Memorie d'un disertore, vol. 2/3

Part 10

Chapter 101,280 wordsPublic domain

Giorgio pensò ancora, cercò nelle sue idee, nei ricordi della vita favolosa di suo padre un espediente, un’astuzia, uno stratagemma, un miracolo, e girava gli occhi dal cielo alla terra, dalla via alla sala, come se ogni oggetto gliel’avesse potuto suggerire.

Un laboratorio di Chimica è un arsenale. Vi si trova di tutto, con esso si potrebbe nutrire una città ed incendiarla. Seghe e lime per tagliare, funi e spranghe per legare, carbone per ardere, acqua da spegnere, caldaie da bollire, tavole per impalcare, tele da fasciare, tutti gli acidi per decomporre, tutti i sali per comporre, tutti gli elementi della luce, del fuoco, dei vegetali, e dei minerali dell’oceano e della montagna, della vita e della morte. Tutte le arti vi possono essere esercitate, tutti i miracoli umani compiuti.... ma Giorgio si trovava fra infinite cose utili, e non aveva ancora vista la necessaria.

A un tratto fissò gli occhi sopra una bottiglia nera, l’unica intatta in mezzo ad una vetrina fracassata e che portava sopra una lista bianca scritte queste due semplici parole «_Acido prussico_» — si mise a guardare quella bottiglia, quella vetrina, quella scritta, e mano mano si sprofondava nella sua visione credeva trovare il segreto che cercava.... alla fine disse una parola mentalmente e ricorse al luogo dove aveva lasciato i due feriti.

S’abbassò su Muschietti che fingeva sempre di fare il morto e gli disse: — ho trovato, venite.

— Bisognerà che tu ci porti... io non potrei fare un passo... molto meno Ernesto.

Ernesto era sempre fuor de’ sensi....

— S’intende... rispose Giorgio, lasciatemi assicurare che non vi sia nessuno pe’ corridoi, e per le scale che possa vedersi.... Percorse in un attimo i corridoi, guardò giù dalle scale, diè un occhiata in un cortile: tutto era come prima: i soldati al loro bivacco; le sentinelle immobili al loro posto e nessuna novità.

— Tutto va bene — fece Giorgio tornando da Muschietti — caricherò prima te: vieni.....

E levatolo nelle robuste braccia lo portò di peso in men che non si dica nel laboratorio di Chimica.

Poi tornò indietro, caricò ancora Ernesto, il quale sentendosi muovere rispose con un gemito, e con la medesima agilità e prontezza lo posò accanto al suo compagno.

Quando fu dentro sprangò il laboratorio, e cominciò a mettersi al sicuro d’una sorpresa interna, accese un fosforo, col fosforo un lume; cercò nelle vetrine un po’ d’acqua coobata, ne fece bere un sorso a’ suoi due feriti, poi disse: aspettatemi...

Corse alla finestra: la sentinella era sempre al suo posto... allora egli si tirò indietro, fe’ delle mani imbuto alla bocca e si mise a imitare con una perfezione sorprendente il canto notturno della civetta.

La sentinella appiedi, sorpresa dall’uggiosa nenia, si diede a guardare su pei tetti e le finestre per veder dove venisse, ma fu indarno. Stanca alla fine, gettò dietro l’immondo uccello una bestemmia e riprese la sua ronda.

Ma un altro che non dormiva, e che non avrebbe certo potuto trovar sonno in quella notte, udiva quel canto, e mano mano che si faceva più distinto si sentiva a un tempo rimescolare il sangue e rinascere alla vita.

Era il sergente Carrera degli _animali parlanti._

Alla fine udendo che lo stridulo animale persisteva, si volse a Caterina e disse — non c’è dubbio. Questa civetta è Ernesto che mi chiama, bisogna che vada ad aprire.

— Non aprite — Dio mio — disse Caterina, se qualche soldato vi vedesse saremmo tutti perduti.

— Ma non posso lasciar solo Ernesto — fece il Carrera — avvenga che può.

E avvicinatosi alla finestra l’aperse colla massima precauzione e stette a guardare.

Non vedeva nessuno fuorchè la sentinella ritta dell’altra parte della strada... ma il civettìo continuava. Era dunque evidente che Ernesto era vicino, ma che non si poteva ancora far vedere.

Decise aspettare: e appoggiata la sua fronte alla finestra, si diede a spiare qualunque moto qualunque segno comparisse dalle case vicine e dalla contrada.

A poco a poco s’accorse che c’era un lume entro la sala di faccia all’Università; guardò più fissamente e vide nell’ombra dietro il lume che un uomo gli faceva de’ segni. Egli non poteva riconoscere l’uomo nè capire i segni; ma anche in confuso gli parevano i gesti dei _carbonari_. Finalmente udì un’altra volta lo strido della civetta, e si persuase che strido, lume e segni partivano tutti dallo stesso luogo e dalla stessa persona.

Raddoppiò di curiosità e di attenzione.

Quando Giorgio si fu accertato che Carrera l’aveva veduto, si diede ad un’altra operazione. Inutile il dire che agiva colla massima velocità e destrezza: era un marinaio alla manovra nell’ora dell’uragano.

Prese Muschietti, lo avvolse entro un tappeto di lana che copriva uno dei tavoloni del laboratorio; legò tutti i capi del tappeto con una fune, e posò l’involto vicino alla finestra e disse a Muschietti di tenersi preparato.

Prese Ernesto già risensato, lo avvolse in una gran tela celeste tolta alla vetrina dei preparati, vi annodò collo stesso metodo un’altra fune e lo portò vicino al primo involto facendogli la stessa raccomandazione.

Fatto ciò, riguardò in istrada. La sentinella in quel momento era immobile proprio a perpendicolo sotto la finestra, e in posizione tale che non poteva veder nulla di quello che si faceva sopra il capo. Allora Giorgio corse alla vetrina fracassata, prese la bottiglia dell’acido prussico, la sturò con precauzione tenendola ben lontana dalle narici, e allungò il braccio fuori della finestra, mirò la testa della sentinella e gli versò tutta la bottiglia sul capo.

La sentinella non potè nemmeno dire «o Dio!» e cadde stecchita, fredda, sull’istessa pietra dove si trovava.

— Povero diavolo — disse Giorgio... — ma era necessario!... e senza perdere un attimo afferrò le funi dei due involti, le aggruppò in una sola, e facendo punto d’appoggio sul davanzale della finestra li calò dolcemente sulla strada. Quando vide che avevano toccato il suolo, con un’altra corda che aveva assicurata ai piedi di una gran tavola scivolò anch’esso nella strada.

Carrera aveva tutto osservato, e quando vide cascar morta la sentinella restò a bocca aperta, e senza fiato e senza sensi in faccia a quell’inaspettato spettacolo. Così stette a guardare la calata dei due misteriosi involti e sol quando vide balzare a terra un artigliere a lui noto, cominciò a travedere un barlume in quel mistero.

Giorgio s’accostò alla finestra degli _animali parlanti_ dove origliava Carrera e lo chiamò per nome.

Carrera sporse il capo.

— Vieni subito ad aprire — sono i nostri due più cari amici....

Carrera scese a precipizio le scale; volle dire, chiedere, sapere....

Ma Giorgio gli chiuse la bocca e non volle perdere un minuto. I due giovani furono introdotti nella casa, accolti fra esclamazioni di gioia, deposti sopra due buoni letti e circondati da tutte le cure di cui erano capaci la devozione del vecchio sergente e l’ubbidienza delle fedele Caterina.

Dieci minuti dopo, Giorgio passava in mezzo ai posti dei granatieri accampati per le vie; e alle sentinelle che gli davano il _chi va là_ rispondeva:

— Artigliere d’ordinanza, — e rientrava franco da ogni sospetto nel suo quartiere.

FINE DEL VOLUME SECONDO.

INDICE

PARTE PRIMA: IL PADRE (Continuazione)

XXI. Sopra una tomba. Pag. 3

PARTE SECONDA: IL FIGLIO

I. È il dì dei coscritti. 13 II. È una madre. 19 III. Discussione al buio. 25 IV. Napoleone. 35 V. Il testamento di Battista. 47 VI. I giovani son presto amici. 57 VII. Il più tinto dei carbonari. 68 VIII. Delusione. 77 IX. Gli «animali parlanti». 87 X. Soldati e studenti. 95 XI. Confidenze. 106 XII. La conversione. 111 XIII. La partenza del coscritto. 118 XIV. Il senatore Tacchini. 125 XV. La situazione. 134 XVI. Il _D’Angennes_. 139 XVII. L’acido prussico. 152

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato inserito un indice a fine volume.