Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8
Part 6
Abbrividii all’idea di quei particolari che ci prometteva tanto tranquillamente sir William: egli da parte sua ignorava completamente quanto era accaduto nella notte precedente, e non comprese nulla della mia agitazione, ma non avendo egli l’abitudine d’interrogarmi, mi fece nessuna questione.
All’ora indicata io era dalla regina. Solamente aveva ordinato al cocchiere di andare dal Chiatamone e Santa Lucia, per evitare la vicinanza di Largo Castello.
Però nell’andare a Caserta, bisognava passare per Toledo, ma eravamo in carrozza chiusa, e abbassai le tendine sul vetro passando innanzi a S. Carlo.
E poichè avevamo una carrozza senza stemma e livrea, passammo in mezzo alla folla che ingombra sempre Toledo, senza eccitare la curiosità; però non mi sentii tranquilla se non quando fui fuori di città; potei abbassare il vetro e respirare l’aria dei campi.
Non ebbi bisogno d’interrogare la regina per sapere se nessuno era venuto, o se essa avesse voluto accordare o ricusare cosa alcuna.
Arrivammo a Caserta verso le sette e mezza di sera; entrando in quel pesante e grave edifizio mi sembrava di entrare in una tomba.
Si comprende quanto fu triste per noi quella sera; evidentemente io e la regina eravamo preoccupate della stessa idea; non potevamo pensare ad altre cose, e però nè lei nè io volevamo parlare di ciò cui pensavamo tanto ostinatamente.
In quanto a me aveva continuamente innanzi agli occhi quel tre giovani, e principalmente quello che avea rappresentato la parte principale in quella tragedia; — quella testa bruna, quegli occhi eloquenti, la voce sonora, e il gesto solenne, tutto ciò mi tornava alla memoria con una verità tale, che se fossi stata sola non avrei resistito al desiderio di prendere una matita e disegnare tutta quella scena sulla carta.
La regina aveva preso un libro e faceva sembiante di leggere; dimenticandosi di volgere i fogli, era facile comprendere che non leggeva.
Alle 10 ore ci si portò una refezione su di un vassoio, ma non prendemmo che un poco di thè.
Due e tre volte or l’una or l’altra cercammo di avventurare qualche parola indifferente, a cui in assenza delle grandi preoccupazioni si appoggiano le conversazioni ordinarie; ma ognuna di queste parole sembrava una pietra caduta in un abisso, ove andava a morire senz’eco.
Il pendolo che era sul caminetto era di porcellana di Sassonia, e rappresentava il tempo armato di falce. Mai allegoria fu più di questa tetra ed eloquente. Il pendolo suonò successivamente le dieci, poi le undici, e la mezzanotte; coll’ultima vibrazione del metallo, entravamo nel giorno 4 ottobre, il giorno dell’esecuzione.
La regina si alzò, si avvicinò al caminetto, sollevò il globo della pendola e ne arrestò il movimento.
Prendeva le sue misure, per impedire che la pendola suonasse le quattro ore. Essa doveva non già numerare il tempo, ma segnare l’eternità.
Il supplizio dei tre giovani doveva aver luogo alle quattro. Io non lo sapeva, e noi eravamo tanto preoccupate dello stesso pensiero, che quando la regina fermò il pendolo, mi sentii i brividi per tutto il corpo comprendendo la sua intenzione.
XII.
Non so come la regina abbia dormito: io feci dei sogni orribili; ma verso l’albeggiare le visioni che agitavano la mia mente svanirono e potei godere un po’ di riposo.
La prima cosa che vidi, maravigliandomi, fu la regina in piedi vicino alla mia finestra, che soffiava su d’un vetro, e sul vapore che vi lasciava col suo fiato aveva disegnato colla punta del dito una specie di Calvario con tre croci.
Udendo alzarmi sul letto, prese di fretta il suo fazzoletto dalla tasca e cancellò tutto.
— Che noia, disse; mi son alzata presto nella speranza di fare una passeggiata, ed ecco che cade una pioggia minuta che c’impedisce di uscire per tutta la giornata.
Era una distrazione che le fuggiva.
— Vostra Maestà aspetta forse da tanto tempo? le dimandai.
— La mia Maestà aspetta da un’ora, perchè la Mia Maestà ha dormito molto male; andiamo, alzati, vediamo di far qualche cosa.
Mi alzai.
— Oh! disse la regina, osservandomi, avrò dunque una volta la soddisfazione di vedervi meno insolentemente bella come di solito: siete pallida, avete le occhiaie questa mattina, e vi prevengo di ciò, mia cara amica.
— Ahimè! signora, le risposi, temo di essere più pallida, e di avere gli occhi rossi questa sera.
Essa finse di non intendere.
— Non avete dunque invitato sir William a venire con voi a Caserta?
— Difatti, signora; ma è trattenuto a Napoli per gli affari dell’ambasciata; verrà a raggiungerci questa sera o domani mattina.
— Tanto meglio, disse la regina facendo forza a sè stessa, ci darà delle notizie.
È inutile dire che la conversazione finì là.
La regina rientrò nella sua camera, ed io mi vestii.
Verso le due la pioggia cessò. Al primo raggio di sole che trasparisse in mezzo alle nubi si dovea attaccare i cavalli alla carrozza. Si venne a prevenirci che i cavalli erano attaccati.
Scendemmo, e facemmo una passeggiata nel parco.
Quanto più l’ora si avanzava, una specie di agitazione febbrile s’impossessava della regina; essa aveva portato la conversazione sulla prigionia, sulle sofferenze e sulla morte di sua sorella Maria Antonietta che era stata decapitata l’anno precedente il 16 del mese appena incominciato. Siccome non sfuggiva nessuno dei suoi pensieri, compresi che cercava di alleviare i suoi rimorsi, caricando su di quanto i Francesi avevano fatto soffrire ad una dama, che pel suo rango doveva essere inviolabile.
Il tempo si oscurò ed il cocchiere credette suo dovere di ritornare al palazzo. La regina non fece alcuna osservazione, e la carrozza si fermò a piedi del grande scalone.
La regina cambiò discorso.
— Questo scalone è veramente bellissimo, disse, e se non vi fosse a Caserta che questo solo scalone basterebbe a fare la riputazione di Vanvitelli.
E me ne fece osservare tutte le bellezze.
Arrivammo nella sua camera. La regina era in preda ad un’agitazione nervosa che terminava abitualmente in una crisi; essa cominciava con passo svelto, e si sarebbe detto che voleva armonizzare tutte le agitazioni esterne, che loro malgrado tradivano lo stato del suo animo.
Ad un tratto ed al momento in cui rientrava in camera, stette immobile, collo sguardo fisso sul pendolo.
Il pendolo segnava le quattro.
Nello stesso momento fece sentire quella specie di rumore rotatorio che precede il suono della batteria; il tempo agitava la sua falce come in atto di colpire, ed il timpano vibrò quattro volte sotto il martello d’acciaio.
La precauzione presa dalla regina per fermare il pendolo era stata inutile, e, cosa strana, quel pendolo, nello stesso momento in cui la regina entrò nella camera, suonava quell’ora fatale, che aveva cercato di sospendere sul suo quadrante.
La causa fu che, dopo essere la regina uscita con me per andare in carrozza, era entrato un usciere, il quale, vedendo il pendolo fermato, l’aveva caricato e regolato gl’indici. Ecco il miracolo.
Ma prima che la regina se ne fosse data ragione a sè stessa, l’effetto era già prodotto; e se io non fossi stata là per sostenerla, credo che sarebbe caduta sul tappeto.
Volli chiamare; ma mi trattenne.
— Oh! no, disse, bisogna che forse sia debole, ma non voglio che ciò si sappia; Dio però non si sarà divertito, contro ogni probabilità, a fare un miracolo per questi tre miserabili giacobini. Voglio sapere questo mistero del pendolo; aiutami a coricarmi sul letto ed informatene.
Condussi la regina fino al suo letto, si coricò vestita, ed io uscii per interrogare i domestici.
Fu allora che l’usciere mi raccontò, che vedendo il pendolo fermato, e credendo che si fosse fermato per qualche accidente, aveva creduto suo dovere di ricaricarlo e di metterlo all’ora.
Entrai, e diedi questa spiegazione alla regina.
Il suo viso al rasserenò, asciugò il sudore che le irrorava la fronte, e cercò di ridere; ma i muscoli della faccia sembravano induriti, e rifiutavano di distendersi per dare alla faccia la sua dolce espressione.
— In fin dei conti, disse, osservando il pendolo, e vedendo che erano le quattro e mezzo, ora sarà finito tutto, e sarà dato un grande esempio a Napoli, che ne ha tanto bisogno.
Non feci parola.
— Non sei del mio avviso? disse.
— Ahimè! signora, le risposi, permettetemi che su questo terribile argomento della vita e della morte io non abbia nessuna opinione; sono nata troppo lontana da quelli, cui Dio ha dato il diritto di disporre della vita degli altri, per essermi mai occupata di questa grave questione. Io non sono che una donna, io, e per conseguenza una creatura debole e di buon cuore. Avrei piuttosto voluto, lo confesso, che quel pendolo avesse segnato l’ora della loro grazia invece di quella del loro supplizio.
— Ma! esclamò la regina con calore, se quel pendolo ha segnato l’ora del loro supplizio, è colpa loro. Non hai tu fatto, e non m’hai fatto fare tutto quanto bisognava per salvarli? Anche ieri, dopo l’insulto che mi hanno fatto, non ho aspettato qualcuno della loro famiglia, padre, madre, fratello o sorella, che venisse ad implorarmi grazia per loro? Dopo la tua partenza, rimasta sola, non ho io dato l’ordine che chiunque mi chiedesse fosse introdotto da me? Ebbene, ho aspettato inutilmente dalle undici del mattino fino alle sei di sera, scuotendomi e sperando ad ogni passo che si avvicinava alla mia porta. Ma che vuoi? Essi sdegnano il mio perdono, sono felici di morire per la santa causa della libertà, credono che un giorno Napoli innalzerà loro delle statue; in questa convinzione saranno morti da martiri. Delle statue a Napoli! — e diede in uno scroscio di risa stridulo e forzato, — ci fanno un bel calcolo, i popoli sanno distruggere, ma non sanno edificare; forse si rovescieranno quelle del re, ma non già per collocare sui loro piedestalli quelle dei giacobini.
Poi cadde in silenzio.
Mi guardai bene di turbare quel silenzio. Tenendo la testa appoggiata sulla sua mano, contava macchinalmente le pulsazioni del suo polso febbrile, quando ad un tratto il rumore di una carrozza rintronò sotto le volte del palazzo.
A quel rumore la regina si alzò.
— Che è? dimandò.
— È probabilmente, risposi, sir William Hamilton, che, secondo la sua promessa, viene a raggiungerci.
— Fatelo entrare se è lui, disse la regina; ho premura di sapere quanto è accaduto colà.
Era egli, e portava delle notizie talmente inaspettate, che non aveva voluto tardare un istante per farcele sapere; grazie ai suoi eccellenti cavalli era venuto in cinque quarti d’ora.
Ecco quanto accadde, e quanto vide in persona dalla finestra del banchiere Leigh.
Come al solito, i Bianchi erano andati a prendere i condannati alle carceri della Vicaria, ed erano usciti a piedi accompagnati da due compagnie di fanteria e da un distaccamento di cavalleria.
Avevano fatto una prima sosta alla cattedrale, poi continuarono il loro cammino salendo fino alla strada Toledo, ove arrivarono dall’angolo del palazzo Maddaloni.
Nella strada Toledo i soldati avevano dovuto aprire un passaggio al funebre corteo, tanto era ingombra la via; i giovani collocati ciascuno fra due confratelli, sulle spalle dei quali avevano rifiutato di appoggiarsi, e preceduti da un sacerdote che di tempo in tempo si rivolgeva per far loro baciare un crocifisso, atto che essi compivano con un devoto fervore, camminavano con un passo fermo, salutando nella moltitudine affollata d’ambi i lati ed alle finestre delle case piene di gente, le persone di loro conoscenza. Queste persone alla lor volta rispondevano agitando i loro fazzoletti e gridando: — Addio! addio!
Alle quattro meno un quarto, il corteo arrivò all’angolo della chiesa di S. Ferdinando, passando innanzi al teatro S. Carlo, ed entrando nella piazza del Castello, al centro della quale stava eretto il patibolo, su cui erano collocate tre forche che avevano la forma di un H maiuscolo, a cui si fosse alzata sino all’estremità superiore l’asta che l’attraversava.
Vitagliano, il maggiore d’età, che camminava innanzi pel primo, gridò:
— Amici, ecco lo strumento del martirio.
— Che tu sia benedetto, rispose Emanuele de Deo; il martirio conduce a Dio.
— E la morte alla libertà, soggiunse Gagliani, il più giovine del tre.
Si raccolsero queste parole, e quelli che le avevano udite le fecero circolare per la folla.
Quella folla era immensa, ed a gran fatica un’ora prima dell’esecuzione quattrocento uomini di fanteria avevano fatto irruzione sulla piazza e formarono un quadrato vuoto intorno al patibolo.
Poi alla vista di tutti, e dietro il comando dei loro uffiziali, questi quattrocento uomini avevano caricato i fucili.
Da un’altra parte si erano veduti degli artiglieri del castel Nuovo rivolgere la bocca dei loro pezzi verso la piazza del castello, e vicino ad essi stavano pronti colla miccia accesa per far fuoco, se si fosse fatto qualche tentativo per venire in aiuto ai condannati.
A queste truppe si aggiunsero quelle che accompagnavano i tre giovani.
Circa ottocento soldati circondavano il patibolo.
Al momento in cui i pazienti entrarono nel recinto fatale, muraglia di baionette che si frammetteva fra la vita ed essi, una dozzina di tamburi fecero sentire un rullo sordo e velato, che indicava che quel lugubre dramma doveva incominciare.
Gagliani, il più giovane del tre, contava diciannove anni appena, come dissi; salì sulla piattaforma, mentre i suoi due compagni restarono abbasso. Egli doveva ai suoi diciannove anni il triste favore di morire pel primo.
Vedendo quella testa così giovane, già destinata al supplizio, un’immensa commozione si sentì nella folla, ed alcune voci gridarono: — grazia!
Grazia! — rispose Gagliani, alzando egli stesso la voce, ci fu offerta in danno del nostro onore, e l’abbiamo ricusata.
Il carnefice era già cavalcone sulla trave orizzontale, gli aiutanti spinsero Gagliani verso la scala, ed egli salì lentamente i cinque o sei scalini, ove gli venne posto al collo il nodo corsoio.
— Viva la libertà! ebbe ancor tempo di gridare.
Ma nello stesso tempo, l’aiutante del carnefice rovesciò con un calcio la scala, il corpo oscillò nello spazio per l’impulso che ricevette, intanto che il carnefice si lasciò scivolare sulle spalle del paziente, e l’aiutante gli si aggavignava ai piedi; un gruppo informe, agitato dai sussulti dell’agonia, spaventò per un momento gli spettatori. Poi il carnefice saltò a terra, l’aiutante si trasse in disparte, ed il cadavere del primo martire della libertà, colle vertebre del collo infrante, rimase immobile penzolone dalla forca.
Toccava ad Emmanuele de Deo.
Costui salì rapidamente i gradini della piattaforma, e parve che cercasse qualcuno fra la folla.
Allora in mezzo ad un profondo silenzio, una voce si udì, che con un accento di profondo dolore gridava:
— Sono io colui che tu cerchi; eccomi figlio mio.
E si vide il vecchio padre di Emmanuele de Deo che si alzava sulla punta de’ piedi in mezzo alla folla, col viso bagnato di lagrime, agitando il suo fazzoletto, e compiendo senza dubbio una suprema promessa: era venuto a dar l’ultimo addio al figlio.
— Addio, padre mio! — Addio, ripetè alla sua volta il giovane: io muoio pel mio paese; possa il mio paese ricordarsi della mia morte e vendicarla.
E slanciandosi da sè verso la scala, salì rapidamente gli scalini, tese il collo al nodo fatale, ed il secondo atto del terribile dramma si compiva.
Nel momento, in cui il carnefice si lasciava scivolare sulle spalle del paziente, mentre l’aiutante si avvinghiava alle sue gambe, alle grida di dolore del vecchio che chiamava suo figlio, torcendo le braccia per la disperazione, si fece sentire un immenso clamore in parte pietà, e in parte minaccia, e un movimento di oscillazione percorse la folla.
Il comando — _pronti!_ — si fece udire seguito da un confricamento di ferro, che annunziava la pronta obbedienza di quelli a cui era stato dato. Una nube di fumo seguita dalla detonazione di un cannone caricato a polvere apparve alla sommità della torre: il _si salvi chi può_, napoletano; _fuggiamo, fuggiamo_, fu pronunziato da cento voci. I ranghi dei soldati furono aperti, non già da quelli che volevano attaccarli, ma da quelli che speravano di fuggire. Ed il carnefice, temendo in mezzo a quel tumulto non gli togliessero l’ultima vittima, e di perdere i dieci ducati che il municipio gli accordava per l’esecuzione, si precipitò addosso a Vitagliano col coltello in mano e lo colpì nel cuore.
Vitagliano cadde mortalmente ferito.
E mentre la folla sparsa fuggiva per tutte le vie che mettono al largo castello, spaventata dal comando, dal tintinnio delle armi, e dal colpo di cannone, il carnefice ed i suoi aiutanti trasportarono Vitagliano morente sulla piattaforma, ove spirò, e non potendo far di meglio, appesero il cadavere invece di un uomo vivo.
Ecco quanto accadde, quanto ci raccontò colla sua esattezza diplomatica sir William, testimonio oculare di tutta quella scena.
XIII.
La regina ascoltò questo racconto dal principio sino alla fine senza dar segno di emozione; ma quando sir William ebbe terminato, chiese un bicchier d’acqua.
Andai a prenderglielo io stessa sulla sua toletta, e glielo porsi: prendendolo dalla mia mano, la sua tremava, e sentiva i suoi denti battere convulsivamente sull’orlo del bicchiere.
— Vi sentite male, signora? le dissi.
— Difatti, rispose, credo di aver un po’ di febbre; — poi stringendomi la mano con un certo terrore, — tu passerai la notte vicino a me, non è vero?
— Che Dio mi guardi di lasciarvi un solo istante; ma bisognerà mandare per un medico.
— Per far che?
— Perchè temo che siate seriamente indisposta, e che qualche calmante sarebbe forse sufficiente per distogliervi da una malattia grave.
La regina stette un momento pensosa, si alzò sulle braccia, poi ad un tratto ricadde sull’origliere.
— Davvero, disse, non mi sento bene, ho un ronzìo nelle orecchie, e veggo rosso; manda un corriere a Napoli, e scrivi a Domenico Cirillo, che venga a vedermi dimani mattina più presto che potrà.
— Se Vostra Maestà vuol permettermi di toccarle il polso.... sono un po’ medico anch’io, disse sir William.
— Toccate, disse la regina, allungando il braccio.
Sir William si levò un guanto, trasse dal taschino l’orologio tenendolo con una mano mentre toccava coll’altra il polso della regina, e contò ottantadue pulsazioni al minuto.
— Non basta che il medico venga dimani mattina, signora, deve venire questa notte, e poichè debbo ritornare a Napoli per la mia corrispondenza di dimani, sarò io il vostro corriere. Se Cirillo non fosse in Napoli non saprà a chi rivolgersi; in questo caso vi manderò Cotugno.
— Mandatemi chi vorrete, cavaliere, purchè non sia un medico inglese. Io detesto i vostri dispensatori di calomelano; non hanno che un solo rimedio per tutte le malattie; si direbbe che hanno trovato la panacea universale.
Sir William prese commiato da noi e partì, pregando la regina che, nel caso che peggiorasse, non si rivolgesse a qualche medico di villaggio, come lo poteva far supporre il suo spirito scettico, ma di aspettare quello che le avrebbe inviato nella notte.
Sir William non si era ingannato; la febbre aumentò rapidamente, e due ore dopo la sua partenza la regina delirava.
In questo delirio assisteva al supplizio dei tre giovani, e raccontava tutte le notizie particolari che sir William avea esposto innanzi a lei.
Verso mezzanotte una carrozza rintronava sotto le vôlte del palazzo; si sapeva che si doveva aspettare un medico da Napoli, e si vegliava per farlo salire senza ritardo.
Corsi sul vestibolo della scala. Era il dottor Cotugno, accompagnato dal segretario di sir William, che mi porse una lettera del cavaliere.
Domenico Cirillo aveva ricusato di venire, dicendo che alle cinque di sera aveva mandato a palazzo la sua dimissione di medico di corte.
Era un’ora dopo l’esecuzione; l’intenzione era dunque chiara e positiva, e il motivo della dimissione di Domenico Cirillo non aveva bisogno di commento.
Sir William, che conosceva le opinioni patriottiche di Cirillo, non si era maravigliato del suo rifiuto e si rivolse a Cotugno.
Cotugno era venuto senza difficoltà.
Quando lo introdussi dalla regina, essa aveva il viso infocato, la parola breve, l’occhio febbrile; il polso aveva aumentato di rapidità, e batteva novanta pulsazioni al minuto.
Cotugno con quella rapidità di decisione che lo distingueva, non diede che un solo sguardo sull’inferma.
— Ecco, disse, un fisico fortemente scosso dal morale; ora bisogna influenzare il morale col fisico; e prese il suo astuccio.
Poi, volgendosi verso di me.
— Signora, mi disse, mi aiuterete voi a salassare la regina, o volete chiamare qualche altra donna?
— Nel caso che vi aiutassi, gli chiesi, sarà difficile quanto dovrò fare?
— Ah! mio Dio, no, basta solamente che non abbiate a sentirvi male; — me lo assicurate?
— Oh! sì, signore, ho del coraggio.
— Si ha qualche volta coraggio per sè senza averne per gli altri. Del resto basta soltanto di tenermi la catinella.
— Contate su di me.
— Allora non perdiamo tempo.
Il dottore fasciò il braccio della regina e senz’altro aiuto che me sola, praticò alla vena dell’articolazione un abbondante salasso.
Era la prima volta che vedeva colare il sangue, e sangue prezioso di un’amica coronata; l’impressione fu dunque profonda.
Era in ginocchio innanzi al letto della regina, e teneva la catinella, in cui il sangue si spandeva in una quantità che mi sembrava spaventosa. Ignorava ciò che m’insegnò poi sir William, che il corpo umano contiene da sedici a diciassette libbre di sangue; di modochè a misura che questo sangue colava, mi sentiva ad oscurare la vista, ed un sudore freddo mi scorreva dalia fronte; non mi tenni però meno ferma fino al momento in cui il medico mi disse:
— Potete mettere la catinella a terra, signora, tutto è finito.
Come se difatti avessi esaurito la totalità delle mie forze, e specialmente della mia volontà nell’aiuto che prestava al dottore, appena, approfittando del suo permesso, posi a terra la catinella, mi lasciai andare colla testa appoggiata sul letto della regina.
— Ve lo aveva ben detto, disse Cotugno.
— È nulla, dottore, è nulla, gli risposi, ma le avete levato tanto sangue!
— Cinque o sei once, ecco tutto; bisogna abbattere la febbre cerebrale; vi è stata commozione, e bisogna ristabilire l’equilibrio. Se la febbre, il rossore, e specialmente il delirio continuano, Sua Maestà metterà i piedi in un bagno di acqua calda quanto la potrà sopportare, e in cui scioglierete tre o quattr’once di farina di senape; e se ciò non basta, le metterete dei senapismi in forma di stivaletti; bisogna assolutamente attirare alle estremità tutto il sangue che affluisce alla testa.
— Lasciatemelo in iscritto, dottore, gli dissi; ma perchè non restate qui presso Sua Maestà?
— Bene, e i miei ospedali? chi farà il servizio per me? impossibile, bella signora, impossibile. Alle due dopo mezzogiorno sarò qui; fate che Sua Maestà abbia pazienza; secondo ogni probabilità, il delirio si sarà calmato e la nostra augusta inferma si troverà già in istato di convalescenza: guardate — ecco che già si riconcilia col sonno.
In questo momento il pendolo suonò.
Alla prima vibrazione del timpano, la regina riaperse gli occhi e parve ascoltare con ansia.
Io ascoltava pure con pari ansietà, perchè conosceva la causa dell’attenzione che prestava a quel suono.
Il pendolo suonò le tre.
— Bene, disse la regina, ancora un’ora, — e la sua testa ricadde sul guanciale.
— Bisognerà impedire che questo pendolo suoni le ore, e specialmente l’ora che segue.
Il dottore pronunziò queste parole con una tale semplicità, ch’era impossibile di riconoscere se aveva anche un’altra intenzione oltre quella d’imporre silenzio al pendolo.
Mi vi accostai e fermai il pendolo.
Cotugno toccò il polso alla regina; era diminuito di una decina di pulsazioni.
— Va bene, disse il medico, se non accade altro, in tre giorni Sua Maestà sarà guarita.