Memorie di Giuda, vol. I

Part 14

Chapter 143,855 wordsPublic domain

Dimenticavo di aggiungere, che, dall'alto del mio osservatorio, avevo veduto passeggiare all'ombra di un boschetto d'aranci, una forma bianca, la quale m'aveva tutta l'aria d'esser una donna. Poi, quei cavalieri della notte precedente m'avevano avuto l'aria di somigliare molto agli otto nubiani di Pilato.

Ruminavo ancora su tutto ciò, allorchè mi trovai senza pensarlo dinanzi la porta di Maria. Appena fui scôrto, le porte s'aprirono, e tutti i domestici della mia amante mi si precipitarono intorno. Avevano l'aria costernata.

— Cosa è accaduto? domandai commosso alla mia volta.

— Egli è che la padrona, disse Sara, è uscita da due giorni e non è più rientrata.

— Non più rientrata?

— L'abbiamo attesa giorno e notte.

— Da due giorni?

— Ha lasciato una lettera per te, o padrone, sopra il tavolo della sua stanza da letto.

Entrai lentamente nella casa, quasi acciecato da un sospetto che mi passò per la mente.

— Ella amava Justus, dissi a me stesso.

Sara m'accompagnava raccontandomi, come il giorno precedente, all'alba, Justus era venuto ad annunziare a Maria che io era libero, e che avevano conversato insieme alcun tempo, che Justus aveva baciato Maria sulle guance, e che si erano lasciati dicendosi: A questa sera!... Poi, che Maria s'era vestita di ciò ch'ella aveva di più vecchio e di più semplice, che aveva preso pochi sicli soltanto, scritta la lettera ed era uscita senza dir nulla a nessuno, sola coperta da un velo nero che la nascondeva completamente, e che non era più ritornata.

Presi vivamente quella lettera, e lessi:

«Addio, Giuda. Tu non mi ami più. Avrei avuto il diritto di lasciarti e di cadere nelle braccia che mi si tendono da lungo tempo per accogliermi e stringermi con delirio. Non voglio macchiare la tua memoria; ciò che avrei forse fatto in un momento di dispetto e di gelosia, se io fossi restata. Tutto ciò che v'ha qui, t'appartiene. Io ti lascio. Non voglio conservare di te altro che il sogno ardente e puro dell'amore che ti ho dato, che avrei continuato a darti, e che tu non potevi più rendermi. Addio!»

Questa lettera così secca, così fredda e così ardente nell'istesso tempo, mi cadde dalle mani. Mi lasciai andare sopra il letto. Se quella lettera mi fosse stata scritta da un'altra donna, l'avrei presa per un tranello. Ma conoscevo il carattere franco, risoluto, spiccato della giovane Galilea. Quelle poche parole di addio mi strinsero il cuore. Restai diverse ore assorto, rimuginando nella mia memoria la storia di questo amore spezzato in modo sì repentino. Io non aveva a fare alcun rimprovero a Maria per consolarmi dei suo abbandono; ne aveva diversi da fare a me stesso. Io perdeva il mio cuore a riposo. Perdevo un sorriso sempre pronto a rallegrarmi, una parola sempre vivace per tirarmi dal dubbio. Quell'amore bravo, disinteressato, leale mi aveva cullato per un anno in una felicità senza enfasi, ma senza parsimonia. La sua gentilezza ingenua, l'affetto, che la civetteria faceva risaltare come fa un color vivo d'uno più dolce, l'attaccamento sì semplice come quello di una sorella.... avevo perduto tutto ciò. E perchè? e per chi?

Il colloquio ch'ebbi la sera stessa col sagan mi ricondusse ad altre idee. Io non gli dissi una parola di ciò ch'era accaduto fra Claudia e me, nè degli accordi presi. Asserii di esser venuto fuori dalla prigione, cui la moglie del procuratore aveva reso clemente, onde ricompensarmi del servizio resole nel circo, e che mi aveva per ciò fatto risparmiare da suo marito. Il sagan mi raccontò la discussione dell'assemblea riunita in sua casa all'indomani del mio arresto, e le risoluzioni che vi erano state prese.

— Il consiglio è buono, gli dissi. Viene da Jeù l'esseniano. Lo conosco, e bisogna ascoltarlo. Io stesso avevo pensato di trovare un uomo adattato, e di farne un messia bene istruito, e ben famigliarizzato con la nostra opera.

— Giuda, figliuolo mio, disse Hannah, tu non sai ciò che proponi. Un profeta è la bestia la più cocciuta dopo il mulo, se dobbiamo credere all'esperienza che ne fecero i nostri padri. Non è difficile d'improvvisarne uno, imbeccato convenevolmente. Ma diviene quasi impossibile di sbarazzarsene quando non se ne ha più di bisogno. Finiscono tutti per lavorare per proprio conto.

— Oh! non aver timore di ciò, risposi io. Se dopo averci servito, il nostro profeta non vuol abdicare volontariamente, prendendo egli stesso l'iniziativa, m'incarico io di farlo sparire. Ma ciò che mi pare più problematico, gli è di trovare un messia a modo, che rappresenti fedelmente la sua parte, e che sia per noi ciò che la favella è pel pensiero. Trovi tu la stoffa di un tal uomo in Gerusalemme?

— Proprio no.

— Ed io neppure. E soggiungo che, quand'anco uomo da tagliarvi un profeta si trovasse nella nostra città, bisognerebbe lasciarlo da parte. Lo si conoscerebbe di primo getto e lo s'indovinerebbe subito. Egli non avrebbe alcun ascendente sopra il popolo. Da ogni parte gli direbbero: Ma io ti ho veduto sacerdote, sarto, mercante, falegname, conciatore di pelli che so io?[19] Bisogna che un profeta caschi dalle nuvole, venga di lontano, ch'egli si faccia passare per figlio d'un agnello, o di Dio, parlando con Dio entro una botte, o sopra una montagna. In breve occorre l'incognito che si diverta ad impanicciar dell'impossibile.

[19] «Quando egli ritornò nel suo paese e predicò nella sinagoga, il popolo attonito si diceva: Ma donde è venuta la scienza e la potenza a quest'uomo? Non è egli figlio del falegname la cui madre si chiama Maria, ed i fratelli, Jacopo Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle non sono esse con noi? Dove mai quest'uomo ha preso tutto ciò?» MATTEO cap. XIII, v. 54, 55, 56.

— Ne convengo anch'io, disse il sagan, ma sono dieci giorni che ci penso sopra, e non trovo la strada da uscirne. Vuoi tu farne discender uno dalla luna o farlo arrivare dalle Indie, dall'Egitto, o da qualunque sito meglio ti piace? Io non posso che pagarlo.

— Credo di aver trovata la strada che cercate. Ho in vista qualcosa. I profeti ed i messia non mancano sul suolo della Giudea, ove sono una produzione indigena, e credo quasi esclusiva. Se posso decidere colui a cui miro a divenire un'eco, e cessare d'essere una voce, l'affare sarà buono, non costerà nulla, e non andremo molto lungi per comperarne la semente. Vuoi lasciarmi preparare questa faccenda a mio piacere?

— Non domando di meglio, ragazzo mio, che tu mi liberi da questo incubo di profeta che da qualche tempo turba le mie notti. Io non sogno più che di Samuele che accoltella Abimelech, di Ezechiele che pranza poco pulitamente, di Balaam che parla con le asine.... Oh! chi mi sbarazzerà da questa cattiva società?

— Io. Sta bene: parto domani, e confido di riescire.

— Dove vai?

— Non so ancora. Forse mi spingo fino al Cairo, fino a Rodi, fino a Roma, fino nelle Gallie; insomma, non ritornerò senza condurti per le orecchie un profeta.

— Hai bisogno di denari?

— Sì, e no. Sì, se passo il mare.

— Siamo intesi allora, disse Hannah sorridendo. Procura almeno, onde coltivare il favore delle donne, che il tuo messia non sia troppo brutto. Se le donne si mettono della partita, il tuo messia avrà un successo pazzo.

— Magari! in ogni caso, ne terremo in pronto uno di ricambio.

Rientrando nella mia casa, diedi gli ordini per partire all'indomani, al levar del sole. Ma il sole non era ancor levato che già Bar Abbas arriva da me, tutto bardato come per mettersi in viaggio.

— Da bravo! gli dissi, dove vai tu dunque?

— Lo vedi: alla caccia con te.

— Con me! grazie tante. Non mi piacciono i segugi che abbaiano.

— Tacerò.

— Non amo i cani che azzannano il selvaggiume.

— Guarda: non ho più denti. Appena se posso rosicare i pranzi che mi contrastano e che devo prender d'assalto.

— Allora, lasciami in pace: io vado alla pesca.

— Non potevi cader meglio: ti preparerò gli ami.

— Sai pescare la balena all'amo, tu?

— Non ho fatto altro in tutta la mia vita, per Bacco!

— Avresti fatto meglio a pescare dei sorci, ed educare delle rane pel Tempio.

— To'! l'è un'idea questa: al mio ritorno creerò questa industria. Il Signore deve amare la zuppa di rane, sopratutto quando le rane sono dei rospi svestiti.

— Buon viaggio allora. Noi non prendiamo l'istessa via.

— Precisamente l'istessa.

— Io vado a sacrificare dei conigli al tempio di Girizim in Samaria.

— Vado pazzo per l'intingolo di coniglio; ma non voglio bene a Giove. È brutale: ha dei gusti troppo singolari.

— Finalmente, ove vuoi venirne?

— Ho veduto il sagan ieri sera. Mi ha raccontato la conversazione che avete avuto insieme. Sono anch'io dell'affare. Che diamine vuoi tu ch'io mi faccia a Gerusalemme, quando c'è da trar partito in un altro sito del commercio dei profeti?

— Quella bestia non sa dunque custodire un secreto?

— Come! come! Non ti fideresti di me, forse? D'altronde, io ho appoggiato la proposizione quella sera che la fu fatta. Io me n'intendo di codesta mercanzia. Ne ho praticato poi tanti nelle Gallie: credo anzi d'aver un giorno mangiato un pezzo di profetessa arrosto. Ti racconterò la cosa come avvenne, per istrada. Ti annoieresti a morte, solo, in codesta spedizione. Tu non hai l'istinto del bracco.

— Lo vuoi proprio?

— Ho persino promesso una visita ai figli di Giuda e di Gamala.

— Sia dunque: ma ad un patto.

— Fammelo dolce, codesto patto.

— Che quando io discingerò la mia cintura, in qualunque sito si sia, e con qualunque persona io mi sia, senza dir motto, senza obbligarmi ad aprir bocca, mi lascerai solo.

— Ma se la discingi codesta cintura per causa d'indigestione.

— Non voglio repliche. Io conduceva meco un servo, ne conduco due.

— Ti prendo in parola, Giuda. Dà dunque ordine che mi apparecchino un mulo per metterci in viaggio entro mezz'ora.

— Eh?

— Che si ponga inoltre sul cammello una tenda e tutti gli arnesi necessarii per allestire il pranzo, e per dormire. Traverseremo forse il deserto. Sopratutto del buon vino. E delle armi. Le iene, alla notte, non sono come le damigelle dell'angolo della strada che si lasciano accarezzare. Poi, una pelle dolce per coricarmivi, e delle coperte per guarentirmi dal fresco del mattino. Che mi si prepari inoltre un mantello più caldo. Non so quanto tempo resterò in viaggio: il mese di _tevet_ ha dei giorni piovosi, e delle notti agghiacciate.

— Hai finito, bestione?

— Triplo bestione, se vuoi: ma ascolta i consigli d'un uomo che durante trent'anni ha corso il mondo.

— M'hai capito?

— Io spiego i geroglifici delle Piramidi: vedi un po' se posso capir te!

Un'ora dopo uscivamo dalla porta Dorata, passavamo sul ponte del Cedron, lasciavamo alla dritta la strada che conduce a Engadi ed al mar Morto, prendendo quella che mena a Gerico ed al Giordano.

Incominciammo una discesa interminabile di escrescenze rocciose, scaglionata come i gradini di una scala che va a metter capo al deserto. La vista è squallida, il paese pietroso e selvaggio. Vi si incontrano più sovente le pantere e le iene, che l'erba e gli arbusti. Qualche felce, e qualche ginestro squarciano qua e là le grigie roccie. L'orizzonte immenso, il sole festoso, il cielo scintillante di raggi di oro. Nel basso, la desolazione; in alto, lo splendore.

— Vorrei proprio sapere, diceva Bar Abbas, perchè i nostri padri sprezzarono tanto Babilonia e l'Egitto, per ritornarsene in questa lugubre e sterile solitudine. Puoi tu dirmelo, Giuda?

— Probabilmente, perchè in Egitto vi sono troppi Egiziani color zafferano, ed i nostri padri erano annoiati di vederne tanti.

— Io non trovo ch'e' fosse più divertente il vedere un naso adunco che fa la scolta sopra una lunga barba sotto il dominio d'uno sporco _caftan_, ed un lembo di cuoio bilioso, spaventato da due avide pupille — ciò che si addimanda un Giudeo. I nostri padri ebbero altre ragioni per abbandonare la cuccagna d'Egitto.

— Allora sarà perchè le donne del paese putivano troppo la cipolla.

— Bisognava mangiar dell'aglio e confondere le due essenze.

— O che avrebbero avuto paura dei coccodrilli?

— Il coccodrillo è l'esagerazione della lucertola. Un coccodrillo, lo si vede sempre; non così una lucertola. E nel nostro paese ce ne son tante, che quando dormo in casa mia, il mattino, svegliandomi, me ne trovo piena la barba, ove son venute a deporre i lor piccoli durante la notte.

— Sarebbe forse perchè i nostri padri erano scandolezzati di veder Dio sotto la semplice attillatura di un cane?

— Avrei preferito, io, di avere un cane dio, piuttosto che averlo così vicino, codesto cane, che se volgo gli occhi soltanto, mi acchiappa il pranzo.

— In questo caso t'incarico d'indovinarlo tu stesso, perchè io non comprendo la preferenza.

— Io non ne trovo che una di buona fra tante ragioni....

— Quale?

— Che Zipporah, la moglie rabbiosa di Mosè, si annoiò di contemplare i trentanove secoli che la contemplavano dall'alto delle piramidi....

— Dev'essere diabolicamente vecchia quella figura di trentanove secoli, arrampicata ed accoccolata là in cima, a sbirciare la gente.

— Appunto, ed ecco la donna civetta volle darsi la distrazione di viaggiare.

— E siccome aveva paura delle tigri del deserto, persuase suo marito di prendere per compagni di viaggio i suoi compatriotti.

— Questo non si trova, in ogni caso, nei nostri libri santi. Ma siccome è Mosè stesso che li ha scritti e' non ismaniava di scoprire i secreti di casa sua.

Verso l'ora sesta, arrivammo all'ospizio del Samaritano, in cima ad una brutta e squallida collina. Era la sosta per la notte, a mezza strada fra Gerusalemme e Gerico. Di là a Gerico occorreva una giornata, dappoichè e' non era punto sicuro, neppure pei viaggiatori a cavallo, di continuare la strada dopo il tramonto del sole, a causa delle bestie feroci che scorazzavano il paese. Queste case di riposo, là dove c'è un villaggio, sono una specie di annesso a quella del capo di questo villaggio, il quale ha il dovere di proteggere l'ospite e lo straniero. A Betlemme per esempio, è nell'antica casa di Booz, di David, di Chimham fuori di città, che i viaggiatori trovano il ricovero notturno, al punto ove s'incrociano le vie di Gerico, Erodion, Engadi e Tekoa. In mancanza di villaggi, ad ogni sette od otto miglia romane, la pietà dei buoni uomini, la previdenza delle tribù, o la magnificenza dei principi hanno fatto costruire questi alberghi che non rassomigliano punto a quelli che s'incontrano sulle grandi strade romane.

Un'immensa cinta di solide mura, fiancheggiata da scuderie, o da tettoie fatte con rami d'albero, per le bestie e pegli uomini, allorchè v'è folla, come al tempo delle feste di Gerusalemme; un gran cortile con un truogolo; una fila di arcate aperte dai quattro lati[20]; talvolta una torre per vegliare sulla sicurezza dei viaggiatori; un uomo che veglia sempre alla porta: ecco i nostri alberghi giudei.

[20] Come la corte dei conventi dei nostri giorni.

Questo asilo è sacro come una sinagoga. È aperto per ogni sorta di gente, d'ambi i sessi, di tutti i paesi. Non si paga nulla, ma non vi si riceve nulla, all'infuori dell'ombra, del riparo, della sicurezza contro i malandrini. Sotto le arcate, i mercanti s'affrettano a mostrar le loro mercanzie, l'ambra del mar Baltico, lo giojellerie di Alessandria, le spezie dell'Arabia, e le essenze preziose dei giardini di Moab. Qui, dei viaggiatori si lavano le mani; là, degli altri tiran fuori dai loro sacchi gli alimenti belli e preparati, o gli arnesi per prepararli. Da un'altra parte, le persone stanche stendono per terra una pelle di montone, una stuoja, un tappeto, un pugno di foglie o di paglia, ciò che hanno in fine, ed avviluppati nei loro mantelli, o nelle loro coperte, si dispongono al riposo. Altri s'affrettano a caricare sopra i loro asini e i loro cammelli, le loro donne, i figli, le mercanzie e partono. Si va e si viene come si fosse in casa propria.

Trovammo posto in questo asilo abbellito e ristaurato dal re Erode, quantunque affollato ancora a causa di quel resto di popolo che era stato alle feste del Tabernacolo a Gerusalemme, e vi aveva fatto un più lungo soggiorno. Incontrammo pure un gran numero di convalescenti fra queglino che furono colpiti nel giorno del tafferuglio per l'offerta. I pedoni passano quivi la notte. Pranzammo in mezzo al tumulto causato dalla petulanza, l'importanza, e la sfrontataggine di Bar Abbas. Pareva egli un imperatore che viaggiasse incognito.

Finito il pranzo, continuammo a scendere e montare le colline che conducono al Giordano, costeggiammo monti petrosi, e ci riposammo per bere alla fontana Elisha, vicino alla valle limitata dalla via romana che mena a Gerico. Il sole tramontava, ed avevamo sotto gli occhi i sobborghi della città — uno sciame di casuccie bianche in mezzo ai sicomori — e la superba città di palazzi, festosamente adorna di piante balsamiche ed odorose.

Gerico è la città amata da Cleopatra — da Cleopatra che aveva Menfi ed Alessandria; — la città preferita da Erode, che possedeva Gerusalemme, Cesarea, Ptolemaide e ove egli visse ed ove morì. Le torri, le porte, i teatri ricordavano una di quelle belle città d'Italia ove la vita non ha altro scopo che di divertirsi nei circhi, di mendicare il pane presso i padroni, e di andare a saccheggiare il mondo. I giardini d'aranci, di datteri, di melagrani circondavano i bastioni della città; e rose la profumavano. Al di là dei muri, l'anfiteatro; al di dentro, dei portici, delle sinagoghe, un tempio a Zeus, dei palazzi da re. A Gerico non sai più se ti trovi sui Nilo, o nelle isole dell'Arcipelago. Più lontano, c'è quella splendida residenza d'Erode, ch'egli chiamò Erodion (il Versailles di quel Luigi XIV).

A notte fatta, traversando le vie gremite di popolo, discendemmo nella mia casa o meglio in quella di mia madre. Mia sorella maggiore, la vedova, mi ricevette nelle sue braccia.

All'indomani ero alzato col sole. Andai a svegliare Bar Abbas e gli dissi:

— Su, in piedi.

— Di già?

— Che! vorresti farne la tua Capua, di Gerico?

— No, la mia mangiatoja. Io vi stava così bene. Tua sorella prepara così deliziosamente il farsito di coniglio alle olive ed al rosmarino.

— Avrei ancor meglio.

— Cosa dunque?

— Degli intingoli di locuste, delle locuste col sale, delle locuste con olio e aceto, delle locuste col miele.

— Dove andiamo dunque, Dio mio!

— Al deserto: a far visita al Battista.

— L'aveva già pensato. Tu hai il fiuto per stanare i bricconi.

XIII.

A pochi kibrat barat (miglia) fuori delle porte di Gerico entrammo nella pianura che è una prolungazione del deserto della Giudea.

Questo deserto che fummo costretti a traversare, principia alle porte di Gerusalemme stessa e di Hebron, si stende al di là ed al disotto di queste città al sud ed all'ovest, e copre i declivi della Giudea, dalla cresta dell'altipiano dell'Ulivo e di Ramah fino alla fonte Elisha, ed alle rive dell'Asfaltide — il mar Morto. Betlemme e Gerico sono rinchiusi in questa regione selvaggia come due sorrisi nella tristezza, e l'Erodion brilla colle sue colonne, i suoi portici, i suoi giardini e coi suoi appartamenti voluttuosi, in cima ad un colle fra le due città, come una stella in mezzo alle nubi. Noi andavamo a Bethabara, al passo del Giordano, o un po' più lungi, a Ænon presso Selim. La pianura che traversavamo, è un mare di sabbia bianca e solforosa che si alzava in polverio sotto i nostri passi e ci avviluppava, affaticando gli occhi colla sua implacabile tinta, ed il respiro per infiltrazione nei nostri petti. Montagne in faccia e montagne ai lati. Le fortunate pioggie dell'autunno avevano rinfrescato l'aria sì pesante di questa valle soffocante. Nessun vestigio di vegetazione, nè un albero nè un'erica, nè un'erba non rallegravano la vista. Degli avvoltoi facevano circolo solennemente sui nostri capi. Lo sciacallo fuggiva spaventato e gemendo.

— Non c'è più dubbio, noi andiamo a vedere quel Johanan il Battista, che i suoi discepoli danno come un essere risuscitato, sclamò Bar Abbas.

— Precisamente.

— E cosa vuoi tu fare di quel bagnaiuolo burbero ed irascibile?

— Proprio nulla. Mi compiaccio a vedere le bestie curiose.

— Guardale, guardale, ma non lasciartene infinocchiare. Le bestie curiose sono sempre pericolose. Il shiloh di cui andiamo a caccia non è mica nella pelle del Battista. Riflettici. Noi altri delle sêtte militari, Goloniti ed Erodiani, non comprenderemmo codesti manipolatori di bisticci. Per noi ci vuole un Giuda Macabeo, un Giuda di Gamala, un Erode che percuota forte, e non si diverta a raccontare parabole. A voi altri, Sadducei, occorrerebbe un Davide od un Salomone, educato alla scuola di Babilonia, incivilito a Roma ed in Atene, che abbia accomodati in versucoli i rozzi libri di Mosè. I Farisei sognano un soldato, un principe, un giudice più valente di Gedeone, più fortunato di Sansone, reso maneggevole alla scuola di Hillel e di Shammai. Tutto codesto, tutti costoro possono combinarsi, accordarsi. Ma che diavolo vuoi tu che facciamo di un negrognolo in camicia di pel di cammello, che si fa chiamare _voce nel deserto_, e che viene a parlarci di _figlio di Dio, d'agnello divino, del verbo della vita_? che ci spinge alla penitenza, al pentimento, al battesimo? Penitenza di che? Perchè codesto battesimo? Siamo forse pagani noi?

Bar Abbas aveva completamente ragione. Nondimeno siccome io non voleva dargli l'importanza di un consigliere, nè dirgli che io non cercava un shiloh, ma la stoffa di un profeta per farne una bandiera del nostro colore, un shiloh che ripetesse la nostra lezione, un messia che venisse a prendere il moto d'ordine della sua parola di Dio nel nostro gabinetto, così allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese e si tirò indietro brontolando.

Arrivammo sulle rive del Giordano. Ma siccome il suo largo letto è disceso diversi piedi al disotto del suo antico livello, non fu che quando ne fummo ben vicini, che potemmo scorgerne l'allegra frangia di verzura, di canne, di fichi enormi, di tamarindi, d'acacie, e di roveri che ne adombrano le sponde. Il suolo è seminato di sale. Il Giordano si svolge in una fessura del piano e congiunge come un tratto d'unione il lago di Genesareth al mar Morto, quel bacino di smeraldo, a questo Etna ringhiottato e cangiato in una coppa di zaffiro.... Al punto ove eravamo, a Bathabara, vicino a Gilgal, ai piedi d'una montagna, il piano ombroso era seminato di capanne di canne e giunchi coperte di rami d'alberi; ma esse erano vuote. In quel sito — il guado ove Giosuè, le dodici tribù e i suoi quarantamila combattenti passarono dal paese di Moab nella Cananea — la corrente ha formato una sbarra di pietre e di marna sopra la quale l'acqua mormora e scorre in una specie di bacino. È là che Johanan battezzava. Ma l'autunno essendo avanzato, egli aveva abbandonato il fiume. Ne fui contrariato. Bisognava ora traversare il deserto, costeggiare la punta orientale del mar Morto ed andare a cercarlo nella sua caverna del Cedron sotto Betlemme, e forse fino a Jutta nel suo villaggio natìo.

Mentre io visitava le capanne lasciate vuote dai credenti del Battista, — che Bar Abbas chiamava dei bagnanti, — accorsi da Gerusalemme, da Betlemme, da Gerico, da tutte le parti, Bar Abbas preparava il pranzo in una di esse. Egli non aveva alcuna ragione di serbar rancore; e, ne avesse pur serbato, un grasso e grosso pollo arrosto, dell'uva di Betlemme, delle fette di mele del Libano, del pesce fritto, delle olive salate l'avrebbero calmato. Dei lunghi amplessi ad una piccola otre di vino finirono d'annegargli nello stomaco il cattivo umore.

A mezzo giorno eravamo di nuovo in cammino.