Part 4
Noi non sappiamo nulla.--Ferrea porta si chiude, nel presente e nel futuro, su quel che resta de la nostra Morta.
Noi null'altro che ciechi atomi siamo, e su la Cara che ci lasciò soli oh, nulla, fuor che pianger, non sappiamo.
Luceva in Essa quell'ardor di bene che sommove le pietre e tutti i cuori trascina e spezza tutte le catene:
e mentre Ella, di fiori una regale copia spargendo con le bianche mani, assurgeva al suo culmine mortale,
mentre un suo riso semplice e gagliardo a noi volgeva, a un tratto sparve.--Sola tu sai, tu, sfinge da l'intento sguardo,
del suo sepolcro l'intima parola.
*
È parola di speme e di quiete che a te sommessa come un bacio giunge da queste ov'Ella dorme ombre secrete?...
O pure è pianto, è gemito d'angoscia, urlo e singhiozzo per cui trema il marmo come a tumultuosa acqua che scroscia?...
O è sogno d'altri mondi e d'altri cieli, cantico e riso di novella vita che commove i tranquilli echi fedeli?...
.... Noi non sappiam che piangere, vaganti come bimbi smarriti ne la notte, mentre il tempo ne spinge avanti, avanti,
ove Ella aspetta.--E tu, sfinge, che il puro viso tendi ascoltando e preghi e tremi, tacerai nel presente e nel futuro,
sino al cieco affondar de gli anni estremi.
PASQUA DI RISURREZIONE
Io canto la canzon di Primavera andando come libera gitana in patria terra ed in terra lontana, con ciuffi d'erba ne la treccia nera.
E con un ramo di mandorlo in fiore a le finestre batto, e dico: Aprite: Cristo è risorto e germinan le vite nove e ritorna con l'April l'amore!...
Amatevi fra voi, pei dolci e belli sogni ch'oggi fioriscon su la terra, uomini de la penna e de la guerra, uomini de le vanghe e de i martelli.
Schiudete i cuori: in essi irrompa intera di questo dì l'eterna giovinezza. Io passo e canto che vita è bellezza, passa e canta con me la Primavera.
IN MEMORIA
Alla mia seconda bambina vissuta un mese.
Non odi?... il frondoso giardino è tutto un cantare di passeri, è tutto un susurro di foglie nel fresco mattino.
Mio piccolo fiore selvaggio, perchè rifiutasti di vivere?... È ver, tristi giorni ha novembre; ma poi torna maggio.
Velata di candidi veli saresti or fra queste mie braccia; avresti ne gli occhi vaghissimi l'azzurro de i cieli;
ed io ti direi le gioiose parole che tutte bisbigliano le madri ai bambini, cogliendoti a fasci le rose.
Ma tu non volesti. Il vagito tuo primo, o mia bimba, fu l'ultimo: suggella i tuoi labbri il silenzio: eterno, infinito.
Schiudesti sul mondo l'ignara pupilla, o mia bimba, un sol attimo: che vide?...--Suggella il silenzio la culla e la bara.
E pure al mio sogno che sparve io grido: perchè?... Fra le braccia materne, perchè, bimba, inutile la vita ti parve?...
PICCOLA TOMBA
O piccola tomba lontana, è il giorno de i Morti.--Chi sa se l'erta stradetta montana qualcuno per te salirà!...
M'han detto che cadde la neve su i colli di Santa Maria: io penso la grigia, la breve
colonna troncata, fra un chiuso di fronde rossiccie, di rami bagnati, in un velo diffuso
di nebbia.--La candida Morta io penso, che quasi non visse. S'aprì, si rinchiuse la porta
di Vita, in un'ora, per lei. E fuor che quegli occhi, sì grandi, sì limpidi e simili ai miei,
io d'essa non vedo.--Nel cuore non so ricomporre quel viso, quell'esile grazia di fiore....
.... Morivo, lo so.--Sui cuscini rizzata la testa convulsa, io vidi quegli occhi divini.
Tentaron le labbra una pia parola di benedizione. Poi vinse, su me, l'agonia.--
O tu che portavi ne i tristi tuoi occhi il perchè del mio male, o tu, che di quello moristi;
da lunge mi guardi, mi guardi, con muta struggente pietà.-- Comprendi?... mi aspetti?... È già tardi, fra poco la mamma verrà.
PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI
Se de la patria il giovanile e fresco disìo sale al mio cor come un incenso, tutta bianca nel sole io ti ripenso, piazza di San Francesco.
Cresce fra le tue pietre, o solitaria, tranquilla l'erba come in cimitero. --Sole e silenzio.--Un passo--un tremar nero d'ali, fendenti l'aria.
Ed eran quel silenzio e quella pace che in te bevevo a sorsi larghi e puri; e il bacio amavo su' tuoi vecchi muri de l'edera tenace.
L'antico tempio, presso l'ospedale, svolgea sue linee semplici e divine. Per due bifori in alto, snelle e fine, rideva il ciel d'opale.
L'antico tempio avea canti e colori d'una soavità che ancor mi trema dentro.--O speranze, o poesia suprema de gli anni miei migliori!...
Gravi note de l'organo, salenti a gli archi de le vôlte longobarde, su l'alte mura tremolar di tarde stelle e fluir di venti!...
Come un suggello mistico al pensiero da voi mi venne--e forse ho sempre amate per voi le grigie case abbandonate ove dorme il mistero,
i muschi densi a piè de l'erme, i queti cortili pieni di sole e di verde, i portici de i chiostri ove si perde l'anima de i poeti;
i tristi luoghi ruinanti in pace ove sol parla il soffio de le cose, de i sogni morti e de le morte rose, e tutto il resto tace.
IL SOGNO DI DRAGA
Sorrise con labbra procaci, con piccoli denti felini la donna al suo sogno, ne l'ombra. Sì grande era il sogno che vincer le parve follìa; ma grande era pur la malìa de gli occhi d'amore, di sotto a le pàlpebre chini; ma il fiero destino era scritto nel suo nome, nel suo nome, lucente, terribile e dritto qual filo di spada. Creata ad ambigue vittorie ella era; in quel corpo era chiusa la forza di tutte le glorie del senso.--Ella sorse.--L'effusa sua chioma pareva una veste regale.--Ella andò.--Le tempeste a lei saettavano i fianchi, gonfiandole il labbro di sfide, gonfiandole il cuore d'orgoglio. Salì fino a te, salì dal tuo letto al tuo soglio, o giovine re!...
*
Co' suoi tenebrosi capelli la pallida Maga t'avvinse. Tu, contro la storia e la plebe, tu, contro i destini di patria, fanciullo selvaggio, bevesti a quel bacio, a quel raggio la fede, la vita. Ed ella il tuo cuore si strinse nel piccolo pugno di fata, invincibile, invincibile, allor che, al tuo piede prostrata, susurrava: T'amo.-- Mentiva. Mentiva, pel trono gonfiando il suo grembo infecondo, indegna di tregua e perdono, profanante a gli occhi del mondo per sete di regno un altare. Sfidò, come scoglio nel mare, il nembo fischiante.--Fu sola in faccia a l'Europa.--Con denti difese e con unghie di belva il suo sogno, o re. E cadde qual tigre a la selva, ma cadde con te!...
*
Regina di Serbia, stanotte scordasti, per l'ore solenni, la veste di rosso broccato?... Purpurea qual sangue di vinti è la tunica slava che avvolger ti dee, prima schiava d'un torbido regno, di patria ne l'ore solenni. Ma gli ebbri soldati, o superba, ti preparano, ti preparano, col piombo, la tunica Serba. Per vènti ferite cadendo, due volte sovrana, scontando con l'empio martirio la gloria terribile e vana, il vano infecondo delirio, scagliando ancor l'ultimo insulto sul viso a la Serbia in tumulto, tu insanguinerai terra e mare col tuo sangue di leonessa. Il manto regal di Teodora volesti per te. Or cadi, com'essa, ne l'ora fatale de i re!...
*
Nel campo ove immemore l'erba verdeggia su l'umili fosse, o Draga, il tuo sogno è sepolto con te.--Tu passasti sul capo di cento ribelli, sul filo di cento coltelli, fra il plumbeo silenzio che cova fragor di sommosse, armata di scudo e d'elmetto pel tuo sogno, pel tuo sogno, che or serri, in eterno, sul petto. Tessuto di perle e d'oro, gemmato di ardenti rubini, grondante di sangue, ti avvolge le membra possenti fra spire fantastiche d'angue. In vita toccasti il tuo segno: nel mondo godesti il tuo regno: se rosso martirio ti lava, se crisma di morte t'assolve, riposa--o pirata del soglio.-- Riposi con te, sgabello al tuo misero orgoglio, il fosco tuo re!...
NATALIA
E tu, che di beltà quasi divina fosti, ed or soffri nel lontano esiglio, e pregare non puoi, se pur regina, su la terra ove ucciso hanno il tuo figlio!...
Stai, come Niobe, curva sotto il fato, senza lamenti.--E pur sento cadere lacrime e grida sul tuo cor malato, --gocciole di veleno in un bicchiere:--
sento, o vagante e tragica Sorella, --e la pietà per te mi fa più buona-- l'inconfessato intimo strazio della maternità che porta una corona.
IL MINUTO
Minuto che passi fuggendo, veloce pulsante fra il cielo e la terra fiorita, minuto che passi, fermare nel ritmo sonante io voglio la breve tua vita.
Io fragile donna con gesto d'amor ti conquido, ti strappo a la notte d'oblìo: rapito a la corsa del tempo, nel bronzo t'incido: sei bello, sei vinto, sei mio.
E sento vibrar nel tuo cerchio le immense energie de l'aria, de l'acque, de l'uomo; il vento ne i boschi, su l'alpi, fra vele e sartìe di alati navigli sul dòmo
abisso de i mari; fragor di veicoli urtanti gli asfalti di libere strade, respiro di folla, respiro di fronde, vaganti canzoni per campi di biade;
stridore di seghe e di leve, di cinghie e catene, vicenda di remi su l'onda, di mine fra i monti, d'aratri spaccanti le vene al sen de la Madre feconda.
Mi giungon risate e singhiozzi, susurri di baci, preghiere di voci commosse; baleni di falci che taglian le messi feraci, di vanghe che scavan le fosse;
conflitti di forze lottanti ne l'aspra conquista de l'uom su i selvaggi elementi; bisbigli sommessi de l'erba che cresce non vista ne gli orti de i vecchi conventi.
Rapisco a la donna che siede con gli occhi su l'ago il sogno che ride al suo cuore; il primo suo gemito al bimbo che nasce, presago di pianto, fra il sangue e il dolore;
l'alato onniforme pensiero a la folla dispersa su mari su terre fraterne; ti chiudo in me sola, minuto di vita universa, lanciato a le tènebre eterne:
io centro del cosmo, regina de gli atomi erranti, respiro, adorando, i fulgori di tutti i tuoi raggi, la gioia di tutti i tuoi canti, l'aroma di tutti i tuoi fiori.
MADRE TERRA
La Terra Madre chiama. Ne la luce del sol stesa e sommersa, de i tristi figli la tribù dispersa tenacemente chiama.
La Terra Madre piange. Ne le pallide notti senza luna sotto le stelle abbandonata e bruna, perdutamente piange.
E grida: Ove fuggiste, o figli, o figli del mio grembo nero, ch'io pel mio bacio crebbi, unico vero, e per le bionde ariste?...
Quale malvagio istinto vi trascinò ne le città tremende ove a l'intrigo verità s'arrende, ove il respiro è vinto
da torpidi miasmi, per meandri tortuosi ed atri, --.... o nati per le falci e per gli aratri!...-- vanno i vostri fantasmi?...
Arde come in un rogo la gran città di febbre e di peccato. Tra quelle fiamme un sogno insazïato vi preme, arido giogo.
In brume ampie s'avvolge la città di menzogna e di tumulto. Di passïone un trepido sussulto per essa vi travolge:
averla al piè, domata come una schiava avvinta per le chiome, e ch'ella gridi il vostro, il vostro nome, con voce innamorata....
Ma la leggiadra belva vi dissangua con bocca di vampiro. Tornate, o figli, al libero respiro del vento ne la selva;
ai fiumi vinti a nuoto, ai voli in groppa di puledri indòmi. Io so l'ombre de i lauri e so gli aromi del desiderio ignoto.
Io vi darò le pure notti, quando tra il fien cantano i grilli, e par che il cielo tremulo sfavilli amor su le pianure;
e il fiorir bianco e lento de l'albe a maggio, allor che il giorno pare un campo di conquista ove balzare cogli orifiammi al vento.
.... Gonfie di vizio e d'oro cadranno a fascio, in un boato immane di ruina ciclòpica, le insane città, vinte dal loro
orgoglio.--Io sola e grande resterò.--Verran vergini e poeti ai miei solchi, ai miei tralci, ai miei roseti, a le mie vaste lande.
Chini sovra il mio cuore dal ritmo innumerevole, sapranno la verità che Iddio, sul basso inganno de gli uomini e l'errore,
pose.--E dal mio possente seno gonfio di germi e di dolore zampillerà per quelle bocche in fiore la magica sorgente
di Vita: polla d'acque fresche come nel biblico mattino, quando, vergin di forze, ad un divino cenno, la Vita nacque.
SACRA INFANZIA
_A Ersilia Majno_
Sacra infanzia del povero, io ti vidi soffrire e mendicar per tutti i lidi.
Vidi fragili carni avvelenate da tabe; esili membra già piagate
da i colpi; labbra fatte pel sereno riso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;
grandi occhi d'innocenza aperti in fondo a turpi abissi; anime dal profondo
palpito, ansanti verso la bellezza del mondo, anime piene di dolcezza
e d'impeto, stroncarsi al giogo, intrise di melma e d'odio, mutilate, uccise.
Sacra infanzia del povero, io lo sento entrar ne le mie fibre il tuo lamento.
Viene da i bassi vicoli ove i muri sanno l'istoria di delitti impuri;
da i rossi forni de le vetrerie, da i fondaci, da i porti, da le vie
d'esilio, da le torride solfare, da le soffitte strette come bare,
da tutti i luoghi ove son vite ardenti di bimbi oppressi, torturati a lenti
spasimi, deturpati in mille forme di servaggio e d'infamia, a torme a torme.
Noi, liete madri di superba prole che va coi piè ne i fiori e il viso al sole,
non lo vogliamo, su le creature nostre, il rimorso de le tue torture;
non le vogliam, le viscere de' tuoi martiri, per nutrire i nostri eroi.
Coi rosei figli su le forti braccia di te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;
su te gettando, con l'amor che ignori, gioia di baci e nuvole di fiori;
te guidando con gesto ardente e pio ove ogni vita tocca il suo disìo.
Oh, madri anche per te!... Le consacrate viscere che a crear furon create,
tanta han potenza in lor gioir fecondo da contener tutto l'amor del mondo.
Vieni coi nostri figli, benedetta com'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.
Vieni al robusto anelito, a la febbre de la conquista e de la gloria, a l'ebbre
ore di gaudio che la vita dona quando al suo bacio il forte s'abbandona:
godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore, fra cielo e terra respirando amore.
IL SALUTO FRATERNO
Salve, fratello.-- Tu non mi conosci, non so il tuo nome: non ti vidi mai prima d'ora.--Qui, dove t'incontrai, mugghia il fragor de' carri e batte il polso vibrante de la strada affaccendata. Ognuno accorre con lena affannata verso il suo sogno o il suo dolore. Ognuno s'urta, senza guardarsi.--Ed io ti miro, lieve passando--oh, il tempo d'un respiro, oh, il tempo d'un addio breve, d'ignota a ignoto, in mezzo a la ruggente via: --Dio ti salvi, fratello--e così sia.--
Non m'importa saper donde tu venga nè chi tu sia, nè che farai domani. Non m'importa saper se le tue mani sien pure.--O nato, come me, da grembo dolente; o fatto de la stessa carne, o preda de le stesse adunche e scarne unghie de l'Ombra che in silenzio attende dietro una porta, a l'angolo d'un muro, per colpir quando il colpo è più sicuro: tu che piangesti come forse io piansi, volgiti a questa voce de la via: --Dio ti salvi, fratello--e così sia.--
Pel dondolìo de la lontana culla che ti cullò; pei baci di tua madre, se madre avesti che di sue leggiadre cantilene protesse il tuo riposo; per le poche dolcezze e per le molte lacrime, e le speranze che hai sepolte, come piccoli morti, in fondo al cuore; pel senso oscuro de la vita, uguale in tutti; per la sacra ansia immortale che sospinge le razze a l'avvenire; per la tua fede e per la fede mia, --Dio ti salvi, fratello--e così sia.--
E vada, come a te, questo saluto a l'ampia folla che le strade ingombra: a la donna che passa, ombra ne l'ombra, contro i muri, velata: a chi un amore insegue, o un odio, o il pane: a l'uom del maglio e del telajo, fiero del travaglio compiuto, e gaio d'una sua canzone: al poeta, al fanciullo, al morituro che sogna, e crede eterno il suo futuro, e domani, con me, con te, dissolto andrà pel cosmo in onde d'armonia: --Dio ti salvi, ora e sempre--e così sia.--
_Fine_
Nota dei trascrittori
I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):
157 Prega--ma non ricorda, e non desìa [desia] 165 vïolentare [violentare] le tue labbra smorte 195 non per noi, non per noi, ma per le sante [sarte]