Memorie d'un disertore, vol. 2/3
Part 7
Quanto al resto era sempre lui, e non s’era mutato d’un capello. Abituato alla disciplina ed all’ubbidienza militare non poteva capire che ci potessero essere quattro uomini raccolti in un luogo, senza che lui ne dovesse prendere il comando. Egli d’oste non aveva che il nome, ma in fatto era sempre un sergente che comanda alla sua squadra.
Non avrebbe cambiato per tutti gli scettri della terra la calotta del bettoliere pel suo berretto da granatiere; così non avrebbe rinunciato a quelli che chiamava i diritti della sua carica in quell’osteria, ci fosse entrato un maresciallo di Francia! Era un’osteria, era un luogo pubblico: comandava lui, e a cui non piaceva gli rincarasse il fitto.
Però tutta quella scolaresca la guidava come una compagnia di coscritti, ed essa gioconda e spensierata ci si prestava. — Piaceva a quei giovinotti il rabuffo di quel vecchio che rappresentava ai loro occhi una storia vivente di onore e di virtù; piaceva a quei soldati che si sentivano involontariamente subordinati a quel veterano consacrato dal fuoco di cento battaglie. Ognuno lo amava e lo rispettava anche nei suoi difetti che non erano che i vezzi del suo carattere originale.
A chi non avesse conosciuto quell’uomo, quegli avventori, e il segreto che li riuniva, sarebbe parso strano sentir l’oste dire:
— Sedete lì, voi mangiate questo pasticcio... o andate a farvi friggere... meno chiasso voi altri là in fondo..... Oggi non voglio denari.... a domani.... Non vi do altro da bere... siete briachi... signorine, andate in piccionaia se volete fare il nido — e via di questa lena, e con questo tuono in mezzo alle risate e ai battimani de’ suoi avventori, i quali però erano ben lungi da impermalire o dal prendere sul serio il suo brontolìo, e lasciatolo passare, finivano col fare a modo loro, e col mettergli sossopra tutta la casa ch’egli avrebbe voluto ordinata e disciplinata come un accampamento militare.
XI.
CONFIDENZE.
Giorgio, tinto carbonaro, era tornato da Ernesto con una faccia molto scontenta.
— Ebbene, gli aveva chiesto Ernesto, è compito il mistero?
— Compito — rispose Giorgio sospirando.
— Non mi sembri molto contento... La faccia augusta del Gran Maestro non ti ha commosso?
— Mi avrebbe fatto ridere se avessi potuto dimenticar che quella gente... deve liberar l’Italia...
— Parla piano che nessuno ti senta. Rischieresti d’avere alle spalle un decreto di _soppressione_ e di lasciare la vita alla cantonata di casa tua senza nemmeno vedere da che parte sia venuto il complimento — fece Ernesto sforzandosi di vincere il sorriso di incredulità che gli spuntava sulle labbra.
— Baje! Io credo che quella gente abbia il cuore di cartone come i pugnali... e la testa da morto come i simboli... È meglio che torni al mio paese e che compia il mio progetto. Io non ho nulla a che fare nella commedia che si recita qui.
— Tu hai dei progetti? Hai sempre delle speranze.
— No. — Al contrario gli è il difetto di ogni speranza che mi fa covare un progetto.... insensato forse, ma necessario...
— La nostra amicizia è troppo recente perchè io mi creda in diritto di chiederti una confidenza... ma se l’aprire il tuo cuore ti potesse confortare... se io potessi aiutarti, fece Ernesto mettendo affettuosamente la mano sulle spalle di Giorgio.
Questi restò qualche minuto immobile cogli occhi a terra come se di là gli avesse potuto venire una ispirazione; si vedeva che esitava a privarsi d’un segreto e che una sorda lotta si compiva nell’animo suo.
Alla fine proruppe....
— Sì, Ernesto!... io voglio aver fiducia in te. Sei il primo amico che incontrai sulla terra, e forse sarai l’ultimo. Io sono soldato, Ernesto.... ho estratto or fa un mese il numero uno. Soldato, per me, non vuol dire soltanto indossare l’assisa dei tiranni del mio paese ed una lunga schiavitù; vuol dire la miseria, la rovina di tutta la famiglia, della quale io solo sono il braccio ed il protettore. Mio padre ha tutto sacrificato per gli altri e noi siamo poveri.... mia madre vecchia e malata, mia sorella e mio fratello non hanno che me.... Io non posso abbandonarli. Se la legge umana me lo impone, la divina me lo proibisce. Inoltre... — e qui Giorgio esitava ancora — inoltre io amo.... una santa fanciulla che il destino ha fatto nascere nella famiglia de’ nemici di mio padre... ma l’amo come può amare uno che non conobbe mai le ipocrisie del cuore. Ora quand’io sarò partito che sarebbe di lei? Che sarebbe del nostro amore? Il meno che le è serbato, è di essere venduta dall’avarizia di suo padre a nozze aborrite... il meno per lei forse... chè per me preferirei vederla morta. Vedi che io non potrei subire la sorte che mi colpisce, senza tradire i doveri e gli affetti più sacri che uomo conosca. Dicono il Re.... chi è questo Re per me? chi ce l’ha dato? le armi straniere! Cosa fa? abbrutisce e corrompe un popolo intero! La legge? chi l’ha fatta? questo Re! La patria? dov’è la patria? I servi non hanno patria che dove hanno la libertà.... Io andrò ad amarle entrambe....
— E cosa vorresti fare?
— Cosa voglio fare? fuggire...
— Disertare? Disertare... lasciando i tuoi?
— Oh mai! con loro! Ho già il mio progetto.... mio padre ha lasciato numerosi e devoti amici purchè possa arrivare a Genova: quindi m’aiuteranno ad emigrare in America.
— Con tutta la tua famiglia... e la fanciulla per giunta?
— Perchè no?
— Perchè sì, dico io? Non arriveresti a Voghera, che i carabinieri v’avrebbero tutti arrestati....
— Questo lo vedremo... Purchè abbia una notte per me, del resto rispondo io.
— Sogni, ti dico...... Eppoi disertare perchè?
— Mi par chiaro!
— E a me niente affatto.... fece Ernesto.... oh lasciami un po’ parlare sul serio; _semel in anno_.... deve essere permesso anche a me. Tu vuoi disertare perchè non vuoi abbandonar la tua famiglia e la tua amante. La idea potrà essere generosa, ma senza calcolar il pericolo quasi certo d’essere preso e andare a finire in una fortezza invece che passare otto anni in una guarnigione. Credi tu che nell’esiglio potresti provvedere alla felicità della gente che ti è cara? Tuo padre deve averti detto come vivono gli esuli.... Persuaditi.... tu non avresti da offrire a tua madre ed a tua moglie che un pane amaro e una squallida miseria... Questo per la famiglia. Quanto poi alla patria, odimi bene. Tu odii il Re, tu ami la libertà; tu daresti la vita tua e dei tuoi, credo, per conquistarla. Ebbene, oggi il mezzo più sicuro, più efficace per cooperare a questo fine glorioso è entrare appunto nelle file di quell’esercito che tu abborri. La rivoluzione che si prepara, e della quale pochi ancora posseggono il segreto presagio, sarà tutta militare: te lo dico io: noi studenti apriremo il fuoco: un gruppo di cittadini generosi.... o ambiziosi... farà la retroguardia; ma il grosso verrà dato dall’esercito. Ora tutte le cure devono essere nel rinforzare questo esercito, nell’introdurvi amici nostri quanti più è possibile e nel tirare a noi tutti i buoni che esitano ancora. Molte fila sono diffuse, molti accordi sono presi. Molti capi e tra i più illustri sono con noi. Io non ti dirò i nomi, ma a suo tempo li saprai..... Vedi tu se sia l’ora di disertare.... d’andare in esilio.... d’andare in America.... se c’è posto di combattimento onorevole.... se c’è un mezzo d’adempiere il voto di tuo padre e il tuo sotto quell’assisa che tu abborri, ma che ci permetterà d’entrare non visti nelle file dei nostri amici.
Ernesto parlava molto concitato.
Giorgio l’ascoltò fino alla fine con molta attenzione.
Poi, dopo un istante di pausa, riprese....
— Quello che dici è forse vero.... Io credo... ed io sento che molti dubbi si sono dissipati. Io dovrei abbandonare una madre, un’amante alla balia d’un uomo che non perdonerà.... ma per il mio paese, per quel paese che mio padre mi raccomandò morendo io sarei pronto; direi ai miei cari: soffrite, ed essi soffrirebbero. Ma vi è un’altra difficoltà suprema, e credo invincibile, Ernesto.
— Quale?
— La mia coscienza. Per quanto creda santa la causa della libertà, io non potrei mai tradire un giuramento. Morrei piuttosto di darlo quando sentissi di non poterlo mantenere; ma dato, accetterei la morte prima di violarlo.
— E tu hai di questi scrupoli?...
— Tu li puoi chiamare scrupoli.... la mia coscienza li chiama doveri.... Io non intendo, non ho mai inteso certi patti, e certe reticenze. Io non sono stato educato come tutti gli altri. Mio padre era il diritto, la giustizia, la schiettezza vivente. Il sì ed il no sulla sua bocca non avevano due significati e due misure. Egli non prometteva che il bene; ma una volta promesso, lo manteneva. Per me chi non vuol servire il Re, non giuri, chi ha giurato, lo serva.
— E sei tu che parla? — disse Ernesto saltando dalla sua seggiola come se avesse bruciato di sotto.... — Tu?... Poi prese il suo cappello ed il suo bastone, e afferrato il suo amico per un braccio, disse:
— Vieni con me in un luogo che ti farò passare queste ubbie.....
— E dove?
— Agli _animali parlanti_.
XII.
LA CONVERSIONE.
Quando i due amici entrarono nella taverna il baccano era al colmo. Le voci si confondevano; chi cantava, chi urlava, chi picchiava sulle tavole, chi cozzava co’ bicchieri, chi disputava in un angolo sul romanticismo, chi bisticciava colla _Bombazon_ la bella di Grandis che aveva divorato da sola anche la cena del suo amico, chi chiamava Carrera, chi canzonava mamma Caterina, e chi infine ballava a tondo in un angolo della sala col suono del proprio fischio.
Mutati i giorni di dolore e gli accenti d’ira in suoni di piacere e in accenti di allegrezza, il tumulto della seconda bolgia Dantesca poteva servire di paragone.
Il pian terreno poteva tener bordone al primo piano, e le voci dell’alto si confondevano con quelle del basso e non parevano che l’eco d’un’immensa moltitudine. Erano, a dir molto, cinquanta persone e parevano cinquantamila. La gazzarra degli studenti si mescolava a quella de’ soldati, e la barriera che per solito li divideva era sparita. Carrera di quando in quando si provava a mandar per la sala un stentoreo _silence dans les rangs_, ma era indarno: l’uragano aveva ormai preso il sopravvento; e il Generale più non riusciva a domare la sedizione del suo esercito.
Tutti gli odori uscivano dalla bolgia, e il fumo delle pipe, i vapori del vino, le esalazioni de’ fornelli mescolati insieme empivano l’atmosfera d’una caligine acre e densa, e toglieva a chi vi entrava il respiro e la vista.
Ernesto dopo avere starnutato nell’ingresso si rivolse a Giorgio che esitava ad entrare e gli disse a bassa voce:
— Fatti coraggio...... questa è la fucina della rivoluzione......
— Me ne accorgo dal fumo!... — rispose Giorgio sorridendo.
I due amici salirono al primo piano, v’erano i soliti studenti colle loro belle; qualche bass’ufficiale e due ufficiali. Ma la confusione era tale in quel momento, che Ernesto non giudicò opportuno d’inoltrarsi e disse a Giorgio:
— Sediamoci in quest’angolo e lasciamo spegnere la fiamma. Fra poco suonerà la ritirata e vedrai che molta gente svignerà.
Giorgio ed Ernesto sedettero. Carrera li vide e si avvicinò a loro chiedendo ad Ernesto con un girar di occhi chi era l’amico.
— È un _animale parlante_ rispose Ernesto: gli metteremo nome «Leopardo».
— Bene! ah siete il Leopardo? fece Carrera. Volete un bicchier di vino?
— Grazie, rispose Giorgio, bevo acqua.
— Uhm! l’animale acquatico.
— Animale anfibio... brontolò il sergente, e voltò loro le spalle.
Infatti a poco a poco la folla era andata, quasi inavvertitamente, diradandosi. I tamburi di Piazza Castello avevano suonata da circa un quarto d’ora la ritirata, i soldati se n’andavano, alcune coppie di studenti, costretti ad accompagnare le loro donne al teatro _D’Angennes_ prendevano congedo, e verso nove ore non c’era più che una decina di studenti, qualche ufficiale, silenziosi e raccolti nella sala del primo piano.
— È l’ora di presentarti, disse Ernesto a Giorgio, vieni avanti con me.
Giorgio lo seguì verso il tavolo dove erano seduti gli ultimi rimasti.
— Amici, vi presento Giorgio Santafiori, amico mio e nostro...
— Salute! fecero quegli studenti, e uno per uno s’alzava a toccargli la mano ed a fargli il segno del _carbonaro_.
— Sempre! e tutti _carbonari_!... pensava Giorgio per nulla edificato di quella prima accoglienza.
— Studente? — chiese Alberigo Grandis.
— No!... — rispose Giorgio...
— Soldato — rispose Ernesto.
— Non ancora — replicò Giorgio.
— Coscritto o volontario? — chiese uno dei luogotenenti.
— Volontario io?... — fece con un sorriso di amara ironia interrogato.
— Perchè no, giovine amico, replicò il luogotenente, se poteste sotto questa divisa servir meglio la causa del nostro paese?
— Non potrei servirla, replicò Giorgio, perchè avrei giurato di servirne un’altra.
— Come! fece l’ufficiale guardando atterrito il giovane che gli aveva fatta quella strana risposta.... voi la pensate proprio così?... Ma allora.... continuò rivolgendo cogli occhi un’interrogazione ad Ernesto.
— Egli ha questo scrupolo; io ho già combattuto per levarglielo.... ma è una coscienza di diamante, limpida e dura.
— Lo convertirò io! — disse una voce sonante dal fondo della sala.... tutti si voltarono ed esclamarono alzandosi con rispetto....
— Il capitano!
— Salendo le scale ho udito i vostri discorsi.... badate un’altra volta di abbassare un po’ più la voce.
— Non importa — fece Carrera — a questa ora qui tutto è sicuro.
— Tu, Carrera, non conosci le orecchie della Polizia.... Dunque.... questo giovinotto diceva....
Giorgio alzò i suoi occhi brillanti sull’interrogatore, ma con tale sguardo che pareva volesse dirgli: «Perchè mi interrogate voi, e con quale diritto?»
Il capitano lo comprese e disse:
— Non temete giovinotto, io non sono qui per esercitare un’inquisizione, questi amici possono assicurarvene....
— Non ne dubito, signor Capitano, ma io sono rozzo, esco dal deserto adesso.... dovete scusare....
— Stringi questa mano.... dunque sei soldato.
— Ma.... — fece Giorgio esitando ancora.
— E non lo vorresti essere? — replicò il Capitano.
— Non lo vorrei essere, e non lo sarò — ribattè secco Giorgio.
— E abbandonerai in un’ora di pericolo la causa del tuo paese e disonorerai il tuo nome? ripicchiò con voce più forte e autorevole il Capitano: qual è il tuo nome?
— Giorgio Santafiori.
— Santafiori — esclamò il Capitano balzando in piedi — il figlio di Battista.
— Di lui! l’avreste conosciuto forse? — chiese premuroso il giovine.
— Se l’ho conosciuto! Bisognerebbe non aver amato sin da bimbi il proprio paese per non averlo conosciuto...... Dimmi non t’ha egli mai parlato d’aver incontrato nei suoi viaggi in Ispagna un sergente di Massena che si chiamava il sergente Ferrero?
— Che? sareste forse voi quegli che lo salvò dal furore dei vostri camerati che l’avevano preso per una spia di Mina?
— Io!.... — fece il vecchio soldato — dunque egli se lo rammenta il suo Ferrero.... ora il sergente è divenuto capitano, ma il cuore non ha mutato!
— E dov’è egli?
Giorgio tacque e abbassò la testa.
— Morto! Egli pure ha pagato il suo tributo... Povero Battista... Egli non ha veduto libero il suo paese... ma noi lo vedremo. Beviamo alla sua memoria.... era un santo!... non dico altro.
Gli amici alzarono i loro bicchieri, e li accostarono religiosamente a quello del capitano. Giorgio aveva due grosse lagrime sulla guancia che vi parevano impietrate...
— Ma dimmi, continuò il capitano Ferrero... c’è un altro Santafiori nel nostro esercito; nei dragoni della Regina, se non sbaglio. Sarebbe egli tuo fratello?
Giorgio volle dire di no, ma suo padre aveva sempre riguardato Michele per suo figlio, gli aveva dato il suo nome e non poteva contraddire a quella volontà.
— Sì, rispose arrossendo il giovane.
— Me ne duole.... egli è indegno di portare quel nome,... e spero che il fratello vendicherà l’oltraggio ch’egli fa ogni giorno alla memoria di suo padre.
— Io lo vorrei, signore! ma dite.... credete voi che, vestendo quella divisa che lo ha corrotto, io potrei compiere quella vendetta.
— La divisa non corrompe, esclamò Ferrero, purchè la si indossi coll’animo ben compreso dei diritti.... e degli obblighi che impone. Se tu credi che il soldato non sia che un mercenario, peggio ancora, un vassallo armato pel beneplacito del Re, è finita. Tu non avrai più bussola nella tua coscienza. Tu dovrai servire chi ti paga, imprigionar, se occorre, tuo fratello, e scannar tuo padre, e non aver altra legge che la volontà del tuo padrone. Ma i giorni dei soldati e capitani di ventura sono passati e vorrei che fosse vivo tuo padre per dirti se dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo vi possono essere in una nazione distinzioni tra cittadini e cittadini, soldati sì ma cittadini. Tutti abbiamo giurato, anche quelli che non hanno messo la mano sul Vangelo. Tutti quanti siamo, abbiamo giurato, ma di servire la patria e di obbedire alle sue leggi. Esse sono il sovrano... il re, o il presidente della repubblica, non può essere di sopra delle leggi nè della volontà della nazione. Il mio re, il re del capitano Ferrero, è il bene della nazione: esso è il suo Dio! Se il re mi comanda domani di fare qualcosa per il bene della patria, ecco tutto il mio sangue: se il re crede che fucili il maresciallo Ney, o i quattro sergenti della Rocella, io mi rifiuto — io mi sento sciolto dal mio giuramento, com’egli si credette sciolto dal suo. E se la nazione richiede il mio braccio perchè la protegga degli arbitrii del dispotismo io glielo offro perchè desso è suo. Diranno i sofisti, perchè io gli ho uditi, e nelle nostre file abbondano, ma chi è il giudice del bene o del male, e chi interpreta la volontà della nazione? Chi? La coscienza che non falla! Ogni uomo l’ha apposta la sua coscienza per giudicare delle azioni che deve compiere o lasciare, perchè non l’ha ad avere un soldato? Se domani un generale ubbriaco viene a ordinarmi di mettere a ferro e a fuoco Torino! io l’ho bene la coscienza per giudicare che egli è ubbriaco e che mi ordina il male. Così può essere d’un re stolto, o d’un generale infame che volesse valersi della mia spada per compiere scellerate azioni contro la mia patria e le sue leggi. Io ho giurato a lui, come egli ha giurato a me; è un patto reciproco sull’altare della patria: chi lo scioglie per primo, quegli è un traditore.... Ascoltate me, giovinotto.... posso dire di parlare con la voce stessa di vostro padre.
Giorgio, durante questo discorso, pronunciato con eloquente concitazione, non aveva mai fiatato: quand’ebbe finito egli si alzò in faccia al vecchio capitano e con la voce solenne d’un neofita che si consacra ad una religione disse:
— Capitano, io abbandono per seguire il vostro consiglio tutto quanto ho di più caro sulla terra. Fra quindici giorni io sarò soldato. Mi potete voi promettere che è la salute della patria che lo impone?....
— È Dio che lo vuole.... fece il capitano alzandosi col tuono consueto d’un sacerdote....
Tutti s’erano alzati con lui, e pochi minuti dopo, ciascuno raggiungeva per opposte vie casa sua.
XIII.
LA PARTENZA DEL COSCRITTO.
Giorgio non aveva un giorno da perdere. Fra una settimana c’era la chiamata de’ coscritti, egli aveva bisogno di tornare a casa, di rivedere i suoi, d’aggiustare le sue faccende, di provvedere come che sia all’avvenire della sua famiglia; e la mattina dopo, abbracciato Ernesto, ripigliò la via del suo villaggio.
Percorrendola pensava alla rapida evoluzione che in pochi giorni s’era compita nell’anima sua, e alla nuova esistenza che l’attendeva, e non gli pareva quasi più d’essere lui. Egli che non avrebbe mai creduto potersi staccare da casa sua, che aveva sognata un’esistenza di domestica quiete tra sua madre ed una sposa; egli era balzato nell’ignoto mistero d’una congiura politica; egli s’era a un tratto gravato per volere d’un uomo, la cui parola era sacra, di un grande, terribile dovere che non poteva ormai nè discutere, nè ricusare, e che lo sforzava a passare a capo chino traverso alla dorata tela de’ suoi sogni e per adempiere il quale gli era d’uopo raccogliere tutte le forze della sua virtù; e sacrificar ogni cosa diletta più caramente, ad un principio, ad una bandiera, ad una potenza invisibile che si chiama la Patria, giurarle obbedienza, consacrarle la vita, e quella de’ suoi cari, votarsi per essa al martirio.
E non avea egli nella casa altri doveri, sacri almeno come quelli della patria? l’adempirli non era una milizia e una battaglia, meno gloriosa è vero, ma appunto per questo, più disinteressata?
Fra l’uomo che lotta nell’adempimento d’un’oscura missione e muore a tutti ignoto fuorchè all’affetto di pochi cuori, e l’eroe che ha per scena il mondo, per funerali la storia, qual’è il più grande e il più meritevole?
Aveva ragione suo padre d’imporgli quel dovere, aveva avuto ragione anch’egli di sacrificare tutto per gli altri, e risparmiare nulla per sè ed i suoi.....
— Giorgio, tu bestemmi — gridava dentro di sè giunto a questa parte del suo doloroso monologo.... Tuo padre era un sant’uomo; e tu devi inginocchiarti davanti alla sua volontà come a quella di Dio.... Ora la risoluzione è presa.... Del resto non è egli che mi ha imposti questi dilemmi.... è il destino. O esule.... perseguitato.... forse, miserabile sempre... O soldato combattente d’una giusta causa, o martire.... probabilmente.... La scelta non è dubbia.
Ernesto aveva ragione; Ferrero era la voce stessa di suo padre redivivo.
In questi pensieri giungeva al suo villaggio.
All’ingresso del paese il primo conoscente che incontrò fu _Leon_: esso gli era balzato incontro, ma in luogo d’accoglierlo col suo giocondo saluto, mugolava e gemeva, come se avesse avuto a dirgli una parola di compianto. Giunto in piazza, la bottega dello Speziale era ingombra della solita brigata, e gli parve di accorgersi che tutti lo guardavano e che alcuno dicesse: povero giovane!
Fatti ancora pochi passi, la campana della Chiesa cominciò a dare funebri rintocchi, che gli echeggiavano nell’anima come l’addio di un caro morente, alla fine giunse di faccia alla porta di casa sua.... Traversò il grande cortile, arrivò sotto il portico; due contadine luride e sinistre sedute vicino ad un fiasco bevevano e canticchiavano mezzo assonnate dal vino una monotona nenia. Giorgio che non aveva mai veduto quelle facce in casa sua si fermò e disse: — Chi siete?
— Siamo quelle che la devono vestire....
— Vestire? non m’avete l’aria di sarte alla moda, — disse Giorgio sorridendo, e non sapendo ancora su quale tema profferiva quel suo scherzo innocente.
Le due megere gli sghignazzarono dietro dicendo:
— Si lavora col figurino della morte, signor Giorgio.
Giorgio non aveva udito, ma in un angolo della sala aveva trovato stretti in un gruppo scultoriamente bello, il piccolo Balilla e Livia abbracciati, che piangevano in silenzio, insensibili a quanto li circondava.
— Livia! Balilla.... perchè piangete?
Livia alzò gli occhi, guardò Giorgio e non ebbe il coraggio e la forza di profferire una sola parola.
— Un’altra disgrazia.... nostra madre forse?
Livia scoppiò in un singhiozzo; Giorgio sapeva già la verità; scavalcò la scala per accertarsene, entrò in una stanza illuminata da un funebre cero.... — Vi giaceva sua madre morta.
Egli si gettò a’ piedi del letto e vi restò per più ore sprofondato in quel dolore senza lacrime e senza parole che assomiglia soltanto all’ambascia di chi affoga in una voragine senza rive. Pure doveva farsi coraggio, era il solo che se lo potesse fare e lo dovesse insegnare in quella casa.
Venne a scuoterlo una mano leggiera che si era posata sulla spalla. Alzò la fronte con piglio irato quasi per dire «lasciatemi» e incontrò lo sguardo calmo e carezzevole della sua Giusta.