Part 15
Andavamo a traversare il paese abitato dai figli abbronzati di Esaù, ove gli Esseniani dimoravano nelle grotte, in mezzo d'una contrada selvaggia, rocciosa, abrupta, di pozzi disseccati e di caverne di bestie feroci. Seguivamo la traccia battuta dai cammelli e dagli asini, lungo una specie di terrazza sovrapposta a un'altra terrazza, come questa sopra una terza, formando tutte insieme i gradini di un anfiteatro di giganti, intorno alla vasca cerulea dell'Asfaltide che si profonda ad alcune migliaja di piedi sotto la spiaggia di Joppa. Queste terrazze sono dei letti lasciati vedovi da quel mare che si abbassa di secolo in secolo, come se un demone lo bevesse nel fondo dell'abisso. Sulle rive, là ove il Giordano si getta nel mare, una moltitudine di coni dai fianchi rotondi e lisci come i denti della corona di Davide, sbucciano dal suolo all'istesso livello, a guisa di piramidi di cinquanta piedi d'altezza. Che spiriti rinchiudono esse, quelle tombe? Là le montagne d'Abraham, le creste di Gilead, più lungi le città di Loth bruciate. Non una nuvola nel cielo, non un soffio nell'aria, non una ruga sull'acqua, non una voce d'uccello o il ronzìo d'un insetto: la vita era condensata come il ghiaccio sulla cima del Carmelo. La luce acciecava. Una tigre, da lontano, adagiata sul ventre, ci contemplava immobile come se la fosse stata di marmo giallo d'Egitto.
Ben presto lasciammo il piano, che forma come un orlo di verdura a quella splendida coppa, e voltando le spalle al mare di Loth, incominciammo a montare quella serie di contrafforti che si sovrappongono gli uni agli altri fino a Gerusalemme. La volpe, l'avvoltojo, la jena, il leopardo popolavano il paese; ma l'uomo che vi si climatizza e vive, se non è una creatura pia, vi diviene più selvaggio di quelle bestie selvaggie. I pozzi sono secchi, gli alberi bassi e rari, i precipizii ricolmi di pietre e senz'acqua; delle caverne tristi, riparo oggidì di leoni, altravolta di re pazzi, fuggiaschi. Seguivamo ora il letto d'un torrente, ora la costa di un colle, ascendendo sempre e poi sempre.
Il paesaggio cangiava ad ogni istante ed era sempre l'istesso. In un solo sito trovammo una donna quasi ignuda, abbronzita come un vecchio sicomoro, che abbeverava delle magre capre vicino ad un pozzo. Oh! non era Rebekah che diede da bere ad Eleazar al pozzo di Haron, e fu scelta per sposa d'Isaac; non era Rachele che Giacobbe abbracciava presso quell'istesso pozzo, dopo aver dissetata la sua greggia; nè Zipporah e le sue sei sorelle, cui Mosè aiutò ad attinger l'acqua dal pozzo di Madian.
— Ecco lì la serva d'un Esseniano, dissi io, troppo rigoroso per permettersi una moglie, troppo appassionato per far a meno di una femmina.
— Ne dubito, replicò Bar Abbas; ella mi par piuttosto la sorella primogenita delle sue capre, solamente la scabbia le ha fatto perder il pelo.
La notte scintillava già dei suoi milioni di stelle, quando arrivammo alla lugubre frana che si sprofonda nella valle del Cedron, fra Gerusalemme e il mar Morto, a tre ore dai colli di Betlemme. Questa trincea selvaggia, aperta nella roccia, dalle bianche labbra, dal fondo rossastro, è bucata da caverne, come le colline di Betlemme e di Herodion, ove le bestie feroci e gli uomini cercano un riparo dai dardi di sole. Al tempo di Erode, un pugno di Farisei e di Esseniani vi accorreva per isfuggire alla vista della città, dei palazzi, dei teatri, delle terme, dei giardini che sbucciavano sotto gli ordini di quel re, come il mondo sotto il _fiat_ di Dio. Dalle alture circonvicine, essi potevano scorgere le cupole del Tempio e il suo frontone listato d'oro. Ai piedi d'una roccia, zampillava un getto d'acqua dolce e pura, la benedizione di queste contrade ove l'acqua è uno sguardo fluido di Dio.
Il Battista aveva qui la sua residenza, quando lasciava le sponde del Giordano. Un certo numero de' suoi discepoli abitavano con lui nelle grotte della montagna, vestendosi di foglie o di pelli di montone, non cibandosi che di erbe e di radici del deserto, non bevendo nè vino nè alcun'altra bevanda fermentata, non tagliandosi nè capelli nè barba, non toccando a nulla di morto, fosse il cadavere della loro madre. Il loro costume era lo stesso ch'Elijah portava dinanzi il re Achab e la sua regina sidoniana. Questa maniera di vivere, la stessa che diversi profeti avevano adottata onde rendersi altrettanto aggradevoli a Dio che dispettosi agli uomini, era seguita da Johanan e dagli Esseniani e Sabei, che aspettavano il loro trentesimo anno per darsi all'istruzione del popolo.
Mentre Bar Abbas faceva rizzare la nostra tenda sotto quel burrone, nel letto stesso del Cedron, io ascendeva il sentiero e andavo a cercare Johanan. Banù il figlio di Jeù, che più tardi si diede ai Farisei, m'informò che Giovanni era stato chiamato da Antipas, alla casa Dorata, in Tiberiade, che là aveva avuto una viva discussione a proposito di sua moglie Erodiade, e che questa l'aveva fatto rinchiudere nella fortezza di Makaur, ove Jeù s'era recato da alcuni giorni, avendo udito che Giovanni versava in qualche pericolo.
— Giuda, provveditor mio, ascoltami, disse Bar Abbas. Lasciamo su codesti profeti, i quali non sono nemmeno buoni a farsi trovare a posto — vanno alla corte in fede mia! — ed andiamo a vedere i figli del Golonita. Il nostro affare è colà.
— Se sei stanco, ritorna a Gerusalemme.
— Non è per ritornare a Gerusalemme che sono venuto nel deserto. Ma spero, almeno, che non staremo qui ad aspettare quel lavandaio di pelli conce. Se egli è a corte, andiamo a corte. Là sono come in casa mia. Antipas mi pizzica l'orecchio, ed Erodiade mi chiama ruzzone. Siamo della famiglia. Essi sanno che io lavoro per loro, que' rampolli tisicuzzi di un grande avo. Gli Erodiani mi stimano. — Ah tu mi guardi! ebbene, sì, mi stimano. Oh che! tu stimi bene Hannah, tu. Solamente se l'avessi saputo là su, avrei domandato a Pilato di prestarmi una toga. Sarei stato bello eh! in una toga con delle frangie verdi e rosse nel basso.
— Tu conosci dunque abbastanza Pilato, per ciò?
— Eh! sì, sì. Abbiamo fatto un baratto insieme. Un giorno gli ho venduto una colomba. Deve ricordarsene quel bellimbusto.
— Hum! sta bene. Domani partiremo per Makaur.
XIV.
Due giorni dopo, mettendo piede nella fortezza di Makaur dissi a Bar Abbas:
— Siamo qui in mezzo ai tuoi amici. Tu hai a dir loro due cose: che si tengano pronti alla prima chiamata; che vengano alle prossime feste del paschah in gran numero, lasciando al paese i vecchi, le donne ed i ragazzi: tutti armati. Gli avvenimenti possono farci prendere delle risoluzioni impreviste.
— Ma per che e per chi dovranno esser pronti ed armati? E' me lo domanderanno, per fermo.
— E tu risponderai, che si dispone della pelle del leone quando lo si è ucciso. In ogni caso non ci sono che i figli di Erode che abbiano diritto all'eredità del loro padre. Il premio della corsa è sempre per colui che arriva primo. Che gli Erodiani si affrettino.
— Che Antipas Erode non dorma, replicò Bar Abbas.
Ora Antipas dormiva, o presso a poco, ed e' non ci conveniva troppo di risvegliarlo.
Antipas era figlio di Erode il grande e di Cleopatra di Gerusalemme, una delle nove mogli di quel re. Alla morte di suo padre, egli aveva avuto in parte la tetrarchia di Galilea, cui egli vagheggiava, fra due sbadigli, di allargare fino ai limiti del regno di suo padre, e cercava, a furia di attenzioni, di adulazioni e di regali, di piacere ai romani, onde ottenerne le provincie date a suo fratello o annesse all'Impero. Egli innalzava dunque delle città e dei monumenti, cui conferiva il nome dei signori di Roma, ed era sempre sulla strada d'Italia.
Il re Erode, tribolato continuamente al suo confine di mezzogiorno dal re Aretas e dai suoi Arabi, sovente battuto mai tranquillo, risolse un giorno, secondo la sua politica, di soffocare l'ambizione fra due baci. Egli maritò dunque Antipas, il suo erede prediletto, a Sara la figlia di Aretas, e si assicurò così la pace, ed un aiuto potente per effettuare un giorno il suo gran progetto di estirpare i Romani dall'Asia e sottomettere questa parte del mondo al suo potere, più grande di quello di Salomone, più grande di quello d'Alessandro, più grande di quello di Augusto, più grande infine di quello di Ciro. Fino a che egli visse, Antipas e Sara furono felici. Sara era molto bella, molto prudente, di costumi puri, piena di dignità, di risoluzione e di coraggio: l'antitesi di suo marito, molle, dissoluto, incerto, ed infingardo. Dopo la morte di Erode, Antipas scosse il giogo morale di questa nobile principessa Moabita.
In uno dei suoi viaggi a Roma egli vide Erodiade, la figlia di Aristobulus e di Mariamne la Maccabea, maritata a suo fratello Erode-Filippo, figlio di quell'altra Mariamne, figlia di Simon, figlio di Boethus, il gran sacerdote della discendenza di Onias della razza di Aaron che era restato in Egitto. Fra le due Mariamne non aveva giammai esistito ombra di accordo. Erano due orgogli, rampolli di due razze, di cui l'una, la Maccabea, aveva esclusa l'altra, l'Aaronniana, dalla successione del gran sacerdozio. La figlia del gran sacerdote cospirava onde assicurare il potere d'Erode, al suo figlio Erode-Filippo, a scapito dei figli della nipote d'Ircanus, il discendente dei Maccabei. Erode, offeso da quell'intrigo di palazzo, se ne sovvenne vergando il suo testamento, ed Erode-Filippo fu diseredato. Non pertanto egli aveva prima tentato di ravvicinare quelle due ambizioni, dando in matrimonio al figlio di Mariamne la betusiana Erodiade, figlia di Aristobulus, figlio di Mariamne la Maccabea. Erodiade era giovine, ardente, bella ed ambiziosa; Erode-Filippo, più vecchio di lei, di carattere indolente, deciso a non forzare il destino, disperando di vincere l'antipatia del padre, rassegnato ad una sfortuna ch'ei non poteva scongiurare.
Antipas vide sua nipote, moglie di suo fratello, e si lasciò abbagliare dalla sua cupa e fatale bellezza. Essi risolsero di maritarsi, ad onta dei costumi, delle leggi, e delle convenienze. Di già Erode aveva insegnato alla sua famiglia che le leggi del matrimonio per i principi non sono le istesse che pel popolo, avendo sposato, per amore o per politica, le sue nipoti, le sue cugine, delle ebree, delle straniere. Messo in un posto appartato, in mezzo a popoli che la legge di Mosè stimmatizzava come impuri, Erode e la sua famiglia non avevano molto a scegliere; si maritarono dunque in famiglia. In attesa del matrimonio, Antipas prendeva le arre dell'amore. Egli invitò Erodiade nel suo palazzo stesso di Tiberiade, ed ivi tramavano come l'uno si sbarazzerebbe della figlia di Aretas, l'altro del figlio d'Erode.
Sara, che aveva già avuto conoscenza di questo amore, e che si sentiva oltraggiata nella stessa sua casa, risolse di abbandonare il tetto di suo marito, onde evitare almeno il veleno, cui Erodiade le avrebbe certamente versato per essere francata dell'ostacolo. Sara finse, nella primavera, di voler andare a godere l'aria della montagna nella residenza di Makaur.
Makaur è una piccola città forte, sopra una collina in mezzo alle aride lande dell'Arabia, un altipiano roccioso, sul quale Erode il Grande aveva fabbricato un immenso edifizio, metà palazzo, metà castello, a fin di tenere in rispetto le tribù arabe. Perocchè Makaur è alle frontiere del paese di Moab, ove i dominii di Aretas cominciano, e la Perea, dominio di Erode, finisce. La città era posta in alto come una vedetta del deserto, merlata, solitaria, avendo dell'acqua, delle solide mura, e qualche ciuffo di verdura.
L'Arabo veniva a frangersi contro questo ostacolo.
Era dunque nel bel palazzo che si alza nel mezzo della fortezza che Sara cercò un rifugio. Ma ella aveva di già avvisato suo padre dell'oltraggio che le si faceva, e del suo progetto di fuga. Uno stuolo di Arabi, posti in agguato al sito opportuno rapirono la figlia di Aretas agli ufficiali e ai soldati di Antipas, i quali l'accompagnavano, e la condussero a suo padre, a Petra, ove era il nido di quell'aquila.
L'aquila poi discese nel piano e principiò la guerra contro Antipas. Ma che gl'importava la guerra a costui? Egli era libero adesso di sposare Erodiade la quale era la sua fatalità. Ella ripudiò suo marito. Questo fatto enorme, sconosciuto nella nostra storia, contrario alle nostre leggi, che pure permettevano al marito di ripudiare la moglie, allarmava i nostri costumi. Il marito vendette sua moglie.
La guerra divenendo ardua sulla frontiera, la coppia amorosa lasciò la Casa d'oro di Tiberiade e si recò a Makaur.
Traversando la Galilea e la Perea, Antipas udì parlare del Battista e dell'influenza che costui esercitava sul popolo. Un profeta è uno degli elementi della vita ebrea[21]. Noi ne usiamo in tutte le circostanze; mischiandolo a tutti gli avvenimenti, ingannandolo e lasciandoci ingannare da lui coll'istessa indifferenza, ma ascoltandolo con interesse, con passione, come un attore della tragedia sociale della nazione.
[21] Era anzi previsto dalle leggi come un delitto. Il Sanhedrin condannava: _tr. bus, pseudo-prophetas, sacerdotes magnos._ MISCHENA, t. IV, cap. I.
Erodiade, dimenticando la parte che Natan in una situazione analoga aveva sostenuta con Davide, ed Elijah con Achab, si lusingò di sedurre il nazir del Giordano e di servirsene per calmare l'avversione e pacificare lo scandolo cagionato dal suo matrimonio. Johanan fu invitato, o meglio obbligato, a recarsi a Tiberiade. Johanan, a cui piaceva imitar Elijah col quale i suoi discepoli lo identificavano fino al punto di dirlo Elijah risuscitato, afferrò l'occasione d'imitare quel profeta, ed invece di accarezzare la passione dei due padroni, fulminò contro di essa. Erodiade avrebbe forse soffocato immediatamente quella voce impertinente. Antipas si decise ad aspettare a fine di raddolcire quel zelante predicatore, e di non sollevare dietro a sè i bigotti, avendo già dinanzi gli Arabi.
In questo stato di cose arrivai a Makaur.
Io vi era conosciuto. Erodiade sapeva che io aveva come lei il sangue dei Maccabei nelle mie vene. Antipas sapeva che io cospirava per rovesciare il dominio romano nel nostro paese. Ora chi era il possessore legittimo di queste contrade una volta liberate se non il successore del grande Erode? Erodiade, di cui io aveva delusi altri intendimenti, non nutriva in favor mio l'istessa confidenza. Più astuta, più perspicace di suo marito, ella prevedeva che uomini come Hannah e come me, non si esponevano a pericoli infiniti, supremi, per porre la corona di un sì gran principe sopra una testa così poco degna di portarla. Ciò nondimeno, fui accolto a meraviglia dal tetrarca e da sua moglie. Antipas, in oltre, aveva in quel momento una cagione di rancore di più contro Pilato. Questi aveva fatto trucidare, esporre nel circo e crocifiggere dei soggetti della tetrarchia, sui quali non poteva esercitare alcun diritto. Questo insulto esigeva una vendetta, od una riparazione.
Io mi astenni dal rivelare tutti i miei piani ad Erodiade o ad Antipas. Dissi loro giusto quel tanto che occorreva a deciderli a darmi l'aiuto che loro chiedevo. Toccai dunque la questione che mi consegnassero Johanan, se questo selvaggio rabbì voleva mettersi al nostro servizio. Erodiade protestò.
— Questo insultatore non è l'uomo della situazione, diss'ella. Egli non comprenderà punto ciò che gli si domanda. Codesta gente del deserto hanno la patria delle belve: lo spazio. Codesto Johanan potrebbe forse provocare qualche voce fra la plebe e vomitare maledizioni; egli non solleverà mai un braccio per combattere. Ora a noi occorrono degli uomini d'arme, degli uomini che sentano la dignità della patria, e non mica degli schiamazzatori.
— Lo so, risposi, e per ciò io non accetto il shiloh tale qual è, ma vorrei provare se posso addomesticarlo ad essere ciò che voglio io.
— Non mi oppongo al tuo tentativo, replicò Erodiade. Ma se tu riesci, devi tanto più diffidare d'un istrumento che cangia di tempra per un interesse qualunque, e che può frangersi al primo urto.
Correva l'anniversario della nascita di Antipas. Ci era dunque festa al palazzo, e molti capi militari, governatori di città, ufficiali della tetrarchia erano stati invitati. Il momento dell'abboccamento con il Battista non mi pareva opportuno. Imperciocchè, siccome gli era lasciata una grandissima libertà, egli aveva veduta una grande parte dei suoi discepoli e poteva o non sentire il peso della solitudine, o conoscere gli affari del mondo più che non occorreva. In ogni caso, avrei voluto parlargli da solo a solo, senza apparato, senza quella messa in iscena che poteva stuzzicarlo a rappresentare una parte mentre io aveva duopo di trovare l'uomo. Erodiade che diffidava di me, che aveva tante e così pronte ed ardenti passioni, volle che questo interrogatorio avesse luogo subito, alla sua presenza ed a quella di suo marito. Ella si condusse nel gabinetto ove soleva trattare gli affari e ordinò che il Battista vi fosse introdotto.
Erodiade era seduta dinanzi una tavola di malachite coperta di carte; giacchè era dessa che amministrava le provincie, riceveva i rapporti, e dava gli ordini: mentre suo marito godeva delle voluttà della vita, inventate a Babilonia, esagerate in Roma, abbellite ad Atene. Io mi tenevo in piedi dietro la sua sedia. Antipas, coricato sopra un monte di cuscini, giuocava con dei globuli d'ambra, che palleggiava, sbadigliando, nelle sue mani, e stuzzicava un leopardo addomesticato, accovacciato ai suoi piedi.
Johanan, entrando, girò il suo sguardo sopra la scena e le persone, quello sguardo sospettoso ma perspicace degli abitanti del deserto, i quali fiutano a volo il suolo, l'aria, il cielo, l'acqua, e sospettano ovunque un pericolo od un nemico. Egli poteva avere da trentaquattro a trentacinque anni. Una foresta di capelli e di peli gli copriva il viso, non lasciando scorgere che una piccola lista del fronte, le poma delle guancie bronzate, e due occhi profondi e scintillanti. Un vecchio straccio di pel di cammello, serrato alla vita da una coreggia, gli scendeva fino alle ginocchia, lasciando nudo il collo, il petto, i bracci, le gambe ed i piedi che si sarebbero detti di granito rosso. Le sue labbra livide fremevano di una commozione, che non potendo essere la paura doveva essere la collera o l'ansietà.
— Cosa si vuole da me? disse egli entrando, con voce ruvida come un ruggito, e alta per fierezza.
Erodiade impallidì e tacque. Io non mi credeva autorizzato a prendere la parola, allorchè quei padroni potevano e sembravano volerne far uso essi stessi. Antipas rispose con voce bassa ed indolente:
— I tuoi amici di Gerusalemme t'inviano un messaggio ed un messaggiero. Sta ad udire.
— Ah! fece Johanan, alzando il capo ed inchiodando sopra di me il suo sguardo selvaggio. Ah! codesto giovine viene da Gerusalemme? So dunque quello che e' vuol dirmi. Jeù me l'ha già annunziato. Egli può ritornare là donde è partito. Non ho nulla a rispondere.
Erodiade mi guardò con un'ombra di sorriso sulle labbra, quasi che avesse voluto dirmi: «cosa ne dici di questo essere eteroclito?»[22].
[22] Lo stesso Gesù non giudicava con benevolenza il Battista. Egli lo chiama _incostante e leggiero_, e gli fa degli altri rimproveri. Vedi S. LUCA VII; S. MATTEO IX.
Il tuono rozzo e deciso del Battista abbreviava ma non tagliava corto al colloquio. Domandai dunque ad Erodiade se mi permetteva di continuare la conversazione. Ella mi fece cenno di sì, ed io dissi all'irascibile rabbì:
— Rabbì, il duro messaggio che tu m'imponi di riportare ai nostri amici di Gerusalemme, mi prova che tu sei stato male informato, e che non sai a che cosa rispondi.
— I tuoi amici, prima di tutto, non possono essere i miei. Io arrivo dal deserto; tu sembri giungere da Roma o da Babilonia, effeminato nei tuoi modi, effeminato nella tua lingua, effeminato nelle tue vesti. Ma non temere l'equivoco. Io so benissimo a che mi risponda. Tu vieni a domandare la mia complicità per ristaurare sul trono di Davide gli eredi del capo Arabo; ed io te la rifiuto.
Se fossimo stati soli, avrei disingannato Johanan: in presenza di Erodiade e di Antipas, dovetti mascherare il mio pensiero, e risposi:
— Ma quando ciò fosse, o rabbì, domando io: il popolo d'Israele ha egli avuto dopo Salomone, un re più grande di questo figlio dell'Arabo Antipater, di Erode?
— Allora tu non lo conosci punto, replicò Johanan. Arabo di nascita, Romano di ambizione, Greco nell'anima e nei gusti, Ebreo di necessità, Erode è stato la più grande calamità che abbia afflitto il popol di Dio. Ai grandi sacerdoti che si succedevano ereditariamente, egli sostituì i grandi sacerdoti che si pescano ove si puote, come un ufficiale delle armi o un collettore delle tasse. Ai grandi sacerdoti che stendevano il loro potere sopra Israello, egli ha sostituito dei parassiti, che limitano la loro autorità alla soglia del Tempio. Il gran sacerdote, che torreggiava sul capo del re, non è più che un ufficiale della sua corte. Egli cangiò di gran sacerdoti, uccidendoli, a seconda delle fasi della sua politica. Egli abbattè, con un intrigo del suo serraglio, Ananelus cui aveva cercato in Babilonia; uccise Aristobulus della razza dei Maccabei; inviò a cavar fuori di Egitto Simone. Cominciò ad edificare il Tempio con una mano; con tutte e due cooperò ad alzare il Tempio dei Samaritani a Gerizim, fabbricò quello d'Apollo a Rodi. Sacrificò a Jehovah, e protesse Astharot a Sidon, Moloch per i Sirii, Iside pegli Egiziani, Dagon pei Filistei, Manah pegli Ismaeliti, Artemis per i Greci, e Giove pei Romani. Servitore di Dio, campione degli Dei, il suo vero Dio fu Cesare, pel quale alzò un tempio alla sorgente del Giordano. Eravamo un popolo grave, con leggi severe, separato per avversione d'animo dagli stranieri, che ci circondavano di costumi stranieri, che ci serravano sulle nostre frontiere onde guizzare in mezzo a noi e preparare la strada ai dominatori pagani...
— Ma, rabbì, tocca a noi forse, interruppi io, giudicare un principe, che è stato servito da tutto un popolo, e che ne fu adorato per tanti anni, e che tutti i re d'Asia e d'Europa hanno applaudito?