Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia

Part 13

Chapter 13 4,017 words Public domain Markdown

Nel chinarmi a raccoglierli, vidi che era caduta coi libri anche una scatola di latta e giaceva a terra scoperchiata e capovolta.

Conteneva dei ricordi: una fettuccia tricolore, una palla di fucile, un mazzolino di fiori appassiti, un piccolo volumetto di Tacito, stampato a Parigi nel 1665, logoro e spiegazzato agli angoli,--e finalmente un piccolo astuccio di velluto turchino sbiadito.

La coscienza mi avvertì che stavo per commettere un abuso di confidenza e il mio primo pensiero fu di raccogliere quelle reliquie e di rinchiuderle senza guardarle. Ma fidatevi degli artisti: essi sono avvezzi a coonestare, col pretesto di studiare il mondo, le più indiscrete curiosità. Non potei resistere alla tentazione.

Apersi l'astuccio, e, immaginatevi la mia sorpresa, ci trovai il ritratto in miniatura di una ballerina nel suo costume di teatro.

Era una figura di singolare bellezza; un visino diciottenne, delicato, pallido, assottigliato dal dolore o dalle infermità, un'aria di bontà capricciosa, una soave fierezza di fanciulla viziata.

Una corona di rose bianche le cingeva il capo da cui scendevano lunghi riccioloni di capelli biondi: altre rose le inghirlandavano la vita sottile e ornavano il gonnellino azzurro.

Ella rassomigliava a qualcuno che io conosceva: ma non sapevo a chi.

Ero tanto assorto cogli occhi sul ritratto, a frugare nella mia memoria per evocare al confronto tutte le fisonomie femminili che avevo prima vedute,--che non mi accorsi della presenza di Mansueta, se non quando la sentii esclamare:

--Oh il ritratto di Rosilde che credevo avere perduto! Dove l'aveva cacciato?

Rosilde, la madre di Aminta! Diffatti ella aveva i suoi lineamenti.

--Vostra sorella era ballerina! domandai.

--N'è vero che disgrazia? sclamò la buona donna tentennando dolorosamente la testa,

E soggiunse:

--La poveretta non ce n'ebbe colpa: ma ha pur fatto una dura penitenza.

Si capiva dall'intonazione delle sue parole che ella voleva un gran bene alla sorella e che sentiva il bisogno di scagionarla di una cosa che a lei montanara e devota doveva parere una enormità: essere ballerina!

Ho notato che l'avversione per la gente da palcoscenico è maggiore nelle classi inferiori che non sia nelle superiori.

Un artista di teatro può lusingarsi di essere ricevuto a Corte, non sarà mai rispettato nella casupola di un campagnolo.

--Non credo, continuò Mansueta, che Rosilde fosse contenta di quel suo stato; l'aveva scelto a fine di bene... ma pur troppo, farina del diavolo va tutta in crusca.

--Com'è andata? domandai.

La donna era per lo meno tanto desiderosa di farmi le sue confidenze quanto io di ascoltarle.

STORIA DI ROSILDE.

«Noi siamo di Castelletto sulla riva destra del Ticino.

«Nostro padre faceva il pescatore, il barcaiuolo tra Sesto Calende e il nostro paese e un po', come tutti dalle nostre parti, il contrabbando di tabacco.

»Coi suoi guadagni stentava a mantenerci; la famiglia non era grande; ma non c'erano altri uomini; la mamma era da parecchi anni sempre ammalata, io avevo il mio da fare per assisterla e sbrigare le faccende di casa: mia sorella era una bambina,

»Noi eravamo molto poveri e molto disgraziati; certe volte d'inverno restavamo delle giornate intiere senza pane e senza fuoco.

»Con tutto ciò il povero papà era un uomo di buon umore: pigliava in santa pace le miserie che Dio gli mandava e portava la sua croce senza tirar mai un lamento.

»Quando non faceva freddo, e c'era un po' di polenta in casa, e il male dava un po' di tregua alla mamma, egli diventava subito allegro e ci faceva ridere colle sue storielle e le sue barzellette.

»Egli andava matto per il suono e per il ballo. Era stato soldato di Napoleone e musicante di reggimento; egli sonava il clarinetto in guisa da far stordire. Lo venivano a cercare da molte miglia lontano per tutte le sagre dei dintorni e non si faceva festa senza di lui; era conosciuto per questo da tutte le due parti del Ticino collo stranome di _suonatore_.

»In casa, tutte le ore che gli restavano, le dedicava alle sue arie. Nei molti paesi dov'era stato, in Francia, in Spagna nei paesi tedeschi, avea imparato molte maniere di balli, e la domenica, dopo vespero, ce ne insegnava qualcuno.

»Con me era fatica buttata; non ho mai saputo ballar bene una monferrina; poi non mi piaceva. Ma la Rosilde somigliava a lui in tutto ed anche nella sua passione: imparava a meraviglia tutte le riverenze, e gli scambietti e le giravolte e il papà si sfaceva dalla contentezza a vederla. Poverino, se avesse potuto prevedere l'avvenire! Già il curato lo diceva che quel gran ballare doveva portarle disgrazia. Ed ha indovinato veh!

»Tutti ne facevano le meraviglie e correvano a guardarla quando saltellava davanti all'uscio di casa.

»Una volta passò di là un gran signore, il marchese di Morzate,--stava a Milano e aveva qualche possesso vicino a Castelletto.

»Si fermò cogli altri e al fine della sonata si fece innanzi e regalò a mia sorella un pugno di monete d'argento.

»Da quel giorno in poi il marchese tutte le volte che capitava in paese non mancava mai di venirci a trovare, faceva ballare la Rosilde, la guardava a bocca aperta e le dava sempre qualche cosa.

»Era un brav'uomo, ma avrebbe potuto farci carità migliore.

»Malgrado la sua età avanzata era anche lui, come il babbo, caldo per la danza e anzi dirigeva e sopraintendeva la scuola di ballo di Milano.

»Cominciò col proporre a papà di collocarvi la Rosilde; poi insisteva sempre su questo progetto e diceva che ella avrebbe fatto fortuna e ci avrebbe potuti aiutare tutti.

»Ma il papà tenne duro e non volle mai acconsentire. Egli era lusingato dall'offerta, ma l'idea di separarsi dalla Rosilde, che era tutto il suo solazzo, gli ripugnava. Conosceva abbastanza il mondo per temere i pericoli. Rispondeva:--non bisogna mutare un piacere in professione.

»Dio lo benedica per le sue buone intenzioni e magari ce lo avesse lasciato più a lungo!

»Ma dovevano capitare tutte a noi.

»Ogni anno crescevano le nostre avversità.

»Le malattie della mamma si facevano sempre più gravi, e finalmente la resero paralitica di tutte e due le gambe.

»Ella era in questo stato da parecchi anni, quando il Signore volle inviarci la prova più terribile.

»Una notte di inverno,--una notte che pareva la fine del mondo,--il vento faceva traballare la nostra casuccia dalle fondamenta. Il papà, come spesso accadeva, era fuori; io non potevo dormire, ero inquieta più delle altre volte. Tutto ad un tratto in un momento che il vento era queto intendemmo due schioppettate dall'altra riva del fiume. Diedi un balzo sul letto; Rosilde che dormiva con me mi si avviticchiò alla vita: tutte due avevamo un gran batticuore. Anche la mamma si svegliò e disse: _Libera nos Domine_. Pareva ce l'avessero detto, che quei colpi erano diretti contro di noi!

»La mattina dopo, il fiume correva grosso e torbido e noi due ritte sulla via tenendoci per mano piangevamo dirottamente senza chiederci il perchè. Il babbo non era tornato.

»Verso mezzodì due pescatori ci ricondussero la nostra barca. L'avevano trovata fitta capovolta in un banco di sabbia.

»La disgrazia oramai era certa.

»Diffatti seppimo quella stessa sera che avevamo perduto il nostro povero padre. Sorpreso dai doganieri austriaci mentre stava scaricando del tabacco, aveva tentato di fuggire ed era riuscito a prendere il largo. Ma essi gli avevano fatto fuoco addosso e pur troppo le due fucilate da noi intese non avevano fallito il segno...

»Mio caro signore, pensi un po' alla miseria in cui ci trovammo. Oramai erano più i giorni di fame che quegli altri. Io facevo qualcosa, quel poco che potevo; aggiustavo reti, lavoravo in campagna, filavo, tutto ciò che mi si offriva,--ma ci voleva altro! La povera mamma gemeva dì e notte che era uno strazio a sentirla,--e non poterla soccorrere!...

»Come abbiamo potuto tirare innanzi non lo so: se non siamo morti tutti e tre quell'anno gli è che non era la nostra ora.

»L'estate seguente venne il marchese a Castelletto, chiese di noi e passò a trovarci.

»Egli parlò di nuovo della scuola di ballo per la Rosilde: disse che non bisognava farle perdere uno splendido avvenire; che ella poteva diventare la nostra Provvidenza, che intanto egli avrebbe pensato a lei ed anche alla mamma. Insomma tanto fece, tanto promise che noi non si sapeva cosa rispondere.

»Tuttavia la mamma esitava a dir di sì.

»Rosilde allora saltò su a dire che voleva andare, e ci fe' stupire colla fermezza della sua risoluzione. Aveva poco più di dieci anni.

»--Brava, esclamò il marchese tu hai più senno di tutti. Se tua mamma si ostina a dir di no, peggio per lei.

»Egli ci fece poi ripetere le sue offerte e le sue esortazioni dal sindaco e da altri signori del luogo tantochè la mamma si decise alla fine un po' per le ragioni che coloro le dicevano, e un po' per quelle che la miseria le suggeriva, di arrendersi.

»Rosilde andò quello stesso anno a Milano. Il buon marchese fu di parola, si adoperò per lei e cominciò a mandare una piccola pensione mensile.

»Passarono così cinque anni.

»Rosilde veniva l'estate a passare con noi qualche settimana.

»Ella si faceva grande e bella,--ma scommetterei che non era contenta. Appena arrivava a casa, smetteva i suoi abiti signorili per vestire più dimessamente alla nostra foggia: parlava poco e sempre malvolentieri della sua vita di Milano e si sarebbe detto che volesse dimenticarla e farla dimenticare. Poi ci pativa tanto a lasciarci. Non si lagnava, simulava indifferenza,--ma di notte piangeva e io trovavo l'indomani il guanciale bagnato dalle sue lagrime.

»Ella non era nata per quel mestiere.

»Un'altra, che fosse stata di quella razza, al suo posto si sarebbe leccate le dieci dita.

»Il marchese le voleva bene come ad una figliuola; la faceva tenere come in uno scatolino. dentro alla bambagia: avesse desiderato delle cose, egli non le raccomandava che di chiederle. Preveniva tutti i suoi capricci, anche quelli che non aveva.

»Ma dopo cinque anni mancò improvvisamente. Dopo la sua morte mia sorella venne a casa e ci si disse che aveva risolto di cominciare la sua carriera libera, e che aveva già trovato una scrittura per un teatro di Venezia.

»Quella volta ci lasciò con minor rincrescimento, e baciando la mamma le disse: allegra, che d'ora innanzi non vivrai più di elemosina, ma di quello che guadagnerò io.

»Ma la mamma, dopo tanti anni di agonia miracolosa, chiuse gli occhi poco dopo, e Rosilde non ebbe la consolazione di poterla soccorrere in nulla.

»La povera fanciulla se ne accorò talmente che cadde malata e, come seppi poi, corse pericolo di morte.

»Io, rimasta sola, entrai al servizio d'una famiglia in Arona.

»Rosilde appena lo seppe venne a cercarmi e volle a tutti i patti che andassi a stare con lei.

»Quest'atto di amorevolezza mi fu caro in quei tristi momenti.

»Avevo quindici anni più di lei ed ero tutta contenta di farle da madre.

»Mi menò a Venezia, e, dopo qualche settimana a Trieste, dove le avevano fatta una scrittura molto grossa.

»Dapprincipio tutto andava come un arcolaio. Si viveva insieme, si stava bene, ci si consolava a vicenda, e si parlava de' nostri poveri morti.

»Ma pur troppo la nostra quiete non durò a lungo.

»La professione di Rosilde non è fatta per star tranquilla.

»Appena ella fu conosciuta, diventò di tutto il mondo meno che mia.

»Dapprincipio l'accompagnavo al teatro, l'aiutavo a vestirsi.

»Ma cominciò una processione di signori che venivano a farle complimenti e parlavano Dio sa come,--in presenza mia, non mi guardavano neanco come una serva, peggio come un cagnolino.

»La buona Rosilde ci pativa più di me e si dava una gran pena di avvertirli e di dire a tutti: questa è mia sorella e di farmi rispettare. Ma ogni volta s'era da capo. Io mi sentivo sempre più spostata in mezzo a quella confusione di insolenti, di facchini, di screanzati, di corde, di tele, di stracci, di lumi, di urli, di diavolerie d'ogni specie.

»Sicchè fu Rosilde stessa a consigliarmi di rimanere in casa. Ed io acconsentii di buon grado.

»Ma anche là cominciavano a venire seccatori a tutte le ore della notte e del giorno.

»Non potei trattenermi dal fare qualche osservazione a mia sorella; ed ella mi rispose con rincrescimento che non poteva metterli alla porta, e che s'usava così e che era una necessità del suo mestiere.

»--Ebbene, mi arrischiai a dire, pianta lì il mestiere e vieni via.

»--Eppoi? mi rispose; oramai non potrei adattarmi a fare delle privazioni e non so far altro che ballare. Questa è la mia vita, benchè non sia molto bella.

»Quanto a bella non l'era davvero; far della notte il giorno, mangiar quando gli altri dormono, andar a letto quando gli altri s'alzano: e sempre la casa piena di gente, un andirivieni continuo,--oh che vitaccia, che vitaccia!

»Dopo due mesi già non ne poteva più. Ero afflitta, irritata; mi arrabbiavo, piangevo sempre. Mi pareva di essere in un ospedale di matti, e qualche volta peggio, all'inferno addirittura. Quell'abbondanza mi era uggiosa, ero disgustata di tutto, desideravo con tutto il cuore la povertà, le nostre afflizioni, la nostra casetta in cui almeno si poteva gemere in pace, pregar Dio, mentre là.....

»Ero sempre imbronciata con tutti e anche con la povera Rosilde, che, ne sono sicuro, si sarebbe fatta in pezzi per contentarmi. Ed io ero spesso cattiva con lei, la strapazzavo.

»Finalmente presi l'unica risoluzione che mi fosse concessa: tornare al mio paese.

»Mia sorella non oppose la menoma resistenza, non tentò neppure un minuto di distogliermi.

»Non già che non le rincrescesse, ma s'era accorta di quel che pativo e, come sempre, ella non pensò a sè stessa.

»Mi disse soltanto: va bene, fa come vuoi,--ma con una voce che mi straziò il cuore. Povera ragazza!.....

»Gli ultimi tre giorni che rimasi con lei non volle sentir parlare di teatro, si diede per indisposta, si chiuse in casa con me, mi colmò di tenerezze, di premure; ricordò colle lagrime agli occhi, col più vivo rammarico la nostra vita d'una volta a Castelletto. E non disse mai una parola per trattenermi. Anzi l'ultimo dì sopraffatta dalla commozione e dal dispiacere di lasciarla, essendomi mostrata disposta a smettere il mio progetto mi buttò le braccia al collo, posò la faccia sulla mia spalla e mi disse singhiozzando:

»--No, va, va, mia buona Mansueta.

»L'indomani mattina prima della mia partenza mi voleva dar tutto il denaro che teneva, parecchie centinaia di lire.

»Ma io non presi che quanto mi occorreva per il viaggio.

»Non insistè: però mi accorsi che questo mio rifiuto le faceva pena più di tutto il resto.

»--Tu non vuoi accettar nulla da me, sclamò.

»E mi diè un'occhiata che mi penetrò fin nell'anima.

»Avesse ella indovinato il mio pensiero? Lo devo dire, quel suo denaro mi pareva guadagnato a scapito della salute eterna.

»Mi accompagnò sino al battello. Oh come volentieri l'avrei menata via con me!

»E dopo come mi sono pentita di averla abbandonata così!

»Quando fui al paese, che avevo tanto desiderato, tutto mi parve triste, insoffribile non pensavo che a lei, non potevo consolarmi della sua lontananza. Mi chiedevo ad ogni momento: cosa fa adesso?--e mi pareva che avrei dovuto essere al suo fianco per proteggerla, per assisterla.....

»La donna che mi aveva ospitato biasimava continuamente quel che avevo fatto. Ed io cominciava sul serio a desiderare di ritornare un dì o l'altro con Rosilde.

»Ma in quel turno ella mi annunziò che partiva per Londra.

»Alcuni giorni dopo una vecchia signora di Arona mi collocò presso Don Luigi, suo nipote, il quale da poco erasi qui fissato.

»Fu una vera fortuna per me: non potevo augurarmi un posto migliore. In confronto di quanto avevo provato mi pareva un paradiso.

»Solo mi angustiava il pensiero di Rosilde.

»Da principio ella mi scriveva spesso delle lunghe lettere, in cui parlava di me e del nostro paese.

»Di sè, della sua condizione,--mai una parola.

»Seppi da uno di Zugliano che tornava dall'Inghilterra che ella aveva là incontrato, che tutti parlavano bene di lei.....

»Ma le sue lettere erano piene di malinconie.

»Poi tutto ad un tratto cessarono.

»Per molti mesi non ebbi più notizie di lei. Le feci scrivere da Don Luigi parecchie volte, non ebbi risposta.

»Una sera, erano quasi tre anni che ci eravamo lasciate a Trieste, l'inserviente comunale mi venne a dire che mi recassi appena avessi potuto a Zugliano in casa di certo dottor de Emma, giunto colà in quei giorni, dove c'era una signora la quale desiderava parlarmi.

»Ci andai l'indomani stesso: trovai presto la casa del signor de Emma di cui tutti facevano un gran parlare. E quale non fu la mia sorpresa appena entrato di trovarmi fra le braccia della mia Rosilde che piangeva, rideva e mi baciava tutt'insieme.

»Ma, Vergine benedetta, com'era ridotta! Scarna, patita! bianca come una statua.

»Mi disse che aveva fatto una gran malattia, che ora stava meglio e che i signori De Emma avevano voluto condurla con loro perchè potesse ristabilirsi.

»Il dottor De Emma, lei lo conosce, aveva sposato un'inglese pochi mesi prima, Li conobbi tutte due, furono cortesi con me e m'invitarono a recarmi spesso da loro a trovar la sorella.

»Ci andava tutte le settimane il giorno del mercato.

»Rosilde era sempre infermiccia, anzi in capo a qualche mese mi parve che peggiorasse. Avrei giurato che avesse dei dispiaceri. Notai che la signora De Emma aveva cambiato con lei; era garbata, ma fredda e come diffidente. Anche il dottore era molto più riservato di prima.

»Da Rosilde non si poteva cavar nulla, Soltanto si mostrava più impaziente di guarire, e di riacquistare le forze. Le quali pur troppo non venivano.

»Mi diceva:

»--Bisogna che mi aggiusti.

»Ma non spiegava le sue intenzioni, quel che volesse fare, forse non lo sapeva nemmanco lei. Non parlava mai del suo mestiere.

»Passò così l'inverno.

»Una sera tardi, del mese d'aprile, io stavo poco bene ed ero già in letto: Don Luigi era fuori. Sento bussare alla porta di strada. Mi vesto, corro ad aprire. E trovo Rosilde in uno stato da far pietà che appena poteva reggersi in piedi. Aveva trovato uno del paese e s'era fatta accompagnar da lui.

»Mi dice:

»--Ti conterò poi; intanto dammi, se puoi, ricovero per questa notte.

»--Ma che t'è accaduto? domando.

»--Nulla!

»--Che t'han fatto?

»--Nulla, sono stanca.

»La misi in letto: e ci rimase una settimana con una febbre spaventevole.

»Dopo migliorò, e potè alzarsi. Era anche abbastanza serena di mente.

»Ma non volle mai dire il perchè avesse lasciato così precipitosamente la casa De Emma. Tuttociò ch'io seppi da lei fu ch'ella non voleva essere di peso a quei signori, di cui però parlava di rado ma sempre con grande rispetto.

»Una cosa mi fe' meraviglia.

I signori De Emma non mandavano mai a chiedere di lei. Seppi però che il dottore s'informava indirettamente da gente del paese della sua salute.

»Io però avevo subito capito che la causa di tutto era la signora e che il dottore era costretto a usar dei riguardi per non farle dispiacere.

»Col progredire della buona stagione mia sorella si riebbe perfettamente.

»Scomparvero affatto anche quelle infermità che aveva portato dall'Inghilterra. Ridiventò forte, bella come da molti anni non l'aveva più veduta.

»Fiorivano le rose nell'orto e rifiorivano anche le sue guancie.

»Povera ragazza, non aveva ancora vent'anni: era ben giusto che paresse giovane!

»Nei momenti di buon umore era tutto il babbo; allegra, vispa, una vera faina.

»Scorrazzava come lei ora per la montagna.

»Soltanto qualche volta mi diceva:

»--Oh se potessi restar sempre qui con te.

»Io non sapevo risponderle, perchè malgrado le buone intenzioni del padrone, capivo che Rosilde non poteva dimorare a lungo in questa casa.

»Il pensiero di dovermi separare nuovamente da lei mi accorava: si viveva così bene insieme: non potevo rassegnarmi a vederla riprender quel suo diabolico mestiere.

»Ella non ne parlava mai: pure cosa avrebbe dovuto fare? la serva come me, essa allevata in tanta delicatezza?

»Mulinavo dì e notte per aggiustarla in qualche modo. Ma, fra me e me, a lei non dicevo mai nulla.

»E per circa tre mesi ella non pareva accorgersi dei miei fastidi, e non si dava punto pensiero dell'avvenire, proprio come nostro padre buon'anima.

»Cantava tutto il dì come un passero, era una consolazione a sentirla, tanto che delle volte mi attaccava il suo buon umore e vergognandomi de' miei dubbi, dicevo fra me:

»--La Provvidenza penserà lei alla povera Rosilde.

»Non so perchè cambiò tutto ad un tratto.

»Una mattina entro nella sua stanza e la trovo seduta sulla sponda del letto, col viso tutto sconvolto, pallida come un cadavere che piangeva dirottamente.

»Gli feci mille domande, non mi disse altro se non che non si sentiva bene.

»Poi, dopo il primo momento, si ricompose e fe' di tutto per dissipare le mie inquietudini. Mi assicurò che l'era passato, che stava bene, ma vedevo che non era vero. Per quanto si sforzasse, non riusciva a celarmi una grande tristezza che la opprimeva.

»Per quattro giorni io la vidi abbuiarsi sempre più,--e al quinto scomparve senza dir nulla.

»Eravamo alla metà d'agosto, al dì dell'Assunta.

»Non venne al vespro in chiesa dove aveva promesso di raggiungermi.

»Entrando in casa non la trovai più e m'accorsi ch'ella aveva portato con sè alcune delle sue vesti.

»Ne chiesi ai vicini se nessuno l'aveva veduta: ma dopo molte ricerche notai che la porticina dell'orto era aperta: Rosilde era senza dubbio discesa nella valle per di là.

»La cercammo dappertutto: andai io fino a Castelletto. Non potei venir in chiaro di nulla,

»Don Luigi ne fu afflitto quanto me.

»Non potemmo saper nulla più fino al marzo successivo, una domenica che capitò qui il signor De Emma a pregarmi di seguirlo fino ad un cascinale presso Zugliano. dove Rosilde era a letto malata gravemente.

»Il dottor era un antico amico di Don Luigi e, dopo la partenza di Rosilde, veniva sovente a trovarlo.

»Le avevo parlato tante volte di mia sorella, ma egli non mi aveva mai detto di sapere dove fosse.

»Eppure io sono convinta che conosceva da parecchio tempo la sua dimora. E dev'essere stato lei a pregarlo di avvertirci.

»La poveretta si vergognava di una disgrazia che l'era accaduta.

»Andai col dottore e giunsi con lui a una catapecchia miserabile in mezzo alla campagna dove trovai la mia sventurata sorella disfatta in modo da far compassione alle pietre.

»Aveva avuto un figlio il giorno prima,--ed era così mal ridotta dalla sua antica infermità al cuore, che l'era tornata con maggior forza, e dagli strapazzi d'ogni maniera sofferti che, come mi avvertì una vecchia che l'assisteva, correva serio pericolo.

»Quando la povera cristiana mi vide vicino al suo letto mi buttò le braccia al collo e pianse per quasi un'ora di seguito.

»Appena potè parlare, mi contò la sua triste storia,

»Seppi allora che tutto il male veniva dal signor De Boni.

»Questo poco di buono l'aveva incontrata a Zugliano, dove allora egli andava spesso a trovare suo padre. L'aveva inutilmente perseguitata in tutti i modi.

»Le sue molestie avevano continuato anche quando ella era venuta a star qui con me; ed ella era per un pezzo riuscita a tenerlo al dovere.

»Ma alla fine quel demonio era venuto a capo dei suoi infernali disegni e da sette mesi la torturava. Non so per quale malefizio colui aveva potuto imporsi alla volontà di mia sorella.

»Mi narrò queste cose singhiozzando per il dolore e per la vergogna, e finì col supplicarmi di compatirla.

»Si figuri un po': non potei far altro che piangere con lei.

»Mi sedetti al suo capezzale, e per tre giorni e tre notti non staccai gli occhi da quel suo volto distrutto, pregando il Signore di non togliermela così presto.

»Egli non ha voluto esaudirmi.

»Io la vidi consumarsi come una candela.

»La terza notte si riscosse da un grave letargo in cui era caduta, mi prese la mano con forza, mi chiese di Don Luigi e mi manifestò il desiderio di vederlo.