Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia

Part 6

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Per giustificare ancor meglio quella febbrile curiosità, mi basterà dire (avrei veramente dovuto dirlo prima) che quel mattino stesso quattro carrozze da posta portanti il misterioso signor De Emma, la sua famiglia e uno stuolo numeroso di servidorame erano trionfalmente entrate per la via principale, facendo traballar le imposte delle case e più ancora la fantasia dei loro abitanti.

Momento solenne! Il piccolo cancelliere allungava il collo, si palpava le braccia, spirava tenerezza e beatitudine da tutti i pori, dileguava come un sorbetto; il fabbriciero cacciava fuori dell'orbita due occhi vischiosi che somigliavano due pallottole di amatista, e non s'accorgeva d'aver in mano la scatola da cinque minuti e che metà del tabacco era andato ad asciugare i liquidi di cui era costellato il pavimento. Anche il maestro che aveva appena mostrato di prestar attenzione al bello stile del magistrato, si era degnato di avvicinare la sedia, e, guardando al soffitto per non aver l'aria di un gonzo metteva negli orecchi tutto l'acume di cui privava le pupille. La partita al bigliardo si era interrotta; il bell'Ernesto, colla stecca fra le gambe e un mozzicone di zigaro spento in un angolo della bocca si era abbassato al livello della attenzione di quei _provinciali_; la padrona del negozio si asciugava il sudore...

Il signor Intendente gongolava, gongolava....

XI.

Ed io?...

Io vorrei che la vostra curiosità, lettori, somigliasse, anche solo in diciottesimo, quella che mi faceva immobile sotto la cappa del camino, quando Bazzetta fu arrivato a questo punto della sua narrazione. La mia vanità di romanziere ne sarebbe più che solleticata,

Ma io e voi siamo meno fortunati, assai meno fortunati degli uditori del signor Intendente, i quali dopo aver aspettato per bene che egli delibasse il suo trionfo, facendoli languire a fuoco lento, alla perfine seppero quanto volevano sapere senza che nessun Baccio e nessun medico venisse a frapporsi e a troncar sul più bello la storia. Facciamo di necessità virtù, e vediamo che cosa succede di nuovo al presbiterio.

La notte (ve lo potete imaginare) era già di molto avanzata, quando, durante una meditata pausa del mio novelliere, ci giunse attraverso il giardino il suono ben distinto del passo di una cavalcatura.

--Il dottore! sclamò Bazzetta. e, vuotato d'un fiato un altro bicchiere, s'alzò, scosse dalla giubba le ceneri della pipa e si avviò verso la porta. Nel tempo stesso Baccio picchiava colle sue dita nocchiute contro i vetri della finestra da cui la sua figura traspariva lunga lunga, per il riflesso della lampada e l'oscurità della notte.

Uscii per la porticina che Bazzetta si era affrettato ad aprire, la quale metteva nell'orto attiguo al giardino, il quale orto fiancheggiava il presbiterio dal lato opposto alla chiesa. Da quello un'altra uscita sì apriva sulla strada dei monti.

Allora mi si presentò una figura, o meglio due figure che ne facevano una sola, degna della matita di Goya o della penna di Hoffman. Immaginatevi un uomo alto quasi tre metri e una rozza lunga più di quattro; sottili, allampanati, e cavallo e cavaliere, come due candele poste in croce, e il grottesco profilo del famoso _cavaliere dalla trista figura_, vi parrà al confronto, una immagine di quasi greca bellezza..

--I miei rispetti, signor dottore, disse il farmacista toccandosi il cappello, e aiutando il mio più che don Chisciotte a disbrigarsi dalle staffe e a smontare. Ella era già a letto mi immagino; io non volevo che la disturbassero; come vede, vegliavo io, e giacchè trattasi delle solite bagatelle....

--Eh, interruppe il medico con una voce timbrata e sonora, e bella come poche ne intesi in mia vita, sono abituato a queste passeggiate notturne. Fanno bene all'anima e al corpo. E come va ora Don Luigi?

Attaccato, così dicendo, il cavallo ad una inferriata, si avviò, come pratico della casa, verso la scaletta per dove si saliva alle camere del curato. Ma Bazzetta gli precluse il cammino e, presolo dolcemente per un braccio, lo trascinò verso un angolo della cucina e gli si pose a parlare a bassa voce, gesticolando con molta energia (ne avea vuotate delle bottiglie!) e, non dubito, sforzandosi, con una diagnosi delle più scrupolose, di scongiurare le tanto paventate cacciate di sangue. Così ebbi agio di considerar per bene la figura stranissima del medico.

Dissi stranissima; ma in questo caso la parola va presa nel suo senso più artistico e più nobile, giacchè, una volta diviso dalla sua rozza, quell'uomo presentava un aspetto le mille miglia lontano dal ricordare l'eroe di Cervantes.

Calvo come un ginocchio, con due sole ciocche di capelli grigi, nascenti poco più in su delle orecchie e cadenti su quelle come due pezzuole bagnate, pareva che egli illuminasse gli oggetti intorno a sè col raggio della fronte vastissima nella quale le protuberanze che accusano l'istinto della meditazione assumevano quasi le proporzioni di una difettuosità. I suoi occhi nerissimi sembravano voler far dei pertugi nelle pareti; portava due baffi grigi anch'essi, folti e corti, e un pizzo quasi bianco del tutto, lunghissimo e aguzzo come un'ala di rondine. Vestiva semplicemente: ma in quella semplicità traspariva alcunchè di ricercato che tradiva la presenza di una donna amorosa alla sua toletta. Era un gentiluomo campagnuolo sotto le spoglie di un discepolo di Esculapio.

--Sono intirizzito, Baccio, e poichè Don Luigi dorme ancora, una fiammata mi farebbe bene.

--Subito, rispose il campanaro, ma prima vado a mettere in stalla quella povera bestia che è là fuori. La conosco da un pezzo; se le rientra il sudore la vi ha la tosse per quindici giorni.

Il dottore lo lasciò uscire, e, senza darsi pensiero alcuno di quella strana precedenza data alla sua bestia da Baccio, andò ai fornelli, ne tolse di sotto una fascina, la gettò sul fuoco e, voltogli il dorso, e spalancate le gambe, prese di buon grado la tazza di vino presentatagli da Bazzetta.

Il quale, passandomi vicino, mi gettò all'orecchio queste parole:

--A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi raccomando.

--Vi pare? ho promesso e vi basti.

--Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si diverte ad andare attorno a _ritrattare_ le montagne, sicuro; un signore di Milano. Di Milano, non è vero?

Il lungo dottore si inchinò col miglior garbo del mondo.

Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e sconvolta di Mansueta.

La poveretta aveva finto di obbedire all'ordine pietoso del farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti,--e veniva ad avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza del medico e che era pronto a riceverlo.

Si salì tosto, i due della scienza in capo fila, io, Mansueta e Baccio dietro, sulla punta dei piedi e rattenendo il respiro.

Dal fondo della camera dove mi arrestai per non disturbare la visita, l'aspetto del buon curato mi apparve assai più calmo e riposato che non fosse l'ultima volta che lo avevo veduto. Egli era sul letto, meno coricato che seduto, appoggiando il dorso su tre ampi cuscini. colle braccia distese lungo il corpo, fuori della coltre, arrivandogli questa, stretta e distesa, alla metà del petto soltanto. Cosa non comune per un vecchio, nessuna benda o berretta gli cingeva la testa; la sua canizie riposava liberamente sul capezzale.

Ci mandò un sorriso collettivo, e stese la mano al dottore, il quale, con mia meraviglia somma e somma dolcezza, chinò il bel capo e baciolla. Allora vi fu uno scambio di sguardi che non dimenticherò mai. Quello di Don Luigi pareva dire:

«Voi sapete come e perchè!»

E quello del medico, corrucciato prima terribilmente, poscia d'un subito rassegnato:

«Pur troppo!»

Que' due sguardi racchiudevano tutto un dramma.

XII.

E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero bisogno.

La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffè di Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro, isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi, fondendosi, come un _imbroglio_ degno delle più romantiche _giornate_ uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.

Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone. Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini, alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo, fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali, faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.

Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a una raccomandazione di aver pazienza.

Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle, una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.

M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera Gina.

Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un carnevale di rime!

Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.

--Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando, il mobiglio.

--Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.

--Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?....

--Eh! Come non lo sapete? Il signor medico..... quello che ho condotto a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,--voi non ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito..... non potevate tener gli occhi aperti,--e che la veniva a rovesci, si è deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.

Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto, nell'innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell'ombra, mi trovava in faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era carpito il denaro del biglietto d'ingresso! Addio curiosità, addio interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava d'innanzi!

Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio mi fe' volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa voce al campanaro, a due passi dalla finestra.

--Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre parlargli, di' «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il perchè.... è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo intesi.

Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:

--Va bene.

Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile drammaturgo, il piacere di una sorpresa,--e,--briccone!--non tanto per procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighetto _extra machina_, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del tuo racconto.

--Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.

--Manca il signor dottore.

--Ci sono.

Il signor De Emma entrò e sedemmo.

Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in quella mezz'ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la sera.

Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d'aria, e visitar poi la sua farmacia dove,

--Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla meglio.

--Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.

--Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!»

Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente potè sfuggire a Bazzetta, imagiginatevi voi che cosa dicesse.

Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l'erba bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e lucide come cristallo.

--Ah! me n'ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c'è il funerale di quella povera creatura!

E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava una lunga processione davanti a cui s'alzava pencolando ora a destra ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.

--Converrà ch'io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli paesi bisogna conformarsi..... e poi... il vedovo mi deve una somma rotondettina,--sei mesi di malattia,--coglierebbe il pretesto della mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete tralasciare....

--No, no, vi tengo compagnia.

--Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in coda.

Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.

Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall'altra, davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come fa chi cammina dopo aver troppo bevuto.

Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,--e sudava come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio coll'aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle gobbe ch'io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni età, d'ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua e là l'era e non l'era. Salmodiavano, spalancando enormemente la bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i quali probabilmente avean comprata o ereditata quell'uniforme medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la sorreggevano dandosi l'aria di non parere, appoggiando una mano sull'anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco cavalleresco.

Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai lati del quale scorgevansi delle figure dipinte circondate da fregi ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero cadavere disteso.

Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime; non sanno che lasciar crescere l'erba selvatica sulle loro fosse senza cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da sotterra.

Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi dell'ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia pensierosa e profonda.

L'umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone, era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù delle solite del calendario.

La bara deposta, i _Fratelli_, divisi in due schiere, andarono ad uno ad uno a collocarsi dietro l'altar maggiore. Tutti gli altri si gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don Sebastiano uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti, che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro giungevano gli _ora pro ea_, or gutturali or in tono sostenuto, a uguali intervalli.

Uno sprazzo di pallida luce illuminò d'improvviso un angolo della chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce, non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che lo sosteneva.

Un sordo mormorìo, come s'ode nella foresta quando una corrente d'acqua è vicina, era corso da un capo all'altro di quella folla inginocchiata.

--È il marito della povera morta, mi disse all'orecchio Bazzetta.

In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di quell'uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti, l'onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.

Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:

--Che cosa vi ha detto quell'infelice?

--Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo strapparlo da quella scena.... Va via, mi ha detto, come a un cane!

Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella chiesa. La costeggiai, per non dar nell'occhio a nessuno, e vi rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per commettere un delitto--dalla porticina da cui era apparso il vedovo.

Quale scena, gran Dio!

Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto da rantoli e da singhiozzi:

--Oh! per l'amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete... ho pensato tutta notte che mi sarei gettato anch'io dentro nella fossa e l'avrei abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne avrebbero potuto strappar fuori...--Don Sebastiano! per carità... ditemi voi qualche cosa... voi che l'avete bagnata adesso coll'acqua benedetta... perdo la testa; vedo la chiesa, la santa chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire... lo sapete anche voi, non posso morire... i bambini, i poveri disgraziati... tre!... li ho mandati sulla montagna... non sanno niente... quando torneranno a casa!... O povero me!... aiutatemi, per carità, lasciatemi sentire questo odore d'incenso che mi va al cuore... ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra...

Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate da una convulsione spasmodica.

Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci, queste parole: