Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia

Part 3

Chapter 3 3,749 words Public domain Markdown

Intorno, candelabri di metallo pulito, lanterne da processione infisse sopra bastoni di color rosso già sbiadito verso le estremità dal sudore delle mani dei _confratelli_; crocifissi pure di metallo--allampanati, portanti al congiungimento delle due aste una specie di rosa fatta di raggi in ottone invece del Cristo. Tuttociò, disposto in ordine di battaglia sul pavimento, pareva allacciato, come da serpi di argento, dalle catenelle sottili dei turiboli. Un armadio gigantesco sorgeva contro il muro: le imposte ne erano spalancate. Vi pendeva tutta una famiglia di abiti sacerdotali, camicie, cotte, stole: guardando da lontano somigliavano una fila di preti appiccati. Un grosso messale antico mi tentò; l'apersi, e lessi in lettere rosse intercalate a lettere nere: _Breviarium Romanum ex decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. PII V. Pontificis Maximi jussu Editum, Clementis VIII et Urbani VIII. Auctoritate recognitum in quo Officia novissima sanatorum accurate sunt disposita. Venetiis, MDCCXXVII. Apud Nicolaum Pezzana_. Una di quelle vecchie edizioni logore e belle che fanno pensare. Quasi a ogni pagina erano mazzetti di rose disseccate che avevano colorato leggermente all'ingiro i caratteri, e mescolato il loro profumo di un giorno a quello eterno del libro.

Dietro una stia piena di galline chioccianti e su cui stavano sparpagliati una infinità di sacchetti e di cartocci di semi, portanti il nome della specie scritto su cartoline appese al collo, a mo' di decorazioni, s'innalzava appoggiata al muro una immensa tela oblunga;--ai suoi lati drappeggiavano quattro bandiere tricolori circondanti colle loro pieghe le lettere cubitali, di color giallo, imitante l'oro, che dicevano: _Viva lo Statuto_. Quel _viva_ però pareva fosse stato esposto alla pioggia tutto solo, tanto era sbiadito in confronto del resto del dipinto; come se il curato a imitazione degli auguri romani, lo avesse qualche volta esposto sulla porta della chiesa, senza altre parole al suo seguito, per celebrare la festa del Dio ignoto. Mi avvicinai, e scorsi sul secondo _v_ le impronte evidenti di una raschiatura; per poco che un'unghia fosse passata di nuovo lassù, si sarebbe letto un _via_ invece di leggere un _viva._ Ciò mi fece pensare alla parete d'un seminario, su quelle stesse montagne, dove avevo ammirato quest'altra iscrizione epigramma balordo di sanfedisti:_ Stat ut 0_ (sta come zero).

I lettori vedranno in seguito come io fossi in errore, cedendo in quel momento, davanti a quel _v_ nebuloso, a un dubbio poco lusinghiero verso il vecchio curato, e più ancora verso il giovanile entusiasmo che mi aveva così repentinamente animato verso di lui. Però l'ingiusto pensiero non durò che un minuto. Riapersi il Breviario; mi parve di vedervi specchiato il bel viso dell'uomo che vi leggeva il paradiso attraverso le rose, e giurai a me stesso che era impossibile ch'egli fosse un nemico della patria.

VII.

Nulla di più pittoresco di quel sagrato. A un'altezza considerevole dalla campagna circostante, leggermente inclinato verso il villaggio, quasi per invitarne gli abitanti a salire, era coperto per metà da un'erba fitta ed uguale; l'altra metà era formata da una lunga scalinata a gradini bassi e lunghi di marmo bianco, levigatissimo. Un muricciuolo girava tutto all'intorno; in esso erano praticati de' sedili, e vi pioveva ombrie profonde una fila di castagni piantati all'infuori, a distanza ineguali.

Salii verso la chiesa, da cui uscivano, miste al brontolìo della folla accalcata che giungeva fin quasi alla metà della scalinata, le cantilene sacerdotali. Al mio giungere, tutti quei visi abbronzati, tutte quelle nuche piatte e arruffate, fecero una evoluzione per la quale mi vidi addosso cent'occhi che mi guardavano meravigliati come all'aspetto di una bestia feroce.

Mi inoltrai con molta disinvoltura, urtando a destra e a manca, finchè, giunto sotto il pronao, m'avvidi che il proseguire era impresa impossibile. Mi alzai sulla punta dei piedi per vedere l'altare; memore ancora delle messe udite in compagnia di mia madre, m'accorsi di essere giunto in tempo, la messa era ancora _buona; il libro non era ancora voltato_. Il curato che ravvisai alla sua corona di capelli bianchi, era circondato da due preti, meno vecchi assai di lui, a giudicarne dalle cuticagne, una fulva, l'altra nera ma che avevano un punto di strana rassomiglianza nelle chieriche, di ampiezza fenomenale; le avresti dette due ostie appiccicate alle chiome. La turba era ginocchioni; gli uomini a destra, le donne a sinistra; il solo Baccio era in piedi, aggirandosi a capo chino per veder dove mettere il passo, in su ed in giù, scavalcando i fanciulli appiccicati alle gonne e alle giubbe, scotendo sommessamente la borsa dell'elemosina in cima ad una lunghissima canna che si piegava mollemente ad ogni scrollo.

Egli faceva il suo mestiere di scaccino con uno zelo ammirabile; la borsa compiva dei giri miracolosi; una grossa mano non aveva finito di alzarsi da una parte e deporvi l'obolo, che ne vedevi un'altra affrettarsi a far lo stesso dal lato opposto della chiesa. A volte, invece di scendere fra le teste, la borsa vi cadeva su: allora, chi si sentiva chiamato alla carità con così eloquente linguaggio, la faceva con gesto men devoto, e la moneta, cadendo, dava un suono più forte. Avvicinatosi alla porta, il campanaro s'accorse della mia presenza, e, allargandosi a furia di gomiti la via, in un istante mi fu vicino.

--Venga con me, mi disse, le ho preparato un posto in cantoria, proprio accanto all'organista.

E, tirata fuori una chiave e aperta una porticina quasi invisibile, mi precedette al buio su di una scala di legno che scricchiolava.

Nelle chiese di campagna il privilegio di assistere alle cerimonie dalla cantoria stabilisce in chi lo gode una superiorità fra le più invidiate. È una specie di titolo gentilizio; è il diritto d'_immagini_ dei romani. Non sogni d'ambirlo chi lavora la terra, o chi pascola il gregge, nelle arti lo ottengono, a volte, il fabbro ed il falegname perchè membri quasi indispensabili della fabbriceria cui somministrano _gratis_ pali e chiodi per l'apparato delle processioni; nel commercio, l'alto soltanto: lo speziale ed il droghiere, che formano una sola persona le nove volte su dieci.

Questa gente alla festa, fende con disinvolta alterezza la folla e sale lassù come a una regia, i villani danno il passo, e poi guardano i fortunati dal basso sgangherando la bocca al canto con compunta umiltà.

Al mio arrivo l'organista intonava allegramente il _gloria in excelsis_ menando le gambe e le braccia, e tenendo fissa la faccia allo specchietto inclinato in cui si rifletteva l'altare.

Era un vecchierello sottile, con un collo enorme. Non immaginatevi che io sia per descrivervi ciò che supposi esistesse disotto a quella cravatta nera: il mio realismo non giunge sin là. Solo vi dirò che quella cravatta, sciolta da quel collo, non avrebbe misurato meno della lunghezza della cantoria.

Dalla formidabile fasciatura che somigliava un imbuto incatramato sbucavano quasi paurosi un mento aguzzo ed un naso aquilino, tenuti insieme da una pelle color di dattero maturo. La piccola testa sparuta dondolava seguendo il ritmo musicale, coll'aria ingenuamente burlona dei chinesi di porcellana.

Accanto all'organista sedevano due sole notabilità: una figura lunga lunga, di faccia scura con un grosso libro di divozione a caratteri cubitali appoggiato sulle ginocchia. La faccia dell'altro non aveva nulla che si prestasse all'analisi. Una certa pretesa borghese appariva nell'abito festivo del farmacista (giacchè non ho nessuna ragione per indugiare a dirvi che il piccolo uomo rossiccio era il farmacista); mentre l'altro vestiva un giubbone di stoffa grossolana pulita, è vero, ma uguale nel resto a quelle degli umili montanari.

Poichè m'ebbero per bene investigato, susurrandosi non so che cosa all'orecchio, si posero a parlare a voce men bassa. Mi pare che riprendessero una conversazione troncata al mio arrivo.

--Vi dico che a me non la fanno, e che non occorre aver studiato il latino per provar che due e due fanno quattro.

--Scusi, signor sindaco, rispondeva il farmacista, non ho mica detto il contrario; benchè, quanto al latino, mi possa permettere di osservare che è una gran bella cosa l'averlo studiato. Ma....

--Non ci son ma, signor Bazzetta carissimo; quel che è del comune è del comune, e quel che è della chiesa è della chiesa,

--Mi permetta un esempio. Si ricorda del paretaio di Bernardino, alle quattro croci? Ebbene, per qual ragione ne è il proprietario? Perchè da oltre quarant'anni il proprietario vero, essendo lontano, lo aveva lasciato senza volerlo e senza saperlo nel godimento di quella terra; quando volle rivendicarla, si trovò che ne aveva perduto il diritto.

--Uh, disse il sindaco, se Bernardino avesse avuto a fare con me,--vorrei vederli adesso chi li mangerebbe i tordi del suo paretaio.

--Eppure, signor sindaco, è la legge che parla, e contro la legge...

--Una delle due: o Don Luigi cede alle buone o sacram...

Il campanello dell'elevazione gli tappò la parola in bocca.

I due interlocutori s'inginocchiarono e si diedero a battersi il petto. Il sindaco con colpi sonori, il farmacista accennandoli appena.

La musica che a questo punto della messa è fissato debba essere malinconica era diventata, sotto le dita dell'organista che vi ho descritto un trillo di due note che continuarono senza mutare, finchè il curato ebbe spalancate le braccia.

Allora, dato un rapido mutamento agli indici, il patetico suonatore s'incurvò sulla tastiera, alzò i ginocchi, alzò le braccia e trombe e tromboni rimbombarono come uno scoppio di tuono.

Il sindaco che già si era rimesso a sedere, diè un balzo, e:

--Maledettissimo, disse, quando volete fare di queste cannonate, almeno avvisatemi prima.

L'organista volse il capo, e, certo che alcuno gli aveva parlato, e non avendo inteso a che soggetto rispose con un sorriso pieno di ringraziamenti.

La conversazione riprese con questa domanda del sindaco:

--Oggi, m'imagino, sarete invitato a pranzo.

--Per l'appunto, signor sindaco, è d'abitudine tutte le solennità.

--Senza contar gli altri giorni, soggiunse il primo con accento iroso. E seguitò:

--Ebbene ci sarò anch'io, non a pranzo, perchè sto bene a casa mia, e poi..... perchè io non sono invitato; bisogna sapere il latino per essere invitati. Ma fa lo stesso, ci sarò anch'io, vi dico, e mi sentirete a parlare.

--Via, via, ve la prendete in un modo! che vi importa mai di quei quattro palmi di prato?

--Faccio l'interesse del Comune, io. Sono o non sono il sindaco? È mio dovere. Non ho mica paura dei preti! Eh, eh, mio padre, come mi vedete, ai tempi di Napoleone, in Ispagna ne ha strozzato mezza dozzina.

--Per amor del cielo, signor sindaco...... la prudenza è la prima qualità che.....

--Mi sentirete a parlare. Sono contento che siate testimonio anche voi. Domani siete in libertà? Venite a pranzo da me; alla buona, ma.... almeno senza, latino.

--Non mancherò, signor sindaco.

--Sono figlio di un militare, e sacr.... fortezza ci vuole....

--Per l'appunto. _Fortiter et_.....

Troncò la citazione come l'altro aveva troncato a metà la bestemmia, ripiegò dicendo: Fortezza, fortezza: è la prima qualità ch'io stimo negli uomini.

La messa era arrivata al _Domine non sum dignus_. L'organista infrenava i suoi tromboni e lasciava smorire la sua vena musicale in un belato di voce umana.

Le ultime parole dello speziale risuonarono nei silenzioso raccoglimento della Comunione e fecero rivoltare tutto l'uditorio.

--Silenzio, diss'egli stizzito al sindaco, mi fate parere ridicolo.

--To' è lui!..... borbottò l'altro,--poi ripigliando senz'altro il filo del suo ragionamento che malgrado l'interruzione aveva continuato a dipanarsi nel suo capo bernoccoluto:

--Eppoi sentite; la prescrizione non corre perchè il titolo è precario e to', mi hanno detto, sono sicuro che, per essere latino, dovrà persuadervi: _non currit præscriptio contra_.....

--_Non currit præscriptio contra non valentem agere_, suggerì dolcemente l'organista che, ai suoi bei tempi, aveva fatto lo scrivano di notaio.

Il Sindaco si volse brusco brusco e con uno sguardo bieco stereotipò sul viso tondo dell'omacciolo il suo ebete sorriso.

--A momenti, brontolò, gli faccio perder io il latino col vizio di orecchiare.

L'altro che s'era drizzato in fretta sul suo scannetto lasciò per darsi contegno ruzzolare la mano sui tasti acuti facendone sprigionare una gamma ascendente di squittii di quaglie innamorate.

--Ve l'ho detto io d'usar prudenza? ammonì il signor Bazzetta.

Suonava dall'altare l'ultimo _Dominus vobiscum_, E dalla porta socchiusa dai più impazienti penetrava nella chiesa con un raggio di sole, un respiro di ilarità, di vivace, di festoso risveglio.

--_Ite missa est_.

Le bianche pezzuole si rizzavano e qualche testolina si volgeva e qualche occhietto saettava sguardi curiosi in mezzo alla folla degli uomini assiepati sul limitare.

Poi tutti uscivano con grande scalpiccio.

E uscii anch'io e mi posi all'ombra delle querele per fare la mia presentazione, per dirla in istile di pergamena «agli uomini,--ed anche alle donne,--dell'_oppido_ di Sulzena».

Pare che la cosa seguisse con scambievole soddisfazione. Io fui contento di alcune donnine che vidi,--esse di essere vedute: e gli uomini nella loro ingenuità montanina guardavano amorosamente con aria di benevola simpatia il corno portentoso che tenevo in mano e che ostentavo con una certa vanità.

VIII.

Pochi momenti dopo, la voce del sindaco e del farmacista risuonava dietro il muro del giardino parrocchiale, in cui dopo la messa, mi ero venuto a sedere per liberarmi alquanto i polmoni dall'afa dell'incenso.

Il sindaco diceva:

--Vado a casa a prendere un libro dove si prova, come due e due fanno quattro, che la terra della carbonaia era del Comune e deve ritornare al Comune. Ci dò un'occhiata ancora, mentre voi pranzate e in quattro salti sono qui. Siamo intesi?

--Intesi? Di che? Oh! io non c'entro, io! Ne ho abbastanza delle noie della farmacia, perchè cacci le mani negli impiastri degli altri. Me le lavo io, le mani, quando esco dalla bottega.....

--Ma non mi prometteste di venir a pranzo domani?

--Questo è un altro paio di maniche, e ci verrò senza dubbio, a pranzo. Anzi, dite pure a Brigida che, o manzo o vitello o pollo che sia, aspetti me per mettere al fuoco. Vi farò, caro sindaco, un piatticello....

--Allora ordinerò di uccidere un pollo.

--Un'anitra varrebbe meglio.

--Vada per l'anitra.

--Giovincellina.... se è possibile......

--Faremo una scorpacciata, e poi vi dirò che razza di curato......

--Tacete!.... A quattrocchi si può emettere un parere; ma qui, in mezzo alla strada, sulla sua porta..

--Che porta! Non ho paura io delle cocolle.

--Io sono amico di Don Luigi.....

--E di me non lo siete forse?....

--Amico di tutto il mondo; ma..... capite, oggi pranzo qui, domani pranzo da voi e il quassio e il tamarindo per farvi digerire lo do a tutti due.

--A rivederci; e ne sentirete delle belle.

--Mi raccomando.... giovincellina!.....

Uno scricchiolio non lontano mi fe' volgere il capo; era il signor Bazzetta che entrava dal cancello. Vedendomi, parve turbarsi un po', e, toccato il largo cappello di feltro, fece per tornare sui proprii passi. Ma era troppo tardi; io gli rivolsi la parola:

--Signor farmacista, gli dissi, permettete che, in assenza del signor curato, io vi faccia gli onori di casa. Gli amici degli amici sono amici,--voi conoscete il proverbio,--e poichè (appoggiai su queste parole) voi siete amico di Don Luigi come lo sono io.... Il farmacista mi guardava con occhio scrutatore. La sua faccia che in cantoria non mi aveva fatto nessuna impressione, ora mi appariva improntata di una intelligenza, di un acume che traspariva da tutti i pori. Due occhietti grigi, un naso aquilino, due baffetti ed un pizzo di un colore impossibile fra il biondo e il grigio evidentemente resi così mercè qualche apparato chimico, i capelli appiccicati alle tempia, volti in avanti, divisi da una dirizzatura inappuntabile. Una certa ricercatezza nel vestire: stoffa alla buona ma di una tinta, come dire? _coquette_,--la camicia bianchissima, stirata alla perfezione; il colletto all'_inglese_, e i polsini a buffetti uscenti vezzosamente di un paio d'oncie fuor delle maniche.

Quand'ebbi finito, si avvicinò, mi stese la mano, ch'io strinsi e mi disse:

--Un amico di città? Ma, scusi sa, come può essere, se don Luigi, da vent'anni non si è mosso dal paese?

--Il tempo non è sempre indispensabile alle amicizie; voi, che siete amico di tutti, come mi pare di avervi udito dire testè, lo dovete sapere....

--Ah! il signore ha udito il discorso?.....

--Sì, signor Bazzetta, qui e in cantoria.

Come il lettore vede, il piccolo mistero di cui mi aveva messo a parte la collerica eloquenza del sindaco destava in modo sommo la mia curiosità. L'aspetto da energumeno del nemico del vecchio curato, il parlar sibillino del suo convitato mi facevano intravedere il filo probabile di una congiura che la mia stima per don Luigi mi persuadeva ingiusta e malvagia e che forse il caso e la fortuna mi potevano dar di sventare.

Mi fissò nuovamente, parve riflettere, poi prendendo una rosa che pendeva lì vicino e fiutandola:

--Che lusso di fiori, disse sbadatamente, e, abbandonato il ramo che rimbalzò a raggiungere il cespo, continuò:

--Che taccola quel sindaco; uh! quando comincia a far danzare la lingua, non smetterebbe più; è una pioggia d'ottobre; è la mia morte quell'uomo. Alla messa, in piazza, nella farmacia, dappertutto, la sente la sua voce. E dover far finta di prenderci gusto! Chè, altrimenti guai! Ha un carattere..... basta.... le sono seccaggini; pene e tormenti, inerenti alla vita di campagna.

--Pare, interruppi, che oggi avesse qualche grave affare pel capo.

--Lo so io? rispose Bazzetta animandosi; lo so io? Mi colga malanno se ho capito una parola di tutto il suo discorso. Non ha veduto? Dondolavo il capo, tanto per dargli ad intendere che la ascoltavo, e più di qualche monosillabo così _pro forma_, come si suol dire, non ho risposto nè bianco nè nero.

--Gli consigliaste la prudenza, se non ho male inteso. Trattasi dunque di cosa in cui è presumibile ch'egli possa dimenticarla, la prudenza?

--È un affare che s'agita da un gran pezzo.

Il curato possiede un campicello; un prato, per dir meglio, ombreggiato da una gran quercia. Son pochi metri di terra che non valgono due scudi, tanto più che il curato li lascia incolti, permettendo che vi raccolgano l'erba e le ghiande gli accattoni delle montagne. Però, il perchè lo ignoro, predilige quel luogo stranamente. Ci va, benchè la salita sia molto erta, quasi tutti i giorni, al tramonto, e vi resta a leggere un libro, sempre quello, da venti anni in qua. Or son pochi mesi, essendo obligato da tempo a star a letto per una febbre ostinata, un bel giorno, dopo aver molto e molto sospirato, gli venne la fantasia di farsi vestire e trasportar da Baccio fino lassù, sotto la sua quercia. Il giorno dopo era guarito. Ebbene, il Sindaco, col pretesto che quella poca terra è necessaria per farvi passare una viuzza, secondo lui indispensabile, vuole e pretende che Don Luigi la ceda al Comune, vantando non so quali diritti. Per me, ripeto, amico di tutti e farmacista di tutto il mondo, e così messer Iddio lo volesse.--Che ne dice?

--E credete che il sindaco riescirà?

--Eh! se ci si mette.... ha le autorità dalla sua.... ha influenze.... acqua in bocca..... ecco don Luigi; facciamo sembiante di nulla. Il curato infatti ci veniva incontro pel viale di mezzo, tutto sorridente, e spalancando le braccia. Avute le mie congratulazioni per la cameretta, pel giardino e per la chiesa, don Luigi si rivolse al farmacista che accendeva una lunga pipa di schiuma e:

--Caro Bazzetta, gli disse amichevolmente, avete data un'occhiata in cucina? Come vedete, oggi il pranzo è proprio di gala; bisogna farsi onore.

--Non dubitate, reverendo, rispose l'altro toccandosi il cappello e inchinandosi burlescamente: ho già impartite le ordinazioncine; ora tocca alla Mansueta ed a Baccio; però un'altra occhiatinina può giovare. Ci vado.

Quando il farmacista fu partito, don Luigi mi stese nuovamente la mano, e stringendo con effusione la mia, mi invitò a sedere sul banco di pietra.

--Mi sembrate preoccupato, disse guardandomi in faccia dopo uno scambio di parole che era durato una diecina di minuti. Ditemi, per carità, che cosa vi ha tolto la ciera contenta di ieri sera? avete dormito male? vi è nata qualche contrarietà? parlatemi come a un vecchio amico, mio caro, giacchè voi siete già tale per me...

--Preoccupato, risposi, oh! no, davvero! È questa lieta novità di spettacolo che mi distrae: ho dormito a meraviglia, ho visto dei soggetti di pittura magnifici, tutto mi sorride e mi piace, sono vostro in corpo ed anima, e vi avverto, don Luigi, che il giorno di lasciar questa casa non è molto vicino.

--E se occorresse barricarla, per allontanarlo di più, son io quello che la muterei in fortezza, sclamò il curato, a cui il lettore s'accorgerà che io non avevo detta tutta intiera la verità.

I miei occhi non potevano togliersi da una macchia di castagni sovrastante al giardino, sotto la quale, da cinque minuti, era venuto a sedersi il terribile sindaco, armato di un grosso volume nero nero, e seguito da un figuro che la lontananza non mi permetteva di ben definire. Nella posa di quei due uomini raggomitolati sotto quelle fronde, v'era un non so che di truce, di misterioso, che mi sgomentava. La testa del sindaco, china sul libro, seguiva affannosamente la mano dell'altro che pareva leggesse; e di tanto in tanto si alzava verso il presbiterio, ed erano allora due pugni chiusi che si appuntavano nella stessa direzione.

Per quanto mi fosse doloroso il togliere don Luigi alla sua calma allegria, non potei resistere al bisogno, che mi pareva dovere, di additargli quello strano gruppo, pur tacendo delle cose udite in cantoria.

--Don Luigi, gli dissi, studiano molto le vostre pecorelle. Guardate lassù quelle due: si direbbero studenti di Università alla vigilia degli esami.

Il povero vecchio alzò gli occhi, guardò, ravvisò, e un tremito gli corse sulle labbra, e un pallore, non so se di collera o di paura, gli coperse la faccia. Balbettò, per rispondermi, poche parole ch'io non compresi, e si alzò.

--Entriamo in casa; oggi conoscerete tutti i notabili del villaggio.

E mi precedette passandosi a più riprese la mano sulla fronte.

Io mi sentiva l'anima oppressa.

IX.

Giunti alla sala da pranzo, trovammo la tavola imbandita. Il curato mi fe' sedere alla sua destra; uno dei due preti che avevo intraveduto alla messa fu invitato a porsi dall'altra parte, e gli altri presero posto come vollero.

Eravamo otto commensali. Il farmacista fu l'ultimo a venirsi a sedere al mio fianco; e ancora, fra un boccone e l'altro, scappava via a dare una occhiatinina (egli aveva il gusto dei diminutivi) ai fornelli. A volte, era egli stesso che compariva dalla cucina con un piatto fumante che poneva davanti al secondo prete, il quale stava a capo della tavola dirimpetto al curato. In tal caso si trattava di qualche intingolo manipolato dalle sue mani e ch'egli assaggiava cogli occhi commossi, prima che colla bocca.

--A lei, Don Gaudenzio; mi tagli un po' di cotesto, ma, per carità, non dilanii, tagli.

E, ciò detto, veniva al suo posto coll'aria di uno che, fatto il proprio dovere, lascia altrui la intiera responsabilità delle conseguenze.