cosa imperdonabile. Masticherò male, e digerirò peggio. Ora io ti perdono di chiamarmi adultero ed impudico; ma di essermi causa d'un'indigestione! alto là, ser colui!
— Non sono io che venni, sei tu che m'hai chiamato.
— Io? no, veramente. Ti ho lasciato venire. Questo giovane, che non dubita di nulla, credeva che i profeti potessero talvolta avere del buon senso. Io era curioso di vedere se ciò fosse vero. Che vuoi? Si vedono così poche cose bizzarre, nuove o miracolose in questo mondo! Come ritardare d'altronde quell'ora del pranzo che arriva sempre quando non si ha fame. Ah! Giovanni, che bella cosa l'aver fame! Io passerei volentieri un paio di giorni con te nel deserto per darmi questa voluttà, se tu avessi però un buon cuoco. Ebbene, t'ho ascoltato. Hai parlato male di mio padre, assolutamente come s'egli ti avesse beneficato fin ch'era vivo e nominato suo erede dopo morto. Tu hai creduto di farmi dispiacere. Ti sei ingannato. È la sola cosa nuova che io mi abbia udito a proposito del grande Erode, dacchè sono tetrarca. Tu sai che non si crede mica agli dii che si fabbricano nella propria bottega. La mia povera Erodiade ne è tutta verde. Capperi! l'hai chiamata impudica alla bella prima[25]! Ella ha udito ciò sì di sovente che ne avrebbe sbadigliato: ma la inghiotte i suoi sbadigli, il che le causa quel pallore che scorgi in lei. Ora, Giannuzzo, ciò che contraria di più un principe è il noioso. Si può egli uccidere un uomo perchè vi fa sbadigliare? Il noioso gli prova che egli non può far tutto. È male Giovanni. È male agire così. Per uno che vuol divenire messia, tu sai poco quel che si deve al rappresentante di Dio sulla terra.
[25] «Giovanni Battista non era chiamato, come Gesù, a conquistare il cuore delle donne, ma le nature robuste della sua nazione.» SALVADOR, pag. 321.
— Posso andarmene allora? sclamò Giovanni bruscamente.
— Un'ultima parola, gli dissi io. Rabbì, tu vedi il levar del sole al nord. Tu guardi la famiglia d'Erode invece di guardar Roma. Non è ciò che occorre nella Casa Dorata, o nel cuore d'una nobile donna, che interessa i destini del nostro paese: gli è ciò che avviene nella corte di Cesare e nel cuore di Pilato. Nè tu, nè alcun altro ha il diritto di contare i baci d'una donna e di scandagliare l'immensità di quell'infinito che si chiama l'amore. Ma noi tutti abbiamo il dovere di protestare contro il dominio straniero, e di infamarne l'obbrobrio e le miserie.
— Io non sono nè profeta, nè messia, rispose Giovanni, nè uomo di guerra, nè uomo di corte. Roma dunque non mi risguarda punto. Quando un popolo soffre simili oltraggi, ne è degno, o li espia. Io sono un uomo giusto, che predica contro il peccato, che spinge alla penitenza, e annunzia il castigo. Ora il peccato è qui: il peccato è questa donna, è quest'uomo, sì alto locati che il popolo li vede, e potrebbe imitarli. Io devo prevenire questo pericolo; ecco perchè io dico: Erode, cessa lo scandolo; rinvia la moglie di tuo fratello; spegni i fuochi della tua lubricità. Erodiade è il tuo delitto; ella sarà la fatalità della discendenza di Erode. Ecco ciò che io sono, ecco ciò che voglio regolare.
— Ma no, Giovanni, no, osservò Antipas con impazienza, non è così che tu devi dir ciò. Occorre che io ti faccia dare qualche lezione dal mio tragico Ajace che ho condotto meco al mio ultimo viaggio di Roma. Vedrai come egli recita codeste cose nell'_Oreste_ di Sofocle. Nel deserto si apprende male a maledire; si squittisce come volpi. Poi, caro te, non venirmi tanto vicino. Puzzi troppo la cipolla. Io non sapeva che nella mia casa si nudrissero così male i profeti. Gli è per questo che tu fai della politica così cattiva. L'ho sempre detto io: la buona politica si prepara nello stomaco, e si formula nella camera da letto. Ma sta tranquillo, Giovanni, m'incarico io d'oggi innanzi del tuo cibo. Se non fossi vestito così sommariamente ti inviterei a pranzo stassera alla mia tavola, in mezzo alla mia corte ed ai capi del mio Stato. Ma i miei buffoni ti tormenterebbero troppo e le donne troverebbero troppo naturali i tuoi vestiti. Non fa nulla, t'invierò, sopra un bel bacino, ogni sorta di buone cose che restano al mio desco, e quando ti avrai mangiato la tua pappa, sono sicuro che ai frutti ed alle bellaria, verrai a bere alla mia salute.
Erodiade non aveva detta una parola durante tutto questo colloquio. Ella aveva affettato di sfogliettare dei rapporti e delle epistole. All'ultima frase di Antipas, ella alzò gli occhi, ed un lampo passò sopra la sua cupa figura, rendendola potentemente raggiante. Un'idea terribile aveva, forse, traversata quell'anima.
— Tetrarca della Giudea e della Perea, riprese Johanan avvicinandosi fino ad afferrar Antipas per il braccio, io ti fo, nel nome di Dio, un'ultima intimazione: licenzia quella donna. Pentiti, ripudia il peccato, cancella il delitto e lo scandalo. Non stancar più la misericordia di Dio: licenzia quella donna, purificati....
— Già, Gianni, vattene, ripetè Antipas afferrando il suo leopardo alla nuca; non ti avvicinare; guarda Cacus che si alza. La sua pelle freme. I suoi occhi s'infiammano. Tu senti troppo il deserto... Egli comprende il suo linguaggio... Vattene, o io non rispondo più di nulla. Cacus potrebbe dimenticare che è qui, e credersi sulle spiagge del mar Morto. Dovreste conoscervi, pure: egli dovrebbe stimarti. Cacus, giù gli zampini, gioia mia. Tu non rosicherai il mio profeta. Ti avvelenerebbe, sai?
Johanan gettò su noi un immenso sguardo di disprezzo e si allontanò lentamente, brontolando, gli occhi rivolti al cielo:
— Signore, tu puoi scatenare i tuoi fulmini ora; tu lo puoi. La tua parola è stata annunziata a questi empi, ed essi l'hanno disprezzata. Il tuo fulmine, o Signore, il tuo fulmine!
Antipas che era grasso, corto, un po' gottoso, si levò dolcemente, come se avesse assistito ad una commedia di Aristofane, e prendendo il mio braccio; disse:
— Vieni, Giuda, andiamo a fare un giro sulle mie terrazze, e cercarvi pel pranzo un po' di quel brigante d'appetito che non viene mai. Voglio mostrarti i due miei poeti, che ho fatto pescare ultimamente in non so quale cloaca di Roma. Li tengo in due gabbie separate per impedire che si divorino, e li nutro di erbe amare onde neutralizzare la loro bile... Diamine! scrivono un poema pel mio matrimonio colla mia cara Erodiade. Mi atteggiano a Giove che cade in pioggia d'oro sopra Danae. «Padrone, mi dice l'un d'essi, piovi dunque un po' su di me, come fai su di Danae.» — «Sopra di te? grida l'altro; padrone, egli non è nemmeno degno che tu gli p.... sopra!» Voglio che tu mi dia un consiglio, Giuda. Bisogna che io stabilisca nel mio Stato un ginnasio per educarvi i profeti. Vedi come si educano male al deserto! I profeti, i messia, i shilok sbucciano spontaneamente nel mio Stato. Vi sono più comuni che i conigli. Se ne incontrano in tutti i crocicchii[26]. Quando li avrò meglio preparati, ne farò un oggetto di esportazione.
[26] «Questa disposizione ad applicare il nome di figlio di Davide e di Cristo era passata in abitudine. Le truppe del popolo si proposero più tardi d'innalzare altresì Gesù, onde farne un gran capo, un re di antica razza, ed opporlo ai principi di razze straniere.» SALVADOR, pag. 286.
E, scilinguando ciò, Antipas baciava sulla fronte Erodiade divenuta pensosa, e noi uscivamo da una porta, nel punto proprio che da un'altra entrava una fanciulla di una quindicina d'anni, ed andava a gettarsi nelle braccia di sua madre la quale le apriva per riceverla.
La giornata passò gaiamente, in attesa della cena e della festa ufficiale della sera.
Più di cento convitati circondavano l'anfitrione reale nella splendida sala costrutta dal re Erode. Erodiade era coricata vicino ad Antipas, ed io seduto come gli altri, vicino a lei. Tutto ciò che si può immaginare di più prezioso in vasellame ed in porpora, tutto ciò che si può concepire di più delicato in cibi ed in vini, copriva la tavola di quel principe sontuoso e voluttuoso. Il deserto, il mare, i fiumi, le stalle, i giardini e le cantine erano stati esauriti per celebrare questa festa che doveva sedurre quelli che facevano la guerra per il loro padrone, e quelli che avevano ripugnanza a favorire i suoi amori. I discorsi allegri, lusinghieri, bellicosi s'incrociavano in mezzo ad un brillante rumorìo da un capo all'altro della sala. I fiori imbalsamavano, il vino inebbriava, gli effluvii misti dei cibi e dei profumi mettevano in fuoco il sangue. Questo splendore di vasi d'oro, di lumi, di stoffe dai vivi colori di cui i convitati si erano pavesati, il sorriso delle donne, le canzoni degli istrioni, i bizzarri motti dei buffoni, le smorfie dei parassiti.... tutto ciò aveva esaltato gli spiriti ad una temperatura infernale. Ad un tratto, una musica dolce ed invisibile irrugiadò il banchetto, come per calmarne la febbre e preparare l'assopimento. Si aspirava questa freschezza di melodie, ciascuno si cullava a quell'ondulazione di suoni profumati d'estasi. Ma ecco che ad un cenno di Erodiade, una porta s'apre, cinquanta schiave nubiane nude si dispongono in fila con candelabri d'oro alle mani, ed una visione simile ad un raggio di sole s'insinua nella sala.
Fu un soprassalto generale. Antipas, mezzo nudo, si rizzò sul suo gomito come abbagliato.
Era Salomè, la figlia di Erodiade e di Erode-Filippo suo primo marito, che faceva invasione nella sala, bella come una collana di stelle del mattino, appena coperta da un velo leggero che scendeva fino alle ginocchia, le sue ciocche d'oro ondeggianti, un cerchio d'oro sul fronte, sormontato da una stella di diamanti, che pareva Vesper. Al suono di una musica lenta ed in sordina ella cominciò ad atteggiarsi in una successione di pose, ove il suo giovine corpo, bianco come la cima del Carmelo nell'inverno, parve più flessibile d'una pantera. Poi, la musica animandosi, Salomè principiò a volteggiare, ed il velo trasparente che la ombrava, ondeggiando con lei, le dava l'aspetto d'una farfalla che gavazza follemente nelle ajuole d'un giardino, nella primavera. Finalmente la musica diviene turbinosa. Fu allora un getto di fiamma che ravvolse tutta la festa. Salomè poggiando sopra un piede, alzando l'altro al livello del suo braccio, girò sopra sè stessa, svelando dei tesori di bellezza e di gioventù, che davano la vertigine. Fuori di sè, come eravamo tutti, Antipas gridò:
— Che io possa divenire povero come Giobbe, se non accordo a questa fanciulla qualunque cosa la mi chiegga, fosse pure la metà dei miei Stati.
Salomè si fermò, ansante, palpitante, gli occhi dolci e brillanti, la bocca semichiusa, respirando non aria, ma baci. Ella scivolò sulla punta dei piedi e venne a cadere sul seno d'Antipas che le sfiorò, colla bocca i capelli.
— Di', Salomè, di', gioja mia, cosa vuoi? Un palazzo?
— No.
— Dei giojelli?
— No.
— Ami qualcuno?
— No.
— Cosa vuoi dunque? Il mio Stato per una delle tue carezze.
Salomè prese allora sovra una credenza un gran piatto d'argento, ove erano stati serviti dei dolciumi, si avvicinò ad Antipas e gli disse una parola all'orecchio. Antipas sembrò stupito.
— Domandami altra cosa, ragazza, diss'egli.
— No, rispose la giovinetta: aspetto.
— Vuoi tu la città di Tiberiade?
— No.
— Vuoi il lago di Genezareth coi suoi cento villaggi?
— No. Voglio quello che t'ho detto: ed aspetto.
Antipas sospirò. Un grido unanime si alzò dalle tavole.
— Accordato, accordato. Tutto ciò ch'ella vuole è accordato. Tu l'hai giurato, o Tetrarca.
Antipas si chinò all'orecchio d'uno dei suoi ufficiali, e gli disse alcune parole. L'ufficiale, senza mostrare la minima esitazione, prese il piatto che Salomè teneva ancora nelle mani, ed uscì.
La dolce musica ricominciò! Il silenzio era profondo fra i convitati: tutti attendevano, ansiosi e curiosi di vedere il dono domandato dalla giovane aurora. Si sarebbe detto che quella bocca, ove l'amore aveva deposto le sue ebbrezze, avesse pronunziato qualche cosa di strano e di terribile.
L'aspettazione non fa lunga. Salomè era andata a mettersi all'uscio, gettando uno sguardo nella sala del banchetto, un altro negli appartamenti ove l'ufficiale era scomparso. Finalmente arrivò. Salomè gli strappò il bacino, e presentandolo a sua madre, lo scoprì.
Conteneva la testa del Battista.
Un fremito corse in tutti i convitati.
Si racconta che una dama romana punse colla sua spilla da capelli la lingua di un avvocato che aveva fatto condannare suo marito. Erodiade, lei, avvicinò la coppa d'oro alle livide labbra di quella testa tagliata, le versò nella bocca una parte del suo vino, o disse:
— Il profeta beve alla salute del Tetrarca Antipas e di sua moglie Erodiade; io bevo alla sua salute!
Un grido immenso, che rianimò il festino, accolse questa atroce facezia della amante di Antipas. I cortigiani ed i soldati si alzarono tutti e bevvero alla salute d'Erodiade. Solo Antipas ed io restammo tristi e muti.
Alla fine Antipas riprese il suo buon umore e mi disse:
— Non affliggerti, Giuda, se ti hanno servito il tuo profeta sopra un piatto. Verrai con noi a Tiberiade dopo domani, ed io ti prometto di offrirti un messia in una gabbia. Ordinerò una caccia di profeta apposta per te.
* * * * *
Due giorni dopo, lasciammo Makaur, seguendo il Tetrarca ed Erodiade.
Bar Abbas, che io non aveva più visto dopo il nostro arrivo, mi si avvicinò, e disse ad alta voce:
— Che bell'idea di avermi condotto teco! Ho mangiato come dieci, bevuto come cinquanta, e parlato come cento. Ebbene, tutti i soldati d'Antipas sono nostri! gli Erodiani non aspettano che un segno. Mille giovanotti verranno al prossimo paschah a Gerusalemme, armati di spade. Noi prepareremo loro gli scudi. Al primo segnale, scanneranno i Romani.
— Bar Abbas, gridai furibondo, se continui a chiacchierare in questa guisa, ti farò rinchiudere in una muda, fino a tanto che avrai mangiato, dalla fame, metà della tua lingua.
— Sarà il più ghiotto boccone che avrò fatto nella mia vita, rispose Bar Abbas. Ma non seguire, o Giuda, codesta ispirazione: diverrei dopo troppo difficile da nutrire.
XV.
Noi abbandonammo Makaur all'alba passando sotto quel maraviglioso albero di ruta, grande come un fico, e divergemmo per un momento dalla nostra via verso il nord, a Baaras, nel vallone che circonda la città, per cercarvi quella terribile radice, che brilla la sera come un lampo, che si allontana dalla mano che vuol coglierla, cui non è possibile di prendere se non che inaffiandola o coll'urina d'una donna o col sangue mestruale d'una ragazza, che anche dopo ciò uccide chi la tocca, essa che ha il potere di cacciare il demonio fuori dal corpo degli ossessi[27].
[27] JOSEPHUS, _Guerre Giudaiche_ VII, cap. VI. Giuseppe che racconta tutto questo, indica però il mezzo di estirparla impunemente dal suolo. Si scava un fosso profondo per isolare la radice, fino alle sue più tenui barbe. Si attacca un cane alle ultime che la tengono al suolo; il padrone del cane parte; la bestia fa uno sforzo per seguirlo, rompe questi ultimi legami, trascina la radice, e muore. L'uomo morrebbe anch'egli se tentasse fare altrettanto. Si tocca poi e si adopera impunemente la pianta.
Passammo da presso alle fontane d'acqua calda e fredda che operano delle cure così sorprendenti. Seguimmo una strada frastagliata, costeggiante delle creste ritte sopra abissi, come i lati d'un triangolo, ed entrammo in quel profondo e pericoloso burrone, che aprendosi alla base della fortezza si divarica e scoscende spaventevolmente per sessanta stadii fino alle rive del lago d'Asfalto. Seguimmo la riva meridionale di questo mare, poi la sinistra del Giordano per tutta la sua lunghezza, ora sopra una banchina di verdura ombreggita da canne e tamarindi, ora sopra uno strato di sabbia bianca che abbagliava la vista, e rendeva difficile il respiro alzandosi in polverio, e talvolta lungo i contrafforti e le vecchie montagne di Galaad, ora Perea.