Part 11
All'indomani, il progetto fu fissato con Justus cui un primo bacio rubato a Maria rendeva più audace. Justus riportò alla giovine donna, che la notte seguente avrebbero tentato la mia liberazione. Un secondo bacio rese Justus più che audace, temerario. Di che si trattava, in una parola? Oh! la era semplice come un matrimonio disfatto per mancanza di dote. Ma quella notte pure la buona stella di Justus che favoriva le sue correrie di baci nei miei dominii, gli preparò un insuccesso. Le cattive azioni hanno quasi sempre l'incoraggiamento della provvidenza. Bisogna essere eroico in ogni maniera, per far il bene. La notte seguente però i miei due amici furono ricompensati delle loro pene, e della loro devozione alla mia disgrazia. Quando ci penso, mi sorprendo ad allocchire: quel miserabile Bar Abbas era proprio ammirabile! Rischiava la vita, perchè? Certo, non per dei baci, e neppure per distrarsi.
Alle cinque della notte, un uomo avviluppato nel suo nero mantello rasentò il muro del giardino, senza guardarsi intorno, senza preoccuparsi di essere o non essere scorto, la testa bassa, a passi lenti. Arrivato alla piccola porta, cavò di tasca una chiave, aprì, entrò, e respinse la porta che si chiuse con fracasso. Si sarebbe detto che fosse il padrone di casa. Justus e Bar Abbas, che si trovavano più lungi in un incavo del muro, videro tutto ciò, senza soffiar motto. Poi, quando l'uscio fu chiuso, Bar Abbas afferrò la mano di Justus, che gli parve agghiacciata, e gli disse: — andiamo!
Si appostarono uno per parte alla soglia che l'altro aveva varcata, ed attesero.
La notte era fredda. Un venticello dispettoso si querelava colle foglie degli alberi, colle terrazze delle case, in una maniera piagnucolosa, stridente, paurosa come se qualche demone l'avesse minacciato, e cacciava dinanzi a sè degli immensi nugoli neri, dal portamento maestoso, che navigavano penosamente come navi ferite dalla tempesta. Questi nuvoli venivano dal sud, dal fondo del mar Morto e dal Giordano, e per conseguenza sopraccarichi di temporale. Dalla parte del nord, venendo dalle montagne di Samaria, uno sciame di nuvolette bianche ed impaurite se la svignava in fretta. Qualche stella abbastanza ardita per farsi vedere, rientrava alla presta. Centinaia di cani ululavano in lontananza, del non avere probabilmente trovato neppure una carogna nella valle dell'Hinnom. Il Cedron borbottava; perchè il suo filuccio d'acqua ed i suoi sassi si rincontravano fragorosamente dopo sei mesi d'un'estate secca come il deserto. Tutto dunque faceva prevedere una notte piena di strepito. Si udivano già alcuni sordi movimenti nell'aria, come di un giovine tuono che provasse i suoi primi rulli.
— Felice chi ha una casa ed un letto, borbottò Justus.
— Ed una ganza dentro, aggiunse Bar Abbas.
— Credi che quel facchino ci lascierà intirizzire qui, a lungo, eh?
— Diamine! se quel facchino trova là entro ciò che noi ci auguravamo testè, cioè un letto ed un'amante, ne ho paura.
— Preferirei finirla subito.
— Sei un eroe! se avremo mai una repubblica Ebrea, ti propongo per generale del nostro esercito.
— Ho una grande inclinazione per l'acqua; preferirei esser ammiraglio.
Due ore erano scorse. L'oscurità era completa. Nessun rumore umano annunziava che vi fosse qualche creatura svegliata all'infuori dei cani e dei carnivori, che venivano a cercare nelle immondizie della città il loro incerto pasto. Siccome l'ora della uscita dell'uomo ch'era lì entro, s'avvicinava, Bar Abbas e Justus tacevano, l'orecchia tesa, il naso al vento. Finalmente, intesero nel giardino come una porta che si chiude con precauzione, poi lo scricchiolar della sabbia sotto i piedi, poi il passo lento, pensoso, irregolare, a zig-zag, direi quasi attristato, tanto era pesante ed intermittente. L'uomo si fermò all'uscio.
Restò un momento lì, poi girò sui suoi talloni, guardando probabilmente il palazzo che lasciava in quel punto. S'intese un grosso sospiro precipitarsi fuori dal suo petto, come se avesse temuto di soffocarvi. Questa pausa durò due o tre minuti. Pareva indeciso se ritornerebbe indietro, o se sarebbe partito. Quest'ultima risoluzione la vinse. Girò di nuovo, frugò nelle tasche, prese una chiave, aprì, uscì. Chiudeva già la porta, quando una mano possente afferrò il suo pugno, mentre due braccia vigorose lo stringevano. Mezzo inviluppato nel suo mantello, quel visitatore notturno non avrebbe potuto opporre che una debole resistenza. Egli non ne fece alcuna. Si voltò come un uomo sorpreso, ma per nulla spaventato, come un uomo più maravigliato dall'audacia che commosso da un attentato, e sclamò:
— Cos'è dunque?
Il tuono con cui disse queste parole, fece rabbrividire Justus. Bar Abbas non si lasciò imporre da quel contegno, che ritenne preso a bella posta.
— Niente affatto, o per lo meno poca cosa, rispose egli coll'istesso tuono disinvolto. Ti domandiamo semplicemente quella chiave.
— Per che farne, se ti aggrada?
— Ma, una chiave, io credo, è fatta per aprire o per chiudere, per lasciar entrare o lasciar uscire.
— E per rinchiudere anche.
— Precisamente, ma io, nella mia ignoranza delle finezze della lingua, credevo che chiudere bastasse.
— Allora!
— Non hai ancora capito?
— Perfettamente; quantunque faresti meglio di parlare nel tuo linguaggio, se ne hai uno, piuttosto che scorticare il greco.
— Ah! questa poi è graziosa! io che ho dato delle lezioni di pronunzia ai Brettoni.
— Dunque, tu dici?
— Dammi quella chiave, o me la prendo.
— Siamo intesi. Però non m'hai ancora spiegato per qual ragione vuoi penetrare in quel giardino.
— Per qual ragione ci sei andato, tu?
— Io, l'è ben differente. Sono medico, ed il padrone di casa ha un cane che ha la gotta alle due zampe davanti, e non potrebbe sottoscrivere il suo testamento.
— L'hai guarito, spero.
— In un lampo. Egli ti lega anzi qualche cosa in quel suo testamento, io credo. Tra fratelli, del resto, è naturale.
— Come dunque! come! Un cane! capperi! saremmo noi entrambi dell'istessa famiglia? Sì, davvero un cane è il solo parente che potrebbe, morendo, lasciarmi qualche cosa.
— Egli è per questo che esso ti lascia la corda che domani io ti farò mettere al collo.
— Domani, caro medico, è ancor lontano. Siamo appena a mezzanotte.
— E mezza. Sta bene, ti do la chiave. Ma non puoi dirmi cosa vai a fare in quel sito? Io credo, che è per, per.... vorrei pur addimandar la cosa con una parola pulita.... Ah eccola: per rubare.
— Folgore del Sinai! per chi ci prendi tu dunque, imbecille.
— Ma, vi prendo per delle persone delicate che vanno di notte ad alleviare i ricchi del loro superfluo.
— Ebbene, marrano, t'inganni.
— In questo caso, virtuoso cittadino, te ne faccio le mie scuse. Avresti tu dunque, lì dentro, un intrigo d'amore?
— Ah! e se ciò fosse?
— Allora ti offrirei i miei servizii.
— Tu m'hai l'aria d'un famoso compare. Dopo tutto, vediamo. Sei di casa, tu?
— Un poco.
— Vuoi tu guadagnare... Hai dei bezzi, Justus?
— Sì, una ventina di sicli.
— Senti? vuoi guadagnare dunque una ventina di sicli, lasciando a me, ben inteso, il dieci per cento?
— E perchè no? purchè ciò che mi domandate non sia troppo pesante.
— È leggiero, come l'ordinario mio desinare. Si tratta soltanto di guidarci.
— Dove, se la domanda non è indiscreta?
— Lì dentro.
— Voi siete dunque curiosi di visitar il palazzo dopo mezzanotte?
— Noi siamo curiosi di trovare un amico che si è smarrito in quegli appartamenti.
— L'è una bisogna filantropica. Vediamo, raccontatemi come sta la cosa. Chi è codesto amico? come mai si è desso smarrito colà? Cosa cercava?
— Te lo dirò, camminando.
— Non mi piace conversare camminando. Spiegati prima.
— Avrei dovuto principiare coll'ucciderti, e prenderti la chiave, disse Bar Abbas. È un'idea che mi viene adesso, in ritardo d'un quarto d'ora, la sciocca. Non monta. Che tu sappia o no le nostre faccende, bisogna che io penetri in quella casa infame, che strappa i prigionieri dalle mude onde rischiarare le sue orgie.
— Cospetto! hai la collera virtuosa, mio bel profeta. Va innanzi. Spiegati un po' più chiaramente, e ti prometto, sulla mia parola, ajuto, protezione, ed impunità.
— Hum! sei troppo generoso per crederti solvente. Breve, te l'ho già detto, uno dei nostri amici è stato preso, tolto via dalla torre Phasaelus, dieci giorni fa, di notte, cogli occhi bendati. È stato condotto qui, è entrato per quella porta, ed è là negli appartamenti della moglie del procuratore probabilmente, con lei forse.
— Ascolta, disse l'uomo della chiave, tu verrai meco adesso in quella casa, e se hai mentito, o se ti sei ingannato, non c'è croce abbastanza lunga, non ci sono torture abbastanza atroci, per farti morire.
— Che io sia dannato! sclamò Bar Abbas, sei dunque Pilato, tu? E cosa vieni a rubare di notte qui?
Pilato non rispose. Con una mano aprì la porta, coll'altra spinse dentro i due avventurieri.
Sì, era Pilato in persona, l'uomo che a quell'ora usciva dagli appartamenti di sua moglie, senza vederla, senza parlarle. Egli non si curò di chiudere l'uscio. Afferrando i due accusatori di Claudia per i polsi, come in una morsa, li trascinò seco al fondo del giardino, spinse del piede la porta della conserva dei fiori, vi entrò e prendendo nella sua tasca un'altra chiave, aprì la porta che metteva nella casa. Dei deboli chiarori illuminavano i portici, i corridoj, le scale, e le camere ch'egli percorse coll'impeto dell'uragano, avendo sempre le braccia di Justus e di Bar Abbas chiuse nei suoi artigli di ferro, quantunque al postutto e' non avesse bisogno di loro. Arrivato finalmente ad una porta in cima ad una scala, bussò. La porta s'aprì e nell'istesso tempo la luce rischiarò una giovine donna, Pilato e i due suoi accoliti!
— Cypros, gridò Pilato, mi hai mentito.
Justus tremava; Bar Abbas, malgrado la sua impudenza, sentiva un brivido percorrere la sua colonna vertebrale, all'udire la voce cupa e dannata di Pilato.
— Sono perduta! mormorò Cypros. Oh povera madre mia, tu morrai schiava!
X.
Dieci giorni erano trascorsi dal mio arrivo al palazzo di Erode.
Io non aveva compreso perchè Claudia mi vi avesse condotto; comprendevo ancor meno perchè mi ci tenesse. Tutte le congetture che avevo fatte su quella donna, eran fallite. Trovai stupida la mia condotta, e più io approfondiva il carattere di Claudia, più ella mi diveniva un mistero.
Non avevo, in tutta la mia vita, incontrato una donna più casta di questa impura, la quale esalava la lussuria come una rosa di Sharon esala l'odore. Non ho conosciuta una donna più fredda di quella cui trovavo recondita nella tempestosa organizzazione di Claudia. Quella civetta, era una matrona. Viveva separata da suo marito; ma io chiesi a me stesso parecchie volte: Amerebbe ella dunque quest'uomo che la fugge? All'impertinenza del primo giorno, era susseguita una familiarità, la quale però intrometteva fra lei e me un mondo. La cortigiana delle feste era figlia di Cesare nell'intimità. La dicevano frivola: ed il suo spirito era ornato di tutte le gemme ed i profumi della poesia greca e romana. A Capri, ella aveva figurato nella mandria di Cesonius Priscus, l'intendente della voluttà di Tiberio, e vi aveva imparato la politica del mondo, maneggiandola con Sejano che le faceva orrore. Claudia aveva certamente uno scopo; io mi perdeva in un dedalo di supposizioni, e non scopriva, dopo tutto, la verità in nessuna di esse. Non avevo più fretta di lasciarla, e oggi ancora, dopo tanti anni, e dopo tanti avvenimenti, cerco nel mio cuore perchè non l'amavo! Io era, certo, in quello stato di spirito, in quell'ora della vita, ove avrei dovuto divenir pazzo per quella donna. Maria passava allo stato di tramonto, nel mio amore. La sconosciuta del circo inviluppava d'una nube luminosa i miei vaneggiamenti; ma tutte due non colmavano il vuoto, che la vita a ventitrè anni scava avidamente nell'anima. Claudia aveva tutto ciò che un uomo elevato può desiderare: ella inebbriava i sensi con la sua bellezza, dava la febbre all'immaginazione con la sua condotta, con la elegante distinzione del suo spirito. Vi sono dei fenomeni psicologici che si spiegano, ma non si comprendono.
Avevamo passato una parte della sera sul terrazzo del Sud, dinanzi al quale si svolge la catena dei monti di Scopas e degli Olivi, e donde, per un appiattamento di questi monti, si vede il mar Morto, come una lama d'oro durante il giorno, come una nube violetta la sera ed il mattino. Passeggiando lentamente, l'uno vicino all'altro; cogliendo qui un fiore, là una foglia dai vasi di majolica azzurra, agli arbusti odoranti schierati sul parapetto, io le aveva modulato quella cosa selvaggia e splendida che si chiama: il Cantico dei Cantici di Salomone. Ella aveva ascoltato distratta, poi mi aveva detto:
— Sì, codesto canto è bello come le armonie del deserto; ma io preferisco l'Odissea.
Mi aveva poi sussurrato alcune elegie che Ovidio aveva scritte per sua madre Giulia, dal fondo dell'esilio, ove il suo amore aveva fatto naufragio. Una grave malinconia ci ravvolgeva. Il cielo era cupo, e il temporale vi si addensava.
— Ho a parlarti, Giuda, mi disse finalmente Claudia. Attendi qui. Licenzio le mie schiave, e ti farò chiamare.
La notte era scesa completamente. Poco alla volta l'assopimento s'era impadronito della città. Io circolavo nelle tenebre, come un'ombra che cerca riposo. Un'ora dopo, Cypros venne ad annunziarmi che Claudia mi attendeva. Aprì infatti una porta che dava sul terrazzo, m'introdusse nella stanza da letto della sua padrona, e si ritirò. Claudia le disse:
— Ti chiamerò forse: veglia.
Era la stanza che Erode aveva fatta costruire per Mariamna. Non c'era nulla al mondo di più ricco e di più suntuoso. Il soffitto era di cedro d'Africa, che valeva più dell'oro, scolpito a spalliera di fiori e di foglie, con dei grappoli in rilievo. I muri erano tappezzati di una stoffa che sembrava tessuta e filata di perle, profumata da viole, da bottoni di rosa ed iridi, rallegrata da un nuvolo di uccelletti indiani come il contenuto di uno scrigno di pietre preziose messe giù. Delle svelte colonne d'oro separavano le pareti in diverse inquadrature e sostenevano il soffitto. Uno spesso tappeto di Bactriana copriva il suolo, di cui faceva un'ajuola di fiori. Il letto era basso, largo, in scaglia di tartaruga del Gange a riflessi d'oro. Aveva la forma di una conca marina poggiata sopra un piedestallo, di avorio di Troglodite e d'oro, che simulava le onde.
Della lanugine di uccelli d'Africa, rinchiusa in una splendida stoffa persiana, riempiva la conca. Un baldacchino di stoffa ricamata di perle del golfo Persico e della Taprobana, di diamanti e di tutte le sorta di pietre preziose, copriva il letto come una tenda. Una coperta di porpora che valeva un milione di sesterzi, si stendeva sopra le lenzuola di tela d'Egitto, e sopra i guanciali di tela delle Indie. Lungo i muri correva una fila di guanciali di seta bianca trapunta a fiori, alcune sedie d'avorio; un immenso specchio racchiuso in un cerchio d'oro cesellato, sostenuto da due schiavi agginocchiati, in bronzo di Corinto, stava dinanzi la finestra; e nel mezzo della stanza, un piccolo letto d'ebano addobbato di cuscini bianchi e rossi ove Claudia si riposava mentre le schiave finivano la sua acconciatura della sera e del mattino. Vicino allo specchio, sopra un zoccolo di lapis-lazzuli si ergevano due vasi murrini della Caramina, di un valore incalcolabile, — regalo di Tiberio — e ripieni di fiori esotici nati e schiusi nelle conserve del palazzo.
La camera era rischiarata da alcuni candelabri d'oro posti ai quattro angoli. Un profumo inebbriante impregnava l'aere. La porta a vetri colorati che dava sui terrazzo fu chiusa; ma quando un lampo infiammava il cielo, si vedeva quella porta cangiarsi in un rabesco di mille colori.
Claudia era sola mollemente coricata sul suo letto di riposo, abbigliamento da notte. Una larga tunica di lana bianca, sottile come il vapore d'una sera d'estate, le inviluppava tutta la persona, eccetto le braccia. Un cordone di seta azzurra le stringeva i lombi. Una rete rossa imprigionava i suoi capelli neri ondati di azzurro, e traversati da un pugnale a testa d'oro, fino come un ago. Nulla di più voluttuoso, e di più casto: quella ricchezza era modesta. Pareva d'entrare in una stufa da fiori. Sopra un tavolo, alla portata della mano brillavano una carafa di cristallo di rocca e due coppe d'oro. Claudia riempì quelle coppe di una deliziosa bevanda agghiacciata, composta di succo di granate ed aranci misto a latte e mele, e me ne offrì una.
— Giuda, mi disse ella allora, demolisco Capua; devi partire.
— Son pronto, risposi sospirando dopo un momento di silenzio. Mi dirai almeno, perchè m'hai chiamato, perchè m'hai introdotto in questo Eden senza il serpente.
— Il serpente vi s'introduce, Giuda; è tempo dunque che tu te ne vada, e che riprenda la strada che il tuo destino ti indica.
— Non è il mio destino che me l'ha indicata, Claudia, sono io stesso, o piuttosto la mia noja. Tu conosci lo scopo che mi sono prefisso.
— Credo di averlo compreso.
— Intravvisto, forse.
— Compreso. Tu vuoi strappare la Giudea a Roma, sterminare i Romani che l'occupano, fare del tuo paese una repubblica aristocratica, sotto l'oligarchia sadducea, annientando i poteri pericolosi e cangianti del Tempio, e la venale ingerenza della plebe.
— Sì, ecco il mio scopo. L'hai indovinato.
— Puoi rivelarmi i tuoi mezzi?
— Semplicissimi forse, forse impossibili: far convergere, in un momento di tregua di Dio, gli sforzi di tutti i partiti che dividono la nazione Ebrea al compimento di questa risurrezione nazionale, uguagliandoli tutti nel costituirli separatamente; dare a questo moto un capo che segua il mio impulso, al quale tutti obbediscano, e cui, una volta compiuta l'opera, io sopprimerò, rientrando io stesso nell'orbita di quella oligarchia dirigente, alla quale appartengo.
— Questo piano è insensato o grande, rispose Claudia dopo alcuni istanti di riflessione. Il successo dirà se l'è una cosa o l'altra. Ma il successo non sta nelle vostre mani.
— Gli è questo che non so ancora e che voglio sapere.
— Prova.
— Sei tu, moglie di Pilato, nipote dei Cesari, cittadina di Roma, che mi dici: Prova!
— Io stessa.
— Ma allora, non m'hai compreso.
— Ho fatto più che comprenderti, sono convinta, e ti porto il mio appoggio.
— Ripeti.
— Ti do il mio appoggio.
Sorrisi e sclamai:
— Che disgrazia, o Claudia, che io non possa trasformarti in Messia: tutta la razza di Giuda cadrebbe ai tuoi piedi come dinanzi a Dio.
— È egli necessario d'esser Messia per concorrere a codesta liberazione, Giuda?
— Non assolutamente. Ma in Asia, ove si son visti Romani distrugger Romani per impadronirsi del potere a Roma e dello imperio del mondo, non si sono ancora visti Romani distruggere Romani per liberare una nazione.
— In Asia ciò non si è veduto; ma in Europa si è veduto un capo di legioni fortunato, un conquistatore marciare su Roma, e proclamarsi dittatore. Perchè non si farebbe, partendo dalla Siria, ciò che si è fatto partendo dalle Gallie?
Fissai gli occhi attoniti sopra Claudia e mi alzai. Ella non si mosse.
— Giuda, mi diss'ella, poichè l'ondeggiare della conversazione ci ha gettati sopra questo terreno, bisogna spiegarci.
— Poichè folleggiamo al paradosso, osservai io, permettimi, Claudia, d'aggiungere: Perchè stancarci ed andare fino a Roma, turbare la quiete del marito di tua madre, poichè abbiamo dinanzi a noi tutta l'Asia da risuscitare: l'impero di Ciro, d'Alessandro, di Dario, di Salomone stesso? Restiamo da questa parte del Mediterraneo ove il clima è così bello, la natura così ricca, l'uomo così vile, la donna così possente; ove lo schiavo obbedisce, il padrone gode, l'oro nasce da sè solo; ove la creazione ebbe la sua aurora, e vi spiega la sua opulenza meravigliosa.
— Giuda, replicò Claudia impallidendo, tu hai ricordato mia madre e Tiberio. Tu hai abitato Roma. Tu sai dunque una parte della mia storia, la parte infame, quella che traboccava da Capri, e si spandeva in fetide onde sopra la città dei sette colli. Hai udito forse raccontare delle mostruosità che la plebe vigliacca ha bisogno di credere per non confessare a sè stessa di non essersi sola imbragata nella poltiglia. L'ho inteso io stessa, codesto racconto, contaminare le mie orecchie, quando mi recavo a Roma e vedevo quel popolo che conduce il mondo prosternarsi dinanzi la mia lettiga, come dinanzi l'altare della Venere impudica. Non mi curai di confutare l'esagerazione di quelle fiabe. Ciò che ne restava di vero era già troppo per l'infamia di tutta una generazione d'uomini. Alla fine, tutto ciò ha fatto sanguinare il mio cuore.
— Claudia, sta in guardia, la memoria ti trascina a parlare di cose, che domani non vorresti mai aver rivelate agli orecchi d'un mortale.
— Poco monta ciò che io mi voglia domani. Credi tu che io ti abbia fatto strappare dalla torre di Phasaelus, che ti abbia provato con delle tentazioni alle quali un giovine di vent'anni avrebbe dovuto inciampare, soccombere mille volte, credi tu che io ti abbia tenuto qui dieci giorni per conoscerti, per comprenderti, che ti abbia fatto udire poco fa una parola che ha risvegliato la tua incredulità; credi tu, dico, che io mi sia lasciata andare a tutto ciò per capriccio, per ozio, e per ricompensarti del colpo di pugnale dato alla pantera?
— Non interamente.
— Ebbene, non vi è nulla che inganni tanto, quanto il conoscere le cose a metà.
— È vero: l'ignoranza completa val meglio.
— Hai tu osservato, Giuda, che io non porto mai su di me che due gioielli: questo anello e questa spilla da capelli?
— In fatti, ciò mi aveva colpito.
— Un giorno, sei anni fa, Cypros arrivò da un'isola del mar Tirreno, e mi presentò questi due oggetti. Sopra l'ametista di questo anello vi è un profilo di Tiberio contornato d'edera con l'esergo _si vivet, vivam_. Sopra questa spilla è incisa la parola greca: vendetta! Una donna, morente quasi nella miseria e nella solitudine — ella, figlia di Augusto, con questa sola schiava Gallica per compagna di disgrazie, ella, giovine ancora, uccisa dal veleno di suo marito; ella, madre, che sa la sua unica figlia, figlia dell'amore cento volte più cara della figlia d'un marito imposto dalle convenienze, essere condannata ai più infami mestieri — questa donna m'inviava questo triste regalo, la sua ultima memoria per mezzo dell'ultima sua schiava. La donna era mia madre. La schiava era Cypros, la quale in nome della sua padrona, dietro l'ultima volontà della sua padrona, deve ripetermi ogni mattino quando mi risveglio, tutte le sere quando mi corico, la parola: vendetta!
— Principio a comprendere.
— Aspetta. Avevo dodici anni.... Giuda, io ti faccio delle rivelazioni che mio marito stesso, egli più di tutti, ignora.
— Perchè?