Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia
Part 14
»Il mio padrone era stato diverse volte a chieder notizie: ma il dottore non aveva mai permesso che egli entrasse nella camera di Rosilde.
»Ella mi pregò allora con tanta insistenza che non ardii ricusarle questo suo forse ultimo desiderio e appena giorno salii di corsa fin quassù e indussi il curato a venire con me dalla morente.
»Appressandosi alla cascina dove giaceva Rosilde intendemmo il suono di voci concitate.
»Nella camera di Rosilde c'era il signor De Boni, ed entrando lo udii che diceva:
»--Tu non vuoi darmele, ebbene le prenderò da me.
»E aggiungeva due o tre bestemmie spaventevoli.
»Pareva un furioso scappato dall'ospedale: metteva tutto sossopra, rovistando entro i mobili come per cercarvi qualcosa che molto gli premesse di avere.
»E Rosilde invano cercava di distoglierlo dal suo violento proposito, e gridava e lo scongiurava.....
»La Provvidenza ci aveva mandati in buon punto.
»Al nostro arrivo Rosilde sorrise di gioia e arrovesciò il capo stanco sul guanciale ch'io credevo spirasse.
»Ma ella ritornò in sè; e stese la mano a Don Luigi mormorando: grazie! siete venuto, siete buono!
»Poi dopo qualche momento si volse a me e indicandomi il signor Angelo che si rodeva in un cantuccio d'essere stato sorpreso in così bestiale furore, mi disse con un filo di voce interrotto dal rantolo:
»--Costui voleva togliermi delle carte che mi preme di mettere al sicuro. Prendi, sorella, eccoti la chiave di un cassetto che troverai in fondo all'armadio; aprilo e levane un involto che esso contiene.
»Obbedii.
»Rosilde soggiunse:
»--Conservale con cura, esse sono la fortuna della mia creaturina. Suo padre, là il signor Angelo, sarebbe capace di rinnegarlo ed è bene che tu possa provargli all'occasione i suoi doveri. Bada Mansueta di non lasciartele uscire di mano.
»Il signor De Boni mi guardava in guisa che pareva volesse mettere in pezzi me e le earte che tenevo in mano.
»Se non ci fosse stato presente Don Luigi credo non l'avrei passata troppo liscia.
»Ma colui è uomo che pensa sempre troppo bene ai casi suoi e sa sempre frenare il suo furore quando questo può essergli dannoso.
»Vedendo che non c'era da farla franca, diè una crollata di spalle ed uscì sagramentando da far traballare la casa.
»Con questa bella grazia egli piantò là quella povera martire che moriva per causa sua.
»Essa non lo trattenne.
»Quando fu uscito si rasserenò; trasse un lungo sospiro. E sorrise di nuovo.
»Ci fe' segno di sedere vicino al letto: ci prese le mani e ci guardava con grande tenerezza. Non poteva parlare. Era alla fine de' suoi patimenti.
»Di lì a poco sopraggiunse il dottore che fu spiacevolmente sorpreso di trovare colà don Luigi:
»Ma Rosilde chinò leggermente la testa e sussurrò a fior di labbra:--son io.....
»Poi nessuno parlò più.
»L'agonia era cominciata.....»
Mentre Mansueta raccontava io aveva tenuto macchinalmente gli occhi fissi sul ritratto di Rosilde; e, man mano che la triste storia progrediva, quel volto bianco pareva animarsi sotto il mio sguardo: il sangue rifluiva nelle venuzze azzurre della fronte, le tempia pulsavano sotto l'impeto della passione, le pupille inquiete gittavano un'occhiata paurosa dietro le spalle, la vita esile affievolita abbrividiva; le labbra lasciavano fuggire un grido, un sospiro...
Egli è che non v'ha nulla di più vero, di più logico che il dolore, e non v'ha cemento d'anime più possente ed efficace di quello. Perciò l'arte chiede ad esso così soventi le sue ispirazioni, perciò gli deve le sue più forti creazioni.
Se mi avessero narrata una vita venturosa, di gioie, di successi, quella creatura sarebbe rimasta un'estranea, una bella ignota. Invece mi si era detto: ella ha patito, ha pianto,--ebbene eravamo conoscenze vecchie.
Un uomo felice diventa decrepito centenario; è dimenticato prima che morto.
Un altro disgraziato muore giovane: il suo ricordo sopravvive spesso dei secoli.
Chi pensa a Matusalem, chi non ha pianto Abele?
Dicevano i Greci:--chi muore giovane è caro agli Dei.
Certo egli è carissimo agli uomini.
Quella giovane donna era scomparsa da vent'anni. Ebbene la sua figura spiccava ancora vivissima sullo sfondo del piccolo mondo ch'ella aveva attraversato: tutte le figure del dramma misterioso che andavo svolgendo da due mesi erano rischiarate dallo strascico luminoso di quegli occhi malinconici.
Senza volerlo, fin dal primo giorno della mia dimora al Presbiterio, fin da quel primo colloquio con Aminta nel giardino, io cercavo lei attraverso i meandri delle vicende confidatemi. Finalmente la sua immagine m'era apparsa e mi s'imprimeva nella mente e mi riempiva l'animo di una lugubre, di una penosa amarezza.
Quel giorno cercai tutti i modi di distrarmi: e non potevano a tal uopo giovarmi i discorsi di Mansueta.
Scrissi prima di sera un mucchio considerevole di lettere; scrissi a della gente che sicuramente non ha mai potuto indovinare il vero motivo di quel mio insolito zelo epistolare.
Poi dopo cena fui felice d'aver qualcosa da ingannare la solitudine.
Uscii per ispedire la mia corrispondenza.
Aveva smesso di piovere, ma saliva dalla valle un alito denso, tepido di umidità. Una rossiccia aureola cingeva la punta accesa del mio sigaro.
Il procaccio della posta era già a letto, e per quanto picchiassi non venni a capo di svegliarlo.
Stavo per tornare indietro quando la voce del signor Bazzetta si fe' sentire dall'uscio socchiuso della vicina farmacia.
--Se avete lettere datele a me; le mie donne le consegneranno a Menico domattina prima che egli parta per Zugliano.
Accettai ringraziando e cercai le lettere per consegnarle. Ma lo speziale sclamò:
--Per bacco favorisca dentro, al caldo, oh diamine!
E uscito fuori, mi prese il braccio e mi tirò nella bottega, anzi nel piccolo camerino dov'ero stato la prima volta. Mi fe' sedere e volle assolutamente che io assaggiassi ancora di quel tal suo vinettino.
Uscì e tornò colle bottiglie e si diede a giocar di cavaturaccioli, prima che io avessi avuto tempo di aprir bocca sempre ripetendo ufficiosamente fra i denti:
--Cospetto, cospetto, due ditini, due ditini.
Versò, poi disse:
--Già voi non sapete cosa fare del mio vino e delle mie storie.
Non risposi, egli continuò:
--Eppure avrei creduto, doveste essere curioso di conoscere la storia di certi nostri amici. Suppongo ch'essi non v'avranno detto nulla. La storia dell'abatino è interessante.....
--So, so... interruppi infastidito.
--Che sapete? mi chiese con un sorriso d'incredulità,
--Eh! sclamai, che grande secreto!
--Dite quel che sapete; ho paura che occorrano delle rettifiche.
--Diamine chi non sa che il signor De Boni è...
--È che cosa?
--Il padre...
--.....putativo, aggiunse subito lo speziale col tono più dolce della sua vocina insinuante.
Fè una smorfia, ammiccò cogli occhi e ripetè sempre più piano;
--Putativo... pu... ta... ti... vo. Eh!!
L'ultima esclamazione voleva dire:--vedete che questo speziale può ancora insegnarvi qualcosa, signor presuntuoso?
--Come?
--Per sapere il come bisogna riprendere quella tal storiellina proprio al punto dove l'abbiamo interrotta due mesi sono. È lunghettina. Vi avviso, volete sentirla? per me eccomi qua,--un bicchierino,--fumate vi prego, volete un fiammifero? ecco.
»Dicevamo che il signor De Emma aveva con sè due giovani donne:--una, sua moglie,--l'altra, italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia rimanevano ignoti... allora... poi trapelò... Il timore di sentirmi ripetere ciò che avevo inteso di Mansueta mi spinse a tentennare il capo con impazienza,
--Sapete che era una ballerina, ricondotta in Italia dal dottore per guarirla dicono di una piccola malattia... sì... che rimase in sua casa alcuni mesi per... anche questo?... ma i motivi per cui ella lasciò i suoi ospiti li conoscete, no? Fu per la gelosia invincibile della signora... la quale non aveva poi tutti i torti d'inquietarsi.
»Ma diciamo le cose per ordine. Il signor Angelo conobbe dunque la signorina per le cure che questa prestava a suo padre, se ne invaghì, ma per allora le sue maniere buone non incontrarono grazie agli occhi della Tersicore... i quali pur erano assorti altrove.....
»Alcuni mesi dopo, in seguito a una burrasca violenta, la signorina Rosilde abbandonò la casa De Emma e si rifugiò qui presso sua sorella Mansueta.
»Anche qui il signor Angelo l'incontrò qualche volta per istrada, e, naturalmente ostinato come è, egli insistè per ottenere il favore della silfide... che però era già staggito. Il povero De Boni arrivava sempre fuori tempo; ed anche allora dovette forbirsene i baffi».
M'ero studiato di mostrarmi indifferente al racconto e di ascoltarlo con quell'aria di profonda indifferenza che non accetta e non rifiuta.
Ma egli era riuscito a cattivarsi la mia attenzione. E a questo punto non potei trattenermi dal chiedere:
--E il preferito chi era?
--Chi era? rispose con un ghigno malizioso guardando al soffitto coll'apatia simulata di una pretesa superiorità:--chi era? qui sta il punto.
Dichiaro che nel signor Bazzetta c'era la stoffa di romanziere.
Conosceva e praticava per istinto tutti gli artifizi della narrazione.
Egli proseguì:
--Una sera ero di guardia nella farmacia a Zugliano e discorrevo col dottor De Emma; capita una vecchierella a spedire una ricetta rilasciata da una empirica, notissima in quei dintorni, per le sue cure d'ogni specie. La cosa era tutt'altro che regolare, ma allora non si andava tanto per il sottile e la _medichessa_ aveva clientela troppo numerosa per poterle impunemente mancare di riguardo. Per espressa volontà del nostro principale noi si spedivano con qualche cautela le sue ordinazioni.
»Questa volta però mi parve che le dosi fossero eccessive e guardando meglio lo sgorbio della maliarda mi accorsi che le cifre erano state alterate.
»Sospettai tosto di un qualche disegno delittuoso. Quei medicinali potevano servire a certo effetto, che il codice penale, tenero del biblico _moltiplicamini_ più che della galanteria, ha avuto la crudeltà di proibire.
»Entrai nel salotto e mostrai senza dir nulla la cartolina al dottor De Emma: egli trasalì e mi avvidi che divideva il mio parere.
Dissi:
»--La mando a spasso.....
»E mi avviai per eseguire il proposito.
»Il dottore mi trattenne.
»--Datele un qualcosa d'innocuo: bisogna andar a fondo di questa faccenda; forse arriveremo in tempo di evitar una grossa disgrazia.
»Obbedii, e quando tornai nel salotto non ci trovai più il dottore. Era uscito per la porticina del cortile.
»Pensai ch'egli avesse tenuto dietro alla vecchierella, e mi domandai se anch'io non farei bene di imitarlo.
»Capirete, nella nostra professione, un po' di polizia non nuoce.
»Lasciai la serva del principale a guardar la farmacia e via di corsa.
»Non durai fatica a raggiungerli.
»C'era una luna splendida; la donniciuola trotterellava a stento contro il muro rischiarato: il dottore la seguiva nell'ombra dall'altra parte della strada.
»Io dietro a loro, a una quindicina di passi.
»Attraversammo la città quant'è larga: la vecchia infilò il ponte della Gora, entrò nel sobborgo, svoltò in una viottola, a destra, che sbuca nei prati del castello, poi rasentò la lunga fila di catapecchie dove abitano lavandaie e finalmente si arrestò davanti a una piccola e lurida casupola a un solo piano.
»La facciata volta a settentrione rimaneva nell'ombra meno un piccolo finestrello all'altezza di un uomo, dai vetri quasi tutti fessi e rattoppati di carta bianca ma illuminata internamente.
»La vecchierella bussò leggermente all'uscio che fu subito aperto e si rinchiuse dietro a lei.
»Il dottore s'era fermato ed anch'io.
»Egli esitò qualche minuto poi lo vidi attraversare la strada ed accostarsi alla casa, si pose sotto la finestra e stette in ascolto.
»Dopo un quarto d'ora si riscosse come avesse preso una ardita risoluzione, si appressò alla porta, e picchiò colle nocche delle dita.
»Questa volta indugiarono nell'aprire.
»Finalmente il finestrello si rabbuiò e quasi subito nel vano dell'uscio socchiuso apparve la vecchierella da noi seguita che teneva un lume in mano.
»Il dottore scambiò con lei alcune parole che non intesi.
»La donna parve perplessa, lo guardava intimidita.
»Ma, dopo qualche minuto, si tirò in disparte e lasciò passare il dottore.
»La porta fu di nuovo chiusa a giro di chiave.
»Allora venne la mia volta di appressarmi al finestrello: già ero venuto per qualche cosa......--
Il signor Bazzetta mi guardò come per assicurarsi che io non avevo obbiezioni da fare contro l'assoluta convenienza del suo contegno, pronto, se mai, a confutarlo con un'intera batteria di argomenti.
Io non battei palpebra.
Egli proseguì:
»--Mi trovavo dalla stessa parte della casa nell'ombra. Avanzai piano pianino rasente il muro e venni ad appostarmi.
»La posizione era sicurissima. Impossibile addirittura l'essere sorpreso. Rimpetto, il muro liscio ed alto della canonica di S. Eustachio. Dalla parte dond'eravamo venuti la strada correva diritta per un lunghissimo tratto senza risvolte e senza traverse: per dippiù era selciato a pietre tanto grosse ed ineguali che si sarebbe inteso un passo lontano un mezzo miglio. In fondo c'erano degli orti a quell'ora deserti. Non potevo essere veduto che dalla casa che stavo osservando. Ma pienamente tranquillo per tutto il rimanente io ero libero di concentrare sovr'essa tutta la mia attenzione. Al minimo segno era presto fatto: due passi più in là svoltavo la cantonata e mi perdevo fra la siepi di sambuco dell'ortaglie.
»Il lume era ritornato nella camera, ne vedevo il suo rossiccio riflesso nella strada. Tesi l'orecchio. Il dottore era entrato in quella camera che doveva essere la cucina del povero appartamento. La finestra stava socchiusa per la grande caldura. S'era in agosto poco dopo la metà: una frasca del ferragosto erigeva ancora il suo ispido pennacchio di pino sopra una costruzione poco lontano.
»Distinguevo la voce del dottore, sebbene capissi poco quel che diceva. Parlava in tuono di garbato rimprovero, interrompendosi frequentemente. Nell'intervallo udivo un singhiozzo sommesso, poi una sottile, una delicata vocina da donna. Era certo l'incognita dei miei sospetti.
» Ebbi... come si fa a non avere la tentazione di guardar dentro? una di quelle tentazioni a cui non si resiste. Una sola occhiata basterebbe. Mi appiatto contro il muro, mi rizzo sulla punta degli stivaletti, mi aggrappo al davanzale di pietra e caccio la mia fronte fra due vasi, uno di basilico, e l'altro di reseda, profumi di tutta quella miserabile strada.
»E guardo e vedo la signorina Rosilde che aveva visto spesso quando abitava dai De Emma.....
»Un baleno e compresi tutta la premura del dottore, il suo sgomento.
»Cercavo il bandolo di un segreto, ne scoprivo due, anzi tre... almeno mi parve.
Il dottore teneva una mano di lei nelle proprie: ella accasciata, col viso basso, chino sulla spalla sinistra, tutto inzuppato di lagrime,--una addolorata.... vergine prima del... dopo del... ecc., come dice il catechismo. Non pensava a ritirar le sue mani.
»Il signor De Emma non la sgridava più; sembrava commosso, dovette farle coraggio.
»Eh? che ne dite?»
Io non avevo nulla da dire.
»--E ritenete queste tre circostanze, riprese lo speziale; ritenete che allora il signor De Boni dimorava ancora a Zugliano col padre, e che la signorina era stata quattro mesi qui, e, come seppi dopo, non era ritornata in città che da un paio di giorni, e finalmente che la loro relazione cominciò dopo quella sera. E pensare che poi gli han dato il bastone bello e fiorito. Bel san Giuseppe davvero! senza neanche la formalità dello Spirito Santo, ah! ah!»
Come rideva lo speziale; come si mostrava maligno!
--Però ho poi mangiato quella tal foglia! ma tardi, tardi assai.... Ma vi annoio?» Accennai di no nel modo meno aperto che io potessi.
--Ma sentite, ora viene il meglio della storiella. Il signor De Boni.... to' eccolo».
L'uscio della farmacia sbattè con rumore. Il sindaco entrò nel salottino e, nel vedermi, non potè dissimulare il suo malcontento.
Ma io non tardai a levargli la soggezione.
Mi alzai e presi congedo dal Bazzetta.
XXIV.
Uscito nella via mi fermai per accendere il sigaro: e, senza volerlo, intesi che il sindaco parlava di me chiamandomi «lo scarabocchino».
Non era un'ingiuria tanto atroce ch'io potessi aver diritto di offendermi.
Eppoi non ci tenevo punto alla stima del sindaco: e non ero curioso di sapere ciò che diceva di me.
Mi disponevo ad andarmene, quando mi accorsi che qualcuno mi spiava dalla porta socchiusa della bottega.
Era il signor Bazzetta il quale certamente veniva ad accertarsi se ero già abbastanza lontano da poter sparlare di me.
Non potei trattenermi dal dirgli ad alta voce:
--Oh bravo! Se voleste aver la bontà di farmi un po' di lume, ve ne sarei obbligato. Io adoro la polizia.... urbana, l'unica che manchi a Sulzena.
Comprese la doppia allusione ch'io volli far al suo racconto di poco prima e alla sconvenienza di quell'ultimo atto, perchè rispose:
--Anch'io una volta,--ora non ci penso più. Aspettate vengo colla lucerna.
Uscì poco dopo e volle rimanere a rischiararmi la strada finchè io non ebbi svoltato verso la chiesa.
Mi volsi parecchie volte ed osservai che man mano svaniva sul suo musettino il sorriso di riguardosa premura con cui mi aveva augurato la buona notte.
Don Luigi era arrivato da Novara.
Era tanto soprappensiero quando entrai, che non si mosse.
Aveva fatto l'ultimo tratto di strada a piedi con quella belletta; era stanco, infangato,--ma s'era fisso di aspettarmi.
Indovinai che il buon prete aveva d'uopo di uno sfogo.
Gli parlai di Aminta, supponendo che la separazione da lui fosse il motivo della sua afflizione.
Mi disse che l'aveva lasciato felicissimo della sua nuova condizione.
Poi ad un tratto mi domandò:
--Credete, caro Emilio, che abbiamo fatto il suo bene?
Risposi che non si poteva dubitarne.
--Ebbene, guardate, soggiunse dondolando tristamente il capo più curvo del solito, guardate, c'è chi ne dubita,
--Oh, qualche ignorante.
--No, sono persone savie e prudenti, ma mal prevenute.
Quel giorno a Novara era stato a visitare il Vicario, il quale, come sapesse lo scopo della sua gita, prima quasi che aprisse bocca, gli aveva parlato di Aminta soggiungendo che era costretto di esternargli il suo biasimo per avere stornato quel ragazzo dalla carriera ecclesiastica. Poi, senza lasciargli dire una parola a propria discolpa, aveva soggiunto che la cosa farebbe scandalo, molto scandalo; era vero il fatto sì o no? Non poteva negarlo; dunque non ci era altro da dire,--egli non sapeva davvero come pretendesse giustificarsi,--che nome darebbe a un capitano che facesse disertare i soldati; e pensare che lei, un sacerdote..... brutto esempio.... pessimo esempio!....
--Ma, esclamai io, chi può averlo informato? Don Luigi si strinse nelle spalle: diamine, era facile indovinarlo.
--E che avete risposto? chiesi.
--Nulla; sono uscito di là che mi girava la testa. Però dicano quel che vogliono; il ragazzo sta bene dov'è e ci resterà.
--Ma possono darvi dei fastidi per questo?
--Non so; faranno quel che vorranno.
E il buon prete si curvò in aria di rassegnazione.
Quella notte stentai a prender sonno: il racconto di Mansueta, quello dello speziale, le confidenze di don Luigi mi giravano per il capo come le aste di un arcolaio; pensavo a Rosilde, al dottor De Emma; costui mi stizziva; mi pentivo di avergli accordata la mia simpatia. Anzi d'essermela lasciata scroccare. Non era egli causa di tutte le disgrazie dei miei amici?
Mi pareva evidente.
Sicuro era lui che aveva abusato della solitudine di Rosilde, della dappocaggine del De Boni, della credula bontà di Don Luigi. Questo era il peggio; compromettere un onest'uomo, esporlo a delle persecuzioni tormentose, implacabili. In fin dei conti facesse la penitenza chi aveva peccato!
Il suo contegno riguardo ad Aminta mi indignava! Perchè ricusava egli il suo appoggio al figlio di Rosilde? Per riguardo alla moglie? Magra scusa quando altri, quando un innocente, per riparare al suo abbandono, mettono a repentaglio tutta l'esistenza. Crudele egoismo!
La requisitoria era compiuta e la condanna non si faceva troppo aspettare.
La mattina seguente accadde a Baccio cosa tanto straordinaria che egli, per la prima volta in trenta anni di esercizio, si lasciò precedere nel suonare il mezzodì dal sacrestano di Sumasco, noto per la sua negligenza. E c'è di peggio.
Egli piombò nello studio del curato tenendo in mano, per distrazione, il _raggio_ d'oro delle grandi solennità.
Mansueta gli corse dietro, don Luigi si avanzò rapidamente ad incontrarlo, ma entrambi dimenticarono tosto la stranezza del suo contegno perchè egli balbettò:
--Il sindaco la vuole in sacristia.
Incredibili parole che, per l'affanno, non potè ripetere.
Don Luigi era già uscito per corrispondere alla richiesta del sindaco, che il pover'uomo era ancora sbalordito ritto in mezzo alla camera,
Il signor Angelo non era certo venuto con delle buone intenzioni.
Il colloquio fu breve, non durò più d'un quarto d'ora, che però alla nostra ansietà sembrò interminabile.
Nessuno assistè. Il linguaggio del sindaco deve essere stato violento al solito: uscito dalla sacristia, sul sagrato si volse indietro e disse:
--Pensateci dunque: fra tre giorni o mi date quelle carte o preparatevi a ciò che vi ho detto.
Don Luigi, pallidissimo, rispose:
--Sarà quel che Dio vorrà.
Non capivo la minaccia del sindaco, e il curato non mi fe' quel giorno alcuna confidenza.
Si ritirò nella sua camera e non ne uscì per tutta la giornata.
Mansueta, sollecita della salute del padrone, si recava sovente in punta di piedi a spiare dal buco della serratura, ed ogni volta tornava tentennando dolorosamente il capo.
Don Luigi passò tutte quelle ore ginocchioni pregando.
I dì seguenti il sindaco passò e ripassò più volte davanti al presbiterio coll'aria provocante di un creditore inesorabile. Le sue occhiate, volta a volta beffarde e furiose, causarono una quantità di disordini.
Mansueta lasciò due volte struggersi la cena sul fuoco. Il solo appressare del noto passo la metteva in convulsione.
E la non poteva sapere qual nuovo genere di tortura colui avesse potuto trovare, ma capiva che doveva essere formidabile dal contegno di Don Luigi, che da quel colloquio in poi non aveva più ricuperato la sua calma e anzi diventava sempre più inquieto e sofferente.
Pertanto io cominciavo a trovarmi a disagio.
Ero rimasto per riguardo a Don Luigi, e avrei voluto davvero essergli utile in quel frangente di cui mi era ignota la gravità. Ma la sua afflizione non pareva di quelle che si alleviano colle parole.
Il curato si manteneva stavolta chiuso con me come con tutti; noi ci vedevamo appena all'ora solita e si capiva che malgrado tutti gli sforzi egli non riusciva a dominare la cura segreta dell'animo.
Non volevo, al postutto, dargli soggezione.
XXV.
Erano le riflessioni ch'io facevo fra me tornando dalla Testa Grigia dove avevo voluto arrampicarmi un'ultima volta. E la conclusione fu ch'io avrei quella stessa sera chiesto congedo per l'indomani.
La serietà di questo proponimento mi fe' naturalmente rallentare il passo. Una singolare tenerezza mi legava a quei luoghi. Le poche settimane colà passate rappresentavano per me un lungo e notevole periodo della mia vita.
Un villaggio è spesso un piccolo mondo che spicca sopra un orizzonte immenso: quivi gli umili casi quotidiani hanno sempre per scena l'ampia campagna, il cielo infinito.
Il terreno era umido per un primo nevischio caduto il giorno prima: avanguardia delle grosse nevi che per allora stavano attendate sulle cime del Sempione. Aveva fatto una splendida giornata, di quelle limpide che reca il vento dalla montagna. L'aria, fredduccia, ma in compenso tersa, trasparente, quasi sopprimeva le distanze.
Ero ancora lontano un quattro miglia da Sulzena e avrei detto di arrivarci in un salto.