Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8

Part 7

Chapter 73,722 wordsPublic domain

Recitavasi Macbeth: era il trionfo di mistress Siddons.

Questa volta le mie impressioni furono ben diverse dalla prima: scorsi tutte le fasi del terrore. Ai doni di dolcezza e di leggiadria, che mancavano a mistress Siddons nella parte di Giulietta, supplivano le doti opposte in quella di Lady Macbeth: l’energia della voce, l’inflessibilità della fisonomia, davano alle ambiziose aspirazioni di quell’anima ferrea una perfezione nel dire, che giungeva al sublime. Nella scena, in cui spinge Macbeth al delitto, nell’altra, ove rincora il suo sposo minacciato dall’ombra di Banco, in quella, infine, nella quale affranta nel sonno più dal crollare del suo potere, che dal rimorso, in veste da notte, cogli occhi aperti ma senza sguardo, con voce ansante ma senza suono, dà, addormentata, spettacoli di quei terrori notturni che perseguono l’assassino, ella era d’uno splendore cui non vidi mai alcun’altra raggiungere. Tornai a casa forse più sorpresa ancora della prima volta, ma meno commossa, meno intenerita; ammirai, ma non piansi: sentiva di aver assistito ad una cosa d’arte, mentre dopo Giulietta e Romeo m’era sembrato prender parte ad una scena della natura.

Entrai fremente nel mio appartamento e sotto l’impressione di quel che aveva veduto, volli provarmi, come la prima sera, in cui il signor Hawarden mi condusse in teatro, a riprodurre ciò che aveva ascoltato, ma mi avvidi tosto che nè la mia fisionomia, nè la mia voce si prestavano ai sentimenti terribili: la mia voce era troppo dolce, la mia fisionomia troppo tenera e troppo giovanile: risi di me stessa vedendomi incapace a ripetere que’ tetri accenti e quelle irresistibili tentazioni che fanno dire a Macbeth:

_... Bring forth men-children only,_ _For the undaunted mettle should compose_ _Nothing but males!.........[2]_

Mio malgrado io cadeva nelle dolci e amorose inflessioni di voce, che facevanmi credere di aver trovato nuovi ed incogniti accenti nella parte di Giulietta: la mia fisionomia accordavasi allora per eccellenza coll’armonica solfa delle mie parole: sentiva infine che mi sarebbe impossibile, per quanto facessi, innalzar meco fino al trono un Macbeth qualunque, ma che colla sola parola, col solo sguardo, col solo sorriso, trascinerei il più ribelle dei Romei nella mia tomba.

E mi vedeva allora passare dinanzi agli occhi tutta quella scena ammaliante del ballo, ove, senza quasi parlarsi, i due giovani si danno l’uno all’altro, in modo che, all’uscir di Romeo, Giulietta, sentendo il suo cuore involarsi con lui, esclama spingendogli dietro la sua nutrice:

Va, chiedi il nome suo. — S’egli è già sposo, Sarà mio letto nuzïal la tomba!

E ripetevo queste parole con tutta l’anima e tutta la passione ond’era capace il mio cuore, quando mi parve udire a chiamarmi nel giardino appiè della finestra, non col mio nome d’Emma, ma con quel di Giulietta.

Era un errore della mia immaginazione, una sorpresa de’ miei sensi? Era io entrata sì addentro del sogno da incontrarvi la realtà? Mi appressai leggermente al balcone, l’apersi, e dolce come un alito di brezza, una voce ripetè:

— Giulietta, Giulietta!

Romeo era trovato; Romeo era appiè della finestra: ma, chi era egli?

XI.

Fatta certa che un incognito era in giardino, avrei dovuto chiudere il balcone, lasciarne ricadere le cortine, fuggire al fondo della mia camera e chiudermivi con doppia chiave: e lo avrei fatto senza dubbio in tutt’altra disposizione di spirito, ma, quell’essere, cui la Scrittura non osa nominare e chiama _quegli che cammina nelle tenebre_, pare si fosse stretto a me come ad una preda ed avesse giurato di non lasciarmi un istante finchè non m’avesse trascinata al più profondo dell’abisso.

Invece di chiudere la finestra, invece di fuggire appressai il mio orecchio alle socchiuse imposte, ed ascoltai.

Allora lo sconosciuto, con voce dolce e fresca, pronunciò i versi seguenti, come se fossimo l’uno e l’altro chiamati a recitare la parte dinanzi ad un pubblico invisibile, o piuttosto, come se veramente fossimo stati Giulietta e Romeo.

Ascoltai ansiosa:

. . . . . . . . . . . Qual luce Là sul verone scintillar vegg’io? È l’orïente, e n’è Giulietta il sole! — Sorgi, o bel sol! La luna invida spegni, Ch’egra e pallida già, par che si dolga Che tu splenda di lei più bella tanto, Tu, vergin sua: più non ti leghi a quella Invidïosa il virginal tuo voto. Già fioco e smunto appar quel che la cinge Ammanto di vestal, che omai non orna Più che le stolte... deh! tu pur lo spoglia. — Oh! dessa è la mia donna, è l’amor mio!

Conoscete il potere affascinatore attribuito dagli antichi al canto delle sirene, a quel magico canto, cui Ulisse si sottrasse legando i suoi compagni agli alberi de’ suoi vascelli, e turandosi egli stesso gli orecchi con cera? Oimè! Io non era stretta da alcun laccio: oimè! le mie orecchie erano aperte a tutte le sensuali melodie dell’amore; la voce mi attirava con un irresistibile fascino; misi il piede sul balcone, col cuor palpitante e le labbra tremule.

E come avesse avuto il segreto del mio cuore, la voce continuò:

Deh! se saperlo ella potesse...! È lei Che parla, e pur non dice accento. — Or come? Son gli occhi suoi che parlano.... Io rispondo: Ma troppo ardisco; non a me favella. Ah! sì, due de’ più belli astri del cielo, Svagáti altrove, supplicâr que’ cari Occhi d’irradïar le loro sfere Sinchè faccian ritorno. Oh! se quegli occhi Fosser nel cielo, e stelle avesse in fronte? Allor della sua gota il chiaro lume Quelle stelle farìa discolorite, Come al raggio del dì notturna lampa; E gli occhi bei, del ciel ne’ scuri campi, Di novello splendor versando un fiume; Farìan desti gli augelli a’ lieti canti. Qual se notte non fosse!...

Trascinata da questa dolce poesia, e cominciando ad entrare nello spirito della mia parte, ricordai madama Siddons e mi posai sulla mano la fronte. Il mio incognito Romeo, che pareva attendere ch’io mi atteggiassi all’apparato scenico, seguitò:

Or vedi come Posa la gota sulla mano! Oh fossi Un guanto a quella man, ché almen potrei Toccar la bella gota!

Non seppi astenermi dal rispondere col poeta:

Aimè!

E sospirai: la voce ripigliò con un accento di passione, che fe’ vibrare tutte le fibre del mio cuore:

Favella! Oh! parla, parla, angiol di luce. In questa Notte tu scendi sovra il capo mio, Splendido al par d’un messaggiero alato Del ciel, quando i mortali a riguardarlo Colle bianche pupille in su rivolte, Per maraviglia cadono a ritroso; Ed ei le pigre varca e lente nubi, E in grembo del commosso äere veleggia.

Io mi appoggiai ambo le mani al cuore, e con accento che non lasciava nulla da desiderare al mio interlocutore che io divinava più che nol distinguessi nell’ombre, risposi:

Romeo! Romeo! Perchè Romeo tu sei? Deh! rinnega tuo padre e il nome tuo; O se così non vuoi, giurami amore, Ed io più non sarò de’ Capelletti.

La voce mormorò:

Deggio starmi ad udirla? o le rispondo?

Ed io, tutta alla mia parte, ripigliai con voce la più soave che per me si potesse:

Gli è solo il nome tuo che m’è nemico: Pur lo stesso sei tu, ben che non uno Dei Montecchi. E che mai ti fa Montecchio? Non la mano, nè il piè, nè il braccio o il viso Od altra parte che d’un uomo sia. Oh! tu avessi altro nome! E che v’ha mai Nel nome?... Il fior che rosa è da noi detto, Un olezzo soäve avrìa del paro Con altro nome. Tal Romeo, se pure Romeo non si nomasse, avrebbe tutti I cari pregi ond’è fornito. Oh! lascia Il tuo nome, Romeo: prendi per esso, Che parte tua non è, tutta me prendi.

Confesso che io attendeva con emozione la risposta che impegnava direttamente il dialogo col mio interlocutore: la risposta non si fe’ attendere, e Romeo ripigliò con un accento di tenerezza non minore del mio:

Io ti piglio al tuo detto. Oh! me sol chiama Amor tuo, ch’io n’avrò nuovo battesmo; Nè da tal punto sarò più Romeo!

Il lettore ci vede, me alla finestra, il mio incognito Romeo celato nell’ombre, ma solo separati da un sì breve spazio che le nostre mani, stendendosi, avrebber potuto toccarsi. Non ho dunque che a trascrivere la scena fino al fine, perchè il lettore se ne figuri egli stesso l’apparato scenico, ed immagini le emozioni nate in un cuor quindicenne che faceva, per così dire, il suo doppio esordire in una poesia inebriante e in un amore misterioso.

Lascerò dunque da parte i commenti e seguiterò la scena:

_Giul_. Chi mai se’ tu che, nella notte ascoso, Vieni a turbar l’arcano mio? _Rom_. Per nome Dirti non so qual io mi sia, chè troppo Abborrito a me stesso è il nome mio; Poichè nemico a te, mia cara santa, Ei mi rende; e s’io qui l’avessi scritto Lacerar lo vorrei. _Giul_. Cento parole Da tal voce profferte ancor non bevve L’orecchio mio; pur ne conosco il suono: Romeo non se’ tu forse un de’ Montecchi? _Rom_. Nè l’un nè l’altro io son, se a te disgrada, O mia santa gentil! _Giul_. Ma come, dimmi, E perchè mai venisti? Alto è il recinto Del giardin, periglioso alla salita; E, pensando chi sei, se alcun de’ nostri Qui ti trovasse.... questo suol t’è morte. _Rom_. Io d’amor con le lievi ale varcai Quel recinto: ad amor non vieta il passo Confin di pietre; e tutto ciò che vuole Amor l’ardisce. A me non fanno intoppo I tuoi congiunti. _Giul_. Se da lor veduto Qui sei, t’uccideranno. _Rom_. Oimè! periglio Ben più fatal negli occhi tuoi vegg’io Che in venti spade lor. Dolce mi guarda, E saldo io son contr’essi, a tutta prova. _Giul_. Per quanto è in terra, non vorrei tu fossi Qui veduto da lor. _Rom_. Di notte il manto M’asconde ad essi — Ma, purchè tu m’ami, Qui mi discopran pure! Oh! meglio assai Finir per loro nimistà la vita, Che non vedermi prolungare la morte, Non amato da te! _Giul_. Chi mai t’apprese A trovar questo loco? _Rom_. Amor, che primo Mi pose in su la traccia; esso il consiglio, Ed io gli occhi prestai. Non son nocchiero; Ma pur vorrei, se tu più lunge fossi Dei lidi ermi che lava il mare estremo, Sfidar, per tal tesoro, ogni fortuna.

Queste ultime parole furon dette con tal passione, che non ebbi a fingermi commossa nel rispondere:

_Giul_. Sai che larva mi fa la notte al viso; Se no, per quel che da me udisti, avrei D’un virgineo rossor pinta la gota. Star vorrei contegnosa, e vorrei pure Rivocar ciò che dissi!... E invece, addio, Addio, rispetto! — M’ami tu? So bene Che mi dirai di sì; che la tua fede M’impegnerai; ma pur, giurando, puoi Farti spergiuro: intesi dir che Giove, Allo spergiuro degli amanti, rida. O gentile Romeo! se m’ami, dillo Veracemente: o, se ben presto vinta Tu mi credessi mai, farò cipiglio, Sarò cattiva, e mi terrò sul niego: Così preghiera mi farai d’amore. Ma in altra via, non mai, per quanto è in terra! In ver son troppo ardente, o bel Montecchio, E il mio contegno puoi stimar leggero: Ma credi, cavalier, me troverai Più vera di tant’altre che ti fanno Ad arte la ritrosa. E più ritrosa Esser dovea, confesso; ma, già prima Ch’io di me fossi accorta, avevi udito La voce del mio vero amor possente. Dunque perdona, nè m’apporre a colpa D’amor leggero la fralezza mia, Cui tolse il velo questa notte oscura. _Rom_. Io giuro, o donna, per la sacra luna Che le cime inargenta a quei frutteti... _Giul_. Oh! così non giurar, no, per la luna, Per l’incostante luna, che si muta D’ogni mese al mutar della sua sfera, Perchè non cangi anche il tuo cor, com’essa. _Rom_. Per chi giurar? _Giul_. Nol dèi per cosa alcuna: O giura, se tu il vuoi, per la tua cara Sembianza, ch’è mio nume, idolo mio; E fede ti darò. _Rom_. Se del mio core Il sacro amor... _Giul_. Deh, non giurar! Bench’io Ponga ogni gioia in te, questa promessa Nell’alta notte, non m’è gioia; troppo È ratta, sconsigliata ed improvvisa, Come balen che più non è, già prima Che tu dica: Balena! — O caro, addio! Questo germe d’amor, se fiato estivo Lo feconda, sarà fior di bellezza, Quando vedremci un’altra volta. Addio! Addio! Venga al tuo cor dolce riposo E così dolce nel mio cor la pace. _Rom_. Malcontento così dunque mi lasci? _Giul_. E che più brami in questa notte? _Rom_. Un fido Contraccambio d’amore al voto mio. _Giul_. Io ti diedi, già pria che tu il chiedessi, Il mio: così m’avessi a darlo ancora! _Rom_. Ritòr me lo vorresti? E perchè mai, Mio dolce amore? _Giul_. Sol perchè vorrei Libera a te ridarlo. Eppure io bramo Cosa che già posseggo. È la mia grazia Senza confine, come il mar; com’esso Profondo è l’amor mio: più te ne dono, E in me n’ho più, chè sono ambo infiniti![3]

Mancavaci un terzo interlocutore; perchè nella tragedia in questo momento la nutrice chiama Giulietta: ma, come se il caso avesse giurato di far in tutto di questa finzione una realtà, all’istante in cui doveva essere pronunciato il nome di Giulietta, quello di Emma rintronò nella mia camera pronunciato da una voce di donna, e vidi alcuno appressarsi alla finestra.

Non ebbi che il tempo di dire in prosa al mio Romeo:

— Attendetemi, ritorno.

Rientrai in camera e mi trovai di fronte ad Amy Strog ch’io non aveva riveduta dal dì del mio arrivo in Londra.

La poveretta piangeva dirottamente.

Quantunque la sua venuta non fosse molto opportuna, mi slanciai fra le sue braccia con tutto l’abbandono d’un giovin cuore troppo pieno che prova il bisogno di effondersi in quel d’un’amica.

Compresi dalle sue prime parole ch’ella aveva una lunga storia da narrarmi, e che era sua intenzione nel venire ad ora sì tarda, di non lasciarmi che il domattina.

Restavami a prender commiato dal mio Romeo: feci entrare Amy nella mia camera da letto e tornai al mio balcone: m’inclinai dalla balaustrata e stesi la mano.

Due mani l’afferrarono: una bocca ardente si posò su di essa, e le nostre voci mormorarono unite:

— A domani.

Poi tornai all’amica, col cuore agitato ed i sensi scossi da quel nuovo ed incognito sentimento infiltratosi nelle mie vene, con quella inebbriante poesia e quello strano mistero.

XII.

Non sarebbe stato difficile ad Amy Strog lo indovinare che avveniva qualche cosa d’insolito nella mia vita, ma ella parea tanto preoccupata del soggetto della sua visita, che non parve punto farvi osservazione, e venne subito al fatto.

Dick, il fratello d’Amy Strog, che, come si ricorda, era venuto con noi a Londra, in una leva di marina era stato preso e destinato a far parte dell’equipaggio del comandante John Payne.

Trattavasi di ottenere dall’ufficiale la liberazione del giovine, ed essendo stato detto ad Amy Strog che il galante capitano non sapea nulla negare ad un bel visino, ella avea pensato a me per farmi l’interceditrice della grazia cui voleva ottenere.

Allora ella s’era data a cercarmi: avea chiesto notizia di me al signor Hawarden, che l’avea rimandata al signor Plowden: il signor Plowden le avea dato l’indirizzo di miss Arabella, dicendo che io era scomparsa, ma che probabilmente mi si ritroverebbe colà.

Due volte nella serata ella era venuta, ma le era stato risposto ch’io mi trovava assente; e difatti lo si ricorda, io era andata a Drury Lane; ma, ferma nel proposito di voler vedermi, ella era tornata una terza volta, ed avea talmente insistito che, quantunque fosse vicina la mezzanotte, l’aveano introdotta nella mia stanza. Ed era giunta, come si è veduto, precisamente al momento in cui la nutrice chiama Giulietta, ed avea fatta una doppia variante: la prima, chiamandomi col nome d’Emma invece di quel di Giulietta, e la seconda, astringendomi a prender commiato dal mio Romeo, prima assai che nol faccia la vera Giulietta.

Io era in quella disposizione di cuore e di spirito, nella quale pare abbiasi tanta felicità da espanderne su tutto il genere umano.

Promisi ad Amy di occuparmi il domani della libertà di Dick; e siccome ella non potea tornare a casa sua ad una simile ora, le preparai un letto sopra un divano, affine di potere, al dì dopo, prendere insieme le opportune misure.

Amy avea già saputo che il signor John Payne era a bordo del suo bastimento il Théseus, ancorato nel Tamigi, fra Greenwich e Londra.

Amy s’avvide che, all’opposto di lei, io aveva il volto sorridente, e lieto il cuore: com’ella mi avea raccontato le sue pene, le narrai io, non la mia felicità, perchè non avea ragione alcuna di trovarmi felice, ma le illusioni della mia immaginazione di quindici anni, i quali se non sono per le fanciulle la felicità, ne hanno almeno lo splendore.

È vano il dire che, fino che fummo deste, il mio incognito Romeo fu il soggetto della nostra conversazione: mi addormentai col cuore pieno del nome di Romeo e le labbra sulla mia mano al posto ove egli avea posate le sue.

La intera notte non fu per me che un sogno di fuoco.

Il domani, nell’aprir la porta della mia camera, vidi una lettera a terra sul pavimento: era stata probabilmente spinta all’interno dell’apertura che trovavasi fra il pavimento e la finestra del poggiuolo.

Portava questa soprascritta:

_A Giulietta._

L’apersi e fissai vivamente gli occhi sulla firma: il nome di quegli che l’avea scritta poteva essere un nome di battesimo come un cognome; era sottoscritta: Harry.

Allora la lessi o piuttosto la divorai.

Avevo presso a poco divinato il vero; Romeo Harry era il mio vicino, mi avea vista alla mia finestra la sera, in cui, credendomi sola, io ripeteva la scena di Giulietta al balcone. Era egli che m’aveva applaudita al finir della scena e m’avea fatta fuggire applaudendomi: allora egli s’era fissato nell’idea di scendere al domani nel giardino, senza punto occuparsi, come Romeo, de’ pericoli cui potea correre con tale imprudenza, e tentar di attirarmi alla finestra, dicendo i primi versi della bella scena del giardino.

Si sa com’ei vi fosse riuscito.

Le spiegazioni ch’egli davami sul conto suo eran brevi: era studente all’università di Cambridge, ma trascinato da un’irresistibile passione per il teatro, e credendo che io dividessi questa vocazione, mi proponeva di tentare insieme i favori della sorte e della gloria artistica.

Supplicavami a venir la notte seguente al poggiolo per dargli una risposta da cui dipendeva, diceva egli, la felicità della sua vita futura.

Questa lettera era stata evidentemente scritta dopo l’interruzione della nostra scena; e quegli che ne era l’autore aveva scalato il mio balcone, e dopo essersi accertato che io non ero sola e nol sarei probabilmente in tutta la notte, era penetrato dal di fuori all’interno.

Ciò indicavami che io non era gran che sicura nel mio appartamento, e che passerei bentosto, come la vera Giulietta, dalla scena del giardino a quella del balcone.

Oimè! era ancora uno dei pericoli della mia situazione lo arrestare senza spavento il mio spirito sopra un vincolo del genere di quello che venivami offerto. Se Giulietta, l’erede dei Capuleti, vale a dire d’uno de’ più nobili casati di Verona, cui spettava sostenere l’onore d’una famiglia che adoravala, che l’avea con ogni cura educata a tutti i principj di virtù, a tutte le esigenze della società, aveva, in una di quelle giovanili attraenze nelle quali il cuore prevale su tutte le umane considerazioni, fatto al suo amante sacrificio della sua virtù, della sua fama, del suo onore, come poteva io, povera fanciulla isolata e senza nome, educata quasi dalla pubblica carità; io, che non avea mai conosciuto mio padre, mal vigilata da mia madre, che guadagnava il suo pane giornaliero col travaglio dell’intero suo giorno; come, io, cui la prima di tutte le lezioni, quella dell’esempio, mancava; io, che non dovea conto ad alcuno della mia condotta; io, che cadendo non macchiava nè un nome, nè una famiglia, e perdendomi, perdeva me sola, come poteva io neppur pensare a resistere, se Giulietta avea soggiaciuto?

E difatti non vi pensai; non pensai altro che alla felicità di rivedere, o piuttosto vedere la sera il mio incognito Romeo, giacchè non avea potuto distinguere il suo volto nell’oscurità: solo, dalle intonazioni della sua voce avea riconosciuto la gioventù, e, dalla sua calligrafia e dal suo stile, divinata un’elegante educazione. Quanto alla bellezza, io era certa della sua, chè aveanvi in quest’avventura non solo le ispirazioni della gioventù, ma quelle eziandio dalla leggiadria.

Baciai la lettera e me la posi sul cuore.

Frattanto Amy si vestiva: avevamo presso a poco una lega e mezzo da fare per giungere vicino al Tamigi, al luogo ove era ancorata la flotta inglese; ma noi non dovevamo presentarci all’ammiraglio che verso il mezzogiorno, ed avevamo quindi il tempo d’asciolvere al palazzo e partirne dopo colezione.

Chiamai per chiedere se si potesse servirmi di colezione nel mio appartamento: il domestico rispose che miss Arabella avea lasciato ordine che mi si obbedisse come a lei stessa.

Mentre noi asciolvevamo mi fu chiesto se volevo che si mettessero i cavalli alla carrozza, ma io, non volendo si sapesse ove andavamo, rifiutai, dicendo soltanto che probabilmente non farei ritorno che la sera.

Verso il mezzodì ci ponemmo in cammino. Più avvezza di me agli usi di Londra, la mia compagna prese una vettura, ne fissò il prezzo per l’intero giorno e partimmo.

Io mi lasciava del resto assolutamente condurre da Amy: il mio spirito era tutto all’avventura del dì innanzi: ad ogni istante ponevami al cuore la mano per accertarmi che non avea perduta la lettera di Harry; la sola cosa che facea nube a quella serena illusione era lo aver incontrato un semplice studente, un semplice artista, che m’offriva di percorrere al suo braccio lo spinoso sentiero dell’arte, invece d’un bel gentiluomo, d’un ricco signore che mi menasse alla gloria di mistress Siddons e alla fortuna di miss Arabella in un’elegante vettura a quattro cavalli.

Ma ciò che era protratto non era perduto: il teatro è un piedestallo, sul quale la statua della bellezza ha un culto come quella dell’ingegno; e siccome io era certa d’esser bella, — oimè me lo avean già tanto ripetuto, dal povero Dick che primo me lo avea detto nelle montagne del ducato di Galles, ad Harry-Romeo che me lo avea scritto il mattino stesso, — siccome, ripeto, era sicura d’esser bella ed avea speme di posseder del talento, non era che un affare di data, e potevo attendere.

Vedasi che io sono fedele al programma che mi ho imposto scrivendo la mia vita, e svelo il fondo de’ miei pensieri agli uomini, che mi hanno, forse troppo severamente, giudicata, come a Dio che, ne ho fiducia, mi sarà più indulgente all’ora di morte.