Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia
Part 8
E Beppe, alzatosi e camminando a lunghi passi per la cucina, continuava:
--A questo dubbio che mi afferrò per il collo come una tenaglia rovente, restar un minuto ancora immobile e allo scuro, sarebbe stato lo stesso che morire.
Balzai dal letto, accesi il lume, lo accostai a Gina e la fissai... chi sa come, in faccia.
Ella aveva gli occhi spalancati e a sua volta mi affissava, tentando di sorridere... ma piena di spavento.
Non mi perdonerò mai ciò che feci e dissi allora.
La presi per ambo le braccia e le diedi uno scrollo che la fece scivolare dal letto, e stringendole le mani come un forsennato, e quasi mordendole le labbra colle mie, urlai:
--Tu non mi hai detto tutto! Egli ti.....
La sventurata si lasciò cadere in ginocchio, e liberate le mani ch'io, quasi fuor dei sensi, le abbandonai, le congiunse come si fa davanti all'altare.
--«Ti ho detto tutto, mi disse; lo giuro sulla testa di quei due poveri innocenti; tutto, tutto, tutto!» E diede in uno scoppio di pianto, mentre mi stringeva e mi baciava e ribaciava le ginocchia.
Piangemmo insieme abbracciati non so per quanto tempo; quando ripresi conoscenza di me stesso, la notte era ancora alta e la Gina stava rattizzando i carboni sul focolare.
Me le accostai mormorando:
--Perdonami.
--Taci, rispose Gina, questa volta sorridendo davvero. Ci vogliamo tanto bene. Ma vien qua, il mio uomo, e riscaldati che sei tutto intirizzito. Datti pace, va, che il diavolo non è brutto come si dipinge. Quel briccone sa che siamo andati da Don Luigi; ciò lo farà pensare due volte prima di.....
--No, no, la interruppi io; ho preso la mia decisione; sai che le poche terre che abbiamo mi sono state a parecchie riprese cercate da Gervasio, il ricco mandriano; le posso vendere domani; se voglio, e a patti d'oro. Senti, Gina, le rondini abbandonano il nido dove furono una volta minacciate; noi faremo come le rondini; andremo altrove a fabbricarci un nido nuovo; in questo non si potrebbe più vivere in pace.
--Quello che tu farai, buon Beppe, sarà ben fatto; benchè la sia dura il lasciar il paese dove si è nati.
--Il paese è dappertutto dove si può vivere sicuri, lavorando. Andremo in un sito più bello di questo.
Così conversando del nuovo progetto, stretti l'uno all'altro, accanto al fuoco, fummo sorpresi dai primi bagliori dell'alba.
Io era così ansioso di mettere modo alle cose per mandare ad effetto il più presto il mio disegno, che, fosse anche un presentimento, la terra mi abbruciava i piedi. Sicchè senza aspettare che i vecchi si risvegliassero, per dar loro il buon giorno, siccome ero solito fare fin dall'infanzia, presi il cappello e i miei ferri e mi avviai verso i pascoli di Gervasio, dopo aver raccomandato a Gina di non porre piede fuori dell'uscio, promettendole poi che sarei stato di ritorno al più presto.
Non trovai Gervasio ai pascoli, che come ben sai Baccio, distano da qui una buon'ora di Cammino; egli era partito quella notte stessa per la sua casera di San Sulpizio; cinque leghe di strada, e che strada! Titubai alquanto se dovessi raggiungerlo, o rimandar la cosa al suo ritorno. Ma quando sarebbe tornato? i pastori non ne sapevano niente; poteva fermarsi alla _casera_ un giorno, poteva fermarsi quindici. Decisi di spingermi fino a San Sulpizio. Mi fornii di due bei tozzi di cacio e di polenta, e via pei greppi e le pinete, certo che camminando a dovere avrei potuto essere di ritorno a casa per il cadere del giorno.
Ma,--ve l'ho già detto prima:--Era scritto ciò che era scritto!
Ti ricordi, Baccio mio, quella crocetta che sta a due passi dalla _colma dei Tre Ladri_? Fu là che mi prese l'uragano. Un uragano come, in vita mia, non ne avevo mai visto. To'! il cielo pareva disceso sulla terra, e i cocuzzoli delle montagne pareva che si arrampicassero in cielo. Si cozzavano insieme i ghiacciuoli delle nubi e i ciottoli delle frane; la vallata era scomparsa, le cime non le vedevo più; mi pareva di sentirmi schiaffeggiare e bastonare da centomila demoni!...--mi mancava il respiro...--ero come una pulce fra due unghie... to'.
Mi girava la testa, ma, questa volta, diversamente di prima, vo' dire di quando la mi girava nel mio letto, allo scuro. Mi sentivo mancar il fiato: era la _tormenta_! E turbinava, oh! come turbinava! Mi credetti morto, e lo ero quasi, e mi distesi in terra, colle mani in croce, dicendo il _De profundis_ e pensando intanto alla mia Gina, ai miei vecchi, ai miei piccini... e al... e anche al Sindaco!
Restai lì parecchi minuti in tal modo, aspettando l'ultimo momento.
D'improvviso mi sentii battere sulle spalle da una mano vigorosa.
Apro gli occhi già quasi irrigiditi dal gelo, e mi vedo davanti, indovina?... il figlio maggiore del signor De Emma, che, superata la bufera passava appunto di lì, colla sua muta, inseguendo il camoscio.
Mi sollevò, mi pose alle labbra la fiaschetta del rhum, e in men che non si dica, mi ritrovai il Beppe di prima, vispo e sano di corpo e pronto a far non cinque ma venti leghe... quanto al resto... Il resto era di ritornare a casa, e al più presto possibile.
--Grazie, dissi al bel giovanotto; ella è proprio il figlio di suo padre, il figlio della Provvidenza! Oh! fa tardi, se si ritornasse laggiù? Mi aspettano, sa? e se ella vuol far _tappa_ nel tugurio della mia Gina,--è un'amica del di lei babbo, la dev'essere una festa davvero!
Il signor Arturo,--Baccio tu lo conosci,--aggradì l'offerta.
Ci incamminammo, aggrappandoci alla meglio per gli scogli irti di sterpi. Ma la via del ritorno par sempre buona. Almeno sembrava tale allora per me.
Beppe parlava come un oratore che non sa, o meglio non vuol venire alla perorazione.
Bevette un bicchier di vino offertogli da Baccio e, asciugatasi di nuovo quella fronte piena di passato e di avvenire, continuò ma con una inflessione di voce e con un atteggiamento che accennavano alla catastrofe:
--Sissignori. E rividi, che non mi parea vero, la cima del _mio_ campanile, e poi i fumaioli dei vicini, e finalmente infilai il viottolo che mena alla mia casa.
Per quanto fosse stata posta la strada fra le gambe, la notte ci aveva precorsi.
A cinquanta passi dalla mia ortaglia chi mi vedo venir incontro?
È mio padre, il mio padre ottuagenario, che non aveva fatto, a mia memoria, più che non faccia di cammino un bimbo appena uscito di fascie.
E mi dice, spalancando le braccia:
--Se Dio vuole! Sei qui! Che spavento? E la tua Gina?
--Che! risponde, la Gina?
--Dov'è?
--Se non lo sai tu!!
--Ma come?
--Non l'hai tu mandata a chiamare perchè ti raggiungesse al _campo della Crocetta_?
--Io?
--Venne un ragazzotto a dirle che ti raggiungesse colà!... per una cosa d'urgenza...
--Io vengo... vengo... da tutt'altro sito... non ho mandato nessuno...!...
--Che birbonata è questa? sclamò il povero vecchio guardando in faccia a tutti quanti.
--Una birbonata, urlai, e, senza aggiungere una sola parola, mi slanciai a tutta corsa verso il _campo della Crocetta_.
Non mi ricordavo più della strada; non so in quante siepi mi insanguinai le dita in quante pozzanghere mi ingolfai. Udivo da lontano i gemiti che uscivano dalla mia casa.
Ma un gemito più vicino, più straziante, un gemito simile a quello di chi sta per morire, mi arrestò di repente; come se avessi dato del capo in un muro.
Oh! quel gemito!.... mi ricordava quelli della notte scorsa! Era lei, era Gina! La trovai, la rinvenni, non so come, nelle tenebre, tra gli sterpi, distesa per terra....
--Gina!
--Lasciatemi morire!
--Sono io, sono Beppe! il tuo Beppe!
..........................................
Mi parve che udendo il mio nome, si addormentasse.
La presi sulle spalle e lento lento, mentre il cuore e la testa non sapeva più dove fossero, raggiunsi, la mercè di Dio, la mia soglia.
La adagiai sul letto, livido, estenuata.
Il vicinato era accorso.
Il signor Arturo era scomparso. Poverino, si prese in corpo sei leghe, e a queill'ora, per andare in cerca di suo padre.
Allontanai tutti quanti.
Gina, dopo un lungo sopore, aperse gli occhi e mi vide.
Rabbrividii a quello sguardo. Ella rabbrividì più di me. E con una voce che sembrava venire da sotterra:
--Non guardarmi, sospirò, non toccarmi! Chiudi la porta!... È là... il sindaco!..... è là... porta in quel bel paese, in quel paese più bello, i nostri bambini!... Portali via, senza farmeli vedere!... oh! povera, povera me!
--Gina, dicevo io, Gina... dimmi, spiegati....
--Taci... taci.... e si metteva un dito sulla bocca e alzava gli occhi al cielo.--Taci. Ho resistito, oh! se gli ho graffiato la faccia....
Ella cacciò allora la testa sotto il guanciale, ed io restai solo col lucignolo agonizzante....
XVII.
Una scampanellata che venia dalla camera di Don Luigi interruppe il racconto terribile del povero vedovo.
--Dio mio, sclamò, come destandosi a sua volta da un sogno, ho parlato troppo forte, l'ho risvegliato.
Baccio, che in meno d'un baleno era salito e ridisceso, mi appoggiò la bocca all'orecchio e mi disse:
--Don Luigi ha bisogno di voi..
Scoccavano appunto le undici ore.
Salii d'un balzo.
Certo le pareti del presbiterio non somigliavano alle mura massiccie e pendenti dei nostri bisavoli; giacchè dal viso alquanto sconvolto del curato e dalle pieghe sconnesse delle sue coltri m'accorsi,--e non presi un granchio,--che dal suo primo piano, egli aveva udito in parte se non in tutto la conversazione della cucina.
Don Luigi mi stese la mano e mi disse:
--Voi che mi parlavate di Tebaide, e mi dicevate--oh! le ricordo le vostre parole,--Tebaide, dove son vive ancora le memorie bibliche, e gli uomini santi le respirano ancora, e le ripetono con sapienza antica...--Vedetela la Tebaide, vedetela la sapienza! Ditemi come è vero che le apparenze ingannano! Credevate di arrestare il vostro passo di nomade in un eremo e siete entrato in una bolgia.... Non importa! Le vie della Provvidenza sono infinite. Forse è Lei che vi ha inviato. Ciò che sapeste per l'angosciosa espansione di quel povero Beppe, è il primo filo di tutta una lugubre istoria che oramai sarebbe impossibile tenervi nascosta. Ma di ciò a suo tempo. Ora siete mio ospite, e sapete ciò che vi dissi ieri in giardino. Temete le barricate; ciò che in volgare significa: non partirete senza il mio permesso. Ora si tratta di non lasciare solo quell'infelice. Egli ha nell'anima la vendetta; giacchè, voi lo indovinate senza che io ve lo dica... Quella povera Gina!...
Egli s'interruppe con un gesto d'orrore che mi si apprese al cuore.
--E quell'uomo vive ancora? sclamai coll'impeto dei miei vent'anni.
--Sì, e deve vivere, e saprete il perchè deve vivere,--a meno che non scavalchiate le mie barricate. Ma per ora, si tratta d'altro; ho bisogno di un servizio da voi. Non potrei riposare se sapessi Beppe libero di sè stesso questa notte.
Il curato, così parlando, aveva dato un nuovo scrollo al cordone del campanello.
Baccio comparve.
--Non lascierai partire Bebbe stasera. Preparagli la camera degli scalpellini; ai marmocchi ci pensi Mansueta. Questo signore ti aiuterà a persuaderlo.
Baccio, colla intuizione dei montanari, capì, approvò, inchinossi ed uscì, facendomi un cenno di supplica.
--Per domani, aggiunse il curato, ci penserà un altro amico.
Gli diedi la buona notte e ridiscesi in cucina.
Non ci fu d'uopo di molta fatica per persuadere lo sciagurato Beppe ad accogliere l'ospitalità del presbiterio. Come vide i suoi bambini andarsene a coricare sotto le ali tarpate della Mansueta, egli si lasciò condurre come un agnello, da Baccio, alla stanza degli scalpellini.
La foga con cui aveva narrata la sua tragedia lo aveva estenuato.
Dissi a Baccio che ritornava dall'averlo coricato:
--Eh! dimmi! che cosa significano quei lumi laggiù, verso la casa del sindaco?
Baccio uscì nell'orto e dopo un istante ricomparve sogghignando e mi disse, facendomi lume su per la scaletta:
--Sono i coloni del signor De Boni che portano a casa Bazzetta, ubbriaco fradicio.
E con questo bel corollario di quella bella giornata, mi diede la buona notte.
XVII.
Dopo agitatissimi sogni, fui risvegliato dal signor De Emma, o,--per essere più veritiero,--dai ferri aguzzi del suo ronzino, i quali, così, tra la veglia e il sonno, mi somigliarono ai colpi di un martello che mi battesse sulla nuca.
I galli, sparsi qua e là nelle soffitte e nelle cantine, eruttavano il loro rantolo singhiozzoso; i passeri cominciavano a pispigliare; si udiva il risveglio della luce nel fruscio sommesso delle foglie. In lontananza, le imposte, aperte da braccia ancora intorpidite dal sonno, sbattevano contro le pareti, quasi paurosamente.
Il giardino apriva anch'esso le sue mille palpebre d'ogni colore. I fiorelli che si schiudono all'apparire del sole, cominciavano a sorridere, e i loro petali si intravedevano fra le corolle, come ansiosi di osservare all'intorno che cosa fosse accaduto durante la loro prigionia.
Tutti i sudditi dell'entomologia, dal paria al sultano alzavano la testa e si sentivano a rivivere, e le farfalle spalancavano l'ali per abbandonarsi alla caccia avventurosa degli effluvii e dei raggi. Le lumache appese alle scabrosità dei muri, esponevano i loro quattro tentoni filiformi, occheggiando. Le lucertole, svegliate dai primi tepori del sole, facean ballonzolare la coda fra l'una e l'altra fessura. I mosconi ronzavano: i ragni cominciavano a guatare le ragnatele e i moscerini cominciavano ad ingarbugliarvisi....
Dalla cucina del presbiterio usciva un odore delizioso di caffè tostato.
Il cielo splendeva serenissimo.
--Buon dì, mi disse scavalcando, il dottore, già desto così per tempo?
La voce del signor De Emma aveva una vibrazione dolce di cui il giorno prima non la avrei creduta suscettibile.
È certo che il buon curato gli aveva parlato sul conto mio a quattrocchi con quella strana benevolenza, non so come meritata da me fino a quel punto, che in lui pareva una divinazione di ciò che doveva accadere in seguito nei nostri cuori.
Il dottore era salito alla camera del suo infermo. Io scontrai sotto un viale del giardino il povero Beppe. Egli andava davanti a me coll'indescrivibile incesso che hanno i sonnambuli, rimondando, sbadato, quasi senza saperlo,--per abitudine di campagnuolo forse, i vigneti delle giovani viti, con gesti da automa. Stropicciava ad una ad una le raffilature che gli restavano in mano, poi le lasciava cadere dietro di sè. Portava la testa immota, alquanto volta all'insù, ma quando l'ebbi accostato, senza che egli se ne avvedesse, rimarcai che gli occhi avea rivolti al suolo, semichiusi, immobili. Tutto il suo volto spirava il terrore e la pietà insieme che i poeti ci fanno supporre spirassero dalle maschere formidabili dell'antica tragedia. La desolazione e la sete della vendetta avevano tramutato in una notte quella faccia idillica di contadino, in una faccia di non so qual lugubre eroe. Giacchè le notti che seguono le sventure, sono le grandi trasmutatrici. Ogni loro minuto è un colpo di scalpello michelangiolesco. Il marmo candido, innocente, insciente s'atteggia in poco volgere d'ore a sovrumano furore di demone, la carne atteggiata alla espressione della pace, della mestizia, della mansuetudine, si è fatta brutale, freme, sogghigna, sembra volersi concentrare in un morso.
Tale almeno la faccia di Beppe.
Essa mi colmava di tanto stupore che non sapevo decidermi a rivolgergli la parola; e, poichè egli non aveva l'aria di accorgersi della mia presenza, continuai a camminare al suo fianco, pareggiando i miei ai suoi lentissimi passi.
A un tratto al dissopra di noi, dalla finestra della camera di don Luigi si fe' udire la bella voce del medico.
--Signori, diceva, l'ammalato non più ammalato, desidera la loro presenza, e prega il signor pittore a voler passare in cucina ad avvisar Monna Mansueta che si prenderà quassù il caffè in compagnia.
Queste parole furono dette con un umorismo misto di serietà che mi piacque immensamente.
--Si viene, risposi; ed a Beppe:
--Saliamo.
Egli mi guardò, si toccò la falda del cappello e mi seguì.
Quando entrai con Beppe nella camera del curato, lo trovai diffatti intieramente riavuto.
Sorrise a me, stese la mano a Beppe e, tirandolo a sè, gli disse:
--Dunque senti figliuolo, abbiamo, il dottore e io, abbiamo concertato qualcosa per te. Tu non puoi rimaner qui: hai bisogno di far vita nuova. Il dottore t'ha trovato un posto di guardiano presso alcuni suoi ricchi parenti nel bresciano. Tu lascierai qui i bimbi, Mansueta n'avrà cura finchè non sii in grado di prenderli teco. Tu seguirai il dottore a Zugliano e domani ti condurrà egli stesso alla tua nuova dimora. Va bene così?
Il poveretto teneva il capo basso, perplesso fra la reverenza e un gran desiderio di dire di no.
Finalmente balbettò fra i denti:
--Perdoni, ora non posso partire.... ancora qualche giorno per sbrigar certe faccende....
--Dimmi il tuo bisogno,--farò io per te ogni cosa...
Beppe fatto più ardito scoteva il capo.
--Non hai più confidenza nel tuo vecchio amico... di' su cosa hai da far qui.... di' su,--e gli figgeva con inquietudine i suoi grand'occhi in viso.
Il mandriano stornava smarrito i suoi in cui balenavano lampi sinistri di ferocia.
Il curato si turbò e, con voce tremante dallo sgomento, tendendo l'indice verso Beppe.
--Ragazzo, tu pensi a colui.... soggiunse severamente.
Beppe non potè più contenersi: lo vinse un terribil parossismo: si buttò a terra, si contorceva, si mordeva i pugni e con rantolo straziante:
--Me lo levino dal sole.... lo nascondano.... lo mettano in un carcere profondo.... ci sono i tribunali per questo.... non lo lascino a mia portata....
Egli parlava dell'assassino della povera Gina.
Io non ressi a questo spettacolo straziante; le sue istanze mi parvero giuste e dissi:
--Egli ha ragione; perchè non consegneremmo quello scellerato alla punizione della legge? Il suo delitto è abbastanza accertato.... Io stesso andrò a far la denunzia.
--No, sclamò il curato.
Poi diventò smorto come un cencio lavato.
Il medico mi avvertì con un'occhiata supplichevole di non insistere. Beppe era ricaduto nel suo cupo sbalordimento. Tuttedue gli furono intorno a confortarlo e a persuaderlo. Egli era tanto avvilito e tanto abbattuto che non durarono fatica a indurlo a scendere dopo il desinare col dottore a Zugliano.
L'infelice baciò le sue creature senza far parola, senza spargere una lagrima e s'avviò barcollando come trasognato dietro alla mula del dottore.
Lo accompagnammo sino in fondo al villaggio; poi il curato tornò indietro; io continuai la mia passeggiata.
XVIII.
Tuttociò che aveva visto e inteso in quei due giorni mi sconvolgeva la testa: sentivo un vivo desiderio di raccoglimento, di riflessione. Cosa singolare! in quella solitudine dove la vita mi pareva dovesse scorrere tranquilla come un idillio, monotona come il ciangottare di un ruscello avevo trovato invece il romanzo _feuilleton_, il dramma Porte-Saint Martin, il teatro Fossati; quel dramma e quel romanzo che ora è caduto di moda ma che la vita si ostina a risuscitare ogni giorno a dispetto del buon gusto e della letteratura _collet-montant_.
Scendevo così lentamente lungo le rive dello Strona, che mi affretto a presentarvi (cosa che avrei dovuto far prima), come il torrente più realista ed indocile alla moralità idrografica ch'io mi conosca. Figuratevi che egli non vuol saperne neppure per un minuto di quella linea retta, di quella misura costante che la convenienza dovrebbe insegnare anche ai torrenti per trasformarli, se Dio vuole, inquieti rigagnoli, in pingui ed onesti canali. Dimentico dei suoi doveri, del grande scopo della creazione che è quello di impinguare le tasche del negoziante di grano e di bestiame, sta asciutto la maggior parte dell'anno; poi, ad un tratto, quando il ghiribizzo gli salta, devasta pascoli e distrugge vigneti, cosa contraria all'economia politica; abbatte _baite_ e casolari, attentato iniquo, come ognun vede, all'ordine a alla sacra prosperità della famiglia.
E il monello fa l'arte per l'arte; scende a balzelloni, rotolando massi dalla vetta di Cornalina, gitta sprazzi al sole per trame delle iridi cangianti. Si butta nei precipizii, si nasconde fra i cespugli, scompare nelle buche del monte, poi salta fuori a sproposito per tagliare il sentiero montanino,--e s'adagia fra l'erbe, e folleggia e spumeggia e si inebbria di libertà e di licenza--con una sicurezza come facesse la cosa più seria del mondo. Così non è buono a nulla, nè a far girare una ruota di mulino nè ad irrigare un pascolo, nulla!... malgrado tutti i tentativi fatti dai buoni padri coscritti di Zugliano e di Sulzena e persino dall'illustrissimo Consiglio provinciale di Novara per correggerlo e trame qualche costrutto. Tanta è la sua impertinenza, che se poteste intenderlo, vi direbbe che Dio l'ha fatto a quel modo e che vuol tirar innanzi in quella bizzarra sua maniera,--tutte cose che dicono gli scapestrati.
Dopo tutto gli originali come lui divertono i fannulloni come me, ed io ebbi, finchè rimasi al Presbiterio, cara la sua compagnia come quella di carissimo amico. Lo seguivo volontieri per qualche centinaio di passi giù per la china, felice di non essere menato ad uno scopo, felice dell'indugio perchè piacevole.
Quel dì scesi più in giù fino alla cascata. Quei di Sulzena chiamano così impropriamente una specie di rapida che termina in una cateratta dove lo Strona si perde per ricomparire due miglia più in là nella valle, tra il Passo degli Stambecchi e il cimitero di Zugliano. Il baratro è profondo oltre a cento piedi; vi si scende per uno scheggiato a zig-zag fino allo stretto bacino in cui l'acqua, dopo essere venuta giù sopra un letto inclinato di ciottoli, fa un gorgo e inabissa. Le pareti della rupe scavate dal torrente, simulano l'aspetto di tortuose gallerie, di stallatiti grossolane, e si appressano in alto sino quasi a toccarsi in un immenso sesto acuto, anzi acutissimo, tagliato nel mezzo da una fessura, da un cordone o bianco lucente o turchiniccio, secondo l'ora:--il cielo. Piove di là una luce tranquilla e soavissima, la cui monotonia è corretta dai riflessi tremolanti dall'acqua. Scendono dall'alto, lontani come echi dello spazio infinito, i suoni radi della vita montagnola, qualche schioppettata di cacciatore, lo slamar d'una frana, il battito dell'ali di qualche avoltoio, lo strido del falco. Altri suoni più cupi e misteriosi, a intermittenze meno frequenti, escono da un crepaccio di fronte, e narrano a voce sommessa l'odissea del torrente nei fondi recessi del monte.
Il lettore deve a quest'ora essersene accorto,--se strada facendo, mi si para davanti un ginepraio inestricabile, un pertugio misterioso, un sentiero che non meni a nulla, bisogna che mi ci cacci dentro.
Però mi lasciai andare giù per lo scheggiato in fondo allo speco dalla cascata.
L'acqua lascia in disparte alcune tese di terreno coperto di muschio fitto e finissimo.
Appena l'occhio si fu avvezzo a quella penombra mi accorsi che non ero solo.
Un giovine chierico seduto in terra col dosso appoggiato ad un masso dormiva.
Era l'abatino da me veduto il giorno prima, il nipote di Mansueta, quello che la moglie dello speziale aveva ricordato.
Me gli appressai da tergo senza far rumore: teneva un libro sulle ginocchia.
Mi chinai, lo presi: erano le _Confessioni_ di Rousseau: aperte al punto in cui... insomma a quel tal punto... la pagina gualcita mostrava d'essere stata letta più volte.
Il viso del giovinetto, arrovesciato fra due sporgenze del masso sorrideva nel sonno come d'una deliziosa visione; la fronte pallidetta gocciolava di sudore.
Volli riporre il libro, ma questa volta, egli si destò. Si rizzò confuso e arrossì come una fanciulla.
--Vi diverte? gli chiesi indicando maliziosamente il libro che egli si sforzava di nascondere nella tasca.
Chinò la testa; divampò addirittura.
--Sembra, soggiunsi io nello stesso tono, che quella di fare il prete non sia in voi la vocazione più spiegata.