Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia

Part 7

Chapter 7 3,932 words Public domain Markdown

--Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!...

E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle mani, mentre il gobbo chierico, datogli un'occhiata di ebete curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.

Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver più per me l'ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto era fatta per sollevarmi l'animo o almeno deviarmi il pensiero dalla cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato.

Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che, di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè--era la stessa cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di essa; salendovi e scendendovi per settant'anni (che meno non ne mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che hanno profili umani,--argomenti a così buie leggende,--quella vecchia aveva le sembianze di una rupe; con un po' di fantasia ne avreste scoperto sull'epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un sorrisetto d'uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano, tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di Medicina. La porta d'ingresso era ampia; su una delle lastre stava scritto in lettere gotiche: _Medicamenti nazionali ed esteri_; sull'altra: _Zafferano d'Aquila_ e _Vischio sopraffino_. Le finestre ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in quell'ambiente. Da una piccola porta che si apriva sul fondo, a sinistra dell'armadio principale, scoprivasi un portichetto, un cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un giardino o un orto che fosse.

--Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui vede... mi fa sempre tac, tac, tac.

--Già, già, già!

--E di notte poi... è come una cosa che mi vien su, su... che mi par di morire...

--Ah vi par di morire?

--Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac...

--Già, già.

--E guarirò, dice, con quella polvere lì?

--Vent'anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi risponderei subito di sì.

--Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l'abbia in gloria, ne aveva novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe ancora che sarebbe un piacere a vederla,

--In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per la tosse,--ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore... e abbandonar l'acquavite. Avete inteso. Addio.

E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino grottesco.

--Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo affarettino; intanto affilate le orecchie.

Ritornò quasi tosto e m'introdusse sotto il portichetto, dopo aver dato una girata di chiave alla bottega.

Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.

--Qui nessuno ci sentirà, e c'è un fresco che consola. Un sorso e riprendo il filo.

Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:

--Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi è... per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità, quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un medico; tornava dall'Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio, mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito dei rapporti con lui.

Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di cervello. E, come vi dissi, l'Angelo De Boni si arrovellava allora per liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.

Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata giuridicamente l'alienazione mentale del padre, egli ne temeva un testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo;--solo rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi libri religiosi.

Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua moglie,--l'altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un'inferma in cura del dottore--tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si occupava degli ospiti dello stabilimento.

Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole, che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.

Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure.--Un giorno che il poveraccio s'affaticava, a forza di lenti, di decifrare il carattere minutissimo di un _Sant'Agostino_, ella glielo prese di mano, sedette accanto al letto e gli fe' lettura. Poi ci tornò ogni dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre senza farlo montare in furore.... La giovinetta un po' colle buone, un po' colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come un agnello;--tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue parole. Ella faceva da interprete, da paciera....

In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.

--Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!

Era scritto ch'io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità oramai vivissima.

XII.

Le ampolle e gli ampollini, i vasi di porcellana, le tazzette di marmo, i pestelli, le forbici, i cucchiai, i bistorini, le pentoline, le casseruole, le caldaie, i filtri, i setacci, le ventole e tutti gli altri utensili che abbellivano il porticato e la farmacia dell'onorevole mio collaboratore Bazzetta perdevano a poco a poco le scintille del sole che declinava.

--A rivederci stasera, mi disse Bazzetta, stringendomi la mano energicamente, molto energicamente. Sono le sei, vo' a pranzo da quella bestia di Sindaco, del quale vi dirò poi... ma... zitto.

Ed uscì frettoloso, lasciandomi solo nella sua simpatica botteguccia.

--Eccolo; è lui!

--Parlagli, il papà è uscito.

--Non ho coraggio...

--Vuoi che parli io?

--Sei matta? Tocca a me!

--E se ti tocca, parla.

Queste parole «di color oscuro» erano sussurrate dietro un piccolo uscio che metteva al porticato.

Le interlocutrici--me ne accorsi alle fisonomie intravedute dalle fessure--erano la moglie e la figliuola di Bazzetta.

La conversazione continuò così:

--Mamma, il babbo gli ha detto tutto.

--Grulla!

--E che!

--Fatti avanti.

--Tocca a te che sei la mamma.

--A te che sei più franca...

E mi comparvero davanti due cose femminili.

Vi dipingo a larghe pennellate la moglie del farmacista.

Era lunga, lunga, lunga; aveva gli occhi nella nuca e le ciocche dei capelli a un centimetro più innanzi della punta del naso! E che punta e che naso! Lunga, lunga e scialba del colore dei ceri da funerale; le mancavano due lettere dell'alfabeto, l'erre e l'esse; sputava formidabilmente ad ogni monosillabo.

Era guercia.

Quanto ad Ermenegilda (che nome!) la figliuola di Bazzetta era un coso femminile di rarissima specie.

Alquanto meno lunga della madre, sembrava più piccola che non fosse perchè era grassa e paffuta come un dindo nutrito da una brava massaia per onorare il Natale. Aveva la pelle tesa, come quella di un tamburo, sicchè, malgrado tanta lussuria di muscoli e di polpe, pareva fosse stata fatta con economia. I suoi grandi occhioni bovini avean l'aria di voler saltar fuori a ballonzolare sul pavimento; e certo, senza quella tensione di epidermide che appariva ancor più evidentemente nelle palpebre, ti sarebbero schizzati in faccia.

I due così mi vennero incontro, la mamma lunga davanti, la ragazza grossa di dietro, inchinandosi goffamente e atteggiando la bocca a un sorriso tra la compiacenza e la fatuità.

--Se non erro, diss'io, prendendo il cappello onde potermela svignare, al più presto, ho l'onore di conoscere la signora del mio amico Bazzetta...

--Pur troppo! sospirò quella pertica alzando gli Occhi al cielo. Dietro di lei si udì un sospirone.

--Diavolo! non potei a meno di esclamare, perchè mi dice «pur troppo?»

--Oh! se sapesse!...

--Oh! se sapesse! disse l'altro coso di dietro.

--Non so nulla, diss'io.

--Lo saprà.

--Saprà, disse l'altra di dietro,

E quella davanti:

--Si accomodi, mostrandomi una seggiola.

Mi accomodai.

Allora la faccia della signora Bazzetta diventò terribile.

Aveva sposato quell'uomo come si sposano tutte le zitelle in ritardo.--Le avevano detto: ha _del ben di Dio_, ciò che in volgare, significa «_ha quattrini_» quanto a dimostrarle che era un bell'uomo, sarebbe stata pena sciupata. Bazzetta a trentacinque anni, era il più bel giovanotto che si potesse vedere nei paraggi di Zugliano.

--Le dico, continuò la signora Placida (si chiamava con questo nome), le dico; pur troppo! e lo ripeto!

E l'eco echeggiava:

--Sicuro, certamente, sicuro!

La megera posò il suo formidabile naso fra i miei baffi incipienti, e sussurrò.

--Se sapesse!...

--Per tutti i santi del paradiso, diss'io, che cosa mi resta a sapere??

--Bazzetta è un birbone; mi fa tante corna quanti ho capelli in testa; è uno sfaccendato.

--...ato, ripeteva la fanciulla.

--E vi ha contata la storia del medico e del signor sindaco a modo suo...--è un birbone!--Beve come una spugna! Oh! che uomo!

-..... Omo!

--E--continuava la signora,--il piccolo Ignazio, l'abatino che pranzò ieri con voi, è figlio spurio del sindaco--e questo non ve lo ha detto, e sua madre era la sorella di Mansueta.... e il signor de Emma....

--Zitta! sclamò Ermenegilda, additando l'impennata della farmacia.

Bazzetta riapparve.

--Ho dimenticato l'astuccio dei zolfanelli.

E fulminò con uno sguardo tale la signora Placida e la signorina Ermenegilda.... che in men di un baleno scivolarono e scomparvero dietro l'uscio da cui erano uscite.

--Vi accompagno fino al presbiterio, disse Bazzetta offrendomi il braccio.

E ci incamminammo.

XIV.

Che bella sera, che tramonto fatto per i pittori e per i poeti!

Il paesaggio appariva e non appariva.

Le forme incerte somigliavano a nubi; nubi che cambiavano i profili e i colori ad ogni batter di ciglio.

Il presbiterio era immerso in una nebbia diafana, inargentata dalla luna.

Cantavano le cicale e cantavano i grilli. I prati erano costellati di lucciole, e Bazzetta zuffolava una canzone che era in gran voga a quei tempi.

Mi sentivo triste, una indicibile malinconia mi circondava come un abito bagnato.

Dissi al farmacista:

--Non incomodatevi più a lungo; il pranzo del sindaco vi aspetta, ci rivedremo stasera.

Non se lo fece dire due volte.

--A stasera, ripetè, dandomi cordialmente la mano; e svoltò per un viottolo.

Ma era stabilito dal destino che in questo giorno io non potessi starmene solo co' miei pensieri.

Inciampai in due bambini, accocolati sulla soglia del presbiterio.

--La signora Mansueta, mi disse il più alto dei due, o dorme o non ci vuole aprire. E il papà che ci ha detto di venire, e che è su dal signor curato?

--Suona un'altra volta, disse il più piccolo.

Suonai io, e Baccio fu tosto ad aprirmi quella memorabile porticina.

--Oh! bravi ragazzi, sclamò: siete aspettati. Su, su, Don Luigi vi vuol vedere.

E, mettendo un dito sulle labbra coll'aria di un cospiratore, mi sussurrò all'orecchio:

--Sono gli orfanelli della povera Gina; non sanno che la sia morta; ci penserà Don Luigi--intanto il pranzo è preparato.... Resti servito....

--Come sta il signor curato? Si può vederlo?

--S'immagini; le farà un regalo.

E il buon uomo mi condusse fino all'uscio della camera del curato.

--Non le faccia parola del sindaco, mi disse, e si accommiatò.

I due fanciulli ci avevano seguiti ed entrarono nella camera con me.

Il povero vedovo sedeva presso il capezzale dell'infermo, e pareva moribondo.

Vedendo i suoi figli, ebbe uno strano gesto; ma si contenne, a un cenno del curato che continuò il discorso interrotto, dopo avermi salutato.

La sua voce era debole, ma lo sguardo lampeggiava. Aveva in mano la bibbia e ne cadevano rose.

--Stammi attento, amico mio, mio buon Beppe. La tua sciagura è terribile, la capisco e l'ammiro. L'ammiro perchè quella tua povera Gina, morendo, ti ha fatto migliore. Guarda un po' quei due fanciulli, Beppe!... Sono la sua eredità; non beverai più l'aquavite quando scoccano le sei del mattino--(non farmi la brutta cera)--la bevevi, quotidianamente. Lavorerai dippiù; sentirai come sia dolce il vivere coi morti...

E piegò la bella persona verso i due fanciulli.

--Non ditele che è morta la loro mamma; la mia Mansueta ci penserà a prepararli....

Il buon Beppe mormorò:

--Grazie, signor curato.

Ma singhiozzava angosciosamente.

--Ho invitato al mio desco questo caro Beppe coi suoi due fanciulli; volete tener loro compagnia? Mi obblighereste.--Badate che si pranza in cucina.

--E sia! Vogliamo mettere il tovagliolo sulle ginocchia?

I due piccini avevano fame più di me e più di Beppe. Come furono contenti quando li ebbi adagiati davanti a una minestra.... una minestra fatta per bene!

XV.

Contenti e nel tempo stesso malinconici. Interrogavano tacitamente la immobile fisionomia del babbo.

E la fisionomia del babbo era lugubre.

Le parole di Don Luigi erano state inefficaci. Il povero uomo pensava alla sua povera donna.

--È sotto terra, mi sussurrò all'orecchio, sotto terra, tre metri sotto terra. Hanno un bel dire, ma adesso infracidisce nella sua cassa, Mi voleva tanto bene, e ce ne volevo tanto a lei!... Scusi, signor pittore... mi lasci piangere.

I due fanciulli mangiavano avidamente, ma mettevano sempre, fra un boccone e l'altro un punto di interrogazione.

La buona Mansueta se li condusse via coll'esca di due mele cotte nella cinigia.

Restammo soli, io, il vedovo e Baccio; soli e in un mestissimo silenzio non interrotto che dal crepito della lampada ad olio.

Ma Beppe si alzò di repente, e, piantatosi fra me e il campanaro, prese un atteggiamento che ci fece paura; un atteggiamento di rivolta e di sfida. Pareva Spartaco in abito di frustagno. E con voce concitata, rauca, affannosa, cominciò:

--Voglio parlare! bisogna che parli! il mio segreto mi bruccia nella strozza! Mi ascolti pazientemente, signorino, e tu, Baccio, stammi a sentire anche tu.

Si asciugò il sudore, tornò a sedere, si nascose la testa nelle mani, e continuò:

--La mia Gina a quindici anni era la più bella ragazza del paese, e la più buona. Tu, Baccio, lo puoi dire e lo può dire Mansueta e Don Luigi e tutti lo possono dire. Le nostre _baite_ erano vicine; mio padre e mia madre, suo padre e sua madre si davano del _tu_ fin da quando erano fanciulli alti come quei due poveretti che sono usciti testè...

Qui s'interuppe, e disse a bassa voce, quasi parlando a sè stesso:

--Perchè li abbiamo messi al mondo, perchè?

E, ringolfandosi nelle memorie, continuava:

--Ella veniva ogni mattina a distendere il fieno sull'aia che separava le nostre case; e cantava una canzonetta... che era il mio spuntare del sole.

Ti ricordi, Baccio, che bel giorno fu quello delle mie nozze con Gina? Sono passati undici anni. Il mio testimonio era quel galantuomo del signor De Emma. Come scampanavi di gusto, buon Baccio!...

Ed ora è morta e infracidisce nella sua cassa!... E sapete chi me l'ha uccisa? Quel cane di sindaco che morirà per le mie mani come è vero che ci sono Gesù e la Madonna e l'Eterno e lo Spirito Santo in paradiso.

A queste parole guardai Baccio in viso; egli aveva la bocca chiusa ermeticamente, e gli occhi spalancati oltre ogni umana possibilità. Tremava dalla testa ai piedi.

Beppe dilaniava un tovagliolo con dita convulse, e, senza accorgersene lo inzuppava di grosse lagrime intermittenti.

--Dio di bontà, esclamò Baccio, dando un crollo a tutta la sua zoppicante persona, è venuta la fine del mondo?

--La verrà e presto; sentirai. Parecchi già avevano avvertito la mia Gina che quel birbone la guardava con certi occhi, che so io, in un modo che non guardava le altre donne; ma la poveretta era così buona e così virtuosa che non le passava nemmeno pel capo che al mondo ci fosse gente capace di fare il male e tampoco di pensarlo. Egli intanto aveva preso l'abitudine di venir molto di frequente in casa nostra, ora con un pretesto or coll'altro; io era obbligato dalle mie facende a passar quasi l'intiera giornata sulla montagna, e i miei vecchi erano ingenui come la Gina, e, poi via.... erano vecchi. Alla sera, senza motivo alcuno, gironzolava di su e di giù davanti al nostro uscio.

Le cose andarono al punto che, un giorno, dopo la cena, poi che i vecchi e i ragazzi furono andati a dormire, la Gina, con una voce che non pareva la sua, e cercando quasi di non incontrare il mio sguardo, mi disse:

--Bebbe, ho bisogno di parlarti.

Me le sedetti vicino, presso il fuoco, ed ella, con quella voce sempre più diversa del solito, mi bisbigliò nell'orecchio, mettendomi un braccio intorno al collo:

--Ho paura del sindaco!

Io, che non mi ero accorto nè dubitava di nulla,

--Del sindaco, esclamai strabiliato; oh! che cosa ti gira per il capo, stasera?

Allora ella mi narrò, come quel cane di un signor Angelo De Boni la perseguitasse già da più di due mesi, seguendola e arrestandola per le campagne e pei boschi, trovandosi sempre sul suo passaggio, sorridendole con un'aria bestiale, e dicendole delle cose... delle cose di cui ella non capiva il significato, ma che le parevano _cose cattive, cose contro il timor di Dio_. E le diceva con voce dolce e rauca... e--aggiunse quella mia sventurata celandosi la faccia tra le mani--aveva tentato più volte di metterle le mani addosso!...

Credo che fosse un urlo quello che mi uscì dall'animo all'udir questa infamia; giacchè il mio marmocchio più piccolo si destò strillando, e sentii nell'altra camera il povero padre voltarsi sotto le coltri e mandar un sospirone affannoso come è usanza dei vecchi disturbati nel loro primo sonno.

Come il bimbo fu acquetato, presi pel braccio la Gina e ce ne venimmo insieme qui dal signor curato. Te ne ricordi, Baccio, fosti tu che venisti ad aprire, tutto meravigliato.

--Santi del paradiso! sclamò il campanaro, spalancando gli occhi e alzando le braccia; era per questo?!... Se me ne ricordo! ero appena tornato dalla fontana e stavo per andarmene a letto...

--E narraste la cosa a Don Luigi, interruppi a mia volta; e che vi consigliò Don Luigi?

Beppe si passò un'altra volta la mano sulla fronte.

--E che volete che mi consigliasse, mio buon signore? Prima diventò pallido, pallido, poi mi disse in tutta confidenza, guardandosi intorno come se avesse paura che i muri e i quadri lo potessero dire, mi disse che il Sindaco era un uomo capace di tutto; che bisognava usar prudenza: che Gina non uscisse mai dopo il cader del sole, che io facessi il possibile per non lasciarla troppo sola... che so io, tante altre cose mi disse. Ma in cielo era scritto ciò che era scritto!

Tuttavia le parole del signor curato mi avevano alquanto rassicurato, e rifacevo la strada verso casa con animo assai più leggiero, quando la Gina affrettò il passo stringendomi forte il braccio e quasi avvinghiandosi a me, come se avesse veduto il lupo.

Fosse stato il lupo, fosse stato l'orso!... non mi avrebbe messo maggior spavento. Spavento, dico? no, rabbia, stupore, ribrezzo; giacchè era lui, l'infame uomo, che aveva spiato i nostri passi, che ne aveva certamente indovinato il motivo, e da quel momento, lo giurerei in punto di morte, stabilì di affrettare la rovina della povera Gina e la mia.

Ci seguì, a pochi passi di distanza, fino sull'uscio.

Mentre io stavo aprendo adagio adagio per non svegliar la famiglia, ci passò dinanzi, sempre alquanto lontano, e intonò zufolando l'aria di una canzone oscena, come per cimentarmi, che so io, per farmi perdere la testa del tutto.

Qual notte fu quella! Il sonno che a mia memoria non mi aveva mancato mai, tranne che nell'ultimo mese che precedette le mie nozze (ma quelle erano veglie che non darei ancora adesso per tutto l'oro del mondo) non voleva saperne ad ogni costo di venire a togliermi la febbre che mi ardeva. La povera tosa, che capiva il mio turbamento, benchè me ne stessi zitto, faceva mostra di dormire; ma io mi accorgeva che vegliava e che il suo cuore batteva come il mio. Essere angosciati, e allo scuro, e non poter muoversi, non so se l'abbiate provato anche voi, è una cosa a cui Dio non dovrebbe condannare una povera creatura. Come la disgrazia diventa più grossa, come il buio somiglia più buio e pieno di diavolerie e come sembra di aver sullo stomaco una pietra da mulino!...

Che cosa ho mai fatto, andavo arrovellandomi dentro di me, che cosa ho mai fatto di male per meritarmi questa tribulazione? Ho lavorato fin da piccino come una bestia da soma, non ho mai torto un capello a nessuno, non ho mai, mai mancato di rispetto ai miei vecchi, ho voluto bene alla Gina, onestamente, e l'ho sposata da onest'uomo; ho cercato di tirar su il meglio possibile i figli che la Provvidenza mi ha dato... perchè ci deve essere un cane?... E, sentendomi serrarsi i pugni e affogarmi della voglia di bestemmiare, domandavo scusa al Signore e facevo voto di starmene cheto ed anche.....anche di perdonare.....--ma..... perdonare..... purchè, purchè..... e il pensiero che colui potesse toccar, fosse con un dito anche, soltanto un lembo di una manica di Gina, mi faceva ribollir il sangue daccapo! E le parole del signor curato che poco prima pareva mi avessero un po' sollevato, allora mi suonavano all'orecchio con un effetto del tutto diverso. «È un uomo capace di tutto!» Che tutto? Tremavo, e gelavo e bollivo. E se Gina non mi avesse detto le cose che a metà?... Infelicissimo uomo!... Nessun pennello, nessuna penna avrebbe potuto ritrarre l'indefinibilmente profonda espressione di dolore e di rabbia, di abbattimento e di energia che in quel momento appariva in quella faccia smunta su cui le lagrime non scorrevano più.

Io e Baccio attoniti, rattenendo il respiro, non battendo ciglio, lo guardavamo immobili e atterrati ugualmente; egli, semi-idiota e vecchio montanaro, ed io non montanaro, non semi-idiota e non vecchio, affratellati da due sentimenti di pietà che nella bilancia di Dio certo avrebbero pesato lo stesso.