Memorie d'un disertore, vol. 2/3

Part 5

Chapter 53,668 wordsPublic domain

Il nostro dottore però rappresentava la vecchia Carboneria; quella a cui bastava radunarsi in un sotterraneo addobbato di simboli tetri per pronunciarvi sopra lo stocco e il gomitolo una tragica formola. Perciò i patriotti piemontesi, i quali verso il 1818 cominciavano a comprendere come le opere sole avrebbero potuto suggellare i magnifici giuramenti delle _vendite_ e che pensavano seriamente ad una rivoluzione, sebbene fossero pieni di stima per la probità del loro fondatore, si diedero piano piano a emanciparsi da lui, a celare una parte dei loro segreti e a non considerarlo più che come uno strumento passato d’uso o tutt’al più come l’uomo tecnico delle controversie disciplinari. Però non gli assegnarono che un grado mediocre nella gerarchia, e lo crearono solamente Censore. Il povero Gastone versò lagrime amare e sincere per quell’oblìo che a lui pareva ingratitudine; pensò un momento rassegnare la dignità; ma alla fine non ebbe cuore di separarsi da quella che chiamava la sua seconda famiglia.

E naturalmente la famiglia prima, cioè la vera, ne pativa alquanto. Gli interessi andavano alla carlona; l’educazione del figlio ne scapitava; i malati gli andavano al camposanto, e il dottor Gastone non se ne accorgeva, parendogli che dal giorno in cui Ernesto aveva presi i primi gradi dell’ordine fosse in buon porto di salvazione e la famiglia al sicuro da ogni disastro sotto le grand’ali della Carboneria.

Quando Ernesto entrò nello studio, traendo seco Giorgio che stava di dietro timidamente, il dottore si scosse dalla meditazione, s’alzò e baciò ripetutamente il figliuolo che gli corse nelle braccia.

— Babbo... ti presento un mio amico.... un amico.... che ho trovato per istrada.

— Oh bravo, bravo Ernesto... ho molto piacere — e il dottore agguantava la mano di Giorgio stringendola più volte col triplice segno carbonaresco; segno che il nostro campagnolo non solo non capiva ma non avvertiva nemmeno.

— E come si chiama il signore? — riprese un po’ secco il Gastone, che non vedendosi corrisposto al segno cominciava a raffreddarsi.

Ernesto declinò il nome del suo amico.

— Come!... Santafiori?... Santafiori di S....

— Sissignore — fece Giorgio.

— E figlio di Battista?...

— Sissignore.

— Oh mio caro e buon ragazzo.... qua un bacio.... un altro ancora.... già la disgrazia la ho saputa subito.... non parliamone più. Gran buon uomo quel Battista... peccato che non abbia voluto.... basta.... ma c’è il figlio.... il figlio si farà cuore.

Queste parole che il dottore pronunziava a strascico, unite insieme e rinterzate dal necessario significavano: «peccato che Battista non abbia voluto farsi carbonaro. Basta, ci vuole pazienza! ma c’è il figlio da pescare e si pescherà».

Giorgio naturalmente non aveva capito un ette. Ernesto invece indovinò l’antifona e pensò subito di tagliar corto.

— Ho offerto a Santafiori l’ospitalità in casa nostra.

— Benone — esclamò il dottore.

— E vado a far preparare un po’ di cena per riparare ai guasti che le diligenze di S. M. hanno fatto nei nostri ventricoli. Intanto ti lascio solo con Giorgio che ha una malattia segreta da confidarti.

— Oh! — fece il dottore guardando fra dolente e stupito l’ospite suo che sorrideva. — Via parlate signor Santafiori — ripigliò il medico quando si fu accorto che Ernesto era uscito. — Sedete e parlate.

— Signore — fece Giorgio restando in piedi e pigliando una certa aria solenne. — La mia malattia è una fantasia di suo figlio che io non ho voluto contraddire per poter conservare più gelosamente il segreto che mi conduce da lei.

— Non si tratta dunque di medicina!... E di che cosa si tratta allora? — rispose Gastone ravvivato nelle sue segrete speranze e avvicinando la seggiola.

— La prego di leggere questa lettera — e Giorgio porse al dottore il biglietto che gli aveva lasciato suo padre. Gastone pose a cavallo del naso un paio d’occhiali e si mise a borbottare più che a leggere queste parole:

_Gennaio_ 1827.

«Caro Gastone.

«Quando mi proponeste or sono cinque anni di dare il mio nome alla Carboneria non lo volli e ve ne diedi le ragioni, che ripetere non giova.

«Nullameno se a ottant’anni, dopo aver percorse tutte le società segrete di due secoli e di due mondi, non poteva sentirmi invaghito d’entrarvi, mio figlio che pose oggi il piede sulla soglia della vita, non dee restare ignaro di ciò che si pensa, si spera e si prepara per la libertà del suo paese, ed io desidero ch’egli offra il suo braccio alla Carboneria, fidente che alla religione del giuramento egli non mancherà mai. Però lo mando a voi, caro Dottore, perchè l’iniziate.

«Fate che il suo amore alla libertà ed il suo odio alla tirannia, fruttino opere generose alla patria e che egli vegga compito il sogno che io porto meco nella sepoltura.

«BATTISTA SANTAFIORI».

La faccia del dottore mano mano che procedeva nella lettura era divenuta porporina, copiose stille di sudore imperlavano la sua calva fronte, due grosse lagrime gli colavano sulle guance, un sorriso di contentezza gli tremava sulle labbra, e il foglio pareva gli volesse saltar fuori dalle mani come lo avesse colto la paralisi.

Appena finita la lettera si gettò egli stesso nelle braccia di Giorgio, gli afferrò colle mani la testa e baciucchiandolo di nuovo: — Ah sì!... — gridava — oggi stesso.... subito.... mio caro cugino.... mio buon cugino.... che sii benedetto tu e il padre tuo.

Giorgio non poteva comprender bene il significato di quelle parole «buon cugino»; tuttavia alla vista di quel vecchio commosso e tremante non potè vincere egli stesso un fremito d’emozione e dovette appoggiarsi ad una sedia per non traballare. Quale mai doveva essere quel mistero a cui suo padre lo avviava dalla tomba, che faceva piangere un vegliardo e a lui, giovane provato alle percosse, battere i polsi?

Però come la prima sfuriata quetò, Gastone prese a dire:

— E voi siete ben preparato, figliuol mio?

— Lo sono.

— E se v’imponessero prove terribili?

— Le subirei.

— E se vi comandassero un delitto?

— Un delitto! — chiese Giorgio meravigliato — mio padre non può volere ch’io m’ascriva a una setta di malfattori.

— Bene! domani sera vi condurrò io stesso alla _vendita_ e sarete ordinato.

E in quel mentre entrava Ernesto ad annunziare che la cena era imbandita con soddisfazione di tutti, ma principalmente del dottore cui la conquista di un nuovo accolito aveva risvegliato uno straordinario appetito.

La notte Giorgio non potè, come l’inferma di Dante, trovar posa sulle piume; il domani stavagli confitto come chiodo nella mente e il sonno stesso non potè sconficcarlo. Quando verso il mattino s’addormentò, i pensieri della veglia divennero le larve del sogno e nella lor forma impalpabile sembrarono più terribili. Povero giovane!... quei sogni erano forse profezie.

Quando si svegliò aveva le ossa peste, le arterie lo martellavano ancora, e le nebbie della notte non peranco s’erano dileguate dall’anima sua.

Cercò Ernesto, era all’università; cercò il dottore, era alle sue visite: si trovò male nella solitudine di quella casa e uscì. Si pose a vagare solo soletto per Torino, ma ben presto fu annoiato dai monotoni rettilinei di quelle contrade, dalla perenne penombra di quelle viottole umide e strette, dove non era vestigio di gloriose memorie antiche, dove era rachitico il moto della vita moderna, dove una popolazione nana, taciturna, povera, insassata, senza raggio veruno di brio e di vivezza italiana, passava e ripassava come popolo di fantasmi in una squallida necropoli.

Quest’era l’impressione di Giorgio quaranta e più anni fa; e certo chi confronta la povera capitale dei poveri re di Sardegna e i suoi sessantacinque mila abitanti colla splendida sede del regno d’Italia, animata dalle sue duecento mila persone, co’ suoi monumenti, le sue ricchezze, le sue industrie e il suo splendore odierni, troverà legittimo il giudizio e onesto il commento che il narratore delle sue memorie ci appulcra.

VIII.

DELUSIONE.

Giorgio s’era fermato in mezzo a piazza Castello a contemplare la magnifica facciata del palazzo Madama, lavoro di Filippo Juvara, lamentando anch’egli che alle altre tre parti dell’edificio mancassero gli ornamenti della fronte come a un bel viso di donna le grazie dell’imbusto e l’armonia dell’insieme.

La sua contemplazione però non era così assorta che egli non avesse scorta subitamente la cavalcata di tre persone preceduta da uno staffiere in livrea che sbucava sulla piazza destra di Po.

Il cavaliere di destra sembrava gentiluomo d’alto affare, perocchè gente che già cominciava ad accalcarsi ed a far ala convergeva su lui principalmente gli sguardi e a lui solo dirigeva gli inchini e le rispettose sberrettate. Ci fu anzi un tentativo, un preludio di battimani che smorì via, non sapremmo ben dire se per un sentimento di decoro popolesco o per mancanza di sego alla macchina dell’adulazione.

Era un giovane lungo, magro, patito, giallo come l’itterizia o il rimorso, dal mento osseo e nudo d’ogni onore, dagli occhi grigi ora vaganti e inquieti, ora vitrei e fissi, incavernati dentro i zigomi prominenti e gli orli sporgenti delle ciglia, simili a fatue fiammelle nel cavo d’una tomba. Il vestito era nero, abbottonato, disadorno come quello d’un giovane collegiale uscito di recente dalle austere chiostre dei Gesuiti: le gambe straordinariamente prolisse gli cascavano più che non poggiassero sulle staffe; il braccio destro che non reggeva le redini penzolava come sfibrato lungo il fianco; sulla sua fronte, nel suo sguardo, nel portamento, nella persona tutta, un marchio indefinibile di fatalità, un misto di tragico, di grottesco, di ascetico; don Chisciotte coll’occhio d’Amleto nelle vesti di Lojola. Guatava sotto le pupille a destra ed a sinistra, rispondeva ai saluti portando automaticamente la mano all’ala del cappello e facendo ad ora ad ora caracollare il bianco destriero, esercizio nel quale sembrava maestro.

— Chi è questo signore? — chiese Giorgio percosso dalla visione di questa figura.

— Oh curioso! non lo conoscete? — fece uno degli ammiratori — è il principe Carlo Alberto di Carignano.

— Lui!... — e Giorgio stette a bocca aperta guardando lungamente dietro la cavalcata che era già sparita dietro le cancellate del palazzo reale.

La sera giunse, e il dottor Gastone, fatte altre raccomandazioni al neofita, per vie torte e recondite lo condusse seco alla residenza dei carbonari. Era questa l’ultima casa a destra in via Santa Teresa; s’entrava per una pusterla, v’era un atrio nudo ed umido, una scala larga e scivolante; in cima al secondo pianerottolo un grand’usciale forato nel suo centro da uno di quei finestrini che si chiamano occhio di bue.

Gastone picchiò tre colpi colla mano: un occhio si presentò al finestrino e poco dopo l’usciale si aprì. Tre uscieri o guardiani coperti da maschere nere stavano impalati all’ingresso, e solo al venir di Gastone si diedero tre trinciate traverso al petto, saluto e segno di riconoscimento dei Carbonari.

— Bendategli gli occhi — disse il dottore a uno dei tre uscieri; — è necessario, amico — riprese volgendosi a Giorgio; — aspettate qui nel vestibolo finchè sarete chiamato.

E dati ancora tre picchi alla porta di una stanza attigua, vi entrò.

I tre avvolsero intorno alla testa di Giorgio due fazzoletti, s’assicurarono che luce non potesse entrarvi nè uscirne, lo presero per mano e gl’intimarono di seguitarli. Il giovine sentiva schiudere e chiavare delle porte, urtava talvolta i ginocchi nelle seggiole e così a mano cieca credette di percorrere molte stanze. Ma s’ingannava: egli non aveva fatto che girare intorno alla medesima sala che il dottore chiamava vestibolo e i chiavistelli che croccavano non erano che quelli della medesima porta d’entrata.

Alla fine sentì al suo orecchio la voce del dottore Gastone che gli susurrò: — venite meco.

Sempre al buio camminò; e come egli credeva d’aver fatto un lungo giro, gli era impossibile nemmeno colla mente d’orientarsi. Avvertì soltanto sotto i suoi piedi qualcosa di molle che smorzava i suoi passi, ma non potè distinguere se fosse erba o tappeto.

Gli fu imposto di fermarsi e si fermò: di non muoversi e non si mosse: s’accorse d’esser solo e provò la duplice sensazione della notte e del deserto.

— Chi siete? — tuonò dopo un bisbiglio indistinto di pochi minuti una voce.

Giorgio disse con voce fermo il suo nome.

— Che volete? — richiese la stessa voce.

— Entrare nella società dei buoni cugini carbonari — rispose Giorgio facendo pro delle lezioni del dottore.

— A quale scopo?

— Per il trionfo della libertà, lo sterminio dei tiranni e il regno della giustizia sulla terra.

— Credete la società tanto potente e tanto illuminata per compiere questa triplice missione?

— Lo credo.

— Non sapete che essa ha le mani grondanti di molto sangue innocente?

— Non lo credo.

— Non sapete che essa, sotto il mantello della carità e della patria, cova neri progetti d’ambizione e che non altro agogna che satisfare la propria sete di ricchezza e di onori?

— Non lo credo.

— E siete parato a seguitarla dovunque?

— Sì.

— Ad obbedirla?

— Sì.

— A darle il sangue?

— Sì.

— A darle la vita e la vita dei vostri cari?

Giorgio esitò un impercettibile momento, ma rispose tosto:

— Per un santo fine, sì.

— Dei vostri parenti e dei vostri amici?

— Sì.

— Di non scandagliare, di non discutere, di non travisare i pensieri, i propositi, i decreti dell’ordine, e di serbarne fedelmente i segreti?

— Lo potrei giurare.

— E vi basta l’animo di compiere per essa qualunque impresa, e, se fosse necessario per la sua gloria e la sua salute, di consumare anche un delitto?

Era la stessa domanda che il dottore avevagli fatto la sera precedente, ed egli diede la stessa risposta.

— Mio padre, Battista Santafiori, che voi forse avrete conosciuto e che era un santo uomo, non mi avrebbe mandato a voi se vi avesse creduti capaci d’un delitto.

Lo stesso interrogatore insistè: — ma se la società decretasse ciò che gli uomini chiamano un delitto, e commettesse a voi il perpetrarlo, che fareste?

Giorgio non rispose.

— Rispondete.

— Come debbo rispondere? istruitemi — dall’accento capivasi che l’interrogato cominciava a impazientire.

— Rispondete quel che volete.

— Non ubbidirei.

— Non ubbidiresti?... voi dunque non volete essere nostro «buon cugino»?

Giorgio esitò ancora una volta, poi francamente e con voce risoluta rispose:

— A questo patto no.

Appena uscite queste parole un gran tramenìo si fece nella sala. Le porte tornarono a sbattere fragorosamente, e in mezzo alla confusione delle voci il neofita potè distinguere questa intima: — si escluda, e si rimandi.

E tosto la stessa persona che aveva sempre parlato, ricominciò con tuono solenne:

— Se è così, come dite voi, sappiate che non potete entrare nel nostro ordine. Badate però che se svelerete a persona viva, foss’anche la minima parte di quello che avete udito e veduto, la Società ha l’occhio lungo e la mano sicura e ovunque vi celiate saprà colpirvi.

E prima ancora che Giorgio avesse tempo di profferire una ragione si sentì afferrare da quattro braccia robuste, e senza intimazione trascinare in mezzo alle tenebre, e dove non sapeva. Provò per un secondo la voglia di stracciarsi la benda e di rispondere per le rime a quella violenza, ma il pensiero di suo padre lo contenne. Gli fecero fare i medesimi ghirigori e lo condussero ancora nel vestibolo. Intanto nella conventicola la discussione erasi incalorita: quegli che aveva parlato e che era il Venerabile della Vendita in persona opinava per l’accettazione, non solamente perchè il rifiuto di piegare a un comando colpevole testimoniava dell’onestà del candidato, ma perchè lasciarlo possessore d’una metà del segreto senza legarlo col giuramento dell’Ordine, era un’imprudenza ed un pericolo.

Un altro invece insisteva per il rifiuto, perchè la base fondamentale della Società era l’assoluta obbedienza, senza di che essa non avrebbe più potuto esistere. «Se, diceva egli, noi possiamo imporre come prova ad un candidato perfino il suicidio, perchè non potremo pretendere da lui un altro atto qualsiasi?»

Nella testa invece del povero dottore Gastone battagliavano i più opposti sentimenti. Da un lato l’antica religione del rito carbonaresco lo eccitava a respingere senza grazia il giovine che aveva così sfidato le collere onnipotenti dell’Ordine; dall’altro il pensiero che il suo candidato era il figlio di un amico e di un uomo sì benemerito della patria e dell’umanità, lo consigliava a impetrare dai colleghi l’ammissione ed il perdono. Però egli ingarbugliò un discorso tutto lardellato di citazioni erudite per fare una di quelle dimostrazioni bifronti e a doppio taglio delle quali i sofisti d’Atene, i farisei del sinedrio, e i moderati di tutti i paesi furono maestri, provando che il principio stava per il rifiuto, ma il caso per l’eccezione; raccomandando il suo proposto in nome dei servigi resi da suo padre, della sua giovinezza, e delle sue speranze.

Quand’ebbe finito gli grondavano i goccioloni, perocchè nulla eragli mai costato tanto come il venir meno a quella rigidezza di osservanze nella quale aveva fatto voto di vivere e morire.

La disputa continuò ancora un poco, ma il partito della eccezione fu vinto e Giorgio ricondotto al medesimo posto bendato come prima.

La medesima persona con voce anco più solenne ripigliò il discorso così:

— Giorgio Santafiori. Il venerabile consiglio vuole interpretare benignamente le vostre parole, e non come un atto di disubbidienza ai suoi precetti, ma come un testimonio d’onestà che per fermo vi onora. Esso però, prima di ammettervi nel suo seno, affinchè non possiate nè scagionarvi per ignoranza, nè aspettarvi nessun perdono se gli trasgredite, deve darvi alcune norme. Norma prima e immutabile: dovete tenere la ubbidienza cieca e muta ai decreti nostri. Per questo la Carboneria è potente, per questo essa s’aggira non vista, inaspettata e temuta dovunque; per questo essa potrà compire la grande missione che l’autorità dell’universo le ha confidata fra gli uomini. Nessun atto malvagio può partire da lei, perocchè essa esprima e voglia la giustizia e punisca di infamia e di morte chi sindaca le azioni sue, e s’oppone a’ suoi divisamenti. Valgavi un’altra legge, ed è il mistero. L’ombra è il suo regno, e il silenzio la sua forza. Chi tradisce a un profano una sola delle sue parole è inesorabilmente condannato ad essere percosso egli stesso da una mano invisibile ma sicura. Rammentatevelo; finchè l’ora non sia suonata d’uscir dalle tenebre e di sfolgorare nella luce, tale è la sua legge. La adempirete?

— L’adempirò — rispose freddamente Giorgio.

— Inginocchiatevi e pronunziate la formula di giuramento.

Giorgio eseguì e pronunziò.

— In virtù dei poteri che ci sono conferiti vi comunichiamo il primo grado dell’ordine. Voi siete carbonaro.

Fatto ciò gli furono appresi i segni e le parole di riconoscimento, i saluti e i modi di chieder soccorso, e alla fine fu ordinato agli stessi uomini che l’avevano guidato di sbendarlo.

Come rivide la luce, Giorgio fu colto da tale attonimento che poteva quasi rassomigliarsi a stupidità. La fantasia aveva dunque tramato una sì ricca tela di sogni per preparare ancora più umiliante e cocente il disinganno della realtà.

Il sotterraneo tenebroso, le pareti cariche d’emblemi, e di simboli spaventevoli, un tribunale d’uomini pallidi e solenni, la luce incerta, i suoi arcani che montano dagli abissi della terra e incutono terrore, il linguaggio mistico e ispirato, il vero, il grande mistero come lo aveva immaginato, come sapevano prepararlo ed affrontarlo quei sacerdoti e quei neofiti delle prime religioni d’Oriente, come l’avevano conservato sotto gli atrii di porfido, o dentro le caverne dischiuse nelle viscere delle foreste ancor vergini, i grandi maestri delle Società segrete del Medio Evo; tutto ciò avrebbe forse compensato la povertà dei sentimenti e del linguaggio, la mancanza di fede e di vita che in quell’interrogatorio gli si erano improvvisamente rivelati.

Invece un volgare e prosaico stanzone, delle cortine di percallo alle finestre, un tappeto verde sbiadito sopra una tavolaccia, degli uomini in cravatta bianca noiati e sonnolenti sopra poltrone di maio spelato seduti all’intorno, degli emblemi di carta appesi o impiastrati alle pareti; l’ironia teatrale del terrore; l’aula d’una accademia di Arcadia nell’ora del chilo.

Giorgio era salito troppo alto nelle nubi e bastò quel fioco lume di candela per farcelo precipitare; cercò una cortesia per quella gente e gli fallì; un sentimento di fratellanza e nol trovò; stette un istante a contemplare quelle figure avvizzite e sbadigliose che disarmonizzavano tanto dai motti che profferivano e dalla dignità nella quale si drappeggiavano; e sbagliato due volte il saluto col quale doveva accomiatarsi, uscì dalla sala e, prima ancora che Gastone potesse raggiungerlo, dalla casa.

Lungo le scale urtò contro un lungo fantasima d’uomo avviluppato in un ampio mantello che montava a passi di gigante. Quando costui fu in faccia al nostro giovane avvallò ancora più il mento nel collare del ferraiuolo e scavalcò tre scalini in un sol passo. Ma nè l’atto, nè le tenebre valsero a nasconderlo. Giorgio aveva stampato quel volto a linee incancellabili in mezzo al pensiero, e non appena lo travide nell’ombra, lo riconobbe; lo riconobbe e si agguantò alla ringhieria per lasciarlo passare, più incredulo che atterrito a quella apparizione.

Era ancora Carlo Alberto di Carignano che saliva la scale dei carbonari.

IX.

GLI «ANIMALI PARLANTI».

Passando nell’aprile del 1820 per via della Zecca, arrivati alle ultime case bastava alzar gli occhi per vedere al sommo d’una porta larga e bassa un’enorme insegna di osteria. L’insegna con pennellate da orbi raffigurava sopra una larga tavola l’apologo del Leone che fa le parti ai minori compagni di preda, come ce lo ha lasciato descritto Fedro nelle sue favole, e l’Abate Casti nel suo poema; e sotto portava a lettere meglio che da speziale questa scritta un po’ singolare:

_Agli animali parlanti_ _si mangia, si beve, e non si giuoca._

Ora bisogna convenire che se la bizzarria dell’insegna e le due prime promesse della scritta «si mangia e si beve» erano un bell’amo agli avventori, l’ultima condizione minatoria «e non si giuoca» pareva proprio stampata là per far scappare tutta quella parte rispettabile di publico beone e bettoliere che ama avvicendare il corso ed il boccone col giro di tresette e di primiera.

Alcuno però dapprincipio aveva preso a giuoco il divieto, ed aveva cercato deluderlo, ma l’oste era subito intervenuto e con due parole secche e dure come pugni di ferro aveva subito rimesso l’ordine e fatta rispettare la sua legge...... E gli avventori bevevano, pagavano e se ne andavano scontenti, e giurando di non tornare mai più in una bettola che aveva la disciplina del convento, mangiare, bere, e non far nulla!

L’oste però, ad onta del sensibile abbandono del suo negozio, non mostrava alcuna disposizione a scancellare quell’articolo di legge e quando quella bettola era deserta si sedeva in panciolle sulla porta; accendeva la sua lunga pipa e fumava aspettando.