Part 13
— N'è vero?
— Che vezzi mi aveva io per sedurti? Straniero, rozzo, triste, senza nessuna di quelle eleganze della corte dei Cesari che abbagliano le donne, senza vizii clamorosi, povero, penetrato della modestia della mia posizione e del mio grado, troppo fiero forse.... oh! io comprendo tutto ciò! un marito di questa qualità ha bisogno d'un complemento. Egli è il masso informe, l'amante è la statua.
— Puoi dire meglio: egli è il vaso, l'amante è il mazzo di fiori.
— Ciò che accadde, doveva accadere, continuò Pilato, passeggiando a passi lenti nella stanza, parlando a sè stesso, non vedendo più sua moglie, nè ascoltandola. Io l'aveva veduta; era un rovo, e come tale produceva delle spine.... Perchè mi stupirei adesso che questo rovo non produca delle viole? Pazzo! L'hai voluto tu stesso, miserabile! Oh! perchè non restai nel mio paese! Hispalis era così bella! Il suo bel fiume limpido come il cielo; il suo cielo trasparente come le pupille delle sue donne; i suoi giardini ove ondeggia la palma, ove s'apre il fiore dell'aloè, ove la rosa canta, l'arancio scintilla dei suoi profumi nelle notti imbalsamate.... era così bella Hispalis, dall'aere pieno di dolci suoni, dai giorni pieni di sogni, dalle notti piene d'amore, d'amore casto, puro, esclusivo, geloso, infinito, intero.... Che mi andai a fare in Roma? Che andai a cercarvi, disgraziato....
— Il favore di Cesare, ed una provincia da saccheggiare, interruppe Claudia con disprezzo.
— No: l'assassinio della mia giovinezza, del mio riposo, del mio cuore, della mia felicità, di tutto. Io non sono ora che l'ombra d'un uomo, ravvolto nel sudario dell'infamia. Mia madre lo diceva pertanto! Ella non avrebbe voluto che io ponessi mai il piede in quel carnaio delle virtù, dei diritti e dell'onore, che si chiama Roma. Ella m'additava per compagna una nobile ragazza, pura come l'alito delle nostre montagne, bella come le serate di Gades (Cadice). Io non l'ascoltai. L'ho voluto. Di che posso ora lagnarmi? Ella ha un amante! Un solo amante, dopo Capri? Tu sei una vestale, o Claudia!
— Perchè non hai tu ascoltato i consigli di tua madre, virtuoso avventuriere?
— L'è il mio secreto e la mia vergogna.
— Te lo dirò io, il tuo secreto; te la farò conoscere io, l'estensione della tua vergogna. Arrivasti a Roma ebbro d'ambizione. Ti presentasti alla corte, che tutti giudicavano come un antro di sangue e di fango. La tua fierezza vi fa contrasto il primo giorno: Sejano se ne stupisce; Tiberio sbadiglia; Cajus Priscus corruga la fronte; Trasilio ne trasecola; Cajus Caligula ne rabbrividisce. Nessuno osa avvicinarsi a quella sconosciuta in quei luoghi, la fierezza! Nonostante il padrone, che osa tutto, la sfiora del soffio delle sue notti; ed il leone si cangia in majale.
— Tu pure, urlò Pilato fermandosi.
— Come tutti. I poeti ti hanno cantato.
— Sono infami.
— Forse. Ora, c'era in quell'antro una ragazza di diecisette anni, d'una bellezza affascinante, la cui influenza si diceva onnipossente sul cuore del padrone; di cui la storia era commovente, e la cui alta nascita condita di mistero. Tutto ciò, ti colpisce e ti esalta. Quella giovinetta aveva nelle vene del sangue d'Augusto. Che importa a te, che quell'imperatore sia stato trattato di effeminato da Sesto Pompeo; che Antonio lo abbia rimproverato di avere comperata l'adozione di Giulio Cesare a prezzo della sua infamia: che Lucio, fratello di Antonio, l'abbia accusato di essersi prostituito in Ispagna a Aulus Hirtius per trecentomila sesterzii; ch'egli fosse adultero, dissoluto, che s'imbragasse nelle orgie _delle dodici divinità_ ignude?... Egli era Cesare[17].
[17] SVETONIO, _Vita d'Augusto_, LXVIII.
— Io non ci pensava.
— Veramente! Eppure quella ragazza aveva per madre Giulia: gli è tutto dire; e per padre un poco quello schiavo Telefo che cospirò contro Augusto, e un poco quegli altri schiavi Andasius ed Epicade che vollero rapirla da Pantellaria[18]. Che t'importava? La giovinetta era sempre della famiglia di Cesare. Serviva a Capri ai piaceri più vituperosi. Tu lo sapevi; più ancora, lo vedevi coi tuoi occhi. Che monta! la domandasti in isposa.
[18] _Idem_, ibid XIX.
— Ecco il mio fallo.
— Credi? Ma Sejano la voleva egli pure. Il commediante Accius la domandava; il buffone Trullus, lo schiavo Parthenius, Nisia il mezzano la domandavano altresì. Perfino il grammatico Seleuco, Pansa il parassita, e Ortalus l'_ombra_, si posero della partita. Tiberio preferì te, o eroe di Hispalis. Quella gente gli sembrò pericolosa troppo per avere in moglie una nipote d'Augusto. Tu lo rassicuravi. Per te, un posto di procuratore nella più ignobile delle provincie Romane, bastava. Questo straniero, che veniva sì da lontano a battere alla porta della fortuna, doveva trovarsi soddisfatto d'intravedere la mano della nipote d'Augusto, e di andare a governare una provincia della Siria, sotto quell'ubbriacone di Pomponius Flaccus, che può a sua voglia licenziarlo come un servo. Tu restasti soddisfatto. Non restavi tu soddisfatto?
— È questo il mio secreto, e la mia vergogna, ripetè nuovamente Pilato.
— Il tuo secreto, te l'ho già detto. Venivi a mendicare un posto, che ti si gettò in fra i regali pelle mie nozze. La tua vergogna ebbe principio da quel giorno. Tiberio non era ancor sazio. Gli piacevo ancora; lo divertivo ancora; io era ancora assai giovane, assai bella, assai abile ed a modo, sempre pronta, alla ricerca delle sue grazie. Io gli era una varietà nei suoi piaceri, a causa della grazia che imploravo a ginocchio, la faccia a terra, torcendomi dalla disperazione, a causa del rifiuto, e sperando sempre! Mia madre viveva ancora. Tiberio paventava un pericolo in quella figlia di Augusto, in quella esiliata che era stata sua moglie, e le cui disgrazie facevano dimenticar le vergogne. Egli mi ritenne. Io non era soltanto un balocco per quell'ignobile vecchio, ero un ostaggio. Ti diede il diploma di governatore, e conservò tua moglie. Tiberio era geloso; non li permise neppure di sfiorare le labbra della tua donna, di dirle addio, di darle uno sguardo d'amore. D'amore! oh ch'e' sarebbe stato bene al suo posto l'amore in fra lo sposo e l'Atalanta di Tiberio! Ti risentisti tu? no. Tu partisti.
— E tu protestasti, tu?
— Io? io ti disprezzava prima di conoscerti. Ma, dopo quel giorno, ti odio. Tu parli di vergogna? Hai ragione: essa sbucciava in tutto il suo rigoglio. Dapprima si era oltraggiata l'orfana, la figlia dell'esiliata, il rampollo sconfessato della dissoluta: oggimai, era la moglie di Ponzio Pilato, era la donna del procuratore della Giudea, che si disonorava. La voluttà era resa più sapida dall'insulto. L'insulto si levava alto, folgoreggiante. Esso non colpiva più una povera giovincella; esso fulminava un rappresentante di Cesare dinanzi i popoli dell'Asia. Io mi meraviglio che Tiberio non t'abbia creato Re in qualche sito onde meglio assaporare le mie carezze! Bisogna ch'egli ti disprezzi molto, molto. Infatti egli mi ti ha dato come uno schiavo. La tua testa è in quell'anello. Ti sei tu ribellato contro i vituperii che t'inflissero? Parla, hai almeno protestato?
— No: ed e' son questi ancora una volta, il mio secreto e la mia vergogna.
— Vuoi ancora della vergogna? Ebbene, Sejano mi ha amata. Comprendi? Il domestico domandava gli avanzi del padrone.
— Basta, Claudia, esclamò finalmente Pilato fermandosi ritto inanzi sua moglie.
— Eppure io era bella, continuò Claudia, avrebbero potuto amarmi, interrogarmi. Chi sa? Mi avrebbero forse perfino stimata. Io valeva bene la pena, mi pare, che l'uomo che aveva ambito alla mia mano senza arrossire, avesse altresì aspirato al mio cuore, il quale non aveva detto verbo in tutto quel fetido mercanteggiare. Io era giovine, avrei forse potuto rialzarmi, riabilitarmi, giustificarmi dinanzi i santi lari famigliari, obbliare lo Stige di Capri sopra la testa pura, negli occhi innocenti dei miei figli. Avrei potuto piangere sur un fallo che non era il mio; espiare un'infamia che era forse una luce celeste, una lagrima di madre.... Dimmi, miserabile, cosa hai tu fatto, che hai tu tentato? Tiberio mi disonorava; tu m'hai infamata. Ti meravigli ora tu se adesso io ti odio? Con qual diritto mi domandi se ho un ganzo?
— Basta, basta, replicò Pilato. Potrei dirti una parola che mi giustificherebbe forse: disdegno di dirla. Sei libera. Non ti domando nulla, e non ti rimprovererò più nulla. Che vuoi di più? Ho provato d'illuminare le tenebre del mio inferno. Non ci sono riuscito. Ho avuto torto di provare. Il raggio che invocavo, mi ha fatto sembrare il mio inferno più lurido, ed ho ucciso il mio diritto di rimproverare. Ed ora, segui la tua strada, o Claudia. Io torno indietro. Sono stato complice fin qui; gli è mestieri, ch'io mi renda ora degno di divenir giudice. Tu non mi troverai più nel tuo cammino. I miei giorni saranno foschi, le mie notti tempestose d'insonnia, la mia solitudine popolata d'una corte più implacabile. Ma io mi preparo il diritto di dirti un giorno: Basta!
— Questo giorno non arriverà mai.
— Lo credi: ma allora, Claudia, ricordatene, guai a te, guai! Non è il tuo anello che ti salva oggi: è la mia coscienza.
Così dicendo, Pilato uscì.
Claudia lo seguì dello sguardo, alzandosi dal suo seggio, poi ricadde mormorando.
— La sua coscienza! Che? la sua coscienza avrebbe finalmente degli occhi per vedere il nostro abisso? insorgerebbe essa alla fine? avrebb'essa risentito la scossa della mia? Tanto meglio. Conoscerà allora quanto io lo disprezzo, e quanto disprezzo me stessa. Amare un tal uomo! amare l'uomo che ha fatto del mio obbrobrio scala alla sua grandezza? Che delitto ho dunque io commesso, io sì giovane per meritare questo implacabile castigo? Sarei io dunque stata scelta per essere l'Ifigenia di tutte le scelleraggini di Cesare e della sua posterità?... O pure la sua coscienza gli rimprovererebbe... che? amore...
Claudia si alzò d'un balzo; era spaventevole nel suo pallore.
— Oh! allora veramente sventura! sventura! come egli ha detto.
La tempesta spaziava a battaglia nel firmamento. Pilato traversò il giardino. Uscì dalla porta secreta, si diresse verso il posto ove i suoi nubiani l'attendevano, si coprì d'un mantello scuro che gli tenevano pronto, montò a cavallo, e facendo loro segno, ordinò:
— Andiamo.
Erano le tre ore dopo la mezzanotte. La città di Gerusalemme sembrava morta. Claudia che era uscita sul terrazzo per rinfrescarsi ai buffi dell'uragano vide passare, e sparire come fantasmi, nove cavalieri. Indietreggiando, urtò nel cadavere di Cypros. Gettò un grido e fuggì.
In quell'istesso momento, io varcava la porta del Gran Sacerdote, ed il ponte sul torrente di Gihon, giravo le mura della città, e lasciavo alla mia diritta la strada che conduce a Gaza e quelle che conducono ad Emmaus e a Joppa.
XII.
Rientrando, avevo trovato in casa una lettera di mia madre linfaticamente inquieta del mio arresto. Ne era stata avvertita con precauzione. Diedi ordine che si preparasse il mio cavallo immediatamente, e partii solo, all'ora istessa, malgrado la bufera che incominciava.
Mia madre mi annunziava che la partiva il giorno stesso per Bethlemme ove era chiamata da mia sorella, maritata in quella città e che si era allora sgravata del suo primogenito. Io seguiva la strada del mezzogiorno che conduce in Egitto, e la cui prima fermata di notte è la città di Dain. Costeggiavo il monte degli Ulivi per la via che lambe la valle del Cedron. Il ruscello era divenuto torrente, tumultuoso, rissoso, sussurrone, urtando come un cieco in tutti gli ostacoli, e trascinando seco tutto ciò che incontrava, alberi, ponti, carogne, roccie e viaggiatori. Al chiarore dei lampi io lo vedeva balzare sotto i miei piedi, bianco di spuma e rapido. Principiai poco dopo a varcare un seguito di colli e di piccole vallate che si succedevano discendendo e che io vedeva finire ai piè della montagna d'Elia la quale chiudeva l'orizzonte. Il mio cavallo, spaventato dai tuoni e dai lampi, non mi permetteva di avanzar rapidamente, quand'anche il cattivo stato delle strade e le tenebre della notte non me l'avessero impedito. I Romani non avevano curato la via di Egitto come quella da Tiro a Damasco.
Avevo camminato circa una mezz'ora fuori della città, quando udii un rumore di cavalieri dietro a me, e me li vidi passare d'accanto come delle ombre scure. Io pensai, vedendoli galoppare così velocemente, che dovevano conoscere per bene la via, ed avere l'abitudine di percorrerla.
Intanto l'uragano infuriava. Non era più la pioggia che cadeva, ma grandine, erano ghiacciuoli larghi come la mano e duri come ciottoli. Il cielo sembrava un grande incendio, celeste e rosso, rischiarante l'universo che crollasse. A quella funebre luce, scorsi, in un incavo della collina, una casa nella piccola valle detta Berachah, ossia valle della benedizione. Riconoscendo l'impossibilità di continuare il mio viaggio a traverso quell'orribile scatenamento degli elementi, mi decisi a domandare colà un'ora di riparo. Io la scorgeva a qualche centinaio di passi da me, o piuttosto vedevo un grande quadrato di alte mura biancastre, guarnite di un torrione, in cima al quale rizzavasi un'ombra bianca. Nelle regioni remote del nostro paese, la sentinella su quella torre tiene il posto dell'_hostiarium_ e del cane in mosaico presso i Romani. Avvicinandomi, distinsi perfettamente il guardiano che stava in alto al terrazzo. Allorchè fui arrivato alla porta, e' mi domandò che chiedessi.
Quella voce non mi sembrò nuova; ma io conosceva tante persone, ch'e' mi riusciva impossibile di precisare alcunchè. Risposi che desideravo pormi al coperto per alcuni istanti.
Mentre la sentinella dava l'ordine di lasciarmi entrare, distinsi sotto una tettoia dall'altro lato del quadrato di muro dinanzi cui mi trovavo, diversi cavalli e cavalieri. Probabilmente erano gli stessi che mi avevano poco prima oltrepassato, e che senza dubbio avevano cercato essi pure un ricovero da quella demenza del cielo. La porta s'aprì e mi trovai sotto una gran vôlta che metteva in una corte.
La corte era scoperta. Una fontana di marmo bianco risuonava nel mezzo, circondata da un'aiuola di mirti e di fiori che potevo distinguere appena. Un largo porticato si sviluppava intorno al muro esterno sopra tre parti, poi questo muro correva lontano, e copriva la facciata di dietro, racchiudendovi così un vasto giardino. Una piccola casetta tutta bianca spiccava nel mezzo, avendo una bella terrazza al disopra del portico che precedeva la porta. Le finestre erano illuminate. Ma il servo che venne ad aprirmi, mi arrestò prendendo il cavallo per la briglia. Intanto la tempesta raddoppiava. Il servo m'offrì da mangiare e da bere. Rifiutai. Domandai a chi appartenesse quella casa, mi rispose:
— A Caius Crispus, comandante la cavalleria della 12.ª legione.
— È egli qui?
— È ad Antiochia.
— La casa per altro è abitata?
— Sì, da sua moglie: ed ecco perchè a quest'ora non si lascia entrar nessuno.
— Come chiami tu la tua padrona?
— Ida.
— È giovane?
Il servo non mi rispose e fu l'ultima domanda che mi permise di rivolgergli. Si vegliava nondimeno nella casa, poichè io vedeva disegnarsi e muoversi delle ombre dietro le finestre. Scorse una lunghissima ora. La tempesta si calmò. Vidi allora passare sul terrazzo una figura di donna che veniva probabilmente ad assicurarsi se la pioggia era cessata. Rientrò presto; e un quarto d'ora dopo vidi un uomo ravvolto in un oscuro mantello, uscire, passare a diritta nel giardino, aprire una porta segreta e partire. Volli andarmene anch'io nell'istesso tempo. Lo schiavo mi trattenne. Cinque minuti dopo, udii lo scalpitare dei cavalli che passavano di galoppo dinanzi alla casa, dirigendosi verso Gerusalemme. Un quarto d'ora più tardi il servo si decise ad aprirmi la porta e lasciarmi partire alla mia volta. Il temporale era cessato.
Ogni sorta di fantasie mi danzava nel capo. Chi era quella donna? chi era quell'uomo? chi mi aveva parlato dall'alto della torricella?
L'aria fresca del mattino, il quale cominciava ad imbianchire, calmò i miei sogni. Io ascendeva il monte d'Elia. Ero intirizzito: ero tutto bagnato dalla pioggia. Quando arrivai alla cima del monte, il sole si alzava. Mi fermai per guardare a me d'intorno. Una folla di ricordi m'assalse, poichè io aveva sotto gli occhi il teatro degli episodi più memorabili della nostra storia.
Io amo risovvenirmi: quest'è un rifugio contro i propri contemporanei che hanno sempre torto. Poi l'è una cosa involontaria. Lo spirito viaggia senza attendere un congedo. D'altronde io ero all'istesso sito, nell'istessa ora forse, ove una moltitudine immensa di soldati, di popolo, di nobili, di sacerdoti, colle loro greggie, i loro servi, i loro schiavi, mogli, ragazzi, vecchi, a piedi sopra queste pietre roventi, sopra asini o sopra cammelli, guardavano per l'ultima volta il monte degli Ulivi, dietro il quale Nabuchadnezzar prendeva il tempio, bruciava la città, saccheggiava e demoliva il palazzo di Sion, cacciando dinanzi a sè i saggi ed i profeti, Gionata e Geremia. La casa di Davide aveva cessato di regnare, Israel era disperso nella Siria, nella Media, al di là del Tigri, gettato in Babilonia. Quelli che restavano, gl'invalidi, gl'impotenti, quelli da cui il padrone straniero non aveva nulla a temere, avevano preso stanza sul Mizpeh, quell'altura al di là di Sion. Ma questi pure, dopo l'assassinio di Gedaliah commesso da Ishmael, videro da questo sito per l'ultima volta il cielo di Gerusalemme, giacchè nè la voce di Geremia nè quella di Baruc ebbero forza di persuaderli a ritornare sui loro passi. La voce del re di Babilonia tuonava più forte di quella dei profeti, e profeti, capitani, figlie del re, tutti andarono a chiudere i loro occhi in Egitto.
I monti di Gedor e di Gibeah mi circondavano. Ai miei piedi stendevasi l'Ephrath d'una volta, il Bethlemme d'oggi. Il torrente Cedron discendeva di gradino in gradino, di cascatella in cascatella, ed andava ad immergersi nel mar Morto, lì, in fondo, in quel piano celeste al di là del quale io scorgeva le montagne violette di Moab, ed il bianco profilo delle torri di Makaur. Da una parte, la pianura di Sharon dalle rose, verso Lod e la splendida baia di Joppa ed Askalun. Dall'altra, il deserto, Gerico, il Giordano dalle limpide acque. Nel basso, Bethlemme — quella verde collina, ancora risplendente ai raggi del mattino, adorna degli ultimi fichi verdi, dei pampini violetti, di cedri ed aranci, un mazzetto di giardini — di cui un labirinto di sentieruoli bianchi forma un delizioso e profumato saico.
All'estremità di questo ammasso di cubi bianchi, e di pochi palazzi chiusi da una seria di catene, si rizza sopra un'altura un po' più lungi dalle altre abitazioni, fuori delle porte, una casa che pare un castello a grosse mura, residenza un tempo di Booz e di Ruth, poi di Davide, poi di Chimham. Ecco l'ancor candida tomba di Rachele. Ecco le grotte ove David si nascose, ove dormì Saul, ove qualche volta ripara la iena, ed ove una folla di pastori e di greggie sfuggono alle morsure del sole. Ecco le colline ove David custodiva gli agnelli di suo padre, apprendeva ad uccidere giganti, a raggiungere i lupi ed i leopardi alla corsa, a suonare l'arpa, e ove s'inebbriava della rugiada dell'empireo, che distillava poi in salmi ed in cantici.
Pare ancora di vedere sopra la marna rossastra delle fessure e dei solchi della roccia, l'impronta dei piedi di Rachele, quando, venendo dalla casa di suo padre, fu sorpresa dai dolori del parto e morì col suo bimbo. Sembra di vedere tutt'ora le traccie di Saul quando andava ad interrogare la maga di Engadi. Ecco il campo di Booz, il quale seguendo i mietitori, guardando le gambe ignude delle spigolatrici, osservò la sua nipote Ruth, che sua suocera introdusse una notte sul suo letto di covoni. «Va dunque, lavati, profumati, metti i vestiti del Sabbato e scendi nei campi.» Ruth, la Moabita, era, come la mia Maria di Magdala, Galilea. Booz la lasciò spigolare, lasciò che si avvicinasse all'ombra ove egli pranzava in mezzo alle sue genti, lasciò che bevesse della sua acqua, permise che inzuppasse il pane nel suo aceto, e.... si risvegliò una mattina nelle sue braccia.
Le notti di Bathlehem hanno risuonato delle canzoni di David, dei gemiti della bella Moabita, dei ruggiti di Saul: i suoi silenzi covano i terrori di Samuele e di Geremia. Gli è dinanzi quella tomba di Rachele che Saul s'inginocchiò, e si rialzò re. Gli è da quella valle di Cedron, che David si salvò dalla ribellione di suo figlio Absalon, il fratello di quell'Amon che amò sua sorella Tamar.
Tutto ciò si agitava nel mio spirito e sotto i miei occhi quando arrivai, a mezzo giorno, nella casa di mia madre.
Mia madre, tutta intenta al bimbo appena nato, si accorse appena della mia presenza. Lasciò sfuggire un oh! lungo come la strada delle Indie, e continuò a preparare non so qual bibita confortante composta di vecchio Chios, latte e miele. M'affrettai del resto a tranquillarla, dicendole fin dalla prima parola, che ero stato arrestato per un equivoco. Tutti i parenti ed amici di mio cognato vennero la sera a bezzicare qualche bricciola di notizie della metropoli, e chiacchierare sopra gli spettacoli del circo, di Claudia, di Pilato, di Flaccus, di Hannah, sulle stragi del giorno dei Tabernacoli, di tutti e di tutto. All'indomani non avendo più nessuno da rassicurare sulla mia sorte, nè notizie da propagare, me ne tornai a Gerusalemme.
La giornata era bella e calda quantunque fossimo già al principio di _marchesvan_ (fine di ottobre). Le api lavoravano ancora. Le farfalle imperlavano ancora il cielo delle loro ali. E il cielo nettato dal temporale del giorno prima, confondeva il suo azzurro profondo con la pupilla divina. Il Cedron cinguettava ancora colla sua striscia argentea, cercando taccoli ai ciottoli candidi e rotondi, ed agli sproni rocciosi delle montagne che lo indicavano. L'aspetto di quei poggi scaglionati a forma di scala, dal piano all'alto di Sion, era tristo, ignudo: si sarebbe detto avessero la calvizie d'una vegetazione perduta. Dalla cima di una di quelle alture, verso mezzogiorno, immersi alla fine lo sguardo nella piccola valle della Benedizione, civetta come una fanciulla da marito.
In mezzo a tutte quelle roccie calcari, grigie e rossastre, quel boccon di verdura e di fiori, che pareva lì preparato sopra un bacino di marmo, rallegrava lo sguardo meglio di una festa. Un'alta muraglia inquadrava e nascondeva il giardino e la casa. Due torricelle fiancheggiavano la porta d'entrata, ma questa volta nessuna guardia vi vegliava. La casa in pietre bianche, si apriva sur un portico di marmo rosso, che si trasformava in terrazzo al dissopra. Il gran porticato a colonne di granito grigio e nero, che si addossavano interiormente su tre lati al muro esterno, mi sembrava lastricato di marmo bianco e rosso. La fontana nel mezzo della corte era in marmo bianco, circondata da un labbro di terra, coperta di fiori a varii colori. Una statua di donna genuflessa portava la coppa di porfido, dal cui centro si slanciava un filo d'acqua molto in alto e ricadeva dagli orli della coppa della vasca come un velo d'argento. Dei vasi di maiolica, con degli arbusti fioriti, coronavano le aiuole. Il giardino era uno spicchio di cedri e di aranci.
Provai tutte le tentazioni del mondo che mi spingevano ad introdurmi di nuovo in quella dimora, così poco conforme ai nostri costumi ed all'architettura giudea. Avevo pensato tutta la notte, tutto il giorno, lungo tutta la strada, a quella casa, alla donna che l'abitava. Avevo immaginato mille pretesti per penetrare là dentro. Arrivato alla porta, trovai tutte le mie ragioni stupide, la mia associazione d'idee assurda. Passai oltre, ma col progetto deciso, che ormai, qualunque fosse lo indirizzo dei miei viaggi a levante o a ponente, al mezzogiorno od al nord, io passerei per quella strada, dinanzi quella casa, in attesa dell'occasione.