Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia

Part 9

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--Evvia, ripresi poi, mosso a compassione del suo turbamento, vi fo paura? Non abbiamo forse la stessa età? potete bene aver confidenza in me come s'usa fra amici... non volete che lo siamo amici?...

Rassicurato mi diè un'occhiata di viva riconoscenza.

Io continuai:

--Guardate, per darvi esempio di schiettezza, vi confesso, che a torto od a ragione, mi rincresce vedervi avviato a far sagrifizio di tutta la vostra vita... dicono che la vita è tanto ricca di brave e di belle battaglie, perchè ritrarsi? è meglio battersi.

Il poverino crollò tristamente il capo:

--È il signor Angelo che lo vuole.....

Il solo pronunziare quel nome lo faceva rabbrividire.

--Appena acconsentì a incaricarsi di mantenermi egli mostrò la maggior impazienza di liberarsi di me e volle ch'entrassi in seminario.

--Voi non siete stato allevato in casa del sindaco?

--No fino a dieci anni io rimasi colla zia Mansueta al presbiterio. Così vi fossi rimasto sempre. Dacchè ne sono uscito io non so immaginarmi paradiso diverso dalla mia felicità in quegli anni beati della mia infanzia, tanto dissimili da quelli che li seguirono. Quando lessi nel Klopstock i lamenti di Abbadona, l'angelo esiliato dal cielo, piansi colle sue parole la mia sciagura, e mi trovai più disgraziato di lui perchè io sono punito di colpa... che non ho commesso. Il curato mi voleva tanto bene... poi parve sempre amoroso, rispettabile... l'opposto di quell'altro.....

--Perchè dunque vi ha abbandonato nelle mani di uno che non ha nessun affetto per voi?...

--Oh non è stato lui, ne sono sicuro... quel giorno che io lasciai la mia queta stanzuccia del Presbiterio, egli mi prese in disparte mi abbracciò stretto e piangendo mi disse:--Povera creatura, mi ti vogliono levare e mi strappano il cuore, io ti terrei tanto volentieri.--Poi si fe' promettere ch'io sarei venuto spesso a trovarlo e che in ogni mio bisogno avrei ricorso a lui. E diffatti tutte le volte che ha potuto in qualche modo aiutarmi egli l'ha fatto ed io gli devo tutte le poche gioie che m'ebbi in questi otto anni di purgatorio.

--Ma colui là, il sindaco, vi reclamava forse?

--Non so... se l'ha fatto non è stato certo per tenerezza... e, ne son sicuro, nemmanco di sua volontà. Ricordo perfettamente tutte le circostanze che precedettero e accompagnarono la mia disgrazia: c'è di mezzo un mistero che non ho mai potuto penetrare. Otto anni sono, in aprile, il Vescovo venne a Sulzena ad impartir la cresima e si intrattenne due giorni al Presbiterio. Lo accompagnava un canonico, parente del signor Bazzetta; andò ad alloggiare da costui e la sera stessa dell'arrivo lo condusse qui a parlare con Monsignore. Veggo ancora lo speziale vestito in abito di cerimonia farsi strada in mezzo alla gente che ingombrava la soglia ed entrare tutto superbo del singolare favore. Non so perchè ho sempre sospettato che quel ciarlone sia l'autore dei miei mali. Il mattino seguente di buon'ora fui svegliato da un discorso animato che si teneva sotto il mio bugigattolo, nella stanza del Vescovo, quella stessa che adesso voi occupate. Monsignore faceva ad intervalli non so quali domande, brevi, come quelle di un confessore o di un esaminatore; il curato rispondeva sommesso,--non sentivo che il mormorio confuso delle sue parole,--seguivano delle lunghe pause. Ad un tratto il curato proruppe con maggior vivacità;--«ma io feci a fin di bene» e la voce del Monsignore incalzava tosto più severa, più diffusa e accentuata, persisteva su certe parole che venivano sino al mio orecchio: decoro... convenienza... riguardo. Poi tacquero entrambi; io sentivo dallo scricchiolar degli scarpini nuovi sul pavimento di legno che Monsignore passeggiava, Dopo mezz'ora il colloquio ricominciò: e vi si era aggiunto una voce, quella cupa del signor Angelo. Egli pareva preso da una gran collera, che frenava a stento e che irrompeva in esclamazioni e in interiezioni. Il Vescovo lo riprendeva vigorosamente ogni volta, e continuava a parlare in tono di rimprovero. Mi ricordo d'aver inteso il signor Angelo a strillare:--le prove, le prove,--e Monsignore rispondergli con recisa fermezza:--le prove ci sono, le abbiamo.

In quella Mansueta venne a prendermi; mi vestì in furia e mi condusse abbasso: la buona zia mi parve più amorosa del solito: era inquieta--ed anch'io lo ero. Il colloquio durò quasi due ore: finalmente il signor Angelo discese, quel suo viso sinistro che ci faceva scappare noi bambini, era sconvolto dal furore. Io mi trovavo sulla soglia e non fui in tempo a cansarlo: egli mi diè un gran calcio che mi mandò ruzzoloni sui ciottoli della strada. Fu quello il suo primo atto di autorità a mio riguardo.--Voi sapete che non è stato l'ultimo di tal genere...

Povero ragazzo, mi faceva compassione. Era tanto avvilito che non poteva neppure nutrire rancore contro il proprio aguzzino.

Egli continuò:

--Qualche giorno dopo, la zia cominciò a parlarmi di andare col signor De Boni. Aggiunse per ispiegazione che egli era parente del padre mio e che egli voleva così e ch'io dovevo obbedire. Figuratevi il mio spavento; gridai, piansi,--la zia cercò di tranquillarmi dicendo che il signor De Boni, se ero saggio, mi avrebbe trattato bene, che mi avrebbe portato amore... ma finiva sempre col piangere desolatamente; non credeva nemmanco lei a quelle sue parole. Un giorno fui condotto dal cavallante nel seminario di Novara. Quando, sopraggiunto l'autunno tornai a Sulzena, entrai per la prima volta in casa del signor Angelo; egli mi trattò sempre come un cane malvisto. Le mie vacanze sono una tal tortura che io anelo sempre al collegio come ad una liberazione. Dopo una pausa conchiuse:

--Ecco tutto quel che conosco della mia storia: nessuno mi ha mai detto qual sia il diritto che vanta sulla mia persona il sindaco--e che egli esercita con tanta malavoglia come fosse il più odioso dei doveri.

--Ma voi,--dissi io, senza riflettere, spinto dalla curiosità, ma voi che ne pensate?

La domanda era indiscreta e me ne accorsi subito e studiavo il modo di ritirarla...... Ma, con mio stupore, il giovinetto non se ne adontò punto;--mi guardò con amichevole timidezza come volesse farmi una confidenza e rispose misteriosamente:

--Ho paura che la mia parentela con colui.....sia assai più stretta di quel che volesse farmi credere la zia. Questo sospetto è il mio tormento, la mia disperazione. Nei suoi frequenti accessi di collera il Sindaco mi da i nomi più oltraggiosi mi chiama... mi chiama... voi capite;--urla che sono la vergogna della sua casa,--ed io domando bestemmiando perchè Dio congiunga coloro che non possono volersi bene.....

Un lampo di odio sfolgorò nelle sue pupille e tosto si spense nella triste rassegnazione di prima, le sue parole terminarono in un angoscioso singhiozzo. Come il fiotto del torrente mi parve lugubre in quel punto!

--Usciamo fuori, dissi io, e quando fummo all'aperto, e che l'aspetto sereno del cielo, la vista dei monti rivestiti dal raggio di un roseo tramonto ebbe dissipata un po' la mia commozione, presi il mio compagno a braccetto e, sforzandomi di dare una gaia intonazione alla mia voce, gli dissi:

--Ringrazio il caso che mi ha condotto a pescare un amico in fondo alla cascata.

--Forse non è il caso... soggiunse l'abatino.

--Può darsi non sia il caso.

--È la prima volta che mi accade di parlare di queste cose con alcuno e mi ha fatto bene.

Questa dichiarazione non mi meravigliò punto. Egli non era il primo a farmela e non fu l'ultimo: ebbi molte volte a ricevere confidenze da gente che mi vedevano per la prima volta. Io sono stato così il depositario di molti dolori. È una triste prerogativa: ho dovuto persuadermi per esperienza mia e per l'esempio di quelli che la dividono con me che non è segno di fortuna: è una attrattiva che una sciagura esercita su altre sciagure.

In tutti i casi consimili non è mai stato mio vezzo di far del sentimentalismo: ho veduto che i dolori sono come i ragazzi viziati: più li accarezzi e più si fanno impertinenti. Io preferisco strapazzarli: è una cura quasi sempre efficacissima.

Però rivolto all'abatino dissi:

--Badate però ch'io voglio sgridarvi; alla nostra età la rassegnazione è, scusate la parola, dappocaggine, La vostra condizione vi par un mantello troppo pesante? ebbene gettatelo dietro le spalle. Il mondo ha tante strade, sceglietene una, e tirate innanzi senza voltarvi indietro.

Mi guardò stupito: nessun pensiero di ribellione aveva mai attraversato quel suo animo umile e mansueto. Si strinse a me rabbrividendo.

Superbo di farla da Mentore o meglio da Mefistofele, io ripresi:

--Il signor Angelo vi tratta come un cane; mostrategli che siete un uomo col respingere i suoi oltraggiosi beneficii; lasciate la sua casa, buttate il suo pane e fate da voi.--scommetto ch'egli non vi correrà dietro a farvelo accettare per forza.

--Guardate, dissi poi, accennando al libro di Rousseau che faceva sempre capolino dalla sua tasca, voi avete lì un bell'esempio. Non vi fermate alle sue melanconie, ai suoi piagnistei: guardate al sodo della sua vita: tutte le volte che Gian Giacomo ha voluto cercare il successo, il successo gli è venuto incontro: colpa sua se sovente egli l'ha rinnegato per rinchiudersi daccapo nella chiocciola della sua pigrizia.

Eravamo così arrivati a Sulzena. Fin là l'abatino aveva camminato al mio fianco dritto e spedito. Ma all'ultimo svolto del sentiero, quando apparvero le case del villaggio e più eminente da una parte del paese, solitaria, più vasta ma non più appariscente dall'altre, quella del signor De Boni--non potè contenersi. Tolse il suo braccio di sotto al mio e fe' capire colla sua inquietudine che non voleva essere visto in mia compagnia. Non insistei e lasciai che prendesse un viottolo di traverso che girava dietro alle case.

--Ci rivedremo, caro... come ti chiami? gli domandai.

--Il sindaco mi fa chiamare Ignazio, per un suo fine di ironia, ma il mio nome è Aminta.

--Curioso nome!... vuoi ch'io venga a prenderti qualche volta?

--No, fu lesto a rispondere, verrò io.

E così ci separammo amici, di quella vecchia e durevole amicizia che a dieciott'anni si fa in un'ora.

XIX.

Quando rientrai cominciava ad imbrunire.

Il curato stava seduto nell'orto, appoggiato al muricciolo, guardava verso la valle. Pensai ch'egli fosse assorto in gravi riflessioni; non ardii frastornarlo.

Ma dopo qualche tempo si volse e mi vide. Pareva calmo; con un cenno del capo m'invitò a venirgli d'accanto. Poi indicandomi le prime stelle che spuntavano in fondo al firmamento,--come continuasse un discorso cominciato disse:

--Credo che quei raggi sieno un linguaggio; altrettante voci di un colloquio immenso attraverso l'infinito, segnali perenni che trasmettono dall'un capo all'altro dello spazio la parola di Dio.

--Come i falò che dovevano ad Argo annunziare il ritorno di Agamenone,--dissi, e tosto arrossii della profana allusione.

Il curato tacque e forse non intese.

Tutt'intorno un silenzio profondo. Nella cucina Mansueta attendeva alle tranquille faccende della cena e faceva ripetere le orazioni ai bimbi di Beppe: le loro vocine mimmose, assonnate smozzicavano le frasi della preghiera. V'era in questa umile scena qualcosa di più augusto che non fossero tutti i miei ricordi letterarii. Eppure quei ricordi mi preoccupavano con delle analogie singolari. Come la vedetta argiva attendeva il re dei re per denunziarlo al pugnale dell'adultera mogliera, mille astronomi dall'alto delle loro specole, indagano Iddio per tradirlo alle trafitture micidiali della scienza epicurea.

Ero allora al tempo delle grandi curiosità. A dieci anni spezzavo i balocchi per osservarne gli interni congegni; a venti provavo un'irresistibile smania di notomizzar gli ideali in cui m'imbattevo.

Per gli uni e gli altri mi rincresceva poi d'averli distrutti,--ma ogni volta tornavo daccapo.

La virtù del curato, la sua calma in mezzo a tante tempeste e a tanta malvagità, la sua fede nel bene erano enigmi che mi premeva di scandagliare.

Aspettavo con viva ansietà le confidenze,--le rivelazioni promessemi il giorno innanzi: ma quella sera non vennero: il buon vecchio pareva aver scordata, nella quietudine della propria contemplazione, la sua promessa.

Parlò con la sua bonaria argutezza di cose alte, sublimi; una soave malinconia cresceva prestigio alle sue parole. Era impossibile dubitare della sua sincerità. Io era un po' distratto; ma a poco a poco il discorso cattivò la mia attenzione, e vi presi parte anch'io.

Dopo cena Baccio mi accompagnò nella mia camera.

Gli manifestai la mia meraviglia per la tranquillità dal curato.

--Sempre così, mi disse; quando lo colgono dei grandi dispiaceri ha degli accessi subitanei, violenti, ma che durano poco: egli si ritira in qualche angolo, passa qualche ora a pensare,--poi torna quel di prima, rassegnato, indulgente con tutti.

XX.

Seguirono dei giorni queti quanto i primi erano stati tempestosi. La vita è piena di tali contrasti «inverosimili».

Pareva che tutta quella burrasca si fosse scatenata apposta per farmi sentir meglio la pace profonda del Presbiterio.

Dopo una settimana io mi chiedeva se, per caso, tutto quell'imbroglio, non fosse un sogno: non aveva più incontrato nè il sindaco, nè il Bazzetta.

Non vedevo che i miei ospiti. Sempre gli stessi volti, sempre le stesse cose, alle stesse ore. In quella dolce uniformità di abitudini nessun altro avvenimento che qualche nuovo piatto, qualche torta di pomi, qualche nuovo guazzetto di Mansueta,

Faceva la mattina di buon'ora grandi passeggiate pei monti, m'inerpicavo sulle vette circostanti, mi ficcava in tutti i burroni, in tutte le macchie; felice se riuscivo a scovarne qualche immagine, schiva dei sentieri troppo battuti, o qualche rima discreta.

Avevo anche ripreso i miei studi di pittura. Nel pomeriggio, appena scemava un po' il caldo,--scendevo colla mia cassetta alla cascata dove avevo trovato un motivo eccellente d'alberi e di rupi.

Qualche volta il curato veniva a raggiungermi, a vedere «se il dipinto andava innanzi»--ma veramente la sua presenza non giovava punto a mandarlo innanzi,--perchè quando arrivava lui si cominciava fra una pennellata e l'altra a discorrere,--ed erano più i discorsi delle pennellate. Il lavoro era un comodo pretesto di star là seduti fino a che il sole scendeva giù in Valsesia.

In casa mi dava soggezione la presenza di don Sebastiano, il vice-curato,--il quale, secondo l'usanza, partecipava sempre alla mensa del presbiterio. Egli non mostrava troppa simpatia per don Luigi; e il torto era tutto del suo carattere arcigno, del suo spirito gretto e farisaico. Quel testimonio freddo, impassibile, insensibile pareva fatto apposta per impedire le cordiali confidenze.

Nella solitudine della cascata, i nostri discorsi erano molto più intimi.

Si parlava di molte cose, ma più soventi di filosofia, di arte, di letteratura; egli non aveva ipocrisie, non si adontava s'anche cadeva nella conversazione il nome di un autore o di un libro messi all'indice dalla Romana Congregazione.

Confesso che soventi ce li facevo cadere io apposta, e, per quella curiosità che v'ho detto, lo guardavo di sottecchi per sorprendere sul suo viso gl'intimi sentimenti del cuore.

Nella letteratura moderna egli s'era fermato a Byron e a Chateaubriand, e del primo non aveva letto che il _Child-Harold_. Gli parlai del _Don Giovanni_. Poi, man mano gli feci gustare gli scritti piccanti degli autori più recenti: di Victor-Hugo, di Theophile Gauthier, di Heine, di cui avevo piena la mente.

Se gli domandavo le sue impressioni,--mi rispondeva schietto, anzi qualche volta preveniva egli stesso la mia domanda.

Mi faceva ripetere volentieri i miei poveri versi,--ed io sceglievo di preferenza i più bizzarri e i più sconclusionati. Li ascoltava con attenzione, senza far le smorfie e si contentava alla fine di dire:--che originale che siete!

Sopratutto si compiaceva di sentirmi a raccontare dei miei viaggi. Io ho cominciato di buon'ora a girellar per il mondo a mio talento: a quel tempo conoscevo tutti i valichi delle nostre Alpi, ero stato in Bretagna, in Normandia; avevo dimorato a Parigi; e conosciuto colà quella generazione, per cui Victor Hugo ha scritto _Les Misérables_, un'epopea, e Baudelaire _Les fleurs du mal_, un'imprecazione, cesellata nel diamante--avida delle alte cose che le sfuggono, sdegnosa delle basse che l'assaltano, generazione crucciosa che prova il rimorso prima del peccato, per cui il piacere è un cilicio che gli dilania il petto:--avevo posato l'orecchio su quel grande cuore dell'umanità e ci avevo sentito con una gioia spaventosa gli stessi battiti morbosi del mio; le stesse soffocazioni d'ideali, le stesse febbrili concitazioni d'istinti. Io gli descrivevo il grande malanno, di tutti noi venuti al mondo nello strettoio di un grande peccato e di un grande ignoto; glielo descrivevo col linguaggio crudele del notomista e del clinico che è la sola e la dolorosa conquista della nostra filosofia, linguaggio che incide ed uccide....

Quell'anima buona pendeva dalle mie labbra.... una avidità ingenua, insaziabile lampeggiava nei suoi sguardi scintillanti,--l'avidità di Adamo per le tentazioni della scienza del male.

Poi, quand'io avevo finito, scoteva la sua nobile testa come chi rinviene da un fascino opprimente, e diceva sospirando:

--Ah! la vostra vita non è soltanto oziosa contemplazione,--ma è la lotta,--ed è anche la vittoria, poichè, dopo aver così giovane affrontati tanti pericoli, n'uscite buono e credente.

Ero buono e credente davvero?

Egli mostrava di crederlo: nè io lo contraddicevo.

Forse lo era,--benchè non secondo i dettami della sua religione.

Appartenevo fin d'allora alla schiera di coloro che negano assetati di fede, che portano il dubbio come una croce in cerca di qualche nuovo Calvario.

A sentire i discorsi che noi pronunziavamo a voce bassa salendo al lume del crepuscolo sotto i grossi noci che costeggiano il torrente, si sarebbe detto che il più vecchio ero io.

Egli era nato prima, e forse aveva vissuto meno: interrogava la mia esperienza! mostruoso paradosso di un'epoca in cui i venti anni hanno qualcosa da insegnare ai sessanta!

Però quel candore che con tanta sollecitudine si faceva incontro alle mie tristi rivelazioni doveva celare un mistero. E mi ero proposto di scoprirlo.

Il buon prete intendeva forse per la prima volta discorsi strani come quelli che io gli tenevo.--Dalla adolescenza alla vecchiaia egli aveva trascorso gran parte del viver suo in un mondo primitivo.--Ma, chissà, la passione doveva aver picchiato alla porta del suo eremo,--essa conosce i sentieri delle tebaidi. Non sempre quando lo spirito è invitto, il cuore è inespugnabile e nell'assalto alla coscienza, il dubbio è il più codardo; egli retrocede quando le tentazioni accorrono all'assalto; ma queste hanno sempre degli alleati nella cittadella:--gli istinti. Molti santi vittoriosi di Leviathan hanno piegato innanzi ad Artadoth, il demone della voluttà.

La passione aveva picchiato alla porta del suo eremo,--il santo era forse riuscito a respingerla, ma non senza fatica,--lo mostrava quella curiosità ch'io aveva potuto ravvivare disotto alla cenere degli anni, il temperamento sanguigno del prete.... una segreta cura che gli leggevo nel viso.... Ma dopo tutto che gusto era il mio di investigare l'umile, il comunissimo romanzo di un povero prete? Non so,--non già per irriverenza malevola,--per un vivo capriccio di artista, di psicologo, null'altro. Del resto il mio rispetto per lui non poteva scemare per la conoscenza di qualche umana debolezza.

Tuttavia, tanta è la forza delle massime convenzionali avute dall'educazione, che qualche volta arrossivo di questa mia innocente curiosità. Me ne vergognavo come di una profanazione.

Don Luigi nell'esercizio del suo ministero me ne imponeva. Sapeva congiungere alla dignità del sacerdozio una grande semplicità di cuore.

Una volta, nel pomeriggio della seconda domenica dopo il mio arrivo a Sulzena, ero passato innanzi alla porticina del coro mentre egli faceva _la dottrina_ ai ragazzi: mi fermai ad ascoltarlo: la sua voce delicata, armoniosa arrivava a me congiunta alla soave fragranza del tempio e le somigliava: egli alternava alla recitazione dei dogmi l'insegnamento di una sua morale spontanea, indulgente, amorevole. Egli era sicuro del suo Dio e delle promesse che faceva in suo nome.

Nelle sublimi puerilità del rito, nelle premure quasi femminili per il suo altare, era poeta ed artista e però anche fanciullo. Sceglieva le rose egli stesso per riempiere i suoi vasi, ne disponeva in leggiadra guisa i colori, vi faceva piovere su dalle terse vetrate della cupola un raggio di effetto sapiente, una luce tranquilla che ispirasse un dolce e gradevole raccoglimento.

Ed era poi tanto umano e tanto sollecito dei suoi parrocchiani; egli prendeva sul serio la sua cura d'anime: dove si soffriva non mancava mai nè il suo soccorso nè la sua consolazione. Certe mattine all'alba mentre uscivo per le mie corse montanine lo incontravo che rientrava: aveva passata la notte al capezzale di un infermo; era stanco, afflitto ma non abbattuto: mi dava il buon dì con un sorriso ed entrava in chiesa ad offrire davanti al suo tabernacolo i voti della povera creatura di cui aveva nella veglia penosa assistito i patimenti.

In quei momenti sentivo tutta la sua superiorità, tanto più grande quanto più inconscia.

Quando don Luigi veniva alla Cascata, era un amico, un ingenuo compagno che conosceva molto meno di me le cose e le vie del mondo.

Una cosa mi meravigliava: Don Luigi non parlava mai di sè.

Se, discorrendo, mi appellavo alla sua esperienza e gli dicevo: «voi sapete questo e quest'altro» non diceva nè sì nè no; qualche volta impensieriva come se una subitanea rimembranza lo assalisse. E la tristezza, ogni giorno crescendo, gli oscurava lo sguardo.

Un giorno, mentre all'ora consueta, noi due eravamo alla Cascata, capitò il dottore De Emma. Era stato a casa, non ci aveva trovati ed era venuto a raggiungerci. Sedette sotto i noci e fe' da terzo nella nostra solita conversazione.

Il discorso cadde sul _Renato_ di Chateaubriand, lugubre protesta del dubbio uscita dall'anima di un credente.

--Strano enigma! sclamò il curato.

--Enigma sì, io dissi, e mostruoso, ma punto strano.

--Come? domandò Don Luigi.

--Queste buie disfatte della ragione e della coscienza sono frequenti nella vita.

--Il pittore ha ragione, disse il signor De Emma; le passioni buone o cattive sono lievito originale della nostra natura. Dopo una lunga incubazione erompono come il vaiolo, irresistibili, spesso micidiali, talvolta provvidamente salutari.

Don Luigi parve colpito da queste parole, diè una strana occhiata al dottore e domandò:

--Credete?

--Si, colla differenza che il vaiolo si può prevenirlo col vaccino, mentre per quell'altro male.....

--Non vi sono preservativi? ed aggiunse dimessamente: ma e la virtù e il dovere, e....